La cultura di Federico II: genesi di un mito. Il valore della memoria e della philosophia nell’Historia dello pseudo-Iamsilla [Il saggio costituisce un
aggiornamento di quello già pubblicato in
F. Delle Donne, Politica
e letteratura nel Mezzogiorno medievale, Salerno, Carlone Editore,
2001, pp. 75-109]
Tra le fonti cronachistiche di età sveva la Historia de rebus gestis Frederici II
imperatoris eiusque filiorum Conradi et Manfredi Apuliae et Siciliae regum
è sicuramente una delle più interessanti, sia dal punto di vista delle
informazioni storiche di cui ci porta a conoscenza, sia da quello della fattura
letteraria. Essa, infatti, con uno stile non esente dall’eleganza e dalla
ricercatezza retorica tipica delle scuole di dictamen attive nell’Italia
meridionale soprattutto nella prima metà del XIII secolo, fu composta molto
probabilmente nel periodo compreso tra l’incoronazione di Manfredi, del 10
agosto 1258, e la sua disfatta beneventana, del 26 febbraio 1266, anche se
narra minuziosamente soprattutto le vicende susseguitesi nel Regno tra il 1254
e il 1256. Tuttavia, l’interpretazione dell’opera, sia quella relativa alla sua più ampia natura ideologico-politica, sia
quella relativa alla più minuziosa indagine sulle notizie che trasmette, non è
sempre agevole e neppure scevra da dubbi. E non solo perché la
si può leggere solo in edizioni poco sicure dal punto di vista ecdotico[1], ma anche perché
ancora ignoto ne è l’autore. Non si vuole, in questa sede, affrontare l’Historia
nel suo complesso: l’intenzione è quella di approfondire solo una questione,
che, comunque, potrebbe essere significativa e utile
all’interpretazione dell’intera opera. Una questione che, in tutta la sua
problematicità, si presenta al lettore già nelle prime pagine della cronaca, la
quale comincia con la morte di Federico II, racconta brevemente le vicende di
Corrado fino alla sua morte, poi narra in maniera particolareggiata – come già
ricordato – gli eventi del periodo compreso tra il 1254 e il 1256 e,
finalmente, in maniera più sommaria accenna ai fatti successivi, fino
all’incoronazione di Manfredi, nel 1258. L’Historia comincia con il richiamo al valore del ricordo, sia quello limitato entro i termini della natura umana, sia quello monumentale, delle opere storiche. «Inter eos, quos memoria
hominum habet ab antiquo scripta, commemorant[2] Romano praefuisse
Imperio, Fredericus Imperator, ex patre aliquando Imperatore
clarissimam ducens originem, ipsius Imperii dignitatem sapientia et
generositate sua ceteris amplius decoravit, ut maiorem decorem ipse Imperio,
quam sibi Imperium contulisse probetur»[3]. [«Tra
quelli che sono ricordati aver retto l’impero romano e che la memoria degli
antichi tramanda negli scritti, l’imperatore Federico, che traeva la sua
nobilissima origine da un padre anch’egli imperatore, con la sua sapienza e con
la sua generosità ornò più degli altri la dignità dell’impero, così che egli
stesso appare aver conferito all’impero pregio maggiore di quanto abbia
conferito l’impero a lui»]. La memoria, proprio per la sua menzione
in una posizione di rilievo, all’inizio dell’opera, ha dunque un valore nobile
e nobilitante, tanto più che essa viene ulteriormente
esaltata e resa quasi perenne perché è ab antiquo scripta. Ma perché l’autore sente la necessità di dare inizio alla
sua opera nel segno della memoria e del ricordo? Forse,
in questo, è già da intravedere il segno di una mutata concezione del
trascorrere del tempo[4], introdotta dai
rinnovati studi dei testi aristotelici – ormai ampiamente circolanti –, secondo
cui il tempus non è più simbolo della caducità e della morte, ma assume
nuove valenze in relazione all’eternità. La concezione
aristotelica del tempo certo non creò, ma sicuramente intensificò il desiderio
degli uomini di acquistare fama e di vedere perpetuato il proprio nome. In ogni
caso, però, la memoria e la fama potevano avere significato solo se si riteneva
che il mondo e il genere umano fossero eterni e immortali e se il tempo stesse a significare vita e non morte, ossia se la gloria del mondo
fosse un equivalente laico della beatitudine immortale del mondo ultraterreno[5]. A un simile problema sicuramente si interessò Federico II,
che lo fece oggetto di uno dei quesiti inviati al dotto arabo Ibn-Sabin[6], e suoi riflessi si
trovano nei documenti prodotti dalla cancelleria dell’imperatore: innanzitutto
nel preconium in suo onore attribuito a Pier della Vigna, nel cui finale
ci si augura che «vivat, igitur, vivat sancti Friderici nomen in populo,
succrescat in ipsum fervor devotionis a subditis, et fidei meritum mater ipsa
fidelitas in exemplum subiectionis inflammet»[7]; [«Viva dunque,
viva nel popolo il nome del santo Federico, cresca in lui il fervore della
devozione che gli deriva dai sudditi, e la stessa madre fedeltà infiammi il
merito della fede nell’esempio della sottomissione»]; e in un componimento di
Enrico di Avranches, in cui si conclude: «laudis erit quasi summa tue, mansura
per evum, / et per secla tibi dabit indelebile nomen»[8] [«Sarà quasi la
somma della tua lode, destinata a rimanere in eterno, e ti darà nei secoli un
nome che non verrà dimenticato»]. Ma anche lo stesso Manfredi, le cui imprese
costituiscono l’oggetto preponderante della narrazione dell’Historia, si
mostra sensibile a tali istanze di gloria e di
eternità, dal momento che è scritta a suo nome una lettera con cui si
accompagna l’invio, «ad evidentis fame nostre preconium», di alcune traduzioni
da Aristotele e da altri autori antichi[9]. Probabilmente
è anche in connessione con tali rinnovate istanze che
comincia a diffondersi, proprio in quel periodo, la necessità di compilare
opere di carattere storiografico, anzi cronachistico o addirittura
memorialistico, alle quali viene affidato lo specifico compito di tramandare il
ricordo degli eventi. Sempre più spesso, del resto, si incontrano
opere di quel tipo compilate da notai, ovvero dalla categoria di funzionari
che, più di ogni altra, incentra la propria attività sull’attestazione della publica
fides e sulla conservazione della memoria documentaria. Forse, dunque, non
è un caso che l’Historia, a quanto risulta
dalle notizie in essa contenute e dal modo in cui vengono riferite, sia opera
di un notaio. Anche se bisogna dire che essa è ancora molto lontana dagli esiti
delle “cronache notarili” di epoca successiva, nonché
dalle loro tecniche[10]. In ogni caso, risulta evidente che quell’opera costituisce il resoconto di
qualcuno che partecipò personalmente alle vicende descritte. Sembra tuttavia che l’intento dell’autore non sia semplicemente
quello di trasmettere asetticamente e ufficialmente il ricordo degli eventi
descritti. Egli cerca di interpretarli in funzione giustificativa, se
non addirittura elogiativa del personaggio che è sempre al centro della
narrazione. E anche la memoria e il ricordo dei predecessori di Manfredi
assumono un aspetto decisamente funzionale. Infatti, come abbiamo già detto, l’Historia ricorda
brevemente il padre di Manfredi, l’imperatore Federico II, che costituisce,
necessariamente, il modello con cui il più giovane sovrano si confronta,
risultando poi, implicitamente, superiore. Della vita di Federico si
menzionano, talvolta seguendo criteri non cronologici ma di connessione logica,
alcuni principali eventi, in genere collegati – forse in maniera strumentale,
come vedremo – anche ai nomi dei papi dell’epoca corrispondente: la
fanciullezza passata sotto la tutela di Innocenzo III,
la cura del regno di Sicilia e di Germania, nel periodo in cui era papa Onorio
III, l’acquisizione del regno gerosolimitano, la riconquista dell’Italia
meridionale e il conflitto con i Comuni, mentre era pontefice Gregorio IX. Non vengono menzionate le scomuniche – ma nemmeno quella subita
da Manfredi –, evidentemente per non ravvivare il ricordo di questioni poco
gradite nel momento in cui il nuovo sovrano cercava di ripristinare i contatti
con la santa sede. I temi trattati ripercorrono sommariamente lo schema che si
trova normalmente nei panegirici e che era stato anche teorizzato nel III-IV secolo dopo Cristo da Menandro Retore[11]. Certo, l’autore della Historia non potette conoscere quelle
teorizzazioni, e nemmeno gli antichi panegirici che ne costituirono il modello,
ma, in ogni caso, la ripresa delle linee organizzative di quei testi dimostra
l’esistenza di un sommerso filone ideologico e tecnico che, senza soluzione di
continuità, collega l’età tardo-antica con le epoche successive[12]. Del resto è
evidente come lo pseudo-Iamsilla segua almeno lo schema tematico
del genere retorico panegiristico: dapprima tratta dei natali del personaggio,
poi delle azioni da lui compiute in tempo di guerra e in tempo di pace, per
concentrarsi, infine, sull’esaltazione delle sue virtù. Virtù che, però, per Federico,
appaiono velate da una sottile ombra. Infatti, così vengono
sintetizzate: «Vir quidem fuit magni cordis, sed
magnanimitatem suam multa, quae in eo fuit, sapientia temperavit, ut nequaquam
impetus eum ad aliquid faciendum impelleret, sed ad omnia
cum rationis maturitate procederet; multoque sane fecisse maiora, quoniam fecit
se cordis sui motibus posse absque freno philosophico moderamini obtemperasse,
utpote qui philosophiae studiosus erat, et quam et ipse in se coluit et in
Regno suo propagari ordinavit. Tunc quidem ipsius felici tempore in Regno
Siciliae erant literati pauci vel nulli; ipse vero imperator liberalium artium,
et omnis approbatae scientiae scholas in Regno ipso constituit, doctoribus ex
diversis mundi partibus per praemiorum liberalitatem accitis constitutoque tam
eis salario, quam pauperibus auditoribus, sumtum de sui aerarii largitate, ut
omnis conditionis, et fortunae homines nullius occasione indigentiae a
philosophiae studio retraherentur.»[13] [«Fu certamente uomo di gran
cuore, ma la sapienza, che fu molta in lui, temperò la sua magnanimità, così
che non fu spinto mai a fare qualcosa per impeto, ma procedette a fare ogni
cosa con la maturità della ragione; e sicuramente avrebbe fatto cose molto
maggiori di quanto fece, se avesse potuto ubbidire ai moti del suo cuore senza
il freno della filosofia, dal momento che fu studioso di filosofia, che egli
stesso coltivò e ordinò che venisse propagata nel suo Regno. Allora, infatti,
all’epoca di quel felice signore, vi erano nel Regno di Sicilia pochi uomini di
lettere, anzi non ve ne era quasi nessuno; ma egli
stesso creò nel Regno scuole di arti liberali e di ogni approvata scienza, dopo
aver fatto venire maestri dalle diverse parti del mondo con la promessa di
lauti compensi, e dopo aver stabilito un salario (al quale provvedeva
attingendo dal suo erario) tanto per loro, quanto per gli studenti bisognosi,
così che le persone di ogni condizione e fortuna non fossero allontanate dallo
studio della filosofia a causa della povertà»]. Il
passo, pur nella sua occasionale complessità e problematicità sintattica, offre
una presentazione di Federico II che non può non lasciare qualche dubbio nel
lettore. Soprattutto colpisce la particolare connotazione che viene attribuita alla sua passione per la philosophia.
Ma analizziamo più attentamente il modo in cui lo pseudo-Iamsilla
descrive le virtù dell’imperatore, e cerchiamo di capire quali sono gli
argomenti che si presentano maggiormente sorprendenti. Abbiamo già visto che, nell’inizio dell’Historia,
Federico viene descritto come sapiens e generosus,
e che, grazie a quelle virtù, appare «maiorem decorem ipse Imperio, quam sibi
imperium contulisse»; un motivo che ripropone un topos del genere
panegiristico, dato che lo si ritrova anche in qualcuno dei Panegyrici
Latini, scritti tra il III e il IV secolo dopo Cristo[14]. Ebbene, quelle
virtù tornano simili nella successiva e più specifica
trattazione. Infatti, viene innanzitutto presentata la
coppia sapientia-magnanimitas, dove quest’ultima potrebbe essere una
variante sinonimica della precedente generositas. Solo che a contrastare
questa conclusione interviene la considerazione che mentre
la generositas era una virtù completa, totalizzante, tanto da essere un
motivo di pregio per l’intero impero, anzi un dono concesso dalla persona
dell’imperatore, la magnanimitas appare incompleta, temperata dalla sapientia
che le impedisce di liberarne l’impeto. Fino a qui, la cosa potrebbe ancora
essere considerata un pregio, un ulteriore motivo di
vanto per l’imperatore, che non faceva niente spinto dagli impulsi della
passione, ma che «si volgeva ad ogni cosa ponderandola con la maturità della
ragione»: del resto, la descrizione delle virtù si concentra sull’istituzione,
da parte di Federico, dello studium di Napoli e sulla concessione di
alti stipendi ai maestri e di sovvenzioni agli studenti più poveri, in modo che
non venissero forzatamente allontanati dallo studio della filosofia. Tuttavia, viene rivelato che la sapientia costituisce un impedimento,
una costrizione che trattiene Federico dal fare cose più importanti, «multoque
sane maiora», rispetto a quelle che egli fece. Certo la frase in cui si afferma
ciò, nel testo edito, non appare per niente chiara; e non appariva chiara
neppure al Muratori, che, giustamente la riteneva
corrotta: questo è sicuramente uno dei casi che fanno ritenere necessaria
un’edizione critica dell’opera[15]. Comunque, in nota, Muratori proponeva la seguente lezione:
«Multoque sane fecisset maiora quam fecit si cordis
sui motibus potuisset absque freno Philosophiae obtemperare»[16]. Lezione
implicitamente accolta anche da Stanislao Gatti, che, nella traduzione che
accompagna il testo di Giuseppe Del Re, così rende l’espressione latina: «E
certamente molto maggiori cose avrebbe fatto, se
avesse potuto ubbidire a’ moti del suo cuore senza il freno della filosofia»[17]. Comunque stiano le cose, che potranno essere risolte solo
attraverso un’analisi ecdotica approfondita, il senso della frase appare
piuttosto chiaro, soprattutto per l’espressione «absque freno philosophico»,
difficilmente interpretabile in senso positivo; ma anche per l’uso di «maiora»,
che acquista maggiore significato se si tiene presente che il più antico ed
autorevole manoscritto che riporta l’opera dello Pseudo-Iamsilla (Napoli, Bibl.
Naz., IX C 24, c. 1v)[18] mette in
correlazione quel comparativo con una poco chiara abbreviazione, che potrebbe,
tuttavia, essere sciolta con il più perspicuo quam invece che con il
poco spiegabile quoniam[19]. Dunque, risulta che l’autore dell’Historia considera la sapientia,
ovvero la philosophia di Federico quasi alla stregua di un vizio. Cosa
che sicuramente non può non sorprenderci, dato che il grande imperatore svevo viene solitamente descritto, e spesso con toni
esasperatamente esaltanti, come un personaggio dotato di cultura eccezionale. Ma conviene approfondire la questione, per capire perché lo
pseudo-Iamsilla, sottilmente, caratterizza negativamente la philosophia
di Federico. La svalutazione della sapientia
dell’imperatore, dunque, non può non colpire, ed è tanto più sorprendente,
perché in seguito, e a più riprese, Manfredi, il vero protagonista della
narrazione, viene esaltato proprio per la sua cultura
e per l’aver riassunto in sé le virtù del padre. Infatti,
appena descritta la morte di Federico, l’autore dell’Historia passa
subito a dire: «Cum autem idem Conradus esset in Alamannia,
dicto Manfredo[20],
quem Imperator prae ceteris filiis dilectissimum, et in aula sua nutritum, suisque
documentis instructum, Principem Tarenti constituerat, concessit sibi comitatus
Gravinae, Tricarici et Montis Caveosi...»[21] [«Poiché Corrado si trovava in
Germania, concesse a Manfredi – che l’imperatore amava più di tutti gli altri
figli, e l’aveva allevato alla sua corte, istruito coi suoi insegnamenti, e
nominato principe di Taranto – la contea di Gravina, di Tricarico e di
Montescaglioso…»]. L’ereditarietà
della virtù[22],
che già è stata postulata all’inizio della cronaca, trova pieno sviluppo e conferma
quando si comincia a parlare di Manfredi che è colui che
più di ogni altro figlio segue l’esempio di Federico: anzi, proprio per questo
è il «prae ceteris filiis dilectissimum», come sembra confermato anche dalla
ripetizione dei pronomi possessivi sua e suis riferiti proprio
all’aula e ai documenta di Federico. Del resto, il rapporto di ereditarietà della virtù implicito in Manfredi, e non in
altri, è ravvisabile e contrario da quello che era stato detto
precedentemente sul primogenito Enrico: egli si ribella al padre, che viene
paragonato, icasticamente, a colui che vede «quasi viscera sua extra se»[23]. Certo, anche gli
altri figli sono degni di Federico: lo pseudo-Iamsilla li vede «prudentes
quidem, atque magnificos, paternasque virtutes particulariter imitantes»[24]. Ma, come dice continuando, è Manfredi il suo vero erede:
«iste tamen princeps Manfredus paternarum gratiarum
atque virtutum heres fuit universalisque successor, ut ius primogeniturae, quod
secundum carnem apud aliquos ex fratribus suis erat, ex
praefiguratione aliqua in filiis Isaac atque David, in eum esset divinae
provisionis consilio transferendum»[25]. [«Il principe Manfredi fu l’erede
e il successore universale delle grazie e delle virtù paterne, così che il
diritto di primogenitura, che secondo la natura apparteneva ad altri suoi
fratelli, secondo la prefigurazione che si ritrova nei figli di Isacco e
Davide, in lui dovette essere trasferito per decisione della provvidenza
divina»]. Manfredi,
insomma, è colui che è destinato a succedere a
Federico per volontà divina, anche se per nascita non è il primogenito: ma le
sacre scritture offrono in Giacobbe e Salomone[26] le prefigurazioni
della sua sorte e della sua ascesa al trono avito. E Manfredi viene quasi identificato con Federico, sul cui nome si
costruisce un vortice di preziosismi retorici e giochi verbali, tipici della
cultura dettatoria dell’epoca[27]: «Et non sine causa Manfredus vocatus fuerit,
quasi manens Frederico[28], in quo quidem
vivit pater iam mortuus, dum paterna virtus in ipso manere
conspicitur. Vel Manfredus, idest manus Frederici, utpote
sceptrum tenere dignus est, quod manus paterna tenuerat. Vel Menfredus, idest mens Frederici, sive memoria Frederici, quasi
in eo mens, vel per eum memoria Frederici perduret. Vel Minfredus, idest
minor Frederico, maiori oblato subcrescens. Vel Monfredus, idest mons
Frederici, sive munitio[29] Frederici, in quo
videlicet Frederici nomen et gloria ultro usque in monte, sive munitione
excelsa quasi ad sepulcrum posterorum servata
consistunt, ut per quamcumque vocalem etymologiam ipsius nominis varietur,
paterna ibi res, et nomen inveniatur... Sic persona principis rem nomenque
paternum in se per omnium vocalium varietatem concludens, ea esse videatur,
secundum quam universale regimen per se subsistere nequeat, et quae ad idem
regimen adminiculo alieno non indigens, sola perfecte sufficiat.»[30] [«E non senza ragione fu chiamato
Manfredi, quasi mantenimento di Federico, perché in lui vive il padre già morto
e in lui si vede rimanere la virtù paterna. O Manfredi, cioè
mano di Federico, dal momento che è degno di tenere lo scettro che già aveva
tenuto la mano del padre. O Menfredo, cioè mente di
Federico, o memoria di Federico, quasi che perduri in lui la mente o la memoria
di Federico. O Minfredo, cioè minore di Federico, che
aumenta per la maggiore concessione. O Monfredo, ovvero Munfredo, cioè monte di Federico o munizione di Federico, in cui il
nome e la gloria di Federico risiedono più alte che monte, ovvero sono
conservati con eccelsa fortificazione in ricordo dei posteri; così che con
qualunque vocale si vari l’etimologia del suo nome, si possono ritrovare sempre
la sostanza e il nome del padre… Così, la persona del principe, racchiudendo in
sé, con la variazione di tutte le vocali, la sostanza e il nome del padre,
appare essere proprio quella che basta assolutamente da sola, da cui si ricava
che mentre il regno universale non può sussistere per se stesso, non ha bisogno
tuttavia di altro sostegno»]. Dunque,
Manfredi viene rappresentato come colui che possiede
le stesse virtù del padre, come l’unico che le può conservare e condurre allo
stesso grado di perfezione a cui erano giunte con Federico. Manfredi non viene esaltato come superiore al genitore, ma semplicemente
come il vero depositario della sua eredità spirituale e politica, in quanto,
dopo la morte di Federico, «nulla
quodammodo visa fuit interruptio facta paternae tranquillitatis et pacis, sed
continuato dominio patris ad filium idem videbatur
esse regimen principis, quod fuerat imperatoris»[31]. [«Non parve esserci stata alcuna
interruzione della tranquillità e della pace paterna, ma, continuato nel figlio
il dominio del padre, sembrava che fosse identico il governo del principe e
quello dell’imperatore».] Proprio
la sapienza di Federico, del resto, viene menzionata
come la principale virtù trasmessa intatta al figlio. E, infatti, continuando
la lettura del passo in cui viene fatta esplodere la
girandola di variazioni vocaliche sul nome dell’elogiato, si trova questa
affermazione: «Et sicut nihil est, quod sine vocabulo aliquo
exprimi possit aut scribi, ita nihil eorum sit, quae in patre augusto ad
universale regimen convenerunt, quod filio tam ex paterni
nominis specie, quam ex suae sapientiae mutatione[32] non congruat»[33]. [«E come non vi è nulla che non
possa essere espresso a parole o per iscritto, così non vi è nulla di ciò che
si riuniva nell’augusto padre per il regno universale, che non si addica al
figlio tanto per la forma del nome paterno, quanto per il trasferimento in lui
della sua sapienza».] E,
addirittura, Manfredi viene successivamente detto
«princeps philosophiae filius et alumnus»[34]. Anzi, nel momento
in cui si descrivono più specificamente le virtù di Manfredi, che la natura aveva reso «gratiarum omnium receptabilem»[35], viene ricordato
anche che «a pueritia enim paternae philosophiae
inhaerens, obstendebat per certa ingenitae discretionis indicia, quantum in
maiori aetate prudentiae esset habiturus, et qualiter
ipse erat, per quem domus augusta gubernari poterit et in statu gloriae
conservari»[36]. [«Adeguandosi, sin dalla
fanciullezza, alla filosofia paterna, mostrava, con certi indizi di innato
ingegno, quanta prudenza avrebbe potuto avere con l’avanzare dell’età, e come
era proprio da lui, che la reggia augusta avrebbe potuto essere retta e mantenuta
in gloria».] Affermazione
che, da un lato, porta a compimento la costruzione elaborativa precedente,
relativa alla acquisita eredità della sapienza
paterna, e, dall’altro, conferma quello che di Manfredi sappiamo anche da altre
fonti. Infatti, nella lettera che accompagna l’invio allo studium di
Parigi di alcune traduzioni di opere di Aristotele e
di altri non specificati autori antichi, che è trasmessa nell’epistolario di
Pier della Vigna[37]
e che generalmente viene attribuita a Federico II, ma che in realtà – come
risulta chiaro dall’esame dei manoscritti che la riportano – fu inviata da
Manfredi nel 1263[38], così risulta
riassunta la passione, nutrita fin dalla fanciullezza, per lo studio e per la
conoscenza: «In
extollendis regie prefecture fastigiis, quibus congruenter officia, leges et
arma communicant, necessaria fore credimus scientie condimenta, ne per huius suaves et mulcebres semitas, nube ignorantiam
commiscente, vires ultra licitos terminos effrenate lasciviant, et iusticia
citra debiti regulas diminuta languescat. Hanc nos profecto qui divina
largitione populis presidemus, generali qua omnes homines natura scire
desiderant, et speciali qua gaudent aliqui utilitate proficere, ante suscepta
nostri regiminis onera semper a iuventute nostra
quesivimus, formam eius indesinenter amavimus et in odore unguentorum suorum
semper aspiravimus indefesse. Post regni vero curas assumptas, quanquam operosa
frequenter negociorum turba nos distrahat, et civilis sibi ratio vendicet
solicitudinis nostre partes, quidquid tamen temporis de rerum familiarium
occupatione decerpimus, transire non patimur ociosum, sed totum in lectionis
exercitatione gratuita libenter expendimus ut anime clarius vigeat instrumentum
in acquisitione scientie, sine qua mortalium vita non regitur...»[39]. [«Per innalzare i fastigi del governo
regio, con i quali sono armonicamente connessi gli uffici, le leggi e le armi,
crediamo che siano necessari i fondamenti della scienza, perché le forze,
avvolte dalla nube dell’ignoranza, non si fiacchino oltre il consentito senza
freno percorrendo i sentieri del piacere e del diletto, e perché la giustizia,
sminuita e incapace di raggiungere le regole del dovere, languisca. Noi che
reggiamo i popoli per concessione divina, secondo la natura comune per cui tutti gli uomini desiderano sapere, e secondo la
natura speciale per cui alcuni godono nel migliorare secondo utilità, abbiamo
sempre ricercato la scienza, sin dalla giovinezza, prima che ci assumessimo
l’onere di regnare, e ne abbiamo amato ininterrottamente l’aspetto, e ne
abbiamo respirato instancabilmente il profumo. E anche dopo che abbiamo assunto
la guida del regno, sebbene spesso ci distragga il continuo alternarsi delle
incombenze pubbliche, e l’amministrazione dello stato rivendichi a sé la nostra
sollecitudine, non permettiamo che trascorra nell’ozio quel po’ di tempo che
riusciamo a strappare alle cure familiari, ma tutto lo dedichiamo
volentieri alla gradita lettura, perché abbia più chiaro vigore l’anima, lo
strumento di cui possediamo per l’acquisizione della scienza, senza la quale
non viene retta la vita dei mortali…».] Se questa era la considerazione che
Manfredi aveva per la sapienza e se la sua passione per la filosofia veniva celebrata anche dallo pseudo-Iamsilla, come si può
spiegare, allora, la sua critica alla stessa passione dimostrata da Federico?
La risposta non è semplice, ma forse la si può trovare
proprio nel modo in cui viene trasformata in vizio la virtù federiciana che
trovava estrinsecazione nella ricerca della sapientia e della philosophia,
le quali, evidentemente, nella loro smodatezza, finivano per sminuire e
sottomettere la magnanimitas. Manfredi, al contrario, appare sì ispirato
alle istanze della scienza e della filosofia, ma
riesce a moderarla con l’umiltà e a non farsi dominare da una sapientia
arrogante. «Non quidem imitans superbum et ignarum filium
Salomonis, qui dum seniorum consilia sprevit et iuvenilium vel coetaneorum
suorum suasionibus adhesit, paterni Regni divisionem in diebus
suis vidit, et servum patris sui passus est in Regno consortem»[40]. [«Certamente non imitando il
superbo e ignorante figlio di Salomone, che disprezzando i consigli dei più
anziani e abbandonandosi alle lusinghe dei più giovani o dei suoi coetanei,
vide, durante la sua vita, la divisione del regno paterno e sopportò che gli si
associasse nel regno il servo di suo padre».] L’umiltà
è, dunque, non solo lo strumento indispensabile al governo, ma è anche quello
che impedisce ai regni di essere persi o divisi. È proprio questo che sembra,
in effetti, interessare maggiormente l’autore dell’Historia. Egli
appare, in ogni momento, non solo proteso a giustificare l’assunzione al trono
di Manfredi, ma anche intenzionato a dimostrare che l’unico intento del
principe è quello di tenere unito il Regno e proteggerlo: anche a costo di
farsi da parte, come capita in occasione del ritorno dalla
Germania di Corrado, quando, per l’affetto nutrito verso il fratello e
per il bene futuro dello stato, Manfredi accetta di essere da lui umiliato e
offeso[41]. Anche quando è
costretto a punire chi gli si è ribellato, egli lo fa come chi «non ad desolationem sed ad correctionem et regimen populi natus
erat»[42]. Perché, con un
implicito richiamo al proemio delle Costituzioni Melfitane[43] e alle arenghe di alcuni documenti prodotti dalla cancelleria imperiale e
papale[44], ha capito qual è
il segreto per ben governare. «Sed
ea est potentia, ea virtus in mundi rectoribus, ut habeant cum quibus, et per
quos animi sui virtutes exerceant; et[45] in hoc maxime
rectorum industria virtusque probatur, quod rudes animos aliorum et vires, quae
sine exercitio in aliquibus habentur inutiles, consilio et moderamine suo ad laudabilia utilium operum experimenta rectificant[46] atque disponunt:
sicque in rectore potentia crescit et gloria, dum subiectorum sibi subsidia et
vires assistunt: decrescit autem et deperit, si ea suo praesidio subtrahuntur»[47]. [«Ma la potenza e la virtù di
coloro che reggono il regno risiede in questo: che abbiano con chi, e
attraverso chi esercitare le virtù del proprio animo; e in questo soprattutto
sono ammirate l’industria e la virtù dei regnanti: che col loro consiglio e con
la loro guida dirigono e dispongono al lodevole esperimento delle opere utili
gli animi rudi e le forze degli altri, che, se non si esercitano in qualcosa,
giacciono inutili: e così, nel regnante si accrescono la potenza e la gloria,
quando gli aiuti e le forze dei sudditi li assistono, mentre si riducono e
vengono meno se queste cose gli sono sottratte».] Lo
pseudo-Iamsilla certo non arriva a dire che Federico II abbia operato senza
conoscere questa fondamentale regola, oppure che abbia causato la dissoluzione
del Regno; ma la menzione della sua sapientia, se da un lato giunge
immediatamente dopo – e legata ad essa da un quidem,
che sembra voler instaurare un nesso logico con l’affermazione precedente –
quella della distruzione, da lui voluta, di alcune città, dall’altro sembra
connessa esclusivamente a una funzione squisitamente scientifica e dottrinale,
dal momento che si dice che la sua perspicacitas era rivolta «praecipue
circa scientiam naturalem»[48]. Federico, allora,
viene osservato soprattutto nella prospettiva di chi
si volge alla scienza solo per se stessa e non in funzione della cura dello
stato, anche se non mancano, naturalmente, riferimenti al topos del suo
culto della giustizia. Invece, la sapientia di Manfredi viene sempre descritta come funzionale al governo. Così,
dopo aver parlato di Roboamo, figlio di Salomone, che, respingendo i consigli
degli anziani, aveva causato la frammentazione del regno di Israele,
lo pseudo-Iamsilla esalta Manfredi in tale modo: «Ille
quidem imprudens imprudentium utens consiliis, factus est imprudentior: iste
vero princeps, philosophiae filius et alumnus, ex ingenita sibi habuit
sapientia, ut sapientum consilia, quamquam necessaria sibi non essent,
veneraretur, ne vel in hoc argueretur minus habere
sapientiae, si forte aliorum consilio uti dedignans suae tantum prudentiae
inniti videretur; et ideo dum sibi et gloriae suae quodammodo in hoc ipse
diminuit, quod plenitudinem gratiae, quae in se erat, adiectione quoque alienae
sapientiae indigere ex virtute reputavit divina sibi gratia, quae humilibus
praesto est, semper affuit, ut super humanum modum et omnem credulitatem in
cunctis suis processibus prosperaretur»[49]. [«Quello stolto, seguendo i
consigli degli stolti, divenne ancora più stolto: questo principe, invece,
figlio e allievo della filosofia, per la sapienza che gli era innata, fece in
modo da tenere in alta considerazione i consigli dei sapienti, sebbene non gli fossero
necessari, così che certamente non venisse rimproverato di avere in questo meno
sapienza, se, per caso fosse sembrato che si affidasse soltanto alla sua
prudenza, disdegnando di servirsi del consiglio altrui; e perciò, mentre egli
stesso, in qualche modo, diminuiva in ciò la sua gloria, perché reputò, per la
sua virtù, che la pienezza della grazia, che era in lui, avesse bisogno anche
dell’ausilio della sapienza altrui, la grazia divina, che soccorre gli umili,
non venne mai meno, così che prosperò in tutte le sue vicende più di quanto è
concesso agli uomini e più di quanto si possa credere».] Manfredi,
insomma, è disposto ad ascoltare, anzi richiede i consigli degli altri, anche
se non ne ha bisogno; è disposto a ridurre la sua gloria per acquisire la plenitudo
gratiae, che, evidentemente, è ben più importante della sapientia. È
questo, dunque, che distingue Manfredi da suo padre e che gli permette di
essere elogiato per il suo interesse verso la philosophia, mentre
Federico ne era stato criticato. Ma ora, assodato che
la philosophia “scientifica” di Federico era stata tramutata in vizio
per far risaltare quella “politica” di Manfredi, resta da capire il motivo per cui lo pseudo-Iamsilla compia una simile operazione. L’opera dello pseudo-Iamsilla si configura
come una sorta di relazione degli eventi che hanno significato esclusivamente
per la politica interna del Regno, dal momento che non accenna a nessun
avvenimento verificatosi al di fuori di quell’ambito geografico. Questo
potrebbe essere un riflesso di quella tensione anticipatoria dei motivi più
tipici della cronachistica di tipo notarile, che abbiamo già visto insita nell’Historia;
ma potrebbe anche essere una scelta consapevole dell’autore, che con la sua
opera si propone un fine diverso: quello di giustificare di fronte al papato l’operato di Manfredi e di presentare quest’ultimo come
disposto, differentemente da suo padre, a venire a patti con il pontifice e ad
accettarne l’autorità. L’ipotesi appare evidente soprattutto nella descrizione
delle vicende successive all’assassinio del legato papale Borello d’Anglona,
avvenuta il 18 ottobre 1254, in cui lo pseudo-Iamsilla cerca di liberare da
ogni responsabilità Manfredi. Questi, nonostante le provocazioni e le offese
subite da Borello, preferisce non vendicarsi e, anzi, quando viene a sapere
della sua morte, addirittura se ne dispiace «propter Summi Pontificis
reverentiam»[50].
Dunque, Manfredi viene rappresentato dall’Historia
come del tutto estraneo alla vicenda; e anche papa Innocenzo IV appare disposto
a chiudere pacificamente la faccenda, ma viene istigato ad assumere una
posizione più rigida dal traditore Bertoldo di Hohenburg. È inutile dire che,
naturalmente, da quanto si ricava dall’esame complessivo delle fonti, la
situazione dovette essere diversa, dal momento che,
invece, le altre cronache sono concordi nell’affermare la volontà di Manfredi
di uccidere Borello e nel ricordare come immediata la ferma e violenta reazione
del papa[51].
Dunque, appare evidente l’intento dello pseudo-Iamsilla di
scagionare sia Manfredi, sia il papato da ogni responsabilità diretta nella
genesi della devastante guerra che sconvolse il Regno. Date queste
premesse, non è azzardato pensare che l’Historia dello pseudo-Iamsilla
sia stata scritta con finalità precipuamente politiche, anche se forse appare
un po’ eccessiva l’ipotesi che essa costituisca «una relazione ufficiale, quasi
un documento notarile, diretto al papa da Manfredi per giustificare la sua
incoronazione»[52].
È difficile pensare, infatti, che Manfredi affidasse a
un resoconto storiografico il compito della sua giustificazione. Non che la
cosa non sia in assoluto possibile: le cronache notarili prodotte in Italia
settentrionale lo potrebbero dimostrare[53]. Ma in ambito
svevo questa prassi appare del tutto assente: non esiste, infatti, nessuna opera storiografica scritta per volontà o su istanza
di Federico II, il quale, evidentemente, preferì servirsi di altri strumenti
per difendersi. Più verosimilmente l’Historia dello pseudo-Iamsilla
costituisce il riflesso della politica diplomatica intrapresa da Manfredi, che,
troppo debole per potersi scontrare con il papato,
cercò di ottenerne, in qualche modo, il beneplacito. Ed
è probabile anche che essa ebbe una certa diffusione e pervenne perfino nelle
mani di chi partigiano di Manfredi non dovette essere, dato che una sua copia
era posseduta dalla famiglia de Joinville, venuta in Italia al seguito di Carlo
d’Angiò: evidentemente era interessata a conoscere le ragioni della fazione
filo-sveva. Ma perché proprio la philosophia viene scelta dallo pseudo-Iamsilla come l’elemento su cui
appuntare l’attenzione, per fissare le distanze tra Federico e suo figlio
Manfredi? Perché viene scelta proprio la philosophia
per dimostrare che il nuovo princeps non è pericoloso come l’antico
imperatore e che, quindi, il pontefice può fidarsi di lui e concedergli la
possibilità di riorganizzare il Regno? A queste domande possiamo trovare una
risposta innanzitutto nella produzione che fa capo alla curia romana. Se si legge, infatti, la Vita Gregorii
IX, elaborata in un’epoca non molto distante da quella in cui fu composta
l’Historia, e comunque precedentemente a
quest’ultima, si trova un’affermazione molto significativa: «Hoc
quidem ipse [sc. Fredericus] de Grecorum et Arabum conversatione
suscepit, qui cuncta eius applicanda dominio ex constellationibus mentientes,
in illum inmersere gentilitatis errorem, ut homo reprobatus a Domino iam se Deum
in hominis specie suspicetur, aperta dissertione proponens, tres truffatores in
elusionem hominum precessisse, Moysen, Christum et Magomettum: Moysen ex aquis
assumptum alieni panis subventione nutritum; Magomettum camelorum custodem,
servili semine generatum; qui tamen vite sue cursum sua prudentia in favore
seculi peregerunt; Christus vero fabri filius et paupercule mulieris, de falsa
doctrina convictus, crucis patibulum cum dampnatitiis condignam retributionem
recepit, quem non esse Deum persuasionibus diversis intemptat, Creatoris et
creature impossibile asserens unionem.»[54] [«Certamente Federico apprese ciò
dalla frequentazione dei Greci e degli Arabi, i quali, affermando con menzogna
che tutte le cose relative al governare derivano dalle stelle, gli instillarono
l’errore pagano che un uomo riprovato da Dio appaia a se stesso un Dio con
l’aspetto di uomo; e affermò pubblicamente che Mosè, Cristo e Maometto erano
tre truffatori venuti ad ingannare gli uomini: che Mosè, dopo essere stato
salvato dalle acque, era stato nutrito col pane altrui; che Maometto era un
pastore di cammelli, nato da stirpe di servi: che entrambi, poi, grazie alla
loro scaltrezza, compirono il corso della loro vita sorretti dal pubblico
favore; Cristo, invero, figlio di un artigiano e di una povera donna, ingannato
da una falsa credenza, ebbe la giusta ricompensa nell’essere condannato al
supplizio della croce; lo accusa, quindi, con varie argomentazioni di non
essere Dio, affermando che è cosa impossibile l’unione del creatore e della
creatura».] Proprio
la cultura filosofica di Federico, dunque, venne
considerata, in ambito pontificio, foriera di eresia. È lo studio degli autori
greci e arabi che spinge Federico a pronunciare parole blasfeme contro i
fondatori delle tre grandi religioni del mondo conosciuto, che vengono da lui
qualificati con l’epiteto di truffatori. Questo già comincia a farci capire in
che modo venisse considerata, da una certa fazione
politica, la cultura di Federico. Del resto la posizione dell’autore della Vita
Gregorii IX non è isolata, anzi, si può dire che egli si faccia
semplicemente relatore di opinioni ben più diffuse ed
espresse con i crismi di ben più alta ufficialità: il che rende ancora più
significativa la sua affermazione[55]. La fonte a cui si
rifà, infatti, è un manifesto del maggio-giugno del 1239, scritto in nome di
Gregorio IX dal cardinale Ranieri di Viterbo, un fanatico rappresentante della
cerchia gioachimita, in cui si ritrovano esattamente le stesse accuse, ma pronunciate con virulenza maggiore. Lì, dopo aver paragonato
Federico alla «bestia blasphemie plena nominibus», Gregorio IX elenca le
bestemmie pronunciate dall’imperatore, «qui gaudet se nominari preambulum
Antichristi». «Set
quia minus bene ab aliquibus credi posset, quod se verbis non illaqueaverit
oris sui, probationes in fidei victoriam sunt paratae,
quod iste rex pestilentie a tribus barattatoribus, ut eius verbis utamur,
scilicet Christo Iesu, Moyse et Machometo, totum mundum fuisse deceptum, et
duobus eorum in gloria mortuis, ipsum Iesum in ligno suspensum manifeste
proponens, insuper dilucida voce affirmare vel potius mentiri presumpsit, quod
omnes illi sunt fatui, qui credunt nasci de virgine Deum, qui creavit naturam
et omnia, potuisse; hanc heresim illo errore confirmans, quod nullus nasci
potuit, cuius conceptum viri et mulieris coniunctio non precessit, et homo
nichil debet aliud credere, nisi quod potest vi et ratione nature probare»[56]. [«Ma poiché da alcuni potrebbe
essere inteso non perfettamente, in quanto non irretiti direttamente dalle
parole uscite dalla sua bocca, ecco pronte le prove per la vittoria della fede:
questo re pestilenziale dichiarò pubblicamente che tutto il mondo è stato
ingannato da tre imbroglioni – per usare le sue parole – cioè da Gesù Cristo,
Mosè e Maometto, e che, mentre due di loro morirono in gloria, Gesù fu appeso a
una croce; osò, con ciò, ad alta voce affermare, o meglio mentire, che sono
sciocchi tutti quelli che credono che Dio, che ha creato la natura e ogni cosa,
sia potuto nascere da una vergine; confermando questa eresia con quell’errore,
secondo cui non può nascere se non chi sia stato concepito dalla precedente
congiunzione di un uomo e di una donna, e che l’uomo non deve credere ad altro
se non a ciò che può dimostrare con la forza naturale della ragione».] Anche
in questo manifesto, dunque, Federico viene accusato
di aver pronunciato affermazioni blasfeme contro Mosè, Maometto e Cristo, e di
aver negato la verginità della Madonna. Nelle fonti e nei documenti federiciani
sicuramente non si trova traccia di simili eretiche affermazioni: anzi, nel
manifesto di risposta, del successivo luglio, l’imperatore nega perentoriamente
di aver mai detto qualcosa di simile[57]. Tuttavia, ormai
era destinata a diffondersi sempre più l’immagine di Federico come eretico: a
questo contribuirono i successivi manifesti papali[58] e, forse, non fu
esente da responsabilità neppure lo stesso Federico, che anzi, talvolta, dovette
contribuire a farla sviluppare. Quella rappresentazione venne
ripetuta anche nelle epoche successive, e venne, poi, eternata nel X canto
dell’Inferno di Dante. Ma già nei contemporanei si trovano
riflessi di questa interpretazione. Si legga, infatti,
la descrizione di Federico elaborata dal frate
Salimbene de Adam, che, in ogni caso, non fu mai favorevole all’imperatore. «Et valens homo fuit interdum, quando voluit
bonitates et curialitates suas ostendere, solatiosus, iocundus, delitiosus,
industrius; legere, scribere et cantare sciebat et cantilenas
et cantiones invenire... Item multis linguis et variis loqui sciebat. Et ut
breviter me expediam, si bene fuisset catholicus et
dilexisset Deum et Ecclesiam et animam suam, paucos habuisset in imperio pares
in mundo»[59]. [«Talvolta fu anche uomo valente,
quando volle mostrare la sua bontà e la sua cortesia, piacevole, gioviale,
delizioso, industre. Sapeva leggere, scrivere e cantare, e sapeva
comporre canti e poesie… Sapeva pure parlare molte e varie lingue. E, per dirla
in breve, se solo fosse stato cristiano e avesse amato Dio, la Chiesa e l’anima
sua, ci sarebbero stati, nel mondo, pochi uomini pari a lui nel governare».] In
Salimbene risulta chiara e immediata la finalità
sottilmente denigratoria: Federico appare tanto più degno di biasimo, quanto
più era provvisto di doti e qualità straordinarie. La sua cultura viene caratterizzata come eccezionale, ma mal impiegata,
perché non la sfruttò per servire Dio e arrecare vantaggio alla sua anima. Queste sono le posizioni di chi, tra i
contemporanei, apertamente si oppose a Federico. Ma un’inaspettata sorpresa
coglie chi vuole cercare, tra i coevi sostenitori dell’impero, attestazioni
sulla cultura di Federico caratterizzate da connotazioni positive.
Infatti, la cultura dell’imperatore svevo, nei numerosi studi che gli sono
stati dedicati, viene solitamente rappresentata in
termini a dir poco entusiastici, ma l’esame delle fonti coeve non ci permette
di giungere ai risultati che ci potremmo immaginare. L’unico testo, dai tratti in qualche modo
encomiastici, che appare prodotto in un ambiente
vicino alla corte e che esalta la cultura di Federico è un rhythmus
attribuito a Terrisio di Atina. Il suo autore, mentre sta elencando le virtù
dell’imperatore, ma prima di passare alla satira della corruzione della corte, a un certo punto, nella sesta strofa, dice con espressioni
piuttosto generiche: «Nullus
in mundo Cesare grandior, Nullus
sub sole Cesare fortior, Nullus
sub luna Cesare clarior, Nullus
ubique Cesare doctior.»[60] [«Nessuno
al mondo è più grande di Cesare, / nessuno sotto il sole è più forte di Cesare,
/ nessuno sotto la luna è più illustre di Cesare, / nessuno in qualunque luogo
è più dotto di Cesare».] Ancora
legato all’ambiente federiciano, ma prodotto in un ambiente sicuramente più
periferico, è il De regimine et sapientia potestatis di
Orfino da Lodi, un personaggio di cui, comunque, non si sa molto, tranne
che fu giudice presso Federico di Antiochia e, poi, presso Riccardo conte
Teatino, figli di Federico II. Anche in questo testo, costituito in buona parte
da un elogio in onore dell’imperatore e delle sua dinastia,
compare una esaltazione della sapienza di Federico, comunque piuttosto breve,
data la lunghezza complessiva del poema. «Hunc
sapientia, magnificentia, gratia dotat, diva potencia, firma loquencia,
gloria potat, Theologie,
sacra Sophie munera donat. Gratia
tanta datur sine pondere nec numeratur, Nec
mensuratur, sed semper multiplicatur. Ius
conservatur, vindictas rex moderatur, Putrida membra secat,
ne pars sincera prematur Quam
bene venatur, spaciatur, rex operatur! Munera
linguarum, parcarum, fata dearum atque poetarum disponit sacra
viarum, Septima
namque via sibi cedunt musa Sophya...»[61]. [«Sapienza,
magnificenza, grazia lo arricchiscono, la divina potenza, la salda eloquenza,
la gloria lo abbeverano, gli fanno dono delle teologia e della sapienza. Tanta
grazia senza peso gli è data, e non è contata né è misurata, ma è sempre
moltiplicata. Il diritto è conservato, il re commisura le vendette, recide le
membra putride, perché la parte sana non sia infettata. Quanto caccia bene, il
re, quanto bene si muove e agisce! Possiede i doni delle lingue, delle parche,
i fati delle dee e le arti sacre dei poeti: infatti la
settima musa e la sapienza gli cedono il passo».] Queste
sono le uniche volte in cui si incontra, nei testi
encomiastici in onore di Federico prodotti dagli autori a lui più vicini,
l’accenno alla cultura del celebrato. E sicuramente sono espressioni in cui si
elogia la sua doctrina in termini piuttosto generici, che non vanno al di là dei topoi consueti al genere panegiristico.
Gli uomini che fecero parte della sua cerchia o della sua
amministrazione, a parte i due già elencati, non menzionano la sapientia di
Federico: non c’è traccia di simili argomenti né nel citato preconium
attribuito a Pier della Vigna, né nel componimento di Giorgio di Gallipoli in
cui Roma si rivolge a Federico[62]. E anche nei testi
di coevi autori più lontani dalla corte o non se ne parla affatto, come nella
predica elogiativa di Nicola da Bari[63], oppure lo si fa solo in termini molto vaghi e generici, come nei
componimenti dei trovatori che si accodarono al corteo del giovane Federico che
si recava in Italia per essere incoronato imperatore[64], o in quelli di
Enrico di Avranches[65]. È senz’altro fuor di dubbio che
l’imperatore svevo doveva disporre di una notevole
cultura: a dimostrarlo dovrebbero bastare il trattato di falconeria o le poesie
in volgare. O magari anche le dichiarazioni – contenute soprattutto nei
documenti relativi alla fondazione e alla gestione
dello studium di Napoli – sull’attenzione da riservare allo studio[66]. E la cosa ci viene, in qualche modo, confermata, da una
lettera scritta intorno al 1207 da un anonimo, che probabilmente faceva parte
della cerchia dell’arcivescovo Rainaldo di Capua, in cui si descrive
l’inestinguibile sete di sapere di Federico[67]. Bisogna, però, dire che la maggiore
esaltazione della straordinaria doctrina di Federico II non viene da chi
era vicino e veicolava “ufficialmente” la propaganda
imperiale, ma da ambienti esterni, e soprattutto da autori successivi, che
contribuirono a renderla leggendaria. Forse, il mito positivo
della cultura dell’imperatore svevo nacque proprio per fronteggiare il tentativo,
compiuto da parte papale, di trasformare in veicolo di eresia e di strumento
dell’Anticristo la sua philosophia e la sua sapientia. Anzi, quel mito connotato positivamente sembra essere stato
elaborato soprattutto in Toscana, dove esisteva sia un attivo ghibellinismo,
sia anche un certo guelfismo anticuriale, laico: corrente, quest’ultima, a cui
appartenne Dante, che definì Federico «loico e clerico grande». Tali
tendenze dovettero costituire il campo di ricezione privilegiato del messaggio
che proveniva dalla corte dell’imperatore svevo e contribuire alla diffusione
della sua rappresentazione mistica[68]. Testimonianza
della diffusione del mito della cultura di Federico la offre innanzitutto Brunetto Latini, che nel suo Tresor, così
caratterizzava l’imperatore: «Cestui
Frederik fu hom de grant cuer sor tous homes, et si
estoit mervilleusement sages et artilleus et trop bien letrés, et savoit tous
langages; et ses cuers ne baoit a autre chose fors k’a estre sires et signor de
tout le mond»[69]. [«Questo Federico fu uomo di gran
cuore, più di ogni altro, e fu meravigliosamente saggio e cultore di arti e
letterato, e conosceva tutte le lingue; il suo cuore non badava ad altro che a
essere re e signore di tutto il mondo».] Questa
immagine si riverberò poi su Giovanni Villani[70], che, pur
sottolineando il fatto che fu «figliuolo d’ingratitudine» perché «non
riconoscendo santa Chiesa come madre, ma come nemica matrigna, in tutte le cose
le fu contrario e perseguitatore», tuttavia lo descrive in questo modo: «Questo
Federigo regnò XXX anni imperadore, e fue uomo di grande affare e di gran
valore, savio di scrittura e di senno naturale, universale in tutte le cose;
seppe la lingua latina, e la nostra volgare, tedesco, e francesco, greco, e
saracinesco, e di tutte virtudi copioso, largo e
cortese in donare, prode e savio in arme, e fue molto temuto»[71]. Ricordano
Malispini[72]
pure di Federico disse che «di
scritture e di senno naturale fue savissimo, e seppe la lingua nostra latina e
‘l nostro volgare, e tedesco e francese e greco e
saracino»[73]. E
l’autore del Novellino, che più volte rese Federico protagonista delle
sue novelle, nella seconda, quella che lo vede messo alla prova dal prete
Gianni, lo descrive come «colui,
che veramente fu specchio del mondo, in parlare ed in costumi, ed amò molto
dilicato parlare ed istudiò in dare savi risposi». Ma simili caratterizzazioni si trovano anche in autori provenienti da altri ambienti culturali. Pandolfo Collenuccio, ad esempio, dopo aver effettuato la descrizione fisica dell’imperatore, aggiunge:
«Ebbe
grandissimo sentimento naturale e fu prudente sopra li
uomini, perito artefice di tutte le arti meccaniche, a che lui per ventura
ponesse la fantasia. Dotto in lettere, ebbe più linguaggi,
però che parlava in lingua italiana, latina e vulgare, in lingua germanica,
lingua francese, lingua greca e lingua saracina».[74] E
l’elenco degli autori che celebrano la cultura dello Svevo
sarebbe ancora lungo e ci porterebbe da Riccobaldo da Ferrara[75] al bolognese
Francesco Pipino[76],
ai commentatori di Dante[77]. Il mito della cultura di Federico sembra
aver trovato campo fertile soprattutto dopo la sua morte, e in ambienti
interessati a farlo sopravvivere e a proteggerlo dagli attacchi dei sostenitori
della fazione papale. Sembra, infatti, che per la sapientia di Federico
sia stata compiuta la stessa operazione già sperimentata a proposito della sua
nascita, che taluno si inventò pubblica, sulla piazza
di Jesi, per rintuzzare le voci di coloro che rinnegavano la discendenza del
futuro imperatore da legittima stirpe[78]. Dunque, l’argomento della cultura del sovrano non sembra che si sia sviluppato negli ambienti più vicini alla corte. E questo non può non stupire, dal momento che esso costituisce un topos generalmente assai comune nella produzione encomiastica di ogni epoca[79]. Quasi tutti gli imperatori antichi tentarono di apparire e di farsi celebrare come amici della cultura[80]; Carlo Magno, che dotato di grandissima cultura non dovette certamente essere, pure fu esaltato da numerosi autori del suo circolo non solo come ispiratore di una rinascita culturale, ma persino come fonte di sapere[81]; Federico I Barbarossa, nonno di Federico II, veniva cantato come colui «cui
geminum munus dederat natura biformis: ut fortis sapiensque foret,
mirandus utroque»[82]. [«A lui
la natura biforme aveva dato un doppio dono: che fosse forte e sapiente,
ammirevole per entrambi le cose».] Sulla
necessità della cultura per chi doveva reggere un regno
si intrattenevano solitamente anche gli Specula principis[83], e Goffredo da
Viterbo – un autore di fondamentale importanza per lo sviluppo dei princìpi
politici della casa sveva – nel proemio del Pantheon ricordava:
«imperator
enim expers philosofie, cum ceteris hominibus rector instituatur, si fuerit filosophie nescius, errare sepius quam regnare
videtur, quia, dum in causis rei publice sapientia indiget, cogitur eam ab
aliis semper emendicare. Et ex hoc aliena potius quam sua cernitur virtute
regnare»[84]. [«L’imperatore privo di
filosofia, infatti, dal momento che viene istruito per guidare gli altri
uomini, se è ignaro di filosofia, sembra errare più che regnare, perché,
giacché è privo di sapienza nella gestione dello stato, è costretto a
mendicarla sempre dagli altri. E per ciò sembra regnare con la virtù altrui più
che con la propria».] In conclusione, proviamo, sulla scorta di
quanto fin qui detto, ad esaminare un’altra delicata questione: quella
dell’autore dell’Historia. È noto che l’Historia in alcuni codici
è trascritta come anonima e in altri viene riportata
come opera di Nicola de Iamsilla; e con l’attribuzione a tale autore venne
stampata da Ludovico Antonio Muratori. La scelta editoriale adottata da
Muratori fu, tuttavia, già nella seconda metà del XIX
sec., revocata in dubbio dagli studiosi. Infatti, innanzitutto, in epoca sveva
non si ha traccia di nessun personaggio che porta il nome di Iamsilla; inoltre,
alcuni esemplari di quella cronaca recano un’intestazione da cui si ricava che
si tratta di copie esemplate da un antigrafo un tempo posseduto dai Iamvilla[85]. Dunque, si è giunti alla conclusione che il nome Iamsilla, a cui è stata
legata la cronaca, è la corruzione della più corretta forma Iamvilla, cognome
di una famiglia venuta in Italia meridionale al seguito di Carlo d’Angiò, e che
esso è il nome del proprietario dell’esemplare da cui poi furono tratte altre
copie, non quello dell’autore. Dato che la Cronaca appare
essere opera di un notaio seguace di Manfredi ben informato delle vicende
susseguitesi tra il 1253 e il 1256, Friedrich Wilhelm Schirrmacher[86] avanzò l’ipotesi
che l’autore fosse il notaio Nicola da Brindisi; mentre Bartolomeo Capasso[87] propose il nome
del notaio Nicola da Rocca. August Karst, invece, nel 1898[88], giunse alla conclusione che l’autore della cronaca sia da
identificare con Goffredo da Cosenza, dal momento che più volte, e spesso con
notevole rilievo, egli viene ricordato nell’opera; inoltre, vengono riportati
discorsi diretti soprattutto quando Goffredo viene ricordato come fisicamente
presente; infine, Cosenza, patria di Goffredo, viene esaltata con toni
estremamente celebrativi. Ma l’ipotesi avanzata da
Karst è stata contrastata da Michele Fuiano[89]. Se si parte dalla considerazione che l’Historia
dovette essere scritta da uno dei compagni di Manfredi nella fuga da Teano a
Lucera del novembre 1254, troppo realisticamente e drammaticamente descritta
per non essere stata vissuta direttamente, bisogna escludere Goffredo dal
novero dei possibili autori. Infatti, Fuiano fa notare che a quella fuga i secretari di Manfredi – e Goffredo appunto
viene ricordato, nella cronaca, con l’appellativo di secretarius – non
presero parte, dal momento che essi si erano recati a Spinazzola con la
disposizione di rimanervi fino a nuovo ordine. Dunque, non ci rimane che concludere che l’identificazione di Goffredo con l’autore
dell’Historia, se non è del tutto da escludere, può essere ammessa solo
con forti riserve. Ma proviamo a fare un altro passo. Da quanto abbiamo evinto dall’esame
dell’opera, risulta che il suo autore non solo fu un
partigiano di Manfredi, e che dovette avere le idee piuttosto precise su quale
fosse la strada che quel princeps doveva seguire per cercare di
riconquistare il dominio del Regno; ma che doveva anche essere a conoscenza
degli esiti della propaganda anti-federiciana elaborata negli ambienti vicini
alle posizioni papali, e, forse, sufficientemente anziano da aver vissuto
direttamente l’epoca dell’aspro scontro tra cancelleria papale e cancelleria
imperiale. Quei prodotti, soprattutto i manifesti papali, certo furono
piuttosto noti, ma dovettero essere ampiamente diffusi soprattutto presso la
curia papale. Ed è probabile che il suo autore abbia acquisito più precisa
consapevolezza della loro più sottile pericolosità proprio lì, dove furono senz’altro raccolti e organizzati. Dunque, non è improbabile
che l’autore sia da ricercare innanzitutto tra i notai che lavorarono presso la
cancelleria federiciana e che ebbero rapporti con la curia papale: la maggior
parte di coloro che possedevano una cultura letteraria
apprezzabile, del resto, veniva impiegata nelle cancellerie, e non di rado, i
più stimati furono al servizio di diversi signori. Se
si considerano giuste queste premesse, allora è possibile circoscrivere
notevolmente il numero dei personaggi su cui concentrare l’attenzione. E
risultano essere: Belprando di Cosenza, attestato come notaio presso Federico
II e Corrado IV e poi, forse, come canonicus Cusentinus, nel 1267,
arcivescovo di Cosenza nel 1276 e morto nel 1278; Giacomo da Poggibonsi, che fu
notaio di Pandolfo di Fasanella, capitano generale della Toscana e, poi, nel
1258, camere domini pape notarius; Nicola da Rocca, noto maestro di ars dictaminis e attivo notaio delle cancellerie
di Federico II, Corrado IV e Manfredi, ma anche, per un certo periodo, vicino
alla curia papale; Rodolfo da Poggibonsi, notaio di re Enzio, di Federico II,
di Corrado IV e di Manfredi, ma, nel 1257, anche del cardinale diacono
Ottaviano, e, dal 1263 al 1268, del re Alfonso di Castiglia[90]. Tra questi,
ricompare il nome di Nicola da Rocca, che fu già fatto – come detto – da
Capasso come quello del probabile autore dell’Historia, e che, per la
produzione prosastica di notevole interesse retorico, ci potrebbe senz’altro
indurre nella tentazione di identificarlo con lo pseudo-Iamsilla; del resto ci
sono pervenute anche alcune lettere da lui inviate a Goffredo di Cosenza[91], e l’amicizia tra
i due potrebbe anche spiegare la frequenza con cui quest’ultimo viene nominato nell’Historia. Abbiamo selezionato,
però, anche i nomi di due personaggi provenienti da Cosenza, ovvero dalla città
che, come detto, viene ampiamente esaltata nell’Historia,
a proposito della sua opposizione a Pietro Ruffo: particolare, questo, che
potrebbe essere un significativo indizio utile all’identificazione del
cronista. Ma qui conviene fermarci: lo stato attuale delle ricerche ci impedisce di spingerci oltre. Anzi ce
lo vieta. Basti, a questo punto, aver allargato ulteriormente lo
spiraglio da cui osservare e tentare di interpretare una delle fonti più utili
alla conoscenza della tarda epoca sveva. [1]L’Historia si può leggere nell’edizione che ne diede Ludovico Antonio Muratori, Rerum Italicarum scriptores, VIII, Mediolani 1726, coll. 493-616. L’edizione muratoriana fu, poi, riprodotta dalla Raccolta di tutti i più rinomati scrittori dell’istoria generale del regno di Napoli, XVI, Gravier, Neapoli 1770; e da Giuseppe Del Re, Cronisti e scrittori sincroni napoletani, II, Napoli 1868 (rist. an., Bologna s. d., ed Aalen 1975), pp. 105-200. Precedentemente il testo era stato edito da F. Ughelli, Italia sacra, IX, Romae 1662, coll. 751-888 (ed. S. Coleti, Venetiis 1722, coll. 561-654: ed. da cui si citerà più avanti); il testo di Ughelli fu poi riprodotto da J.G. Eccardus, Corpus historicum medii aevii, I, Lipsiae 1723, coll. 1025-1148; e con qualche variante da J.B. Carusius, Bibliotheca historica Regni Siciliae, II, Panormi 1723. [2]Così pubblica Muratori; F. Ughelli, Italia sacra, X, cit., col.561, invece, scrive «...ac antiqua scripta commemorant», forse più correttamente, a meno che non si debba correggere «commemorant» in «commemoratur». [3]Nicolaus de Jamsilla, Historia, ed. Muratori, cit., col. 493 (ed. Del Re, cit., p. 105). [4]Sulla complessa concezione del tempo nel Medio Evo basti rimandare a K. Pomian, L’ordine del tempo, Torino 1992 (ed. or., Paris 1984), pp. 271-79. [5]Questa concezione si farà più evidente solo in seguito; assai sviluppata appare in Dante, che spesso rappresenta le anime condannate all’Inferno nell’atto di chiedere che nel mondo terreno venga rinnovata la loro memoria: Inf., VI 88 ss.; XIII 53; XVI 85; XXXI 127; cfr. E. Kantorowicz, I due corpi del re, Torino 1989 (ed. or. Princeton 1957), p. 238 nota 11. [6]I quesiti siciliani furono publicati da M. Amari, Questions philosophiques adressées aux savants musulmans, par l’empereur Frédéric II, «Journal asiatique», ser. V, 1 (1853), pp. 240-74. Cfr. anche Id., Storia dei Musulmani di Sicilia, III, Firenze 1872, pp. 701-5; Id., Biblioteca arabo-sicula, II, Torino-Roma 1881, pp. 414-19; A.F. Mehren, Correspondance du philosophe soufi Ibn Sab’în Abd Oul-Haqq avec l’empereur Frédéric II de Hohenstaufen publiée d’après le manuscrit de la Bibliothèque Bodléenne contenant l’analyse générale de cette correspondance et la traduction du quatrième traité sur l’immortalité de l’âme, «Journal asiatique», ser. VII, 14 (1879), pp. 341-454. Cfr. A. De Stefano, La cultura alla corte di Federico II imperatore, Bologna 1950, pp. 91-101; M. Grabmann, Friedrich II. und sein Verhältnis zur aristotelischen und arabischen Philosophie, in Stupor Mundi, (Wege der Forschung 101), a c. di G. Wolf, Darmstadt 19822, pp. 65 ss. (il saggio è estratto da Id., Mittelalterliches Geistesleben. Abhandlungen zur Geschichte der Scholastik und Mystik, II, München 1936, pp. 103-37). [7]Il preconium costituisce il cap. XLIV del III libro dell’epistolario di Pier della Vigna. Esso si può leggere anche in J.L.A. Huillard-Bréholles, Vie et correspondance de Pierre de la Vigne, Paris 1865, rist. an. Aalen 1966 (= HB, Pierre), pp. 425-6. La visione della gloria terrena si ritrova non solo nel preconium, dove, comunque, si ripetono soprattutto i topoi della tradizione eulogica, ma anche nella produzione di altri personaggi della corte, che pure ricordavano come le imprese dell’imperatore fossero strumenti per acquistare fama e memoria: Petr. de Vin., Epist., II 1: cfr. i Regesta imperii V, edd. J.F. Böhmer, J. Ficker, E. Winkelmann, Innsbruck 1881-1901 (=BF), 2294; E. Winkelmann, Acta imperii inedita, I, Innsbruck 1880 (=WActa), n. 919, p. 693, r. 38 [BF 3650]; Wacta, I, n. 811, p. 630, r. 21 [BF 2304; Regesta Imperii V, IV, ed. P. Zinsmaier, Köln-Wien 1983 (= Z), 2304]; inoltre J.L.A. Huillard-Bréholles, Historia Diplomatica Friderici II, Paris 1852-61 (=HB), V, p. 1048 [BF 3148]; HB, VI, p. 571 [Petrus de Vinea, Epist., II, 37, BF 3646]. Lo stesso Federico, comunque, non ne risulta immune, poiché nel 1240 fece ricostruire un acquedotto «ad laudem et gloriam nostri nominis»: HB, V, p. 907 [BF 3000]. Cfr. E. Kantorowicz, Federico II imperatore, Milano 1976 (ed. or. Berlin 1927-30), p. 511; Id., I due corpi, cit., p. 238 n. 10. [8]E. Winkelmann, Drei Gedichte Heinrichs von Avranches an Kaiser Friedrics II., «Forschungen zur Deutsches Geschichte», 18 (1878), p. 492, vv. 76-7. [9]Cfr., per i riferimenti bibliografici, nota 39. [10]Cfr. soprattutto G. Arnaldi, Studi sui cronisti della Marca Trevigiana nell’età di Ezzelino da Romano, Roma 1963; M. Zabbia, Notai-cronisti nel Mezzogiorno svevo-angioino, Salerno 1997; Id., I notai e la cronachistica cittadina italiana nel Trecento, Roma 1999. [11]I trattati di Menandro Retore sono stati editi da C. Walz, Rhetores Graeci, IX, Stuttgart-Tübingen 1836; da L. Spengel, Rhetores Graeci, III, Leipzig 1856; l’edizione più recente, con traduzione inglese e commento, è quella curata da D.A. Russell e N.G. Wilson, Oxford 1981; di essi esiste anche una traduzione spagnola: Menandro, Sobre los géneros epidícticos, ed. F. Romero-Cruz, Salamanca 1989. [12]Cfr. F.Delle Donne, Politica e letteratura nel Mezzogiorno medievale, Salerno 2001, pp. 32, 52, 56, ma anche 69-73. [13]Nicolaus de Jamsilla, Historia, ed. Muratori, cit., coll. 495-96 (ed. Del Re, cit., p. 106). Il testo così edito non è pienamente comprensibile: per alcune proposte emendatrici cfr. infra. [14]Cfr. il panegrico pronunciato, nel 289, da Mamertino in onore di Massimiano: è il II per ordine cronologico, il X secondo l’ordine dei manoscritti, dei panegyrici Latini, 3, 1ss. Cfr. S. D’Elia, Ricerche sui panegirici di Mamertino a Massimiano, «Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Napoli», 9 (1960-61), pp. 271ss. [15]Al lavoro di edizione si dedicò Otto Cartellieri, che la portò anche quasi a termine; ma il suo lavoro andò distrutto durante l’ultima grande guerra. Ha più volte dichiarato di volersene occupare Enrico Pispisa; ma ora sembra che si stia dedicando al lavoro ecdotico Walter Koller. [16]Nicolaus de Jamsilla, Historia, cit., coll. 495-96, nota 15. [17]G. Del Re, Cronisti, cit., II, p. 106. Il testo di Del Re, come già detto, riproduce quello di Muratori, senza però riportarne le note contenenti le varianti e le ipotesi di emendamento. [18]Il manoscritto, pur presentandosi, nel complesso piuttosto scorretto, è quello da cui sembrano dipendere, direttamente o indirettamente, tutti gli altri. Anzi O. Cartellieri, Reise nach Italien 1899, «Neues Archiv», 26 (1901), p. 706, e A. Nitschke, Die Handschriften des sog. Nikolaus von Jamsilla, «Deutsches Archiv für Erforschung des Mittelalters», 11 (1954/55), pp. 233-238, concordano sulla conclusione di prendere come base per un’eventuale edizione critica proprio il testo fornito da quel manoscritto e sottoporlo ad emendamenti. Ai citati lavori si rimanda anche per l’analisi dei codici; ma, per quanto riguarda il ms. napoletano IX C 24, cfr. anche A. Altamura, I frammenti di Eustazio di Matera, «Archivio storico per la Calabria e la Lucania», 15 (1946), pp. 133-35; Die chronik des Saba Malaspina, edd. W. Koller-A. Nitschke, MGH, SS, XXXV, Hannoverae 1999, pp. 62-3; e E. D’Angelo, Una silloge umanistica suessana (scheda per Napoli B.N. IX. C. 24, in «Vichiana», serie IV, 2 (2000), pp. 225-39. [19]Va segnalato anche che nel ms. della Bibl. Apostolica Vaticana, Ottob. lat. 2579, del XVII sec., alla c. 2v, si legge «...multaque sane fecisse maiora quam fecit si corde...»: comunque, si tratta, molto probabilmente, di una correzione del copista. Un altro problema, tuttavia, – oltre agli infiniti «posse» e «obtemperasse», sui quali aveva già richiamato implicitamente l’attenzione Muratori, nella sua proposta emendatoria – è costituito da «moderamini». Il ms. napoletano IX C 24, c. 1v, riporta, infatti la lezione «moderaminis», che molto probabilmente è da accogliere, emendando, però, anche il precedente «philosophico» in «philosophici» [20]Così stampa Muratori; F. Ughelli, Italia sacra, X, cit., col. 563, e il ms. napoletano IX C 24, c. 1v, riportano, invece, «dictus Manfredus». Tuttavia, bisogna dire che fu Federico II, come risulta dal suo testamento, pubblicato in MGH, Const. II, ed. L. Weiland, Hannoverae 1896, pp. 385-86, [BF 3835 Z], a concedere i menzionati feudi; anche se poi si aggiunge che «concedimus etiam et confirmamus eidem quicquid sibi in imperio fuit etiam a nostra maiestate concessum, ita tamen quod predicta omnia a prefato Conrado teneat et recognoscat». [21]Nicolaus de Jamsilla, Historia, cit., col. 497 (ed. Del Re, cit., 107). [22]Sulla questione dell’ereditarietà della virtù e della nobiltà, che venne talvolta dibattuta presso la corte sveva, cfr. F. Delle Donne, Una disputa sulla nobiltà alla corte di Federico II di Svevia, «Medioevo Romanzo», 23 (1999), pp. 3-20. [23]Nicolaus de Jamsilla, Historia, ed. Muratori, cit., col. 495 (ed. Del Re, cit., p. 106). [24]Ivi, col. 498 (ed. Del Re, cit., p. 108). [25]Ivi, col. 498 (ed. Del Re, cit., p. 108). [26]Per Giacobbe, il futuro Israele, cfr. Gen., XXV 24-6 e Os., XII 4; per Salomone cfr. I Re, I 32 ss. [27]Per un elenco di simili giochi verbali in ambito svevo cfr. il saggio precedente, p. ????. [28]Così si legge nelle edizioni e nei mss. Tuttavia, sembrerebbe opportuno emendare in «Fredericus». [29]«Munitio» – dato il tipo di gioco verbale che sta compiendo l’autore, che, tra l’altro, dichiara che il nome del celebrato può essere variato con l’uso di tutte le vocali – rende necessaria un’integrazione. Muratori propone in nota «Monfredus et Munfredus». Tuttavia, potrebbe essere possibile anche quest’altra soluzione: «Vel Monfredus, idest mons Frederici, sive <Munfredus, idest> munitio Frederici». [30]Nicolaus de Jamsilla, Historia, ed. Muratori, cit., coll. 497-98 (ed. Del Re, cit., p. 108). [31]Ivi, col. 498 (ed. Del Re, cit., p. 109). [32]Muratori, in nota, propone di emendare in «mutuatione» [33]Nicolaus de Jamsilla, Historia, ed. Muratori, cit., col. 498 (ed. Del Re, cit., p. 108). [34]Ivi, col. 499 (ed. Del Re, cit., p. 109). [35]Ivi, col. 497 (ed. Del Re, cit., p. 107). [36]Ivi, col. 497 (ed. Del Re, cit., p. 108). [37]Sui problemi relativi alla redazione di questo epistolario cfr. soprattutto H.M. Schaller, Zur Entstehung der sogenannten Briefsammlung des Petrus de Vinea, «Deutsches Archiv für Erforschung des Mittelalters», 12 (1956), pp. 114-59 (ristampato in Id., Stauferzeit. Ausgewählte Aufsätze, MGH Schriften 38, Hannover 1993, pp. 225-70); Id., L’epistolario di Pier della Vigna, in Politica e cultura nell’Italia di Federico II, a c. di S. Gensini [Centro di studi sulla civiltà del tardo medioevo San Miniato, Collana di Studi e Ricerche 1], Pisa 1986, pp. 95-111 (ristampato in tedesco in Id., Stauferzeit, cit., pp. 463-78). [38]In alcuni manoscritti che tramandano i documenti svevi non raccolti sistematicamente entro l’epistolario di Pier della Vigna questa lettera risulta, infatti, emanata da Manfredi: cfr. BF 4750 Z. L’epistola potrebbe, tuttavia, essere stata fatta compilare inizialmente da Federico II ed essere stata poi rielaborata da suo figlio Manfredi: ma questa ipotesi viene, a ragione, negata da H.M. Schaller, Zur Entstehung, cit., passim; Id., L’epistolario, cit., pp. 103 ss. [39]Questa lettera si può leggere in Petrus de Vinea, Epist., III 67; in Veterum scriptorum et monumentorum historicorum, dogmaticorum, moralium amplissima collectio, edd. E. Martène-U. Durand, II, Paris 1724, col. 1220; in HB, IV, pp. 383-85; F. Schirrmacher, Die letzten Hohenstaufen, Göttingen 1871, pp. 624-26, n. 22; in Cartularium universitatis Parisiensis, ed. H. Denifle, I, Paris 1889, pp. 435-36; il testo qui riprodotto è, tuttavia, quello da me offerto, dopo una nuova ricognizione dei codici, in appendice a G. Arnaldi, La fondazione dell’Università di Napoli, in stampa, n. 19. Sulla lettera cfr. anche BF 4750 Z. [40]Nicolaus de Jamsilla, ed. Muratori, cit., col. 499 (ed. Del Re, cit., p. 109). [41]Ivi, col. 506 (ed. Del Re, cit., p. 116). [42]Ivi, col. 501 (ed. Del Re, cit., p. 111). [43]Die Konstitutionen Friedrichs II. für das Königreich Sizilien, (MGH Const., II supplem.), ed. W. Stürner, Hannover 1996, p. 147. Sulla cultura sottesa alla elaborazione delle Costituzioni cfr. soprattutto W. Stürner, Rerum necessitas und divina provisio. Zur Interpretation des Prooemiums der Konstitutionen von Melfi, «Deutsches Archiv für Erforschung des Mittelalters», 39 (1983), pp. 467-554. [44]Cfr. E. Heller, Zur Frage des Kurialen Stileinflusses in der sizilischen Kanzlei Friedrichs II., «Deutsches Archiv für Erforschung des Mittelalters», 19 (1963), p. 450. [45]Così pubblica Muratori; F. Ughelli, Italia sacra, X, cit., col. 566, confortato anche dal ms. napoletano IX C 24, legge, invece «ut», e, successivamente, «probetur». [46]Così pubblica Muratori; F. Ughelli, Italia sacra, X, cit., col. 566, anche qui confortato dal ms. napoletano IX C 24, legge, invece «ratificant». [47]Nicolaus de Jamsilla, Historia, ed. Muratori, cit., col. 501 (ed. Del Re, cit., p. 112). [48]Ivi, col. 496 (ed. Del Re, cit., p. 106). [49]Ivi, col. 499 (ed. Del Re, cit., p. 109). [50]Ivi, col. 513 (ed. Del Re, cit., p. 126). [51]Cfr. E. Pispisa, Nicolò di Jamsilla. Un intellettuale alla corte di Manfredi, Soveria Mannelli (CZ) 1984, pp. 30-35, che esamina gli Annales Ianuenses, la Vita Innocentii papae IV di Nicolò da Calvi, gli Annales Placentini, l’Historia di Bartolomeo di Neocastro e quella di Saba Malaspina. [52]E. Pispisa, Nicolò di Jamsilla, cit., p. 36; cfr. anche Id., Nicolò di Jamsilla tra cultura e politica, in La società mediterranea all’epoca del Vespro, IV, Palermo 1984, p. 112. Si veda anche M. Thumser, Der König und sein Chronist. Manfred von Sizilien in der Chronik des sogenannten Nikolaus von Jamsilla, in Die Reichskleinodien: Herrschaftszeichen des Heiligen Römischen Reiches, Göppingen 1997, pp. 222-42. [53]Cfr., ad es., Rolandinus Patavinus, Chronica in factis et circa facta Marchiae Trivixane, a c. di A. Bonardi, RIS2, VIII, 1, Città di Castello 1905-8, Prologus, p. 7, in cui l’autore dice di essere stato spinto a raccogliere le sue annotazioni cronachistiche in seguito alla richiesta di alcune persone religiose. [54]Le liber censuum de l’église romaine, ed. P. Fabre, II, Paris 1905, pp. 32-3; la Vita era stata edita in precedenza anche dal Muratori, Rerum Italicarum scriptores, III, Mediolani 1723, pp. 575-87. Sulla Vita cfr. A. Paravicini Bagliani, Le biografie papali duecentesche e il senso della storia, in Il senso della storia nella cultura medievale italiana (1100-1350), Pistoia 1995, pp. 155-73. [55]La notizia è riportata anche da Matthaeus Parisiensis, Chronica Majora, ed. R. Pauli, MGH SS, 28, Hannoverae 1888, p. 147, rr. 9-22. Forse la posizione di Matteo Paris come simpatizzante di Federico II è da rivedere. Anche la famosa espressione «stupor mundi et immutator mirabilis», letta generalmente come elogiativa nei confronti dell’imperatore svevo è – secondo quanto suggerisce Hans Martin Schaller – da reinterpretare: la mutabilitas nell’opera complessiva del cronista è considerata opera del diavolo, e con stupor è da intendere non la meraviglia, ma la sorpresa generata dal disordine. Del resto, in un manifesto papale elaborato da Ranieri di Viterbo, di certo non favorevole a Federico (WActa, nr. 1037, p. 709; BF 7550), viene detto che egli fu «immutator seculi, dissipator orbis et terre malleus universe». [56]Epistulae saeculi XIII e regestis pontificum Romanorum selectae, (MGH Epistolae saeculi XIII), ed. C. Rodenberg, I, Hannoverae 1883, p. 653 [cfr. BF 7241, 7245, 14850]. Sulla sua datazione e sulla sua attribuzione a Ranieri cfr. H.M. Schaller, Endzeit-Erwartung und Antichrist-Vorstellungen in der Politik des 13. Jahrhundert, in Stupor Mundi, a c. di G. Wolf (Wege der Forschung, 101), Darmstadt 19822, p. 433 (l’articolo è stato pubblicato la prima volta in Festschrift für Hermann Heimpel zum 70. Geburtstag, Göttingen 1972, pp. 924-47; è stato ultimamente ristampato in Id., Stauferzeit, cit., pp. 25-52). [57]HB V, p. 349 [BF 2454]. [58]Cfr. H.M. Schaller, Endzeit-Erwartung, cit., pp. 418-48 (l’articolo è stato pubblicato la prima volta in Festschrift für Hermann Heimpel zum 70. Geburtstag, Göttingen 1972, pp. 924-47; è stato ultimamente ristampato in Id., Stauferzeit, cit., pp. 25-52); Id., Die Antwort Gregors IX. auf Petrus de Vinea I, 1 ‘Collegerunt pontifices’, «Deutsches Archiv für Erforschung des Mittelalters», 11 (1954), pp. 140-65 (rist. in Id., Stauferzeit, cit., pp. 197-223); Id., Das letzte Rundschreiben Gregors IX. gegen Friedrich II., in Festschrift P.E. Schramm zu seinem 70. Geburtstag, I, Wiesbaden 1964, pp. 309-21 (rist. in Id., Stauferzeit, cit., pp. 369-85); Id., Die Frömmigkeit Kaiser Friedrichs II., «Deutsches Archiv für Erforschung des Mittelalters», 51 (1995), pp. 493-513. [59]Salimbene de Adam, Cronica, a c. di G. Scalia, Bari 1966, p. 508 (Scalia della stessa cronaca ha approntato anche un’altra edizione per il Corpus Christianorum, Continuatio Medievalis, Tournolti 1998-99). [60]Il rhythmus, attribuito talvolta anche a Quilichino da Spoleto, ha goduto di una fortuna editoriale notevole. Esso fu pubblicato da E. Winkelmann, De regni Siculi administratione, qualis fuerit regnante Friderico II. Romanorum imperatore, Ierusalem et Siciliae rege, phil. Diss., Berlin 1859, pp. 45 ss.; G. Paolucci, Contributo di documenti inediti sulle relazioni tra Chiesa e Stato nel tempo svevo, «Atti della R. Accademia di scienze, lettere e belle arti di Palermo», ser. III, 4 (1897), pp. 21-23; F. Torraca, Maestro Terrisio di Atina, «Archivio storico per le province napoletane», 36 (1911), pp. 251-53; R. Ortiz, La materia epica di ciclo classico nella letteratura italiana delle origini, «Giornale storico della letteratura italiana», 85 (1925), p. 85 (solo le prime due strofe); S.H. Thomson, The ‘Preconia Frederici II’ of Quilichinus of Spoleto, «Speculum» 10 (1935), pp. 391-93; T. Ferri, Appunti su Quilichino e le sue opere, «Studi Medievali», n.s., 15 (1936), pp. 248-50; W. Kirsch, Quilichinus oder Terrisius? Zur Autorschaft des Rhythmus ‘Cesar Auguste multum mirabilis’, «Philologus» 117 (1973), pp. 250-63; H.M. Schaller, Zum ‘Preisgedicht’ des Terrisisus von Atina auf Kaiser Friedrich II., in Geschichtsschreibung und geistiges Leben im Mittelalter, [Festschrift für Heinz Löwe zum 65. Geburtstag], a c. di K. Hauck e H. Mordek, Köln-Wien 1978, pp. 511-14 (il saggio è stato ristampato in Id., Stauferzeit, cit., pp. 85-101). [61]Orfinus Laudensis, De Regimine et sapientia potestatis, ed. S. Pozzi, Lodi 1998, pp. 78-80, vv. 166-76; il testo, in precedenza, era stato edito anche da L. Castelnuovo, «Archivio storico lodigiano», s. II, 16 (1968), e da A. Ceruti, «Miscellanea di storia italiana, 7 (1869), pp. 29-94. [62]Edito in M. Gigante, Poeti bizantini di Terra d’Otranto nel secolo XIII, Napoli 1979, p. 175ss. [63]R.M. Kloos, Nikolaus von Bari, eina neue Quelle zur Entwicklung der Kaiseridee unter Friedrich II., in Stupor Mundi, 1982, cit., p. 134ss. (il saggio fu pubblicato per la prima volta nel «Deutsches Archiv für Erforschung des Mittelalters», 11, 1954, pp. 166-90). [64]Questi componimenti sono stati raccolti da V. De Bartholomaeis, Poesie provenzali storiche relative all’Italia, 2 voll., Roma 1931. In essi, talvolta, si menziona il sen di Federico, ma senza ulteriori specificazioni; una connotazione un po’ più particolare, invece, hanno i vv. 33-8 della Metgia di Aimeric de Peguilhan (V. De Bartholomaeis, Poesie provenzali, cit., I, p. 248): «Aquest metges savis, de q’ieu vos dic, / Fo fills del bon emperador Enric, / Et a lo nom del metge Frederic, / El cor el sen el saber e l’afic / Don serant ben meizinat siei amic, / Ei trobaran consseill e bon abric». [65]E. Winkelmann, Drei Gedichte, cit., pp. 482-92. [66]Tuttavia, in tali documenti, le dichiarazioni più esplicite dell’interesse riservato allo studio appartengono a Manfredi e non a Federico. Cfr. supra, p. 0000. [67]Cfr. il saggio precedente, pp. ???? [68]Cfr. R. Davidsohn, Storia di Firenze, V, Firenze 1972 (ed. or. Berlin 1896-1908), pp. 48ss.; G. Cherubini, L’immagine di Federico II nella cultura toscana del Trecento, in Potere, società e popolo nell’età sveva (1210-1266), Bari 1985, pp. 275-300. [69]Li livres dou Trésor de Brunetto Latini, ed. F.J. Carmody, Berkeley-Los Angeles 1948, I 95, p. 75. [70]Per la dipendenza di Villani dal Trésor cfr. L. Green, Chronicle into History. An Essay on the Interpretation of History in florentine fourteenth-Century Chronicles, Cambridge 1972, p. 158. [71]Giovanni Villani, Nuova Cronica, a c. di G. Porta, I, Parma 1990, p. 275-6. [72]Sui problemi relativi alla redazione della sua opera cfr. soprattutto T.C. Davis, The Malispini Question, «Studi Medievali», s. III, 10 (1969), pp. 215-54; L. Minervini, Un problema ancora aperto. La Cronaca malespiniana, «Archivio storico italiano», 79 (1971), pp. 143-80. [73]Ricordano Malispini, Storia fiorentina, Firenze 1816 (rist. an. Roma 1976), p. 88. [74]Pandolfo Collenuccio, Compendio della storia del regno di Napoli, ed. A. Saviotti (Scrittori d’Italia, 115), Bari 1929, p. 146. [75]Riccobaldus Ferrariensis, Pomerium Ravennatis ecclesiae seu Historia universalis, in Rerum Italicarum Scriptores, ed. L.A. Muratori, IX, Mediolani 1726, col. 132: Federico fu «super homines prudens, satis literatus, linguarum doctus». [76]Franciscus Pipinus, Chronicon, in Rerum Italicarum Scriptores, ed. L.A. Muratori, IX, Mediolani 1726, col. 661: «Fuit autem non procerus, obaeso corpore, subrufus, super homines prudens, satis literatus, linguarum doctus, omnium artium mecanicarum, quibus animum dederat, artifex peritus; aucupio falconum maxime oblectabatur». [77]Ad es., cfr. L’Ottimo commento della Divina Commedia, a c. di A. Torri, Pisa 1827, I, p. 191; e Benvenutus de Rambaldis de Imola, Comentum super Dantis Aldigherij Comoediam, ed. G.F. Lacaita, I, Florentiae 1887, p. 442. [78]Cfr. Giovanni Villani, Nuova cronica, cit., Parma 1990, pp. 246-47; Pandolfo Collenuccio, Compendio, cit., pp. 79 ss. A lui dovettero, forse, attingere altri autori di cronache: cfr. su ciò E. Kantorowicz, Federico II, cit., p. 30; W. Stürner, Friedrich II., I, Darmstadt 1992, p. 45. Per F. Güterbock, Eine zeitgenössische Biographie Friedrichs II., «Neues Archiv», 30 (1905), p. 51, il racconto potrebbe risalire a Mainardino da Imola, ma l’ipotesi è del tutto aleatoria e congetturale, dato che l’opera di Mainardino è andata perduta. Tuttavia, come si ricava anche dalla descrizione della fortuna avuta dal motivo della cultura di Federico, è fuori dubbio che alcuni degli autori menzionati si rifacciano ad una fonte comune, dal momento che usano espressioni molto simili, se non identiche. [79]Cfr. E.R. Curtius, Letteratura europea e medio evo latino, Firenze 1992, (ed. or. Bern 1948), pp. 199 ss. Già per Menandro Retore la menzione della cultura e dell’amore per lo studio costituiva un momento imprescindibile dell’elogio: cfr. p. 82 della cit. ed. Russell-Wilson (p. 371 ed. Spengel, cit.). [80]Cfr. H. Bardon, Les empereurs et les lettres latines d’Auguste à Hadrien, Paris 1940, passim. [81]Cfr. P. Godman, Poets and Emperors: Frankish politics and carolingian Poetry, Oxford 1982, pp. 51 ss. [82]Carmen de gestis Frederici I. imperatoris in Lombardia, MGH, SS. Rer. Germ. in usum scholarum, ed. I. Schmale-Ott, Hannover 1965, p. 3, vv. 59-60. [83]Cfr. W. Berges, Die Fürstenspiegel des hohen und späten Mittelalters, Stuttgart 1938, pp. 66 ss. [84]Gotifredus Viterbiensis, Pantheon, MGH SS, XXII, ed. G. Waitz, Hannoverae 1872, p. 131. [85]Cfr. O. Cartellieri, Reise nach Italien, cit., pp. 693 s. [86]Die letzten Hohenstaufen, Göttingen 1871, p. 698. [87]Le fonti della storia delle provincie napolitane dal 586 al 1500, Napoli 1902, rist. an. Bologna 1986, p. 106 n. 1. [88]Ueber den sogenannten Jamsilla, «Historisches Jahrbuch», 19 (1898), pp. 1-28. [89]Niccolò Jamsilla, in Studi di storiografia medievale e umanistica, Napoli 1975, p. 200 s. [90]Su questi personaggi cfr. H.M. Schaller, Die Kanzlei Kaiser Friedrichs II. Ihr Personal und ihr Sprachstil, «Archiv für Diplomatik», 3 (1957), pp. 260, 267, 275-76, 281-82. Su Nicola da Rocca, inoltre, cfr. K. Pivec, Der Diktator Nicolaus von Rocca. Zur Geschichte der Sprachschule von Capua, «Innsbrucker Beiträge zur Kulturwissenschaft», 1 (1953), pp. 135-52; e, soprattutto, Nicola da Rocca, Epistolae, [Edizione Nazionale dei Testi Mediolatini, 9], ed. F. Delle Donne, Firenze 2003. [91]Nicola da Rocca, Epistolae, cit., nrr. 35-37, pp. 56-59 (HB, Pierre, nrr. 89-91, pp. 386-89). In una, soprattutto (nr. 37, p. 58s.), appare chiaro lo stretto legame di amicizia tra i due: in essa Nicola scrive a Goffredo rimproverandolo di aver voluto affrontare, sfidando il freddo dell’inverno, un viaggio scomodo e pericoloso, invece di rimanere suo ospite a Foggia. Copyright ©2005 Fulvio Delle Donne |
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