Il castello federiciano di Prato
Le mura turrite del castello
Cenni
storici. Suscita molta
curiosità il fatto che questo “Castello dell’Imperatore” sia stato
eretto per volontà di Federico II in un luogo – Prato: feudo
“ghibellino” dei conti longobardi Alberti a partire dal VII secolo d.C.
– che è estraneo alla tradizione castellare dell’Hohenstaufen. Come è
noto infatti, l’imperatore svevo ha edificato i suoi castelli esclusivamente
nel meridione, nelle “Puglie” soprattutto; e per questo motivo
all’imponente costruzione pratese viene
attribuita tuttora, un po’ banalmente per invero, l’esclusiva importanza
di essere il castello di Federico più a nord d’Italia. E dell’Europa!
Prato
si trova sull’A11 Firenze-Mare a circa 10 chilometri da Firenze, ai piedi
dell’Appennino, ed è la decima provincia della Toscana, istituita nel 1994
insieme ad altre città “minori”, quali Crotone, Biella, Verbania, Rimini,
Lecco ecc. Essa si trova in quella stessa antica pianura alluvionale in cui
sorsero gli insediamenti “centuriati” di Firenze e Pistoia, città
“romane” altomedievali importantissime, le quali con Prato hanno la comune
caratteristica naturale di essere state fondate immediatamente a ridosso della
catena appenninica che divide la Toscana dalla pianura padana. Per eredità
romana, alla pianura del Po, per poi andare nella parte franco-germanica
dell’impero, si accedeva con l’unico percorso consolare “normale”
dell’epoca: la Flaminia. Tutte le altre vie e percorsi “alternativi”,
che pure esistevano, erano più difficili ed incerti, cioè impraticabili per
i grandi eserciti e le corti itineranti. Firenze allora, capolinea della
Cassia, si trovava, come Prato e Pistoia, in posizione felice, cioè
relativamente protetta dal “freddo” Nord, mirabilmente esposta al sole di
Mezzogiorno (Dante amorevolmente l’aveva designata “il giardino
dell’Impero”).
Perché
dunque è banale ritenere che il castello di Prato sia importante unicamente
perché Federico lo ha eretto più a Nord degli altri? Altri motivi,
disconosciuti e inenarrati, lo rendono unico ed interessante dal punto di
vista storico, spiegandone la particolarità, anche se resta pur sempre,
fondamentalmente, un fortilizio militare, un avamposto bellico, una base
d’appoggio, privo perciò di quei caratteristici elementi estetici
dell’architettura e della “visione” federiciana. Difficile presentare il
castello collocato “a metà strada” fra Sicilia e Germania.
è
stato costruito fra il 1237 e il 1247 dall’architetto siciliano preferito
dell’Hohenstaufen, Riccardo da Lentini. Questo “marchio di fabbrica” si
riconosce nel portale per la medesima forma dell’ingresso di Castel
del Monte: entrambi insistono nel medesimo pentagono cerchiato. Quel
decennio è il periodo della lotta accanita dell’imperatore per sottomettere
al suo disegno universale i Comuni lombardo-padani: Vicenza, Mantova, Parma,
Pavia, Milano, Faenza ecc. Quindi la costruzione del castello di Prato
costituiva anzitutto una tessera-chiave nel disegno politico di Federico in
Italia: la sottomissione dell’Italia comunale e papale al potere imperiale
“romano-germanico” sotto il suo nome.
Prato fino a quel momento proveniva da un passato storico normale e da uno sviluppo ordinario, anche se caratterizzato. La città sorge lungo l’ansa di sbocco a valle del fiume Bisenzio, affluente destro dell’Arno, che dalle montagne dell’appennino tosco-emiliano si riversa proprio all’inizio di una pianura alluvionale assai irrigua, già regimata in epoca romana dall’ancor oggi evidente centuriazione a “campi”. Oggi questo grande spazio naturale protetto da montagne “contiene” circa 2 milioni di abitanti, con densità di popolazione altissime, su record europei. Nel V secolo, a ridosso del fiume la migrazione etnica longobarda si fermò per fondare un primo, vero e proprio borgo urbano, accanto e più a sud di un centinaio di metri del più rudimentale e rurale borgo preesistente, il pagus Cornius, un insediamento italiota e romano (vedi cartina 1). Quest’ultimo agglomerato si era stabilizzato intorno alla forcatura di un trivio di gore (nome tipico locale dei corsi alluvionali): la gora di S. Gonda, la gora del Castagno e la gora della Romita; di qui il toponimo cornius. Viceversa, il clan longobardo (i futuri Conti Alberti) abbozzò il proprio insediamento utilizzando la forma rettangolare del classico recinto dei pastori ed allevatori di bestiame. En passant, non è fuor di luogo ricordare che questo popolo migratorio del Nord introdusse nella penisola l’allevamento del bufalo. Il quadrilatero della fondazione urbana assunse col tempo la forma vera e propria del castello, della curtis che si protegge dall’esterno con una cinta fortificata (la prima cerchia di mura pratese: V-VII secolo), e che oggi si riconosce nello spazio delimitato da via Ricasoli, via Guasti, via della Rinaldesca e via Banchelli, con piazza degli Alberti appunto.
A
sostegno di questa teoria “cortilesca” o “cortesca” del tipico
insediamento degli Alberti, di stampo longobardo, allevatori di bestiame
(greggi e armenti di pecore, mucche, bufali) più che agricoltori, è portata
la forma analogica di altri castelli alberteschi in Toscana: il castello di Lucardo
a Montespertoli per esempio. Quindi, in poco più di due o tre ettari si
trovano a convivere due etnie, due culture, due gruppi sociali, fra i quali
l’ultimo arrivato è apparentemente più portato al predominio. Le due zone
urbane sono nettamente divise da un’importante strada di attraversamento
europeo, che corre esattamente sulla linea est-ovest, da Pistoia a Firenze:
una delle numerosissime vie di pellegrinaggio di San Giacomo di Compostela.
Questo itinerario di gente in marcia si sovrappone alla via Francigena e alle
sue diramazioni di pianura. I pellegrini in cammino da ovest ad est sulla
linea del Sole trovano ricovero e una sosta assistita in questa città, dove
per iniziativa dei frati monaci e dei "pietosi" benestanti locali,
precisamente ai lati estremi del borgo medievale, sorgono, fra l’altro a
ricettacolo, i ricoveri dei due "spedali" (il Misericordia e il
Dolce), eretti a dispensa per l'arrivo e la ripartenza dei cristiani in
cammino di salvazione.
Se
quindi la prima cerchia muraria fra il VII e l'XI secolo assume distintamente
la sua forma quadrata, cioè “pagana”, figlia dell'originario insediamento
di conquista longobarda, il periodo successivo (XI-XIII secolo), quello
posteriore alle crociate classiche, conduce, attraverso lo sviluppo in loco
del monachesimo e della sua tipica architettura “ordinata”, alla
costruzione della seconda cerchia
muraria pratese (1157-1196), intrisa del nuovo spirito francescano. E questa
è la stessa cinta sul crinale della quale Federico farà costruire il suo
castello, nel modo e per le ragioni che adesso vediamo. Nel frattempo (seconda
metà del XII sec.), nello spazio immediatamente a ridosso, intorno ed esterno
alla prima cerchia di mura, sorgono conventi, chiostri e chiese: S. Francesco,
S. Domenico, Sant'Agostino ecc., fino a formarsi di tutta un'area urbana
“riconvertita”, “ripopolata” da un volgo povero e “devoto”,
delimitata e ricompresa da questa seconda cinta edificata a mattoni. Nasce e
si sviluppa insomma, nell’estensione fra prime e seconde mura, uno spazio
religioso preciso e ben localizzato. La sua forma a P
oggi non è più evidente, se non grazie a una studiata ricostruzione (vedi
cartina 2 e cartina 3).
Come
si nota, il castello più “settentrionale” di Federico “aggredisce”
dal lato est le seconde mura facendole “saltare”, realizzando così una
nuova apertura verso l'oriente, che
guarda Firenze. La costruzione federiciana prorompe dall’unico luogo più
elevato della città, la sovrasta e le fornisce la rappresentazione di
un'immagine e concezione nuove: l'universalità imperiale dello Staufen. Sul
posto, cioè al suolo, la curvatura della P è attualmente ben visibile
nell'unico e breve tratto angolare delle seconde mura che è rimasto, e
anch’oggi questo spigolo si può ben osservare nelle adiacenze del chiostro
e del casale della Chiesa di S. Francesco, lungo via Dante. La retta inclinata
della P punta, dritta e sicura, verso l'angolo nord-ovest del castello. Il
lato della costruzione, in pietra chiara, lascia ancora intravedere, molto
evidente anche all’osservatore meno attento, l’originario incorporamento
delle mura “francescane” e del preesistente castello degli Alberti.
Infatti, gli unici materiali in
mattone rinvenibili sono rimasti incastonati e inglobati proprio nella
base della torre nord-ovest del contrafforte.
Contrariamente
alla generica tesi che accredita quindi il castello come tappa di collegamento
al resto germanico dell'impero (peraltro non raggiungibile agilmente da questo
punto, per l'assenza di un adeguato valico appenninico che sia utile al
transito delle guarnigioni), gli elementi sin qui riportati rendono più
veritiera un’altra ipotesi,
storica e urbana, circa le ragioni di una presenza così “settentrionale”
dell'architettura castellare dello Staufen. Il periodo di costruzione del
castello coincide, pressappoco, con l’ultimo decennio di vita di Federico II
(1237-1248), e rimane peraltro incompiuto rispetto al progetto iniziale. Il
progetto politico in Federico è realizzazione di un’architettura e,
viceversa, il progetto architettonico è strumento per la realizzazione del
disegno politico (l’Impero). In tanto sta la sua scuola, lo stile della sua
corte, sempre itinerante. Lo Svevo è tutto teso alla costruzione universale,
“globalizzante” dell’Impero, al quale si devono sottomettere
“realisticamente” le città-Comuni e la chiesa-Curia. Prato è l'avamposto
naturale, strategico, una vera e propria cerniera
sul terreno di questo disegno.
La
situazione è assai favorevole: Pisa, fedele sempiterna all'impero, è lì a
un passo, raggiungibile per facili itinerari di costa fluviale; Firenze è già
stata eretta a Vicariato imperiale dell'Italia centrale, sotto il comando del
primogenito Federico d'Antiochia; il soglio papale è sotto facile mira e in
splendida osservazione, e da quest'angolo riparato si trova a portata di mano
con la Cassia. Persino Grosseto, il feudo più rurale e primitivo della
Toscana, è già stata “fortificata”. Lo spazio italiano centrale è
veramente tutto occupato, e sottomesso alla strategia. In queste condizioni la
politica di riordino del Regno d'Italia, assolutistica ma moderna e veramente
unificatrice, può realizzarsi.
La
città di Prato sul momento non ha bisogno di essere conquistata o assediata,
come lo saranno successivamente quelle più a nord, perché i Conti Alberti
subito cedono senza resistenza, e per similitudine d’origine, all’ordine
di vassallaggio imperiale. Il casato in seguito verrà bandito dalla città
all'epoca dei Neri, padroni di Firenze, sulla scia del precedente assedio subìto
da Matilde di Canossa, a causa dell'evidente trascorso e natura
“ghibellini” dei banchieri feudatari pratesi, i quali consegnando e
facendo sottomettere la città alle insegne di Federico si “compromettono”
per sempre, e per questo in futuro dovranno accettare di far recitare alla
città una parte minore, che resterà per il seguito sempre all'ombra di
Firenze.
Il nuovo castello pratese dell’Imperatore sorge quindi, come s’è detto, a partire da 1237 sul crinale delle mura “francescane”, sul limite est, sovrapponendosi proprio all'originario castello degli Alberti, inglobandolo (vedi cartina 3). La sua funzione era perciò molteplice: quartier generale delle operazioni militari tese alla sottomissione dei comuni “lombardi”; nuova sede ufficiale del Vicario imperiale in Toscana, tolta a Firenze; avvertimento perentorio agli eventuali ostacoli che un papato riottoso avrebbe potuto frapporre al disegno “globale” di Federico; centro di controllo della fitta rete di fortificazioni, rocche e torri d'avvistamento (San Miniato) costruita a sostegno e protezione della “ghibellinità” dell’Italia centrale (Tuscia), così confermata e celebrata, col castello, nella sua natura “non curiale”.
Le
caratteristiche architettoniche sono una conferma di questa funzione
classicamente “politica” del castello di Prato. La sua “fabbrica”,
inizialmente finanziata con i fondi vicariali fiorentini e per la quale il
figlio Enzio diede le prime disposizioni militari, non fu terminata rispetto
al progetto originario, ma il portale,
praticamente identico a quello di Castel del Monte, se non per l'uso del marmo
“verde di Prato”, anticipa
largamente le future prospettive rinascimentali fiorentine. Il cortile interno
era progettato su due piani, sorretti da una serie di semicolonne
sormontate da capitelli (schema ancora rintracciabile ad occhio nudo). Le feritoie
permettevano anche un abbondante ingresso di luce, oltre che le normali
manovre di difesa e offesa allora in uso. La struttura “abitativa”
era al riparo della gittata delle catapulte nemiche, localizzata adeguatamente
nell’ala calda a mezzogiorno, cioè perfettamente funzionale alla dimora
vicariale e alla guarnigione.
In
conseguenza alla nuova costruzione fu disegnato l’esagono irregolare delle
nuove mura (terza cerchia), il cui
perimetro si ergeva a protezione più larga della città rinnovata. Sia la
popolazione che la superficie abitativa in poco tempo si sarebbero
raddoppiate. I commerci lanieri, già consolidati, ebbero nuovo impulso, anche
a sostegno delle esigenti finanze imperiali. La costruzione delle mura nuove
recò una serie di elementi architettonici e funzionali assai moderni e
innovativi per quel tempo, e ancora se ne possono ammirare parzialmente
alcuni: altezza inusitata; camminatoio sentinellare a pensile
gotico; ponte levatoio al portale est del castello, per il passaggio sulla
gora S. Gonda mediante un “cassero”
di collegamento sulla guardia orientale (non realizzato completamente);
bonifica e nuova regimazione delle acque nel perimetro cittadino, sia per
l'estetica che per il rifornimento e la difesa. Veramente il castello segnò
il passaggio (storico) a una nuova fase di sviluppo: Prato fu trascinata di
prepotenza nel girotondo del gioco imperiale.
Ma
il progetto, sia quello politico generale che quello architettonico locale,
come sappiamo non si realizzò completamente. Prima della morte di Federico,
la sconfitta di Parma aveva segnato una forte battuta d’arresto nella
realizzazione del “disegno” imperiale. Sarebbe stato certamente ripreso se
la morte (ancora oggi ambigua e anche un po’ misteriosa) non lo avesse colto
nel castello di Fiorentino, nel 1250. Scomparso lo “stupor
mundi”, il Castello di Prato ha avuto in seguito, e fino ai giorni
nostri, un destino simbolico e particolare, di “occultamento”, fino a
perdere per un lunghissimo tratto di storia il nome e la paternità
originarie. Presto furono sopraffatte e stravolte le sue caratteristiche
politico-architettoniche originali. Ristabilito il potere guelfo a Firenze e
in Italia, il Castello divenne una prigione per la rivincita
antighibellina, e fu coperto con tetti a padiglione e a capanna. Il Cassero (vedi
foto) fu completato, ma con la diversa fabbricazione guelfa, tutta a
merlature quadrate e con materiali identici a quelli delle mura fiorentine
intorno a Porta Romana. Il suo scopo era l’ingresso protetto dei padroni
fiorentini in città. Il Cassero, che rappresenta così com'è un'aggiunta
successiva che andrebbe studiata proprio ora (2000) che è stato restaurato in
parte, resisterà pressoché intatto fino alla prima metà del 1900, quando il
regime fascista l'abbatté lasciandone un tronco, quello ora restaurato, per
aprire una specie di “via dei Fori Imperiali”, l’odierno Viale Piave.
L’apertura di questo “corso”, negli Anni Trenta, avrebbe voluto
riproporre a Prato la gloriosa romana pompa della marcia
nazional-fascista. E però, paradossalmente, si deve al Ventennio, con
le sue molto interessate trasformazioni “urbanistiche” di Prato che
accenneremo, il primo ripristino
del Castello: nella denominazione. Il termine attuale “Castello
dell'Imperatore” fu allora considerata più in linea con le aleatorie e
tronfie aspettative imperiali(stiche) degli ultimi vent'anni monarchici in
Italia. Fino allora la costruzione era sulla bocca dei pratesi con nomi
i più diversi: Fortezza (di Santa Barbara), le Carceri, il Castello,
ma privi del riferimento storico preciso. Addirittura si credeva fosse opera
dell' “Imperatore” Barbarossa.
Dal
XVI secolo in poi, quando l'Italia è preda ormai della dominazione straniera
e scade progressivamente a piccola provincia europea, il Castello perde per
così dire visivamente, i “caratteri” della sua natura primigenia. Viene
trasformato in un vero e proprio “carcere”, chiuso e impenetrabile
all'immaginazione; le merlature e le torri vengono nascoste e sepolte con
rialzature e coperture a tetto spiovente. Il bellissimo portale viene parato
da un “sovramattone” e da un portoncino carcerario. Sul lato sinistro
della facciata sorge un’abitazione artigiana che in seguito sarà occupata
prima da un cavallaio e poi dal marmista cittadino. Un improprio muro di
confine edilizio, utile solo per la separazione dal selciato stradale,
sottolinea impietosamente la funzione affossante che gli è assegnata,
sradicandolo effettivamente dalla sua storia e isolandolo dalla città. Per
certi periodi fu adibito anche a lazzaretto.
Anche
la nuova situazione dell’unità d'Italia non ne cambia granché il destino.
Il secolare e soffocante spirito guelfo che pervade da gran lungo tempo la
città (ombra di Firenze) non gli rende giustizia. Viceversa, l’altro
aspetto psico-sociale storicamente facente parte del carattere pratese, che
gli avrebbe potuto, allora come oggi, restituire in parte gli originari
meriti, cioè quello “laico”, ghibellino, addirittura “calvinista” del
suo mercantilismo forsennato, era da ormai troppo tempo occupato (chiuso)
nell'attività e nell'attivismo della produzione tessile, tutto preso
dall’etica del lavoro e della cambiale, che qui è nata.
La
piccola rivoluzione industriale italiana della fine del secolo XIX (la
Sinistra liberale al potere) non porterà neanche quella grandi cambiamenti
per il castello, se non per il fatto che l’antistante piazza delle Carceri
diverrà capolinea di una strada ferrata Firenze-Prato, via Campi, già
delineata in epoca leopoldina. Nel 1910, il Comune acquista il castello per 30
mila lire dall'amministrazione militare, la quale chiuse definitivamente la
Scuola Militare (vedi foto) che vi si
trovava. Ma le mura trecentesche, quelle sì che con l’Italia unita
subiranno trasformazioni malevole e qualche scempio! Già il governo toscano
dei Lorena aveva aggiunto alle mura pratesi, non distonando affatto peraltro,
la costruzione di sei grandi bastioni
d'impronta “medicea”, edificati con fabbrica di mattoni e fregi di pietra
sugli angoli del perimetro. Successivamente vennero abbattute, per perdersi
definitivamente, alcune porte, fra cui quella “Fiorentina” per l’arrivo
della prima strada ferrata; del “Serraglio” a nord, per il passaggio,
sopra le stesse mura semidemolite per il terrapieno, della linea ferroviaria
Firenze-Viareggio; al “Leone” per ragioni di viabilità.
Ma
sarà proprio il periodo fascista a completare l’opera di snaturamento delle
mura, trascurando per fortuna il castello. Il carattere peculiarissimo di
Prato come città tessile d’arte povera e molto artigianale (una produzione
veramente “feudale”), la farà assurgere, con la caratteristica politica
di guerra del Ventennio e con le conseguenti sanzioni,
a grande città industriale che produce a costi bassissimi e vantaggiosi, per
le commesse statali, gli approvigionamenti tessili all'esercito di “Roma
Imperiale”. Viene “istituita” proprio in questi anni a Prato l’“immigrazione
produttiva”, come del resto avvenne in molte città fasciste sorte per
la “ battaglia del lavoro” o “del grano” (la “bonifica” agraria:
Latina, Grosseto, Sabaudia ecc.). Il forte aumento della popolazione
immigrata, impiegata nel settore tessile della produzione bellica, portò a
significative modificazioni nella struttura urbana, le quali interessarono,
piuttosto in malo modo, le mura attuali. Queste furono disastrosamente
aggredite e soffocate dalle nuove costruzioni, fabbriche, ciminiere, alloggi
operai, per cui anche attualmente la parte visibile e “disponibile” non
supera il 50%. Alla cinta muraria furono infine dedicati alcuni “atti
tipici” della legislazione corporativo-sociale fascista e del suo
“modernismo” architettonico, la cui “curiosità” è anch'oggi
osservabile più dall'occhio “straniero” che dall'ormai incallito occhio
indigeno. Nel Ventennio i rappresentanti locali delle “istituzioni”
(corporazioni) presero, per così dire, “possesso civile”
dei Bastioni medicei, dei loro ettari di giardino annesso, nonché di alcune
“pertinenze” rurali e amministrative originarie, trasformandoli in
“villa”, a “riposo” della fatica industriale. Perciò, alcuni luoghi
spettacolarmente medievali, storici, restano ancora inaccessibili al
“pubblico”, posti al riparo dall’attenzione e dall'indiscrezione,
“privatizzati”, come sono, nei confronti del “dazio fondiario”, in una
situazione di completa illiceità dell'uso dal punto di vista della legge
urbanistica, anche attuale. Non senza ironia, la situazione “anomala” in
cui si trovano le mura si mantiene tuttora nell'indifferenza interessata e
nell'oblio generale.
Il
castello dell'Imperatore oggi è osservabile, nell’attuale veste restaurata,
da cinquant'anni scarsi, grazie soprattutto alla meritoria politica del
Comune, il quale l’ha restituito veramente alla sua immagine e al suo
aspetto originari. Meno si è fatto e si sta facendo per le meravigliose mura
trecentesche che col castello fanno tutt’uno. È vero, la città patisce un
po’ della generale perdita della memoria storica, ma forse la più grave
dimenticanza, se non proprio interessata disattenzione, consiste nel
continuare ad ignorare l’utilità urbanistica e la potenzialità sociale di
un "mezzo" che può diventare un "fine" utile.
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©2002 Fernando Giaffreda
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