Pier delle Vigne e la cultura federiciana.
di Furio Detti
Parlare di un personaggio come Pier delle Vigne, o meglio Pier della Vigna (Petrus de Vinea), come compare nelle sottoscrizioni apposte sui documenti della cancelleria normanno-sveva, non è semplice: il personaggio è sovrastato continuamente dalla titanica figura di Federico, mentre nozioni imprecise, vaghe, o addirittura leggendarie, si sono affastellate nel corso dei secoli intorno alla figura del Logotheta.
Qui a fianco: il busto di Pier delle Vigne, dalla distrutta porta di Capua.
Se è facile seguirne infatti l'attività pubblica, come giurista e ministro impegnato a pieno titolo e al massimo livello negli affari di corte è ben più gravoso tratteggiarne l'umanità, le vicende personali, le frequentazioni, le amicizie e gli interessi culturali: molto si è detto sul Pietro-ministro, ancora poco sul Pietro-personaggio e uomo, eccezion fatta per le congetture (destinate a rimanere tali) relative alla sua tragica fine.
La giovinezza di Piero
La leggenda, rapidamente formatasi intorno a questo letterato-giurista, ce lo descrive come figlio poverissimo di una donna sola e ripudiata, costretta a mendicare per sopravvivere; sappiamo in realtà che il padre di Piero era iudex a Capua, dunque un uomo dell'amministrazione normanno-sveva. Non conosciamo la sua data di nascita, né come Piero trascorse i primi anni di vita. Possiamo solo supporre che non si sia allontanato dalla città natale se non quando intraprese gli studi di diritto civile e canonico. Pare, ma non è confermato, che Piero avesse studiato a Bologna, in continue strettezze economiche (la famiglia evidentemente non aveva mezzi per mantenerlo a lungo fuori casa), data anche l'urgenza con cui, terminati i corsi, dovette cercarsi un patrono, trovandolo nel potente consigliere di Federico II, l'arcivescovo di Palermo Berardo di Castacca.
Al servizio dell'imperatore (1221-1249)
Fu proprio l'arcivescovo Berardo che introdusse il giovane nella magna curia, la corte intesa come supremo centro amministrativo). Nel 1221 Pier delle Vigne risulta forse già inserito, come magne curie iudex, nei ruoli della cancelleria e del tribunale imperiale (se il documento relativo, pubblicato in J. L. A. Huillard-Bréholles, Historia Diplomatica Friderici Secundi, Paris, 1852-61, non è spurio. In ogni caso la prima comparsa sicura nella documentazione risale al settembre 1224. Sappiamo che Piero, grazie alle sue indubbie capacità e alla sua dedizione, assurse rapidamente ai massimi onori e alle più alte responsabilità, per quanto i titoli supremi di Logotheta ("ordinatore di parole", carica tradizionale dell'amministrazione normanna) e protonotarius sono attestate in realtà molto tardi (maggio 1243!). Oltre che nella buona amministrazione Pier delle Vigne si distinse come maestro nella retorica e nell'ars dictandi. Il cronista filo-pontificio Salimbene de Adam ce lo descrive come "Logotheta, qui sermonem facit in populo vel qui edictum imperatoris vel alicuius principis popolo nuntiat" (Salimbene de Adam, Chronica, MGH, Scriptores, XXXII, p. 343). Nel 1237 Pier delle Vigne annunziò con una magniloquente epistola latina la vittoria di Cortenuova al popolo e al comune di Roma.
Piero si distinse anche in campo diplomatico (Pace di San Germano, 1230, e matrimonio per procura di Isabella d'Inghilterra e Federico II, 1235). Nel 1231, a Melfi, le celebri Constitutiones Regni Siciliae, videro la luce grazie all'impegno di Piero e di altri illustri giuristi. La firma di Piero, come sottoscrizione o testimonianza, compare in innumerevoli documenti della cancelleria: nel palatium di Napoli venne persino realizzata una scultura a rilievo (ora distrutta), raffigurante l'imperatore assiso in trono, coadiuvato da Piero, dinanzi alla popolazione in atteggiamento supplice. Un'iscrizione sottostante recitava: "Caesar, amor legum, Friderice piissime regum / causarum telas nostrarum solve querelas" (O Cesare, amore delle leggi, Federico piissimo fra i re, sciogli le fila delle nostre dispute). Piero fu direttamente coinvolto anche nella fondazione dell'Università di Napoli, voluta dall'imperatore nel 1224 per formare i quadri amministrativi e promuovere le arti e le scienze. Gli studenti e i docenti si rivolsero direttamente al capuano anche nel 1234 per richiedere il rinnovo del personale, scavalcando il magistrato preposto (il Giustiziere degli scolari). Piero ascoltò sempre con attenzione sollecita i discepoli e intrattenne con molti di loro una corrispondenza tenera d'affetti e cure, memore delle sue stesse difficoltà a Bologna. Quando Federico II venne scomunicato, per la seconda volta, da papa Gregorio IX, Piero tenne un'allocuzione a Padova in difesa dell'imperatore (1239). Da questa data, fino al 1249 il ministro affiancò il proprio sovrano nella fatale lotta contro i comuni lombardi e le forze pontificie. Nel 1243-44 Pier delle Vigne, accanto all'altro celebre giurista di corte, Taddeo da Sessa, e con altri personaggi di spicco, è a capo delle delegazioni diplomatiche presso il nuovo pontefice, Innocenzo IV. Ma il precipitare degli eventi (la fuga del pontefice a Lione e l'indizione di un concilio per deporre Federico) obbliga Pier delle Vigne a ultimi febbrili anni di improbe quanto vane fatiche. E' proprio in questi ultimi anni che ebbe origine il mistero del "tradimento" di Piero.
La fine di Pier delle Vigne
L'ultimo atto che riguarda il Logotheta è la concessione del libero diritto di pesca per la corporazione dei pescatori di Pavia, dietro l'obbligo di rifornire di prodotti ittici l'imperatore e la sua corte ogni qual volta avessero dimorato in città (Pavia, gennaio 1249, Huillard-Bréholles, cit.). Non sappiamo quale fu la colpa ascritta al capuano, se mai fu colpevole di qualcosa. Federico, ormai sospettoso e logorato da anni di guerra, irascibile perché esacerbato da mille insidie, fece arrestare il ministro probabilmente all'inizio del 1249, fra gennaio e febbraio, a Cremona. Sappiamo che i Cremonesi, fanatici sostenitori imperiali, tentarono persino di linciare Pier delle Vigne al momento dell'arresto. L'imperatore aveva tuttavia destinato il malcapitato a una punizione ancor più esemplare e tremenda. Una cronaca anonima afferma (marzo 1249): "Federico, inviato il re Enzo in Lombardia, entrò dalla parte di Pontremoli nella città di Pisa, e condusse con sé Pier delle Vigne al quale fece cavare gli occhi nella fortezza di San Miniato, ove (Pietro) concluse la sua vita" (Huillard-Bréholles, V. p. 705). Un documento non datato (ma fissato dallo stesso Huillard-Bréholles al marzo 1249) e destinato a un funzionario del Regno di Sicilia dispose il trasferimento del capuano dalle carceri del nord Italia a quelle del Regno, nella attesa del supplizio. Ne consegue che, a circa un mese dall'arresto, Pier delle Vigne era ancora vivo e detenuto al di fuori dei confini meridionali.
Tradizionalmente gran parte dei commentatori di Dante (che ricorda nell' Inferno l'infelicissima vicenda) è propensa a raccogliere la testimonianza del cronista anonimo, il quale ritenne la rocca San Miniato il luogo della morte di Piero (si noti tuttavia, della morte, non specificando se per suicidio, sentenza capitale o conseguenza delle torture inflitte e forse destinate a prolungarsi ancora ). L'Alighieri comunque abbracciò la prima delle tre ipotesi, seguito da altre voci, che però collocano a Pisa il teatro dell'estremo gesto. Sicuramente Piero risulta già morto alla data del 26 giugno 1249, quando venne emesso un nuovo mandato di sequestro dei beni ereditati dai parenti dell'ex-ministro. Al 6 gennaio 1250 risale un altro documento del medesimo tenore, riguardante l'annullamento di una permuta fatta dallo stesso Piero di una casa a San Germano per della terra a Capua. La casa gli era stata a suo tempo donata da Gualtiero di Manopello, mentre gli strascichi della questione durarono sino al 28 giugno con i vecchi possessori della terra così acquistata. Poi il silenzio.
L'imperatore, che definì nelle ultime lettere Piero "proditor" (traditore), senza aggiungere ulteriori spiegazioni (il che ha dato luogo alla torbida leggenda di una relazione coniugale tra Federico e la moglie dello stesso Piero, spinto dalla gelosia a tradire il suo signore), sopravvisse appena un anno al suo protonotaro.
Pier delle Vigne e la cultura a corte
Nonostante l'assidua attività al servizio di Federico II, Pier delle Vigne ebbe modo di coltivare i propri talenti ed interessi, stimolato dal vivace ambiente curiale: la riscoperta della romanitas, della classicità, delle litterae, e la pratica corrente della lirica cortese (reinterpretata con gusto e elementi nuovi), degli svaghi "liberali" e delle virtù civili, ma anche la "nuova frontiera" delle proto-scienze empiriche (indagine naturalistica, filosofia di matrice aristotelica, speculazione logico-matematica). Parlo di proto-scienze, non potendosi trattare ancora di un vero e proprio metodo scientifico, ma gli indirizzi manifestatisi in epoca federiciana gettarono in parte la basi per più solidi e promettenti sviluppi. Per una panoramica dettagliata sulla cultura a corte rinviamo a: Antonino de Stefano, La cultura alla corte di Federico II Imperatore, Bologna 1950, ma esistono sterminati riferimenti nella bibliografia federiciana.
San Miniato (PI) - Veduta del paese e della rocca federiciana
La poesia in particolare cementò le correnti eterogenee della corte di Federico II. Lo stesso imperatore, suo padre Enrico VI prima, e i suoi figli poi (specie Enzo e Manfredi) si dilettavano di poesia, con esiti lusinghieri per uomini di stato. Dell'opera poetica di Pier delle Vigne, come di Federico, non è rimasto molto rispetto agli altri interpreti (Iacopo da Lentini, Rinaldo d'Aquino, Guido delle Colonne, Iacopo Mostacci, per citare i più celebri e di stretto ambiente curiale). Forse, gravati da altri e più pressanti impegni, il logotheta e il sovrano non ebbero mai tempo e serenità d'animo sufficienti. Piero ha lasciato solo due componimenti tradizionalmente sicuri (cfr. ad es. Bruno Panvini, Poeti italiani della corte di Federico II. Edizione riveduta e corretta, Napoli, 1994): Amore in cui disio ed ò speranza, che esprime il tradizionale servitium feudale e cortese prestato alla donna amata, e il più commovente e forse più valido (a mio modesto giudizio) Amando con fin core e co speranza, lamento per l'amata morta. I componimenti attribuiti invece a Federico II, sono pezzi meno lirici ed intensi, cui però fa premio l'essere maggiormente brillanti e volitivi. A scanso di equivoci mi preme sottolineare che raramente la lirica siciliana possiede un valore autobiografico, se non latente, oppure un'attinenza stretta con l'esperienza reale (sempre che abbia senso parlare di quasi tutta la letteratura medievale come di un fenomeno potenzialmente aperto al "realismo" come noi lo intendiamo attualmente). La si potrebbe definire piuttosto una sorta di raffinato sperimentalismo, in cui i poeti gareggino nell'immaginare ipotetiche situazioni emotive, a verifica delle proprie potenzialità espressive. Predominava regolarmente la convenzionalità delle situazioni (lontananza, desiderio, tenzone amorosa, gelosia), e la loro genericità (contano i modi dell'anima, non i protagonisti). Esiti diversi e molto elevati si avevano però proprio quando la rispondenza al dato reale e a effettivi moti dell'animo era maggiore (come nelle poesie del re prigioniero Enzo). L'utilizzo del volgare (pur depurato da imperfezioni, di livello letterario, ricco di provenzalismi: in un certo senso "curializzato") e l'invenzione di una nuova forma metrica, il sonetto, ben si prestavano alle nuove istanze germinate nel solco della tradizione. La poesia latina comunque mantenne la sua alta dignità, pur limitandosi sempre di più alle occasioni ufficiali e celebrative: secondo il Pepe (Gabriele Pepe, Lo stato ghibellino di Federico II, Bari 1951) il gusto per tale genere cominciò a declinare sensibilmente sin dal 1229-30. La cancelleria imperiale, diretta da Piero e Taddeo da Sessa mantenne il suo stile magniloquente, ampolloso e ricercatissimo, colmo di citazioni classiche. Nelle conversazioni epistolari fra Piero e i discepoli (come Terrisio di Atina) la prosa latina era il mezzo consueto; Pier delle Vigne fu maestro indiscusso di retorica.
Gli interessi per l'indagine empirica delle "cose della natura", per la natura geometrico-matematica del mondo, comprendente le scienze minori di zoologia, fisiologia e veterinaria, e le maggiori scienze mediche, furono incentivate dalla sete di sapere e dagli interessi specifici di Federico II, il quale utilizzò queste discipline anche per coltivare il suo svago favorito: la falconeria. Il De Arte Venandi cum Avibus, giuntoci i copie posteriori al 1250, scritto dallo stesso Federico è un vero e proprio trattato naturalistico di ornitologia, condotto con razionalità, ricco di informazioni desunte sia dalle conoscenze dell'epoca, sia dall'osservazione diretta. Federico II fu celebre per la sua vivace curiosità, e pur non mancando voci discordi sull'attitudine dell'imperatore alla speculazione, possiamo senza dubbio affermare che nei limiti imposti dal rango e dai doveri sovrani, lo Staufen seppe coltivare anche una certa cultura personale, caratterizzata almeno della razionalità. I suoi palazzi nondimeno furono centri culturali di primaria importanza: intellettuali di ogni provenienza frequentavano la corte, luogo in cui confluivano i saperi dell'Oriente (cultura greca, araba ed ebraica) e dell'Occidente (cultura latina). Ricordiamo fra i personaggi di spicco il filosofo ebreo Maimonide (morto però nel 1204), l'ebreo provenzale Anatoli, traduttore dei commenti di Averroé e di Aristotele, i sapienti egiziani Selah-ed-Din, Sciems-ed-Din e Fakhr-ed-Din, l'astrologo di corte, matematico e zoologo, fisico e medico Michele Scoto (traduttore di Avicenna e di scienziati arabi), il greco Maestro Teodoro, e il matematico pisano Leonardo Fibonacci, studioso di algebra (suoi il Liber Abaci, la Practica Geometriae, il Liber Quadratorum, dedicato all'analisi indeterminata di secondo grado). Fibonacci incontrò più volte Federico a Pisa e rispose per lettera a diversi problemi logico-matematici sottopostigli dall'imperatore.
Nota Bibliografica
Aggiungiamo qui di seguito una ridottissima nota bibliografica di interesse federiciano (solo volumi):
Aa.Vv. |
Federico II di Svevia: stupor mundi (a cura di F. Cardini) |
Roma 1994 |
Aa.Vv. |
Federico II e l'Italia. Percorsi, Luoghi, Segni e Strumenti |
Roma 1995 |
Aa.Vv. |
Leonardo Fibonacci, il tempo, le opere, l'eredità scientifica (a cura di M. Morelli e M. Tangheroni) |
Roma-Pisa 1994 |
Aa.Vv. |
Federico II. Immagine e Potere |
Venezia 1995 |
Aa.Vv. |
Federico II e la Sicilia (a cura di P. Toubert e A. Paravicini-Bagliani) |
Palermo 1998 |
Abulafia, David |
Federico II. Un imperatore medievale |
Torino 1990 |
Casertano, A. |
Un oscuro dramma politico del secolo XIII (Pietro della Vigna), rist. anast. |
Roma 1994 |
Kantorowicz, E. |
Federico II imperatore |
Milano 1976, 1981 |
Pecchioli, A. |
Federico II di Svevia: l'imperatore dei ghibellini |
1994 |
Pepe, G. |
Carlo Magno. Federico Secondo |
Firenze 1978 |
Stürner, W. |
Federico II. Il potere regio in Sicilia e Germania. 1194-1220 |
Roma 1998 |
Tramontana, S. |
La monarchia normanna e sveva, in Il Mezzogiorno dai Bizantini a Federico II, in Storia d'Italia (dir. da G. Galasso), vol. III |
Torino 1983 |
Van Cleve, Th.-C. |
The emperor Frederick II of Hohenstaufen, "Immutator Mundi" |
Oxford 1972 |
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