Il castello di Bari di Stefania Mola
Stando a quanto tramandano le cronache antiche, prima dell’arrivo dei Normanni e delle reliquie di san Nicola Bari era una città ricca, probabilmente la più grande e prospera della Puglia. Era stata sede di gastaldi longobardi ed emiri musulmani, quindi capitale del thema di Longobardia (cioè dell’Italia meridionale) con i Bizantini, che la avevano fortemente rilanciata, ampliata, fortificata ed abbellita. Le sue mura urbane – aperte in corrispondenza della Porta Vecchia (ad occidente, nei pressi del castello) e della Porta Nuova (nella zona sud, poi spostata ad oriente in età angioina e aragonese, nei pressi dell’attuale piazza del Ferrarese) – si imponevano come un severo monito.
Veduta esterna del prospetto su piazza Federico II di Svevia
Tra ambiguità e dissimulazione, ecco dunque lo spazio del castello e delle mura,
il tempo della difesa e del potere, che siamo abituati a chiamare "castello
svevo" ma che in realtà è "un castello nel castello", un gioco di scatole cinesi
in cui si integrano le torri della difesa medievale e le mura della reggia
rinascimentale, a loro volta incastrate e parte integrante di una città murata
essa stessa denominata castrum. Il castello di Bari era al tempo stesso il
castello e la città. Bari era un castello perché nel Medioevo solo le mura
conferivano la dignità di città a quello che altrimenti sarebbe stato un
villaggio, un casale, un semplice insieme di abitazioni. E il castello, simbolo
oscuro di un potere arroccato e avulso dalla vita quotidiana, non fu mai il
castello dei baresi che da esso – più che difesi – si sentivano minacciati.
Archivolto del portale, al centro campeggia l’aquila imperiale che stringe trionfante una preda tra gli artigli.
Accantonati archi e balestre, gli Spagnoli dotarono l’edificio originario di una cinta bastionata sui tre lati verso terra, mentre Isabella d’Aragona e Bona Sforza lo trasformarono in dimora principesca degna di una corte, meta di letterati, artisti e uomini potenti. Nonostante ciò, le sue torri possenti continuarono ad essere una quotidiana sfida all’orgoglio dei baresi e al ricordo delle tante torri cittadine rase al suolo da Guglielmo il Malo, e mai più ricostruite. Bari non amò mai il suo castello, simbolo del potere feudale costruito non per la città, ma contro la città. Dentro il castello
In
età prenormanna l'area su cui venne successivamente edificato il castello era
una zona periferica della città bizantina; il nucleo normanno della
fortificazione doveva essere formato semplicemente da una cinta muraria turrita,
che inglobò le precedenti costruzioni, oggi riemerse in parte grazie ad una
serie di scavi archeologici effettuati nell'area castellare più antica,
corrispondente all’ala nord e a parte di quella ovest. Oggi tutto questo è visibile grazie ad un percorso di visita opportunamente attrezzato, accessibile tanto direttamente (dall’ingresso nord del cortile), quanto dai locali della Gipsoteca, ovvero la raccolta di calchi, esposti solo in parte nei locali a pianterreno dell’ala ovest, comprendente gli esempi più interessanti della scultura pugliese relativa ai maggiori edifici di culto della regione tra XI e XVII secolo; tali calchi furono approntati tra il 1899 ed il 1911 in occasione delle Esposizioni di Torino, Parigi e Roma.
Oltre il castello
Castello non era solo l’edificio, ma la caratteristica di una città a sua volta
murata, per necessità o virtù. Il mare, da sempre confine naturale e labile
limes tra il "dentro" e l’"oltre", non bastava certo a garantire la sicurezza ad
una città esposta e vulnerabile per tre quarti del suo perimetro. Delle mura di
Bari si conoscono le tracce rinvenute nell’area settentrionale e più elevata
della penisoletta, databili al IV secolo a.C.; di mura urbiche parla già Orazio
nella celebre Satira V ("Bari moenia piscosi"), e Tacito nei suoi Annali –
quando ci racconta di due illustri prigionieri spediti a Bari a scontare la loro
pena – allude forse all’esistenza di una consona fortificazione; il monaco
Bernardo, proveniente dal monte Gargano ed in viaggio verso la Terra Santa,
giunse a metà del IX secolo nella "Bari dei Saraceni (...) sita sulla costa,
difesa a mezzogiorno da due larghissimi muri, mentre a settentrione sporge alta
sul mare"; sulla solidità delle mura non c’è dubbio, se i Saraceni – dopo averle
attentamente studiate – dovettero prendere la città con l’inganno scovando
passaggi nascosti. E se delle mura più antiche non restano che labili tracce, di
quelle medievali e rinascimentali – conservate lungo il versante orientale del
borgo – possiamo ancora percepire l’abbraccio stringente, anche se il moderno
nastro d’asfalto ha interrotto per sempre il dialogo tra la città e il mare,
sulle cui acque la muraglia si ergeva senza intermediari sino agli inizi del
Novecento. Le mura vennero restaurate e rifatte tra XV e XVI secolo, e
Particolare di uno dei capitelli di epoca sveva, recante l’iscrizione" Melis de Stelliano me fecit".
Dal punto di vista simbolico, è questo il luogo dove la storia di Bari è maggiormente stratificata e ci riporta fino ai tempi antichissimi del primo nucleo abitato. Qui, al di sotto dell’area della chiesa e del monastero, le pietre parlano della città greca e di quella romana e medievale, cui si uniscono le testimonianze del villaggio preistorico rinvenute nella vicina area di S. Pietro. Su questo lembo di terra, proteso sul mare, al quale la necessità impose una barriera fatta di pietre, la vita di Bari era cominciata già quattromila anni fa. ——————
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