Il castello di Bari

di Stefania Mola

 

Stando a quanto tramandano le cronache antiche, prima dell’arrivo dei Normanni e delle reliquie di san Nicola Bari era una città ricca, probabilmente la più grande e prospera della Puglia. Era stata sede di gastaldi longobardi ed emiri musulmani, quindi capitale del thema di Longobardia (cioè dell’Italia meridionale) con i Bizantini, che la avevano fortemente rilanciata, ampliata, fortificata ed abbellita. Le sue mura urbane – aperte in corrispondenza della Porta Vecchia (ad occidente, nei pressi del castello) e della Porta Nuova (nella zona sud, poi spostata ad oriente in età angioina e aragonese, nei pressi dell’attuale piazza del Ferrarese) – si imponevano come un severo monito.

 

Veduta esterna del prospetto su piazza Federico II di Svevia

 

Tra ambiguità e dissimulazione, ecco dunque lo spazio del castello e delle mura, il tempo della difesa e del potere, che siamo abituati a chiamare "castello svevo" ma che in realtà è "un castello nel castello", un gioco di scatole cinesi in cui si integrano le torri della difesa medievale e le mura della reggia rinascimentale, a loro volta incastrate e parte integrante di una città murata essa stessa denominata castrum. Il castello di Bari era al tempo stesso il castello e la città. Bari era un castello perché nel Medioevo solo le mura conferivano la dignità di città a quello che altrimenti sarebbe stato un villaggio, un casale, un semplice insieme di abitazioni. E il castello, simbolo oscuro di un potere arroccato e avulso dalla vita quotidiana, non fu mai il castello dei baresi che da esso – più che difesi – si sentivano minacciati.
Da quasi mille anni Bari vive all’ombra del suo massiccio castello tra la terra ed il mare, chiuso da svettanti ed inaccessibili torrioni quadrangolari. Il segno forte del potere, non potendo dominare dall’alto di una collina, si collocò al margine estremo della città antica, per difenderla, ma soprattutto per controllarla. Il suo nucleo originario, infatti, risale all’epoca normanno-sveva, ed è da identificare con l’attuale cinta quadrangolare interna munita di torri angolari ed intermedie. Questa fu l’idea dei Normanni, ai quali la ribelle Bari diede non poco filo da torcere.
Nel corso della distruzione della città, avvenuta nel 1156 ad opera di Guglielmo il Malo, anche il castello subì notevoli danni; intorno al 1233 Federico II lo restaurò, valorizzandone l’aspetto residenziale e rappresentativo e conferendogli requisiti più prossimi ad una residenza. Sull’archivolto del portale fece scolpire l’aquila imperiale che stringe trionfante la preda tra gli artigli; nell’androne e nel cortile innalzò un portico e realizzò capitelli a fogliami firmati da maestri locali quali Minerrus de Canusia, Melis de Stelliano e Ismahel; nelle torri troppo severe aggiunse qua e là oculi e finestre, quasi a tentare un dialogo con la città che – al di là del fossato – del castello avvertiva soltanto la presenza opprimente e minacciosa.
A mitigare l’asprezza di questi luoghi non bastò evidentemente neanche il leggendario passaggio di san Francesco d’Assisi, che qui – secondo la tradizione – avrebbe respinto con fermezza le maliziose proposte carnali di una fanciulla attraverso la quale Federico II avrebbe voluto mettere alla prova la sua santità.

 

Archivolto del portale, al centro campeggia l’aquila imperiale che stringe trionfante una preda tra gli artigli.

 

Accantonati archi e balestre, gli Spagnoli dotarono l’edificio originario di una cinta bastionata sui tre lati verso terra, mentre Isabella d’Aragona e Bona Sforza lo trasformarono in dimora principesca degna di una corte, meta di letterati, artisti e uomini potenti. Nonostante ciò, le sue torri possenti continuarono ad essere una quotidiana sfida all’orgoglio dei baresi e al ricordo delle tante torri cittadine rase al suolo da Guglielmo il Malo, e mai più ricostruite. Bari non amò mai il suo castello, simbolo del potere feudale costruito non per la città, ma contro la città.
 

Dentro il castello

 

In età prenormanna l'area su cui venne successivamente edificato il castello era una zona periferica della città bizantina; il nucleo normanno della fortificazione doveva essere formato semplicemente da una cinta muraria turrita, che inglobò le precedenti costruzioni, oggi riemerse in parte grazie ad una serie di scavi archeologici effettuati nell'area castellare più antica, corrispondente all’ala nord e a parte di quella ovest.
Le indagini hanno consentito la messa in luce di significative preesistenze, ad una quota di oltre tre metri inferiore all’attuale piano di calpestio: le più interessanti riguardano resti di murature appartenenti a nuclei abitativi di epoca bizantina e ad una chiesa (forse dedicata a Sant’Apollinare, citata da Guglielmo Appulo nell’XI secolo), di probabile impianto a tre navate, datata alla metà del X secolo grazie al ritrovamento di alcune monete coeve.

Oggi tutto questo è visibile grazie ad un percorso di visita opportunamente attrezzato, accessibile tanto direttamente (dall’ingresso nord del cortile), quanto dai locali della Gipsoteca, ovvero la raccolta di calchi, esposti solo in parte nei locali a pianterreno dell’ala ovest, comprendente gli esempi più interessanti della scultura pugliese relativa ai maggiori edifici di culto della regione tra XI e XVII secolo; tali calchi furono approntati tra il 1899 ed il 1911 in occasione delle Esposizioni di Torino, Parigi e Roma.


Salone orientale al piano superiore.


Un ulteriore significativo rinvenimento è quello recentemente emerso con l’esecuzione di saggi sul fronte est della muratura della cinta esterna: si è scoperto, all’interno dello spessore murario, un camminamento di guardia coperto di epoca sveva, lungo ben quarantacinque metri e fornito di saettiere, di caratteristiche simili a quello già individuato nel muro di cinta del castello di Trani, realizzato nel 1249. Ciò confermerebbe che nel periodo federiciano la difesa dei castelli si basava su due livelli: uno inferiore accessibile direttamente dall’interno attraverso un porticato scandito da pilastri ed archi a sesto ribassato, l’altro superiore e scoperto (camminamento di ronda), definito da saettiere e merlature.

 

Oltre il castello

Castello non era solo l’edificio, ma la caratteristica di una città a sua volta murata, per necessità o virtù. Il mare, da sempre confine naturale e labile limes tra il "dentro" e l’"oltre", non bastava certo a garantire la sicurezza ad una città esposta e vulnerabile per tre quarti del suo perimetro. Delle mura di Bari si conoscono le tracce rinvenute nell’area settentrionale e più elevata della penisoletta, databili al IV secolo a.C.; di mura urbiche parla già Orazio nella celebre Satira V ("Bari moenia piscosi"), e Tacito nei suoi Annali – quando ci racconta di due illustri prigionieri spediti a Bari a scontare la loro pena – allude forse all’esistenza di una consona fortificazione; il monaco Bernardo, proveniente dal monte Gargano ed in viaggio verso la Terra Santa, giunse a metà del IX secolo nella "Bari dei Saraceni (...) sita sulla costa, difesa a mezzogiorno da due larghissimi muri, mentre a settentrione sporge alta sul mare"; sulla solidità delle mura non c’è dubbio, se i Saraceni – dopo averle attentamente studiate – dovettero prendere la città con l’inganno scovando passaggi nascosti. E se delle mura più antiche non restano che labili tracce, di quelle medievali e rinascimentali – conservate lungo il versante orientale del borgo – possiamo ancora percepire l’abbraccio stringente, anche se il moderno nastro d’asfalto ha interrotto per sempre il dialogo tra la città e il mare, sulle cui acque la muraglia si ergeva senza intermediari sino agli inizi del Novecento. Le mura vennero restaurate e rifatte tra XV e XVI secolo, e dovettero essere il vero e proprio fiore all’occhiello della città se, all’arrivo di Bona Sforza nel 1556, si ritenne di dover ostentare la munificenza della universitas cittadina facendole percorrere il tragitto fino al castello costeggiando il tratto meridionale della cinta.
Il perimetro fortificato risultava scandito dalla presenza di quattro torrioni, detti di San Domenico, del Vento, di Sant’Antonio e di Santa Scolastica. Il fortino S. Antonio Abate è uno dei due sopravvissuti baluardi di difesa: doveva esistere sin dal Trecento, almeno come torre, anche se le notizie più fondate lo collocano in pieno secolo seguente identificandolo nelle forme di un piccolo castello – detto "torre di S. Antonio" per la presenza di una preesistente chiesetta dedicata a quel Santo – con tanto di castellano e di presidio armato. Ebbe vita breve, a causa della tradizionale insofferenza dei Baresi per questi segni "forti" del potere, ma venne prontamente ricostruito nel Cinquecento all’interno della massiccia campagna di lavori di ammodernamento delle fortificazioni promossa dalla duchessa Isabella. Il fortino di Santa Scolastica invece, "chè il più grande, e più necessario di quanti n’ha la Città", è situato all’estrema punta settentrionale della città antica e prese il nome dal complesso conventuale femminile adiacente e fondato intorno al X secolo.
 

Particolare di uno dei capitelli di epoca sveva, recante l’iscrizione" Melis de Stelliano me fecit".

 

Dal punto di vista simbolico, è questo il luogo dove la storia di Bari è maggiormente stratificata e ci riporta fino ai tempi antichissimi del primo nucleo abitato. Qui, al di sotto dell’area della chiesa e del monastero, le pietre parlano della città greca e di quella romana e medievale, cui si uniscono le testimonianze del villaggio preistorico rinvenute nella vicina area di S. Pietro. Su questo lembo di terra, proteso sul mare, al quale la necessità impose una barriera fatta di pietre, la vita di Bari era cominciata già quattromila anni fa. 

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Bibliografia recente (in ordine cronologico)

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- M. Benedettelli, Bari, castello svevo-Trani, castello svevo: gli interventi di restauro e recupero funzionale, in Castra ipsa possunt et debent reparari: indagini conoscitive e metodologie di restauro delle strutture castellane normanno-sveve, Atti del convegno internazionale di studio promosso dall’Istituto Internazionale di Studi Federiciani, Consiglio Nazionale delle Ricerche (Castello di Lagopesole, 16-19 ottobre 1997), a cura di C.D. Fonseca, Roma 1998, pp. 703-730

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