Federico II e la comunità solofrana Quando Federico II entrò in possesso dei territori materni, Solofra era un casale del feudo di Serino (appartenente al Giustizierato Principato e terra beneventana) tenuto dai Tricarico. La sua comunità viveva forme di vita comune organizzata intorno alla pieve di S. Angelo e S. Maria e con le sue attività artigianali partecipava alla vivacità commerciale dell’interland di Salerno su cui è aperta la sua conca. Proprio per questa matura vita comunitaria Ruggiero II Tricarico aveva assegnato al suo secondogenito Giordano il casale di Solofra, che però potette godere per poco la sua autonomia poiché, alla morte del feudatario senza eredi, ritornò nel feudo primitivo. L’Universitas solofrana allora, nel quadro del grande riordino messo in atto da Federico II, chiese la decadenza del potere feudale poggiando sulla speranza che il successore di Ruggero, Giacomo, potesse essere colpito come gli altri Sanseverino che avevano subito la confisca dei beni. A favore di Giacomo c’erano però i sentimenti filo imperiali del padre Ruggiero e c’era l’articolo Ut de successionibus delle Costituzioni melfitane che gli permise di ereditare il feudo del fratello perché era "antico" (lo dimostrò un’indagine sull'origine del feudo, attestata in un importate documento). Pur se la comunità solofrana si vide respinta la possibilità di entrare nel demanio imperiale che avrebbe sostenuto la sua realtà economica, continuò a partecipare, con una fisionomia artigianale propria, alla vivacità commerciale dell'entroterra salernitano, uno dei più ricchi del regno e al centro di uno fenomeno economico di grande valenza, che si poggiava su una feconda interrelazione tra le attività agro-pastorali e quelle artigiano-manifatturiere sostenute dal commercio. In questo ambiente economico dominavano i prodotti della pastorizia sia la lana che le pelli, le quali prima di essere lavorate nelle botteghe di Salerno, tenute da un’attiva comunità ebraica, subivano, le une a Solofra le altre nei casali di Giffoni e di Rota, un primo trattamento utilizzando le acque del flubio-rivus siccus-saltera e dell’Irno. Su queste attività l’imperatore svevo volse le sue premure rinnovando i privilegi già goduti e aggiungendo nuovi diritti tra cui il jus auripelli che sostenne l’artigianato di lusso - tessuti prezioni e oropelle - una voce importante del commercio di Salerno e di Amalfi. In più concesse a Salerno, dove c’erano molte botteghe specializzate nell'arte di impreziosire le pelli con fogli di oro e di argento, unica città dopo Napoli, la privativa. Inoltre pose estrema cura nel favorire in questa pianura l’ampio circuito di scambi commerciali che percorreva le campagne raccogliendo i prodotti nei mercati minori per convogliarli nel grande mercato di Salerno, con l’apertura di nuove fiere e la protezione delle strade. Qui interessa sottolineare come tutto ciò favorì la fiorente industria armentizia dell’interland salernitano alla quale partecipava la comunità solofrana con la concia delle pelli, già allora la cifra dell’artigianato dell'alto corso del flubio-rivus siccus; e che furono queste prospettive economiche ad indurre Giacomo Tricarico ad assegnare il vico di Solofra alla figlia Giordana da lei portato in dote ad Alduino Filangieri. Il feudatario, staccando il vico dall’economia rurale del serinese volta verso l’interno, volle sostenere la vocazione salernitana della realtà artigiano-mercantile di questa comunità che sarà la strada del suo decollo nel periodo angioino. Copyright ©2002 Mimma De Maio Vedi anche http://it.geocities.com/mimmade/alleradici3.htm | Torna a Speciali | | Home Page | |