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Il Medioevo di Federico II nel contesto euromediterraneo (vedi Nota 1) di Hubert Houben (vedi nota 2) Sull'ingresso della biblioteca del Congresso a
Washington una scritta accoglie il visitatore: "Nel passato troverai il
futuro". Vale a dire: Il futuro va programmato sulla base della nostra
identità culturale. E l'identità culturale europea è senz'altro condizionata
in parte rilevante dal Medioevo, da quell'età di mezzo, che sta in mezzo tra
l'altra base della nostra identità europea, l'antichità classica, e l'età
moderna. Ma quale Medioevo? Esistono diversi Medi-evi. Il Medioevo "buio" degli illuministi, di un Voltaire, il quale nel 1740 chiudeva il suo "Essai sur les moeurs et l'esprit des nations" parlando del Medieovo come un'epoca, in cui "l'intelligenza umana si abbrutisce nelle superstizioni più basse e più insensate. Queste superstizioni giungono al punto che dei monaci
divengono signori e principi; essi hanno degli schiavi, e questi schiavi non
osano nemmeno lagnarsi. L'Europa intera stagna in questo avvilimento fino al
secolo XVI e non ne esce se non attraverso terribili convulsioni". Oppure il Medioevo del Romanticismo: l'epoca dei
"nobili sentimenti" (F. Schlegel), dei cavalieri, della cristianità
unita, dell'armonia; un'età che non soffriva i mali della società
preindustriale e industriale. Di tutto il Medioevo a Voltaire piacevano soltanto
tre personaggi: Maometto, Saladino, Federico II. Coloro che egli considerò come
oppositori della tirannia ecclesiastica. Su questa linea si inserì in un certo senso anche il
filosofo Friedrich Nietzsche che chiamò Federico II "il primo europeo di
mio gusto". Per Jakob Burckhardt Federico II era "il primo
uomo moderno sul trono", cioè un uomo "di giudizi e azioni
assolutamente oggettivi". Chiari indizi per la 'modernità' di Federico II
erano, secondo Burckhardt, la distruzione totale dello Stato feudale, la
centralizzazione giudiziaria e amministrativa, il fiscalismo. Più di mezzo secolo più tardi, Ernst Kantorowicz,
enfatizzò Federico II come il fondatore dello Stato laico, basato sul concetto
aristotelico della "necessitas", cioè su una dottrina giudicata
"illuminista". L'affermazione dell'autorità regia, l'utilizzazione
del diritto romano, la creazione di un apparato burocratico e fiscale non sono
eccezionali ma sono comuni a tutte le monarchie europee del secolo XIII. Federico II aveva una concezione politica
tradizionale tesa a ristabilire l'ordine nel Regno e nell'Impero, cioè a
riaffermare l'autorità regia e imperiale richiamandosi esplicitamente alla
situazione dei suoi predecessori, Federico I Barbarossa nel regno germanico e
nell'Impero, Guglielmo II nel regno di Sicilia. Aveva quindi ragione lo storico inglese David
Abulafia che alcuni anni fa affermò che Federico era "un imperatore
medievale", cioè uno di tanti, niente di eccezionale quindi, anzi un
"incallito conservatore" che guardò più indietro che avanti, un uomo
più del secolo XII che del XIII? Accanto ad una concezione politica tradizionale,
conservatrice, Federico II aveva, come vedremo, delle aperture mentali
eccezionali.
Nello scontro con la Chiesa Federico seguì l'esempio dei re normanni di Sicilia: Ruggero II, "sovrano tra Oriente e Occidente", come l'ho chiamato nel mio libro, ultimamente pubblicato anche in una versione aggiornata in lingua inglese destinata agli studenti delle Università inglesi e americane, non si era mai piegato al papa pur riconoscendo la sua autorità. Federico II e la sua corte, da una miniatura medievale. L'eredità normanno-meridionale, di una cultura
profondamente influenzata da tradizioni ellenistiche e arabe, spiega a mio
avviso la grande apertura mentale di Federico II: l'interesse per la filosofia,
per le scienze naturali e per l'antichità. L'eccezionalità della levatura intellettuale e
mentale di Federico II nel contesto europeo del Duecento emerge da un confronto
con il re di Francia, Luigi IX "il Santo". Jacques Le Goff, autore di
un brillante libro su San Luigi, ha chiamato Federico II "una figura fuori
del comune, l'antitesi quasi perfetta di san Luigi". Il re di Francia, san Luigi, venera e colleziona
reliquie, fa costruire a Parigi la Sainte Chapelle per custodire la corona di
spine di Cristo, acquistata da lui dall'imperatore bizantino per una somma
esorbitante, fa bruciare il Talmud, libro sacro degli ebrei perché considerato
blasfemo. Luigi IX, a parte l'atto di procreazione, viveva in
assoluta castità, mentre Federico II aveva numerose amanti e figli naturali,
dei quali il più famoso è Manfredi, avuto da Bianca Lancia d'Agliano. I papi,
per screditarlo, l'accusarono di tenere un "harem", una voce nata dal
fatto che a Lucera e Melfi esistevano dei laboratori di seta in cui lavoravano
ragazze saracene sorvegliate da eunuchi. Così il frate Salimbene di Parma che ci fornisce un
ritratto affascinante dell'imperatore: "fu uomo pestifero e maledetto,
scismatico, eretico ed epicureo, corruttore di tutta la terra, giacché seminò
il seme della divisione e della discordia nelle città d'Italia, tanto che dura
fino ad oggi. Federico quasi sempre amò aver discordia con la Chiesa, e la
contrastò in molti modi. Proprio la Chiesa, che lo aveva nutrito e difeso ed
elevato. Della fede in Dio non ne aveva neanche un po'. Era un uomo astuto,
sagace, avido, lussurioso, malizioso, iracondo. E fu uomo valente qualche volta,
quando volle dimostrare le sue buone qualità e cortesie: sollazzevole, allegro,
delizioso, industre. Sapeva leggere, scrivere e cantare; e sapeva comporre
cantilene e canzoni. Fu bell'uomo e ben formato, ma era di statura media [...].
Ancora, sapeva parlare molte e svariate lingue. E, per farla corta, se fosse
stato veramente cattolico e avesse amato Dio e la Chiesa e la propria anima,
avrebbe avuto al mondo pochi uguali a lui nell'autorità". Federico II sicuramente non era l'ateo che descrive
Salimbene che fa parte dei sostenitori papali, antagonisti dell'imperatore.
Federico era molto legato all'Ordine Cistercense, favorì l'Ordine Teutonico, un
ordine religioso-militare che non era un semplice strumento della politica
sveva. L'Ordine Teutonico era presente anche nel Salento: a Brindisi e Mesagne,
a Lecce, Nardò e Ugento. Federico II beneficiò in modo generoso anche il nuovo
Ordine monastico di impronta eremitica creato dall'abate Gioacchino da Fiore in
Calabria. La religiosità dell'imperatore era una religiosità "sui
generis", la religiosità di un personaggio il quale, in quanto "unto
del Signore", si ritenne superiore alle leggi della Chiesa. Fatto il confronto con Luigi IX, si potrebbe
obiettare che il re di Francia era un personaggio bigotto, poco affascinante, e
che quindi da un tale confronto il nostro Federico per forza di cose doveva
uscire bene. Infatti anche Abulafia ha dovuto ammettere che, "posto a
raffronto del "cristianissimo", isterico, mangia-ebrei Luigi IX di
Francia", Federico II appare come "uomo di buon senso e
moderazione". Per capire che Federico II, sotto alcuni aspetti, - e
ripeto "alcuni" non "tutti" - era un precursore dei tempi,
bisogna soffermarsi sul suo "culto" dell'antico, dell'antichità
classica. Massimo Miglio ha osservato che il rituale trionfale adottato da
Federico per celebrare la vittoria di Cortenuova, in cui aveva conquistato il
carroccio di Milano, seguiva un cerimoniale antico che presupponeva uno studio
così attento delle fonti classiche, come solo nel '400 l'avrebbe realizzato
l'umanista Flavio Biondo. Federico II era sensibile al fascino del grande
passato di Roma. Dopo la rottura definitiva con il papato, l'imperatore attribuì
a Roma, "sedes imperii", un ruolo centrale. Nell'agosto 1236,
l'imperatore inviò una lettera al senato e al popolo di Roma ricordando
l'antica gloria dell'"urbs" ed esortandoli di appoggiarlo "ad
reformationem imperii et decus urbis". L'ostacolo alla "reformatio"
dell'impero era costituito da Milano, cioè dalla Lega Lombarda. Federico, per
convincere i ceti dirigenti di Roma ad appoggiarlo nella sua lotta contro
Milano, si mostrò come il Cesare impegnato "pro exaltatione Romani imperii". Non meraviglia quindi che l'imperatore, dopo la
vittoria di Cortenuova (novembre 1237), in cui il grido di battaglia delle
truppe imperiali era stato "Miles, Roma! miles, imperator!",
nell'inviare ai Romani il caroccio caduto in mano alle milizie imperiali,
esaltasse il ruolo dell'urbe: Diversamente dal Barbarossa riconobbe in Roma
l'origine dell'impero ("urbis honorem [...] causam imperii fuisse
cognoscimus"). Come una madre lascia il figlio dalle sue braccia, così
Roma ha mandato Federico in Germania per conquistare la dignità imperiale.
L'esaltazione di Roma era l'esaltazione dell'impero, e viceversa! Inviando il
carroccio a Roma l'imperatore dichiarò di aver restaurato la gloria degli
antichi Cesari, "ai quali il Senato e il popolo romano decretarono trionfi
e allori per le loro gesta gloriose". Il fatto che Federico II, imitando l'uso degli
antichi trionfatori romani di donare gli "spolia optima" al
Campidoglio, abbia voluto erigere qui un monumento per appendere i resti del
caroccio, dimostra la sua volontà di richiamarsi a Roma classica. Arnold Esch
ha parlato a questo proposito di "un monumento di programmatica vicinanza
all'antichità". Lo stesso studioso ha del resto anche richiamato
l'attenzione sulla "generale opzione per il linguaggio figurativo dell'arte
imperiale romana" nell'arte e nella simbolica delle insegne del potere di
Federico II, sul suo uso voluto, programmatico. Nel concetto imperiale di Federico II, la componente
romana, il riferimento a Roma antica e ai suoi imperatori, presente anche
nell'opera legislativa, è però soltanto una tra altre, come ha ben illustrato
Hans-Martin Schaller. Un'altra componente è quella cristiana (l'imperatore come
nuovo Costantino e come nuovo David) e quella escatologica (l'imperatore della
fine dei tempi), alla quale si congiungono, nell'ultimo decennio della vita di
Federico II, elementi pagano-antichi: l'imperatore come signore del mondo e
degli elementi, come "forma boni" (Pier delle Vigne), la forma
originaria del bene, come Dio del sole, "deitas solis" (Terrisio di
Atina). Sarebbe però erroneo da ciò dedurre una
laicizzazione dell'idea imperiale nell'ultimo decennio di Federico II. Anzi,
dopo la deposizione dell'imperatore, decretata da Innocenzo IV nel 1245, questi,
influenzato dalle idee di Gioacchino da Fiore sul rinnovamento dei tempi e
sull'imminenza della terza età dello Spirito - così la suggestiva ipotesi di
Enrico Pispisa - si sarebbe considerato il "nuovo dux" che avrebbe
ricondotto la Chiesa nei suoi ambiti spirituali. In questa prospettiva Federico
sarebbe stato "l'estremo ed isolato interprete della sacralità che la
figura dell'imperatore aveva progressivamente acquistato nel corso dei
secoli". Uno degli argomenti di Abulafia per sostenere che
Federico II fosse stato un "uomo del dodicesimo secolo più che del
tredicesimo" ero quello che egli sarebbe rimasto "fedele all'idea di
crociata", una idea nata alla fine del secolo XI. Se confrontiamo però la
crociata di Federico II con quelle precedenti o anche con quelle successive di
Luigi IX, notiamo alcune differenze profonde. Mancava anzittutto una premessa
indispensabile per una vera crociata, cioè la collaborazione tra potere
politico e potere ecclesiastico. Finora era stato sempre rispettato il diritto
del papato di proclamare la crociata e quindi di stabilire l'inizio di una tale
azione. Federico II osò invece, nel 1228, procedere alla crociata senza previa
consultazione con il papa. Inoltre, e ciò era inaudito, l'imperatore era ancora
sotto la pena di scomunica per averne più volte rimandata la realizzazione,
solennemente Ancora più inaudita fu il proclamo fatto in
occasione dell'incoronazione di Federico II a re di Gerusalemme, un vero
manifesto di propaganda ideologico-politica, che inasprì la lotta con il
papato. Federico II fu esaltato come nuovo Davide la cui finalità era la
salvezza del suo popolo. Federico II incontra il sultano Al-Kamil, dalla cronaca del Villani (particolare). Era il Cristo-re a cui spettava il dominio sul mondo
intero. Un tale concetto era in aperta contraddizione con la pretesa papale
secondo cui il pontefice romano era il vicario di Cristo sulla terra. Del tutto diverse erano le due crociate intraprese
alcuni decenni più tardi dal Luigi IX "il Santo". Il re di Francia
voleva convertire i musulmani, seguendo in un certo senso il tentativo fatto in
Terra Santa nel 1220-21 da Francesco d'Assisi. Federico II non volle invece mai convertire qualcuno
alla sua religione, cioè al cristianesimo. Ciò dipende probabilmente dal fatto
che egli era cresciuto nel Mezzogiorno d'Italia, a Palermo, in un ambiente
multiculturale con una solida tradizione di convivenza pacifica tra musulmani e
ebrei, tra cristiani greci e latini; anche se con la progressiva latinizzazione
del Regno di Sicilia, in corso sin dalla metà del secolo XII, non mancavano
episodi di intolleranza dei cristiani contro le minoranze musulmane. Nel
Mezzogiorno, a differenza delle zone d'oltralpe, fino alla fine del Duecento non
si conoscono però episodi di antisemitismo verso gli ebrei. E proprio l'atteggiamento verso gli ebrei mi sembra
un buon esempio sia per l'influenza della tradizione meridionale su Federico II
sia per le sue aperture mentali. Molto significativa è una vicenda, avvenuta nel
1236, che può essere considerata un episodio-chiave per la posizione assunta
dall'imperatore svevo verso gli ebrei. Che cosa era successo? Federico, dopo
aver soggiornato per quindici anni in Italia, nella primavera del 1235 era
tornato in Germania per reprimere la ribellione di suo figlio Enrico (VII) e per
preparare una spedizione militare contro la lega lombarda. Mentre si trovava,
all'inizio del 1236, nel castello di Hagenau, in Alsazia, una delle regioni
preferite dello svevo, davanti al tribunale imperiale fu presentato un caso
difficile, cioè l'accusa contro gli ebrei di Fulda di aver ucciso dei ragazzi
cristiani per usare il loro sangue per scopi rituali. Tra le fonti che parlano di questo episodio c'è
anche la sentenza emanata da Federico II nell'agosto 1236 ad Augusta, le cui
parole certamente non sono state scritte senza l'esplicito consenso
dell'imperatore. Qui si legge che a causa dell'uccisione di alcuni ragazzi di
Fulda, attribuita agli ebrei di questa città, tutti gli ebrei della Germania
erano stati messi in cattiva luce. L'imperatore, per appurare la verità, convocò
un'assemblea di principi, grandi, nobili, abati e uomini di Chiesa. Questi però,
"essendo diversi esprimevano opinioni diverse, e si rivelarono incapaci di
decidere la questione". Federico decise quindi di avviare un'inchiesta:
"Ritenemmo, nella insondabile profondità della nostra coscienza che non si
potesse procedere in modo migliore verso gli ebrei accusati del suddetto
crimine, se non interrogando coloro che erano stati ebrei e si erano convertiti
alla fede cristiana. Costoro, come nemici di coloro che erano rimasti ebrei, non
avrebbero taciuto ciò che potevano sapere attraverso loro stessi o attraverso
il Vecchio Testamento o i libri mosaici. Noi, benché la nostra coscienza, sulla
base dei molti libri che la nostra maestà conosceva, ritenesse ragionevolmente
accertata l'innocenza dei detti ebrei, per la soddisfazione sia della
popolazione priva di cultura che del diritto abbiamo preso una decisione
lungimirante e saggia; in accordo con i principi, i grandi, i nobili, gli abati
e gli uomini di Chiesa abbiamo quindi inviato a tutti i sovrani delle regioni
dell'Occidente messi speciali, attraverso i quali far venire dai loro regni alla
nostra presenza il numero più grande possibile di neofiti pratici della legge
ebraica". Da testi filosofici ebraici, studiati da Giuseppe
Sermoneta e da Colette Sirat, risulta infatti che Federico II era in contatto
con studiosi ebrei e discuteva con loro su questioni scientifiche e filosofiche.
Erano presenti alla corte dell'imperatore tre grandi studiosi ebraici: due erano
provenzali di origine spagnola, Rabbì Giacobbe (Ja'aqòv) ben Abba Mari Anatoli
e Mosè Ibn Tibbon, mentre il terzo, Giuda (Jehudàh) ben Salomone (Shelomòh)
ha-Cohen, era originario di Toledo. Il fatto che questi scienziati non erano
originari dell'Italia meridionale ma della Spagna, potrebbe addurre all'ipotesi
che il livello culturale dell'ebraismo meridionale si sarebbe abbassato nel
Duecento. Ma sarebbe una conclusione affrettata. La spiegazione sta invece nel
fatto che gli ebrei spagnoli, in quanto conoscitori della lingua e delle scienze
arabe, erano più utili agli interessi della corte federiciana. Abbassato si era forse il livello culturale degli
ebrei in Sicilia, ma non quello delle comunità ebraiche della Puglia. Celebre
è infatti la frase di Rabbi Jacob Tam (1100-1171): "Da Bari proviene la
Legge (la Torah), e da Otranto la parola del Signore", un elogio "non
modesto", come ha scritto Cesare Colafemmina, "se si pensa che è una
parafrasi di Isaia 2, 3, dove si profetizza il magistero universale della Città
Santa alla fine dei tempi, quando "da Sion uscirà la Legge e la parola di
Dio da Gerusalemme"". Shlomo Simonsohn ha richiamato l'attenzione
sulle accademie rabbiniche di Siponto e di Trani in epoca normanno-sveva. Al
tempo di Federico II era attivo il rabbi Isaia di Mali (Emanuele) da Trani,
"il più fecondo autore rabbinico dell'Italia di tutti i tempi".
Questi, considerato uno dei "talmudisti principali del Medioevo", ha
svolto un importante ruolo di "mediatore" tra i centri culturali
ebraici in Germania e Francia (cioè ashkenaziti) e quelli bizantino-palestinesi. Va comunque ricordato che ebrei e musulmani, benché
fossero sotto la protezione del sovrano, venivano considerati di valore
inferiore ai cristiani. Nelle costituzioni di Melfi viene stabilito che la multa
da pagare per l'omicidio di un ebreo e di un musulmano era la metà di quella
stabilita per l'uccisione di un cristiano. Qui si vedono chiaramente i limiti
della "tolleranza" religiosa medievale, che non significava parità di
diritto. Il termine di "tolleranza" mi sembra del resto poco adatto
per il Medioevo, in quanto basato su un concetto moderno di dignità della
persona e di diritto alla coscienza individuale che si è formato in seguito
alla Riforma protestante e all'Illuminismo. Nell'età di mezzo troviamo soltanto
tolleranze limitate, nel senso che nell'Occidente
cristiano e nell'Oriente musulmano per le minoranze religiose (monoteistiche) la
possibilità di mantenere la propria fede comportò l'accettazione di una
discriminazione sociale. Per esempio negli Statuti di Palermo, risalenti nel
loro nucleo all'età normanno-sveva, gli ebrei vengono menzionati insieme alle
prostitute, e ai tavernieri e ai macellai. Negli stessi Statuti fu però a loro
garantita la validità di atti notarili redatti in ebraico. Delle discussioni filosofico-scientifiche, alle quali
parteciò Federico II, parla, fra l'altre, Giuda ben Salomone ha-Cohen, presente
alla corte dell'imperatore in Lombardia tra il 1245 e il 1247. Lo studioso
spagnolo già precedentemente (sin dal 1233) aveva intrattenuto contatti
epistolari con Michele Scoto, il maggiore filosofo alla corte dell'imperatore.
Giuda ha-Cohen, in un inedito testo ebraico, tradotto da Colette Sirat, scrive a
proposito dei problemi geometrici e astronomici sui quali era stato consultato
da Michele: "Quando furono esposte queste soluzioni davanti all'imperatore
Federico (che la sua gloria sia esaltata!), si rallegrò molto delle risposte
che davo a colui che pretendeva, davanti a lui, di essere un filosofo. Ci furono
ancora, tra noi, numerose discussioni su numerosi argomenti e numerose domande e
risposte, ma questo libro non si presta a esporle più a lungo. Le cose [la
corrispondenza] si prolungarono per dieci anni e scesi negli stati
dell'imperatore; vidi la saggezza delle sue azioni e dei suoi affari; i suoi
sapienti, i suoi scribi, i suoi anziani, i suoi giudici, i suoi capi, la carne
della sua tavola e le abitazioni dei suoi servitori". Federico permise del resto ai Saraceni siciliani che
dopo la loro ribellione aveva fatto deportare a Lucera, di esercitare
liberamente il loro culto, cosa che gli costò rimproveri da parte del papa. L'imperatore intratteneva anche una corrispondenza
con scienziati musulmani su questioni scientifiche relative in particolare a
fenomeni ottici, come per esempio la questione perché un oggetto immerso
nell'acqua, come un remo o una lancia, sembra non più diritto ma curvo.
Copyright ©2003 Hubert Houben Nota 1)
Questo articolo è stato anche pubblicato nel sito
della Fondazione
Identita' € Futuro ed è stato oggetto della Relazione
al Convegno di Galatone (Le) dell'1 Dicembre 2001 "Il
Medioevo di Federico II nel contesto Euromediterraneo" Nota 2)
Hubert Houben è nato il 4 febbraio del 1953 a Heinsberg (Germania) vive a Lecce dal 1980. È professore Ordinario di Storia Medievale presso l'Università di Lecce. È membro della Commissione Internazionale per le ricerche sull'Ordine Teutonico e della Commission Internationale pour l'histoire de ville, nonché direttore del Centro di studi sull'Ordine Teutonico nel Mediterraneo (Torre Alemanna, Cerignola). | Home Page |
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