Il rapporto tra etnie e religioni
diverse nei giorni nostri è di grande attualità in un’Europa, la cui società
sta diventando sempre più multietnica e multireligiosa. Si guarda perciò con
interesse crescente alle società multiculturali del passato e particolarmente a
due società del Medioevo, cioè all’Andalusia musulmana e al Mezzogiorno
normanno-svevo, in cui convivevano etnie, religioni e culture diverse.
All’Andalusia
moresca ha dedicato un libro affascinante la studiosa americana, Maria Rosa
Menocal, intitolato (nella versione italiana) “Principi, poeti e visir. Un
esempio di convivenza pacifica tra musulmani, ebrei e cristiani” (Milano 2003).
All’immagine di un Medioevo “spesso sinonimo di una cultura oscurantista,
retrograda e intollerante”, l’autrice contrappone “una visione del tutta
diversa” di un’epoca in cui si sarebbe realizzato in Spagna un esempio di
“tolleranza” e “simbiosi culturale”.
Con una simile
immagine idealizzata è stata caratterizzato, per molto tempo, anche il regno
normanno-svevo di Sicilia. È significativo, a questo proposito, un brano di un
libro di uno storico siciliano dell’Ottocento, messo dallo scrittore inglese
John Julius Norwich in modo programmatico all’inizio di un suo libro (del 1970)
sul regno normanno di Sicilia. Qui si legge una descrizione quasi idilliaca, ma
comunque suggestiva, della Sicilia normanna: “La tolleranza durava interissima.
(…) Il castello di un nuovo barone, un villaggio degli Arabi, un’antica città
greca o romana, una fresca colonia lombarda poteano ritrovarsi in Sicilia nello
spazio di poche miglia soltanto: nella stessa città, colla vecchia popolazione
nativa, un quartiere di Saraceni e di Ebrei, un altro di Franchi, di Amalfitani
o Pisani; e per tutto in quelle genti diverse, con un tipo lor proprio, le
tranquille apparenze di concordia reciproca. (…) La campana d’una chiesa
novella, il salmeggiare de’monaci d’un nuovo convento sposatasi al grido che
da’ minareti alzava il muezzin, chiamando alla preghiera i credenti. Presso il
culto latino, modificato secondo le norme della liturgia gallicana, vigevano i
riti e le cerimonie de’ Greci; ed insieme le discipline e i precetti della
legge mosaica. Le strade, le piazze, i mercati offrivano una singolar
mescolanza di costumi e di fogge: il turbante orientale, il bianco mantello
degli Arabi, la ferrea maglia de’ cavalieri normanni, il corto saio italiano,
la lunga tunica greca; differenza d’inclinazioni, abitudini, feste, esercizi,
spettacoli: contrapposti infiniti e continui, che doveano però armonizzare a
vicenda”. La citazione è del libro di Isidoro La Lumia, Storia della Sicilia sotto Guglielmo il Buono, Firenze 1867.
Ma dobbiamo
chiederci subito: il termine “tolleranza” qui usato, come del resto anche nel
recente libro della Menocal, di cui dicevo all’inizio, è veramente appropriato
per il Medioevo? La riposta non può che essere negativa, perché si tratta, come
ho avuto modo di sottolineare già qualche anno fa, di un
termine moderno che ha una storia complessa, ma non risale al Medioevo, anzi è,
come vedremo, del tutto improprio per quest’epoca. E questo è anche il motivo
per cui l’ho evitato nel titolo della mia conferenza usando invece di
“tolleranza” “rispetto”.
“Tolleranza” nel
senso del riconoscimento degli stessi diritti a tutte le comunità religiose è
un concetto nato soltanto in età moderna in seguito alla Riforma protestante
(inizio sec. XVI), che distrusse il monopolio di una confessione sola, quella
cattolica. Questo concetto di tolleranza fu sviluppato poi ulteriormente
dall’umanista Erasmo da Rotterdam e successivamente nell’età dell’illuminismo. Sono
fondamentali a questo proposito le idee di John Locke († 1704) (Essay Concerning Toleration, 1667, e quattro
lettere sulla tolleranza 1685-1704), il quale sostenne che le opinioni
religiose debbono essere libere, a condizione che esse non danneggino la
società politica; quindi una specie di principio della tollerabilità delle
opinioni.
Insomma, il concetto moderno di
tolleranza religiosa presuppone concetti come la dignità intellettuale, la
libertà della persona e il diritto alla coscienza individuale, che nel Medioevo
non si erano ancora sviluppati. Nel Medioevo “tolleranza religiosa” può quindi
essere intesa soltanto nel senso limitato di una “tolleranza di fatto”, vale a
dire: gli appartenenti ad altre fedi venivano tollerati nel senso che non si
cercava di convertirli con la forza alla propria religione; quindi una più o
meno indisturbata convivenza di appartenenti a religioni diverse. Ciò non vale
soltanto per il Medioevo cristiano, ma anche per l’area del dominio dell’Islam,
dove agli ebrei ed ai cristiani era permesso di mantenere la propria fede, ma
con una conseguente caduta in un ruolo giuridicamente e socialmente subalterno
(come dhimmi, “protetti” che dovevano
pagare tasse particolari, tra cui un testatico detto gizya). – Si tratta, detto per inciso, della stessa situazione in
cui vivono oggi le minoranze religiose in alcuni Stati islamici. –
È stato osservato del resto che
anche il concetto spagnolo di convivencia va
usato con cautela e che sarebbe forse meglio di sostituirlo con conveniencia.
Dopo aver
chiarito perché abbiamo preferito nel titolo della nostra conferenza il termine
di rispetto a quello di tolleranza, occorre qualche parola sui due personaggi
menzionati nello stesso titolo, e cioè Ruggero II e Federico II. Mi limito a
qualche breve cenno su Ruggero II, perché Federico II gode di una tale
notorietà anche tra i non medievisti che sarebbe superfluo ripetere le sue date
biografiche.
Ruggero II era
figlio di Ruggero I d’Altavilla, un cavaliere normanno emigrato in cerca di
fortuna nel Mezzogiorno d’Italia che allora, siamo nel secolo XI, veniva
considerato da molta gente proveniente da nord delle Alpi come una specie di
Eldorado.
Ruggero I era un fratello minore di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia e di
Calabria e della Sicilia ancora da conquistare, come recitava il titolo
conferitogli dal papa nel 1059. Ruggero riuscì insieme al fratello, nel corso
di qualche decennio, a strappare la Sicilia al dominio arabo, assumendo il
titolo di gran conte di Sicilia e di Calabria. In terze nozze Ruggero I sposò
una nobile piemontese-ligure, Adelaide del Vasto della stirpe degli Aleramici.
Da questo matrimonio nacque Ruggero II, il quale dopo la morte del nipote
Guglielmo, duca di Puglia, di cui era formalmente vassallo, unì il ducato di
Puglia e il principato di Salerno alla contea di Sicilia e Calabria, assumendo
alla fine, nel 1130, con l’aiuto non disinteressato dell’antipapa Anacleto II,
il titolo di re di Sicilia.
In Sicilia i
Normanni erano in netta minoranza in confronto con la maggioranza musulmana,
costituita da arabi e berberi immigrati nonché da siciliani convertitisi
all’islam, e, inoltre, di un gruppo non indifferente di cristiani di lingua e
cultura greca, residenti prevalentemente nella Sicilia orientale. I nuovi
signori dell’isola dovettero perciò, per motivi di opportunità, rispettare gli
altri gruppi etnici e religiosi. La corte di Ruggero II a Palermo, città
prevalentemente abitata da arabi, era veramente “multiculturale”: al fianco di
funzionari latini operavano colleghi greci e arabi. Accanto a dotti bizantini
come Nilo Doxapatres troviamo uno scienziato arabo, il geografo, botanico e
farmacologo al-Idrisi. Soltanto verso la fine della vita di Ruggero II,
deceduto nel 1154, avvenne qualche episodio di intolleranza: il comandante
della flotta regia, Filippo di Madia, un eunuco arabo battezzato, venne
giustiziato perché aveva abbandonato la fede cristiana per tornare all’islam.
Episodi di
intolleranza verso i musulmani siciliani avvennero poi particolarmente ad opera
dei “Lombardi”, come vennero indicati gli originari dell’Italia settentrionale
immigrati in Sicilia, mentre alla corte regia a Palermo i successori di Ruggero
II, Guglielmo I ‘il Malo’ (1154-1166) e Guglielmo II (1166-1189) mantennero
l’aspetto orientale della corte.
L’arabista
Jeremy Johns dell’Università di Oxford, in un convegno tenutosi nell’ottobre
2006 a Bari, ha sottolineato che nel regno normanno di Sicilia avvenne una vera
e propria “fusione culturale” tra cultura occidentale e cultura orientale.
Certo, i sovrani normanni tolleravano i musulmani siciliani essenzialmente per
motivi pratici, dato che questi costituirono la maggioranza della popolazione e
pagavano la maggior parte delle tasse dalle quali derivava la ricchezza del
regno di Sicilia. Un noto esempio di questa simbiosi culturale è la Cappella
Palatina di Palermo con la sua struttura architettonica occidentale, i suoi
mosaici bizantini e il suo soffitto decorato con motivi arabi.
La situazione dei musulmani nel
regno normanno di Sicilia verso la fine dell’epoca normanna viene descritta
molto efficacemente da Ibn Giubair, un musulmano spagnolo che visitò l’isola
nel 1185. Egli descrive così la corte di Guglielmo II ‘il Buono’: «Palermo
(...) è la dimora di molti cittadini musulmani che hanno moschee, mercati
propri e molti sobborghi (...). Il re (...) è ammirabile per la sua buona
condotta e per il suo valersi dell’opera dei musulmani; tiene al servizio
giovani eunuchi, i quali tutti o in maggior parte mantengono in segreto la loro
fede e sono attaccati alla legge dell’Islam. (...) il soprintendente della sua
cucina è un musulmano. Dispone di un corpo di schiavi neri musulmani comandati
da un qaid scelto tra loro». Poi
parla dei medici ed astrologi del re e della sua capacità di leggere e scrivere
l’arabo. Racconta che «le ancelle e concubine che tiene a palazzo sono tutte
musulmane», e che esse avrebbero persino convertito all’islam le donne
cristiane viventi nel palazzo regio, cosa che sarebbe rimasta ignota al re.
Quando un giorno l’isola fu scossa da un forte terremoto, il re si sarebbe
accorto che le donne e i paggi invocarono «Dio ed il suo profeta (Maometto)».
Notata la presenza del sovrano questi sarebbero ammutoliti, ma il re avrebbe
loro detto: «ognuno di voi invochi l’Essere che egli adora ed in cui crede».
Nel prosieguo del racconto di Ibn Giubair si apprende però che al di fuori del
palazzo regio la situazione dei musulmani stava peggiorando in seguito alla
crescente latinizzazione e cristianizzazione dell’isola.
Mentre i musulmani, nel corso del
secolo XII, in Sicilia da maggioranza stavano diventando minoranza, c’era
un'altra componente religiosa del Mezzogiorno d’Italia che era stata da sempre
una minoranza. Si tratta della comunità ebraica che all’epoca dei Normanni nel
Mezzogiorno peninsulare ebbe un certo influsso culturale, tanto che qui
avvennero alcuni casi clamorosi di conversione dal cristianesimo alla fede
mosaica. Particolare scalpore deve aver destato la conversione dell’arcivescovo
Andrea di Bari, avvenuta nel 1066, che viene nascosta dalle fonte cristiane, ma
riferita da fonti ebraiche, come anche quella di un prete lucano, figlio di un
cavaliere normanno, che si convertì all’ebraismo nel 1102. La conquista
normanna non modificò la situazione giuridica degli ebrei siciliani che
continuarono a pagare il testatico (la gizya)
che avevano versato sotto il dominio arabo. Va notato che nell’Italia
meridionale, diversamente dalla Francia e dalla Germania, all’epoca della prima
crociata non avvennero persecuzioni di ebrei.
Alla corte multiculturale di Ruggero
II a Palermo non erano presenti ebrei, ma la situazione delle comunità
ebraiche, alle quali furono garantiti il libero esercizio della loro religione
e l’autonomia giuridica, doveva essere buona.
Il mosaico della chiesa della Martorana in
Palermo ove Ruggero II appare incoronato da Cristo.
Un indizio che ci induce a questo
giudizio è il fatto che nel 1153 a Napoli un ebreo acquisì due immobili
adiacenti alla sinagoga con la possibilità di trasformare uno di essi in una
sinagoga o scuola. Secondo la legge giustinianea, la costruzione di nuove
sinagoghe era invece vietata, ed era permessa soltanto la rinnovazione o
restaurazione di quelle già esistenti. Un altro indizio per la prosperità delle
comunità ebraiche del Mezzogiorno normanno è la celebre frase del rabbino Jacob Tam (sec. XII): “Da Bari verrà la Torah e da Otranto la parola di Dio”.
Il rispetto interreligioso,
praticato in quest’epoca, emerge anche da un documento del vescovo Giovanni di
Catania del 1168, secondo cui “Latini, Greci, Judei et Saraceni, unusquisque
iuxta suam legem iudicetur”. Il viaggiatore ebreo Beniamino di Tudela che
visitò intorno al 1170 l’Italia trovò le comunità ebraiche più consistenti nel
Sud: a Palermo 1500 persone, o capifamiglia, a Salerno circa 600, a Napoli e
Otranto circa 500, a Capua e a Taranto circa 300. Lo stesso numero della
comunità ebraica di Roma, cioè circa 200 persone o capifamiglia, contavano le
comunità ebraiche delle città di Benevento, Melfi, Trani e Messina. E altre
città meridionali, non visitate da Beniamino da Tudela, come per esempio
Siracusa, dovevano anch’esse ospitare delle comunità ebraiche notevoli, come
sappiamo da singoli documenti.
In epoca normanna la maggior parte degli
ebrei meridionali esercitarono mestieri di artigianato, mentre non mancarono
naturalmente medici e banchieri. Il prestito di denaro fu in quest’epoca però
praticato anche dai cristiani, mentre soltanto nel secolo successivo la Chiesa
romana avrebbe vietato tale attività ai cristiani, e Federico II avrebbe
accolto questo divieto nelle Costituzioni di Melfi del 1231.
Federico II, come è noto, era il
figlio di Federico I Barbarossa, e di Costanza d’Altavilla, figlia di Ruggero
II e erede del regno di Sicila in seguito alla morte senza figli di Guglielmo
II. Federico, dopo la sua nascita avvenuta nel 1194 a Jesi, passò la sua
infanzia a Palermo e fu quindi profondamente influenzato dall’eredità culturale
dei suoi antenati materni.
Come
testimonianza per il rispetto di Federico II per l’Islam viene spesso citato un
episodio, avvenuto durante la sua crociata (1228/29). La crociata federiciana,
come è noto, a differenza dalle altre crociate fu una spedizione militare che
ebbe successo senza combattere, soltanto grazie a trattative diplomatiche tra
Federico e il sultano d’Egitto, al-Kamil. Il cronista arabo Sibt ibn-al Giawzi
(1186-1256) racconta che l’imperatore avrebbe cacciato dal Santuario della
Roccia un prete cristiano, probabilmente perché questi ostentava lì il vangelo,
cosa che poteva essere interpretata dai musulmani come una provocazione;
inoltre, Federico avrebbe fatto ripristinare i richiami dei muèzzin alla
preghiera, sospesi su ordine del sultano al-Kamil come gesto di cortesia verso
l’ospite cristiano. L’imperatore, informato di questo, avrebbe detto al
funzionario arabo che aveva fatto eseguire l’ordine del sultano: «Avete fatto
male! Volete voi alterare il vostro rito e la vostra legge e fede a causa mia?
Se foste voi presso di me nel mio paese, sospenderei io forse il suono delle
campane a causa vostra?».
Lo stesso episodio viene anche
raccontato da un altro cronista arabo, Gamal ad-Din Ibn Wasil (1207-98), nato a
Hamat in Siria e dal 1252 a servizio del sultano mamelucco Baibars, il quale lo
inviò nel 1261 al re Manfredi in Sicilia. Ibn Wasil scrive: «Disse il cadi
Shams ad-din: io raccomandai ai muèzzin di non far l’appello alla preghiera
quella notte, per riguardo al sovrano. Quando al mattino entrai da lui, egli mi
disse: “O cadi, perché i muèzzin non han fatto l’appello alla preghiera secondo
il loro solito?” “Quest’umile schiavo, - risposi, - ne li ha impediti, per
riguardo e rispetto a vostra Maestà”. “Hai sbagliato nell’agir così, -
ripos’egli; - il mio maggiore scopo nel pernottare a Gerusalemme era di sentire
l’appello alla preghiera dei muèzzin e la loro lode a Dio durante la notte».
Questi racconti vanno però
interpretati con molta cautela: Ibn Wasil cercò di giustificare il trattato,
con cui al-Kamil restituì Gerusalemme ai cristiani, molto contestato nel mondo
musulmano, stilizzando Federico come un amico dei musulmani.
Nonostante ciò Federico II è stato
accusato, con riferimento alla deportazione dei Musulmani di Sicilia a Lucera,
di aver praticato un genocidio e una specie di “pulizia etnica”. Ma vediamo
brevemente i fatti: Nel 1221 la minoranza musulmana della Sicilia, che viveva
nella parte sudoccidentale dell’isola, nel Val di Mazara (a sudovest di
Palermo) e nel Val di Noto (tra Agrigento e Siracusa) si era ribellata contro
il dominio cristiano e aveva occupato la città di Agrigento prendendo in
ostaggio il locale vescovo, che fu liberato soltanto un anno più tardi dopo
aver pagato un riscatto. Federico II reagì con una spedizione militare, nel
corso della quale espugnò, dopo tre mesi d’assedio, la roccaforte musulmana di
Monte Jato (presso l’odierna S. Giuseppe Jato, a sudovest di Palermo). Il capo
dei ribelli Ibn ‘Abbàd si sarebbe recato
presso l’imperatore, ma questi gli avrebbe tirato un calcio ferendolo con lo
sperone del suo stivale; dopo sette giorni di prigionia l’avrebbe poi
squartato, mentre avrebbe ucciso i suoi figli legandoli alle code di cavalli, i
quale correndo li avrebbero trascinati sulla terra con una morte atroce. Questo
è quanto riferisce il cronista arabo Ibn Nazìf, secondo cui Federico II avrebbe
fatto uccidere 170.000 musulmani, deportandone altrettanti.
La testimonianza
di Ibn Nazìf è però inattendibile per vari motivi: 1) egli non era presente
agli eventi, ma riferisce soltanto “per sentito dire”; 2) l’accusa di strage,
cioè dell’uccisione di 170.000 musulmani, non trova riscontro in altre fonti,
si tratta quindi di una testimonianza isolata; se essa può avere una certa
credibilità o meno dipende da quanto possiamo accertare sulla personalità di
Federico II, cioè se era un personaggio sanguinario, tipo Saddam Hussein, che
non esitava a sterminare migliaia di persone, e se aveva un odio particolare
contro i musulmani che renderebbe plausibile un tale sterminio di massa; ma
questa ipotesi è piuttosto improbabile.
Per quanto
riguarda l’episodio narrato sulle crudeltà commesse da Federico II contro Ibn
‘Abbàd, sembra trattarsi di un’invenzione letteraria del cronista arabo. Da
altre fonti risulta soltanto che l’imperatore fece impiccare Ibn ‘Abbàd e i
suoi figli per la loro ribellione considerata alto tradimento e per il
sequestro del vescovo di Agrigento. Sicuro è che Federico II, dopo un’ulteriore
ribellione dei musulmani siciliani li fece deportare a Lucera, che diventò una
colonia musulmana in terra cristiana suscitando le vibrate proteste del papa. A
Lucera i musulmani potevano seguire indisturbati la loro religione ed essi
diventarono fedelissimi seguaci dell’imperatore, al quale i soldati musulmani
facevano comodo, quando si trovò in guerra con il papa.
Sul numero
esatto dei musulmani che vivevano a Lucera gli storici discutono ancora. Si è
parlato di 60.000, che è forse un po’ troppo.
Un cronista ben informato e
attendibile, il notaio Riccardo di San Germano, parla di 10.000 musulmani che
combattevano nel 1237 nell’esercito di Federico II in Lombardia; una fonte
veronese parla di 7000 arcieri musulmani tra le truppe federiciane. Quindi non
è improbabile che la popolazione della Lucera musulmana si sia aggirata intorno
a 50.000 persone, che sarebbe una cifra notevole, perché soltanto Bari, la
città più grande della Puglia, aveva una tale consistenza numerica.
Antica miniatura: Federico II in trono e la sua corte.
Il cronista
arabo, Ibn Wasil, che abbiamo già citato dinnanzi, fornisce una breve
descrizione di Lucera nel 1261 (quindi a poco più di 10 anni dalla morte di
Federico II): “C’era una città di nome Lucera, i cui abitanti sono tutti
musulmani dell’isola di Sicilia; lì si tiene la pubblica preghiera del venerdì,
e vi si professa apertamente il culto musulmano. Questa città è così dal tempo
dell’imperatore, padre di Manfredi. Egli (cioè Federico II) aveva intrapreso in
questa città la costruzione di un istituto scientifico perché vi fossero
coltivati tutti i rami delle scienze speculative. E la maggior parte dei suoi
familiari e funzionari di corte erano musulmani, e nel suo campo si faceva
apertamente l’appello alla preghiera e la preghiera canonica stessa”.
Il caso di
Lucera, come anche la corte orientaleggiante di Federico II, dove non mancavano
eunuchi e danzatrici arabe, venne sfruttato dalla propaganda pontificia per
dipingere l’imperatore svevo, accusato anche di eresia, di essere un
cripto-musulmano. Significativa è la testimonianza di un cronista cristiano di
Terra Santa, l’anonimo continuatore della Cronaca di Guglielmo da Tiro, che
scrive di Federico: “Egli aveva un amore e una fiducia così grande verso gli
infedeli e li conosceva così bene che onorava questo popolo e i suoi costumi
più di tutti gli altri. Come camerari e servi più fedeli sceglieva musulmani e
faceva sorvegliare le sue donne da eunuchi. In molte cose egli si teneva agli
costumi e alle usanze dei saraceni. Se egli riceveva inviati di principi
musulmani, li faceva accogliere con una grande festa e faceva a loro tanti
piaceri, che tutti ne erano meravigliati, e dava loro doni belli e preziosi. Al
sultano (al-Kamil) inviava spesso doni preziosi e splendenti, e allo stesso
modo gli li mandava il sultano. Perciò il papa e tutti gli altri cristiani
erano molto preoccupati e sospettavano fortemente che egli volessi convertirsi
alla fede di Maometto. Tutta la gente assicurava però con decisione che egli
non credette in nulla e che non sapeva più quale fede volesse eliminare e quale
scegliere e tenere.”
Più
differenziato è invece quello che a questo proposito raccontano due cronisti
inglesi, Ruggero di Wendover e Matteo Paris. Il primo narra che l’imperatore,
secondo quanto sostenuto dal papa, nel 1229 avrebbe “pranzato nel suo palazzo
ad Acri con saraceni e avrebbe dato a loro delle ballerine cristiane (mulieres christianas saltatrices) per dare
uno spettacolo davanti a loro, e, come si dice, per congiungersi carnalmente
con loro. (...) Dal suo comportamento era evidente, secondo le apparenze, che
egli approvasse più la legge dei saraceni che quella della nostra fede, perché
egli imitò in molte cose il loro rito”.
Il secondo
cronista, Matteo Paris, era come il primo un monaco benedettino del monastero
di St. Albans a nordovest di Londra; egli era ben informato delle vicende
dell’Italia meridionale perché era in stretto contatto con la casa reale
inglese, dalla quale proveniva la terza moglie di Federico II, Isabella
d’Inghilterra. Il monaco inglese era comunque molto critico verso il papato a
causa della politica finanziaria dei pontefici che egli non approvava. Matteo
Paris scrive che il papa rimproverò all’imperatore di seguire piuttosto
Maometto e la legge saracena che Cristo e la fede cristiana; e inoltre che il
papa in uno scritto diffamatorio (invectiva
epistola) accusò l’imperatore “che egli avrebbe, cosa orribile da leggere,
chiamato impostori sia Maometto che Gesù e Mosè”. A questo proposito il
cronista inglese osservò però, che in verità l’imperatore “nelle sue lettere
scrive umilmente e cattolicamente di Dio, soltanto che egli fa rimproveri alla
persona del papa, non alla sua carica; ed egli non proclama ne afferma, per
quanto ci risulta finora, qualcosa di eretico e di antiecclesiastico”.
Il benedettino
inglese respinse quindi con decisione l’accusa di eresia rivolta contro
Federico II dalla propaganda pontificia. Si trattava infatti di un’accusa
strumentale che servì per giustificare la lotta contro l’imperatore, causata da
motivi politici, e in particolare dalla volontà del papa di affermare la sua
superiorità sul potere temporale, cosa inaccettabile per Federico, il quale
difendeva con decisione la indipendenza del potere temporale da quello
spirituale.
L’atteggiamento
rispettoso di Federico II verso i musulmani e anche, come vedremo, verso gli
ebrei va inquadrato nel clima generale del Duecento, che fu, come ha scritto
Franco Cardini “uno dei momenti, in cui Cristianità e Islam (...) furono più
vicini”, facendo esplicito
riferimento alla passione di Federico II per la cultura araba.
L’imperatore svevo dimostrò un
grande rispetto non soltanto verso i musulmani, ma anche verso gli ebrei.
Significativo è un caso avvenuto nel 1236, quando egli si trovò Germania: Gli
ebrei di Fulda erano stati accusati di aver ucciso dei ragazzi cristiani per
usare il loro sangue per scopi rituali. Per dimostrare la falsità di queste
accuse, Federico fece convocare alcuni ebrei che si erano convertiti alla fede
cristiana per accertare se ci potesse essere un motivo per cui gli ebrei
avrebbero avuto bisogno di sangue umano e per cui quindi avrebbero potuto
essere indotti a un tale crimine. Dall’interrogatorio si evinse che ciò non era
il caso; anzi risultò che agli ebrei era assolutamente vietato di macchiarsi di
qualsiasi tipo di sangue. Nella sentenza emanata nell’agosto 1236 ad Augusta,
considerato «che è improbabile che coloro, a cui è vietato il sangue di
animali, abbiano sete di sangue umano e mettano per ciò in pericolo i loro beni
e le loro persone», fu decretato che gli ebrei venissero prosciolti e fu
vietato di molestarli in futuro con un’accusa così infamante; anzi essi, in
qualità di «servi dell’imperatore» dovevano avere un trattamento «favorevole e
benevolo».
Interessante è il fatto che Federico
dichiarò nell’introduzione a questa sentenza che egli già in partenza era
convinto della innocenza degli ebrei, perché egli conosceva molti dei loro libri,
e che aveva fatto avviare l’inchiesta menzionata anzitutto «per la
soddisfazione (...) della popolazione priva di cultura». Che questa
dichiarazione non è pura retorica, ma corrisponde ai fatti, è stato dimostrato
sulla base di fonti ebraiche (quindi insospettabili): da esse si apprende che
l’imperatore discusse personalmente con studiosi ebraici presenti alla sua
corte su questioni filosofiche e teologiche, e in particolare su alcuni versi
del Talmud.
Nello stesso periodo in Francia,
Luigi IX ‘il Santo’ fece invece bruciare lo stesso libro sacro degli ebrei come
testo eretico.
Quanto fosse
però improprio parlare di “tolleranza” di Federico II verso musulmani ed ebrei,
invece di rispetto, come lo preferiamo noi, viene dimostrato dalle celebri
Costituzioni di Melfi, emanate dall’imperatore svevo nel 1231. Qui vengono
stabilite delle norme notevoli di protezione delle minoranze religiose: Si
legge infatti nel § 18 del libro I che “i giudei e i saraceni e altri” hanno il
diritto di appellarsi all’imperatore contro eventuali abusi d’ufficio dei
funzionari statali, perché, così recita la norma “non vogliamo che vengano
rinchiusi come innocenti solo perché sono ebrei o musulmani”.
Questa norma è notevole, perché contraddice il diritto canonico che vieta di
concedere a musulmani ed ebrei gli stessi diritti dei cristiani.
Ma avere lo
stesso diritto di appello dei cristiani non significava essere considerati
uguali a questi. Ciò è dimostrato da un’altra norma delle stesse Costituzioni
(I 28), che imponeva alle comunità locali, che non riuscivano a consegnare alla
giustizia un assassino, una multa che variava secondo l’appartenenza religiosa
della vittima: se si trattava di un cristiano, la multa era di 100 augustali;
se invece la vittima era un ebreo o un musulmano era soltanto di 50 augustali. Per
dirla in modo esplicito: anche se nella norma precedente (I 27) veniva
proclamato che gli ebrei e i musulmani non dovevano essere perseguitati a causa
della loro fede, divenne così evidente che
la vita di un ebreo o di un musulmano valeva la metà di quella di un cristiano!
Siamo quindi
ancora lontani mille miglia dalla tolleranza moderna intesa come piena
uguaglianza dei diritti. La società medievale era del resto basata sulla
disuguaglianza che si credette voluta da Dio. Penso al noto concetto
altomedievale della società tripartita in tre “classi”: gli oratores, cioè coloro che pregano,
quindi il clero; poi i bellatores,
quelli che fanno la guerra (bellum),
cioè la nobiltà; e infine i laboratores,
coloro che lavorano, cioè il resto della società: contadini e lavoratori di
ogni genere.
In conclusione:
La tolleranza, oggi considerata giustamente uno dei valori etici più alti, non
ha la sua origine nel Medioevo bensì in età moderna. Ma il rispetto interetnico
e interreligioso, che era una premessa allo sviluppo dell’idea di tolleranza, è
stato praticato, a vari livelli, già nel Medioevo; e ciò particolarmente in
regioni multietniche e multiculturali come la Spagna e l’Italia meridionale.
Nella coesistenza, ma anche nelle dispute e nelle lotte tra gli appartenenti
alle tre grandi religioni, tutte nate nel Mediterraneo, l’ebraismo, il
cristianesimo e l’islam, si è preso coscienza della pluralità delle esperienze
religiose che trovarono un elemento comune nel credo in un unico Dio creatore. E in
questo contesto i due personaggi, sui quali ci siamo soffermati, hanno avuto un
ruolo di primo piano.