Le famiglia d’Aquino e Sanseverino alla corte di Federico II Da sempre i governanti nelle loro scelte hanno dovuto tener conto delle esigenze e delle richieste delle classi dominanti che li sostenevano. Che si chiamino patrizi, feudatari, o lobbies, la storia è sempre la stessa. Avvicinandoci al periodo trattato da questo sito possiamo ricordare ad esempio quanto male i nobili prendessero l’illuminata iniziativa di Ruggero II o dei suoi due successori di affidare alcuni incarichi di rilievo a persone che venivano dal popolo o dalla classe dei commercianti, (figure che oggi definiremmo come “tecnici”), piuttosto che assegnare la carica a qualche esponente della nobiltà. Da tali problemi non fu esente lo Stupor Mundi. Sappiamo che i rapporti di Federico II di Svevia con i nobili influenzarono molto il suo governo. Se i nobili tedeschi godevano, per tradizione, di maggior indipendenza e potenza nell’ambito dei loro feudi, nel Sud Italia Federico cercò in tutti i modi di controllarli e di fiaccarne l’autorità. Ma erano pur sempre i nobili a rappresentare la sua forza e il suo sostegno nelle situazioni più impegnative come le guerre, le lotte contro i Comuni del Nord Italia e contro il papato. Avendo abolito nel meridione il diritto di successione per ereditarietà, riusciva a tenere avvinti alla sua causa i feudatari, ma non mancavano le defezioni e le ribellioni. E nelle situazioni di scontento si inseriva la Chiesa, trovando terreno fertile per la sua eterna lotta contro il potere imperiale. A questo proposito, ci pare opportuno parlare di due potenti famiglie del Mezzogiorno. Esse costituiscono un esempio delle alleanze che si andavano creando per garantirsi prestigio, potere e protezione e di quanto precarie ed effimere si potessero rivelare con l’alternarsi delle varie vicende politiche. Un esempio importante è la congiura dei nobili del 1246 in cui i Sanseverino e i d’Aquino ebbero notevole parte. Parliamo di entrambe le famiglie giacché entrambe imparentate con l’Imperatore e tra di loro strettamente legate da numerosi vincoli di matrimonio.
La Famiglia d’Aquino Dell’entourage di Federico II di Svevia facevano parte gli Aquino. Tale nome ci è noto per una figura di rilievo di quel periodo, San Tommaso d’Aquino, filosofo e teologo.
San Tommaso d'Aquino Egli non ebbe rilevanti rapporti con l’Imperatore, mentre non mancano i punti di contatto tra la sua famiglia e Federico II. Questa famiglia, ebbe origine da Atenulfo Principe di Capua, detto Sommucula, di sangue longobardo, il quale possedeva fin dal 996 la terra di Aquino, da cui la famiglia ha tratto il suo nome. Era questa una delle sette grandi famiglie del regno. Dalla famiglia Aquino hanno avuto origine altre famiglie che hanno preso nome dalle signorie a loro affidate: Alvito, delle Grotte, Santomango, ed il ramo dei conti di Acerra. Durante il regno di Federico, molti baroni ed ex feudatari avevano assunto incarichi di amministrazione governativa. Tommaso sposò Margherita di Svevia figlia di Federico II, fu nominato gran giustiziere ed ottenne la contea di Acerra (la contea di Acerra era stata di Riccardo, fratello del re normanno Tancredi) . Suo fratello minore, Landolfo, uomo d’armi fin dalla gioventù, di provata fedeltà al Re, divenne magistrato in Terra di Lavoro. Landolfo era il padre del futuro San Tommaso. Il conte Tommaso era impegnato nella lotta contro i baroni rivoltosi. Questi doveri spettavano militarmente a magistrati e giustizieri, e si rivelavano spesso ardui ed impegnativi per la lunga durata. E l’impegno profuso dal conte Tommaso d’Aquino è testimoniato proprio dalle vicende abruzzesi contro il conte di Celano, da lui abbattuto. Fu luogotenente imperiale in Siria e fu presente ad Acri, con Ermanno di Salza, il maresciallo Filangieri ed altri, ad attendere l’arrivo di Federico II giunto con la flotta imperiale nel settembre 1228. Fu inviato, con Baliano di Sidone, a Nablus quale ambasciatore dell’Imperatore per offrire doni al Sultano. Nel 1229, al tempo della crociata dei clavisignati che organizzavano rivolte in Campania e in Abruzzo, il conte Tommaso dalla Puglia guidò gli aiuti dell’Imperatore ai suoi uomini assediati presso Capua. Landolfo, invece, tornato dalla Siria con l’Imperatore, fu fatto capitano generale del regno, e chiamato in Lombardia ed in Germania per trattare la pace col Papa. Un altro rappresentante di questa famiglia è Riccardo (o Rinaldo), conte di Caserta. Alcuni scrittori ritengono che questo conte di Caserta, altro genero di Federico cresciuto a corte, fosse della famiglia Rebursa, altri della famiglia Sanseverino perché, pare, figlio di Tommaso di Lauro e Syfridina; altri ancora lo indicano come appartenente ai d’Aquino e lo ravvisano addirittura con Rinaldo il poeta di corte. Fu proprio lui ad avvertire Federico, mentre questi cacciava con i falconi a Grosseto, che alcuni Baroni del regno (Pandolfo Fasanella, Giacomo Morra, Tebaldo, Guglielmo e Francesco Sanseverino, Roberto di Fasanella, Goffredo Morra, Gisolfo da Maina ed Andrea Cigale) congiuravano contro di lui. Secondo alcune fonti tra i ribelli era anche la famiglia di Landolfo d’Aquino. Essendo già morto il conte Landolfo, l’ira di Federico si riversò sui suoi tre figli: Rainaldo che fu messo a morte nello stesso 1246, Aimone e Landolfo i quali furono raminghi nel regno. Riccardo debellò la rivolta e riuscì ad avere il controllo della situazione, ancor prima dell’arrivo dell’Imperatore. Nel giugno 1247, da Torino, Federico affianca a Gualtiero Manupello, capitano generale in Sicilia, i due generi Tommaso d’Aquino e Riccardo di Caserta. Le sue nozze di Riccardo con Violante, figlia naturale dell’Imperatore, si tennero ad Andria nel 1249 con sontuose feste a Castel del Monte. Riccardo di Caserta sarà poi tra i testimoni del testamento fatto da Federico prima di morire. Morto l’Imperatore, divenne uomo di fiducia di Manfredi. Fece da intermediario per lui, infatti, con i Baroni riottosi che però si rifiutarono di seguire Manfredi negli stati del Papa. Lo stesso Riccardo, alla venuta di Carlo I d’Angiò, molto operò per Manfredi col marchese Pallavicino e con le galere genovesi e pisane per impedire l’entrata di Carlo nel Regno. Ma Carlo, incoronato dal Papa, passò il ponte di Ceprano difeso dal Conte di Lanza e dal Conte di Caserta. Si dice, però, che il conte Riccardo abbia ingannato il Lanza perché incline (Riccardo) a tradire la fedeltà a Manfredi, avendo questi attentato all’onore della sua stessa sorella. E così l’esercito di Carlo attaccò l’accampamento di Manfredi presso Benevento, che, per congiura ordita da Riccardo, fu lasciato dalla maggior parte dei Baroni. Iacopo d’Aquino seguì le sorti di re Manfredi e dopo la morte del re fuggì in Romagna da dove si portò in Sicilia. Qui fu preso dai soldati di Carlo d’Angiò e fatto morire come ribelle. Tra gli Aquino vi erano anche poeti di corte. Rappresentante dei più rinomati della scuola siciliana fu Rinaldo, fratello del filosofo Tommaso, mentre i suoi cugini, Jacopo e Monaldo sono assai meno conosciuti. Citato col nome di <<messere>>, concesso all’epoca alle persone di prestigio, è certo uno dei primi esponenti della scuola siciliana. Viene citato da Dante come <<meridionale del continente>>. Ma ha goduto di una discreta fama, con picchi significativi in epoca romantica, per il lamento di una donna afflitta dalla partenza del proprio uomo per la crociata del 1227-28.
La famiglia Sanseverino Il castello di San Severino assunse, sin dal periodo della dominazione longobarda, grandissima importanza: posto all’estremo limite del principato di Salerno e davanti al borgo di Rota, che nel secolo IX fu uno dei confini di quel Principato, era il più forte baluardo per la difesa di Salerno. Trovandosi, inoltre, sull’arteria stessa che congiungeva il ducato di Napoli con Salerno e Salerno col ducato di Benevento, sarebbe inevitabilmente divenuto uno tra i luoghi più importanti tra le difese estreme del principato, ruolo che poi conservò nella sua storia. Tuttavia il suo periodo più glorioso si afferma con la venuta dei Normanni. Sotto le insegne di Roberto il Guiscardo, verso il 1045, vennero in queste contrade due valorosi cavalieri, Angerio e Turgisio, fratelli. Per il valore dimostrato nelle armi il duca di Puglia, concesse al primo il castello di Santo Adjutore di Cava, all’altro il famoso Oppidum Rota, che fu per lungo tempo un centro popoloso e sottoposto alla signoria di Conti della stessa famiglia dei Principi longobardi di Salerno. Turgisio (o Trogisio) usurpò terre e casali al principe longobardo Gisolfo ed a chiese ed abbazie. Fu più volte scomunicato dai papi, ma pur restituendo le terre invase, restò padrone di alcune di esse, in particolare di Rota, così nel 1061 fu investito da Roberto il Guiscardo con il titolo di questa contea. Troviamo sicura menzione della signoria di Trogisio su Rota nell’anno 1067: da essa il conquistatore volle prendere il nome chiamandosi Trogisii de Rota. Invece, i figli di Angerio, vollero assumere un nome che ricordasse le glorie del padre e si dissero filii Angerii, o più semplicemente Filangerii, da cui il cognome del potente casato dei Filangieri. Turgisio nel 1077 fu confermato conte di Rota ed investito dei nuovi possedimenti nella valle di Sanseverino e non tardò a stabilirvi la sua dimora per cui tutti i suoi successori prendono il nome dal castello e si dicono de S. Severino.
Nel 1081 a Turgisio successe il figlio Ruggero, il quale
finiva i suoi giorni rivestito dell’abito monastico nella Badia di Cava. In alcuni documenti del XII sec. si parla di un Turgisio
II signore di molte terre nel Cilento, ma non tutti sono d’accordo
nell’individuarlo come figlio del Turgisio de Rota. A Ruggero successe
il figlio Enrico e a questi Guglielmo, che fu padre del conte Giacomo, di
cui parleremo più diffusamente. La famiglia Sanseverino assurse ben presto
a grande potenza e divenne una delle più illustri e potenti famiglie del
Regno. Fu investita di feudi: la contea di
Castello Macchiaroli a Teggiano, il palazzo dei Sanseverino, facciata dell'attuale ingresso e il torrione principale del castello.
Ma veniamo al periodo di nostro interesse.
Giacomo, figlio di Guglielmo resse primo tra tutti, le sorti del feudo sanseverinese al principio del secolo XII. Egli sposava la figlia di Dietpoldo di Vohburg uno dei conti tedeschi che dominavano nella vallata del Liri, capitano della Rocca di Arce e conte di Acerra. Dietpoldo era tra i feudatari tedeschi che Enrico VI aveva voluto stabilire nei principati feudali in Italia. Nel gran dibattito seguito alla morte di Enrico VI per la successione al trono di Germania, Dietpoldo, con altri conti tedeschi stanziati in Italia, era venuto meno alla fede per gli Hohenstaufen, per cui Innocenzo III, tutore di Federico, lo aveva scacciato, con gli altri, dai suoi feudi. Seguendo poi egli le parti di Ottone IV, veniva da questi remunerato col ducato di Spoleto. Nel 1218 Giacomo è evidentemente dalla parte di Federico e del Papa se proprio in quell’anno rese allo Svevo un servizio incomparabile contro la persona di Dietpoldo, suo suocero. Federico voleva sbarazzarsi di tale nemico, ed affidò il compito al conte Giacomo, genero dell’astuto Dietpoldo contro cui si era già infranta la potenza ed il valore di Gualtiero di Brienne. Giacomo lo catturò e lo rinchiuse in una prigione. Ma l’amicizia tra il Sanseverino e lo Svevo non durò a lungo. Nel 1222 una sollevazione dei Saraceni in Sicilia costringeva l’Imperatore a marciare sull’isola con poderoso esercito. Egli rivolse quindi un caldo appello ai più potenti baroni del Regno affinché gli fornissero un notevole numero di uomini. Ma la sua richiesta non venne da loro accolta con la gravità che l’impresa richiedeva. Il conte Giacomo con i conti Ruggiero dell’Aquila, Tommaso di Caserta, e il conte di Tricarico, si recarono in Sicilia, ma con scarsi uomini. Federico II se ne ebbe a male e fece imprigionare i conti. I loro feudi furono revocati alla regia Curia. Il conte Giacomo rimase poco tempo nelle carceri siciliane poiché, dietro istanza del Papa Onorio III, l’Imperatore lo lasciò libero (1224), ma lo obbligò a cedergli in ostaggio i familiari. Non sappiamo se il conte Giacomo cedette a tali richieste né che cosa fece dopo la sua liberazione. Probabilmente egli andò esule, ma più tardi, richiamato dall’Imperatore, partecipava alla crociata che finalmente il 1227 muoveva da Brindisi sotto il comando dello stesso Federico. Ma la peste che aveva seminato tante vittime colpì probabilmente anche il conte Giacomo che non tornò più in Italia. Non lasciava nessun figlio, per cui Federico, volendo restituire il feudo ai Sanseverino, lo assegnò a Tommaso, fratello di Giacomo. Tommaso, dopo solo un anno di governo, cedeva di nuovo alla Regia Curia il feudo di Sanseverino e del Cilento in cambio della contea di Marsico, sui confini della Basilicata giacché per il tradimento di Filippo, ultimo rampollo dei Marsico, tale contea era caduta nelle mani del fisco: l’unico che per diritto poteva aspirarvi era Tommaso, discendente, per parte di madre, dal penultimo conte Silvestro. Tommaso sposò Perna de Morra e ne ebbe due figli, Guglielmo e Ruggero. Guglielmo sposò presumibilmente Maria d’Aquino, figlia di Landolfo e sorella di San Tommaso. Quello di Tommaso e Guglielmo Sanseverino fu un periodo burrascoso: era il tempo delle continue lotte tra guelfi e ghibellini, clima in cui maturò la congiura contro l’Imperatore Tale congiura non si fermava alle file dei soli baroni, ma penetrava nell’ambito della Corte Imperiale e dell’esercito. Entrarono a far parte della congiura anche i Sanseverino. Ma i congiurati seppero di essere stati traditi, e della reazione dell’Imperatore: <<In hereditario Regno nostro Siciliae, sicut in pupilla oculorum nostrorum, offendi nullatenus patientes, in Regnum cum omni celeritate providimus procedendum,…..>> Pandolfo di Fasanella e Giacomo della Morra con altri complici che si trovavano presso Federico, fuggirono a Roma. Guglielmo e Tommaso di Sanseverino si rifugiarono nel loro castello di Sala (Consilina), mentre gli altri, capeggiati dal Tibaldi assediarono il castello di Capaccio. Così Tommaso Sanseverino e il Tibaldi con altri congiurati dovettero resistere all’assedio delle milizie imperiali. Il primo a cadere fu il castello di Sala: Guglielmo ed i suoi furono rinchiusi nelle carceri del castello, in attesa della condanna. Quindi le milizie imperiali rivolsero i loro sforzi contro il castello di Capaccio ove la resistenza fu più lunga e tenace, benché le munizioni degli assediati fossero scarse. Tratti fuori dal castello Teobaldi, con circa 150 altri congiurati, più i loro soldati (tra cui 40 erano della Lombardia,ostaggi dell’Imperatore, liberati dal Teobaldi), aggiunti ad essi Tommaso e Guglielmo di Sanseverino ed altri della loro famiglia, furono a tutti prima cavati gli occhi, e poi troncati il naso, le gambe e le mani. Per disposizione dell’Imperatore Tibaldi con altri cinque rei (tra i quali doveva essere Guglielmo di Sanseverino, uno dei capi più importanti della congiura), dovevano essere portati per tutte le regioni al cospetto di ogni principe, recando impressa sulla fronte la bolla papale,trovata nel castello di Capaccio, perché a tutti fosse nota la loro infamia. E perché fosse di monito a chi avesse idee velleitarie.
La famiglia dei Sanseverino andò completamente distrutta ad eccezione del piccolo Ruggiero, ultimo figlio di Tommaso, della madre Perna de Morra, della giovane sposa di Guglielmo, Maria d’Aquino, e della piccola Caterina, sua figlia. Il piccolo Ruggiero fu accolto a Lione da Papa Innocenzo IV, anch’egli esule, e crebbe alla sua corte ove in seguito sposò una nipote dello stesso Papa. Regnando Manfredi, il Papa poté tornare in Italia entrando a Napoli il 27 ottobre del 1254. In questo clima di riappacificazione Ruggiero riottenne il suo feudo. Ma non tardarono a cambiare le cose e così il Sanseverino, da sempre sostenitore della Chiesa, si schierò contro Manfredi rendendosi anzi principale sostenitore della lotta contro lo Svevo. Per questo Manfredi gli tolse nuovamente il feudo che diede a Giordano d’Anglano. Ruggero combatté valorosamente nello scontro del febbraio del 1266 che culminò nella cruenta battaglia di Benevento. In un momento in cui gli angioini stavano per sbandarsi, egli, messa sulla punta della spada una camicia intrisa di sangue, tolta ad un soldato morto, l’additò quale vessillo agli angioini e, riunitili, li menò alla vittoria. Pare che da quest’episodio tragga significato lo stemma dei Sanseverino: una banda rossa in campo d’argento. Tornò nuovamente in possesso dei suoi feudi, ed in questo periodo troviamo al suo fianco la seconda moglie Teodora d’Aquino, figlia di Landolfo e sorella di San Tommaso.
Cretosa di Padula fondata da Tommaso Sanseverino.
Nel 1284 gli fu affidata da Carlo, principe di Salerno e, a quel tempo, Vicario Generale di suo padre Carlo I d’Angiò, la custodia e la difesa della città di Salerno dai ribelli (era il tempo dei Vespri Siciliani), mentre Tommaso, figlio di Ruggero e di Teodora, che dallo stesso principe era stato nominato capitano a guerra era stato spedito a difendere il litorale che da Salerno va a Policastro. Ruggiero morì nel 1285 nella contea di Marsico. Di Tommaso aggiungiamo che molto sentì l’influenza del santo zio Tommaso che più di una volta aveva soggiornato al castello di Sanseverino ove ebbe una delle sue estasi; si interessò attivamente per la glorificazione dello Zio. Fondò poi a Padula la Certosa in onore di San Lorenzo.
Bibliografia:
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