La Calabria nel periodo Normanno Svevo
La Calabria, di Francesco Jerace.
La Calabria era una importante regione della Magna Grecia; in essa fiorirono innumerevoli colonie, centri di civiltà, e fu quello il periodo di suo maggiore splendore in cui conobbe potere, cultura, scuole filosofiche, scambi commerciali. Divenne colonia romana, poi passò sotto il controllo del dominio bizantino. La Calabria rimase sempre legata alla sua cultura greca e mantenne sempre lingua, religione, costumi molto vicini a quelli dell’Impero Romano d’Oriente. Ancora oggi in questa regione esistono dei centri di lingua e rito greco. Subì, come il resto d’Italia, invasioni barbariche, fino all’avvento dei Longobardi che nella loro espansione sottomisero anche alcune zone della Calabria. Non mancarono i tentativi degli arabi di Sicilia di conquistarla. Finché non arrivarono i Normanni, che cominciarono le loro conquiste proprio dalla Puglia e dalla Calabria. Stiamo parlando in particolare dei fratelli Altavilla. Dalla Calabria iniziò l’affermazione di Roberto il Guiscardo che, rintanato nei monti della Sila con un gruppo di suoi conterranei e di compagni calabresi, compiva poi scorrerie nei territori circostanti. Il suo quartier generale era poi San Marco Argentano. Qui, intorno al 1050, fece costruire un castello su un impianto preesistente, ne fece la sua residenza e la base principale da dove mosse per la conquista della regione. Delle costruzioni militari normanne, resta in piedi la cosiddetta Torre Normanna, grossa costruzione cilindrica.. L’espandersi dei Normanni non piaceva alla Chiesa di Roma, ma il Papa, non potendo sconfiggerli, pensò di rivolgere a suo favore il prepotente imporsi dei guerrieri di Normandia. Riconobbe le loro conquiste dichiarando a Melfi nel 1059 Riccardo Drengot duca di Aversa e Capua e Roberto d’Altavilla duca di Puglia. A condizione che, quali suoi vassalli, diffondessero, nelle terre conquistate ed in quelle da conquistare nell’Italia meridionale e nella Sicilia, il cattolicesimo, a scapito della religione musulmana o del cristianesimo ortodosso. Con Roberto era il fratello minore Ruggero che col tempo iniziò ad accampare pretese sulle conquiste per cui si era adoperato. Gli fu assegnata una contea in Calabria. La Calabria era la regione delle imprese giovanili degli Altavilla, che aveva dato loro i più fieri e fedeli compagni. Fu la Calabria a vedere le lotte tra i due fratelli, essendo Roberto geloso e preoccupato delle conquiste di Ruggero detto il Bosso. Ma guai ad intromettersi tra i due fratelli, sempre pronti a riunirsi per proteggersi da nemici esterni. Il feudalesimo si innestò più saldamente nella vita calabrese e feudatari normanni furono Guglielmo di Crotone, Gerardo e Anfuso di Squillace, Antrasillo di Maida, Ugo Falloch che fondò Rocca Falluca vicino Catanzaro. Tracce della dominazione normanna sono a Scalea, Laino borgo, Roseto, Malvito, Altomonte, Bisignano, Rossano, S. Marco Argentano, Luzzi (Sambucina), Montalto, Cosenza, S. Giovanni in Fiore, Corazzo, Taverna, Nicastro, Simeri, Catanzaro, Borgia, Squillace, Tropea, Nicotera, Serra S. Bruno (S. Stefano del bosco), Arena, Stilo, Bivongi, Bagnara, Gerace, Reggio Calabria, Bova. Alcune insistevano su precedenti insediamenti bizantini o ancora più antichi. Ruggero stabilì come capitale del suo feudo l’antica Mileto facendone un centro politico, militare e religioso. La città acquistò importanza
politica, divenendo anche culla dell'arte e della cultura medievale. Vi impiantò una Zecca, fondata nel 1072, che batteva moneta. Qui Ruggero ebbe un suo palazzo e fece costruire una chiesa, la Santissima Trinità, che fu poi (1081) sede di episcopato latino.
Antica stampa di Mileto
A Mileto il Conte festeggiò il Natale del 1061, magno musicorum concentu; le nozze con Giuditta d'Evreux, sua fidanzata in Normandia da prima che lui partisse per l'Italia, e sorellastra di Grentesmenil. Sempre a Mileto ricevette la visita dell' emiro Ibn Thimna che promise il dominio di parte della Sicilia ai normanni se l'avessero aiutato a riconquistare il potere perduto contro Ibn Hauasci. Poi vi celebrerà le nozze con la longobarda Eremburga; e ancora nel 1089 con Adelasia del Vasto figlia di Manfredo, del ceppo degli Alemarici, e nipote di Bonifacio, potente famiglia del Monferrato. Man mano fu diffuso il rito latino ed anche un’architettura che si rifaceva allo stile del nord della Francia. Del resto Ruggero voleva (e doveva) cancellare l’impronta degli avversari bizantini. Era quella di rito bizantino la religione più diffusa in Calabria, ben radicata sia per i rapporti con Bisanzio sia per l’avvento di numerosi monaci basiliani, profughi dall’Oriente a causa delle persecuzioni iconoclaste [1] . Le migrazioni dall’Impero Romano d’Oriente continuarono nei secoli giacché i successori di Leone III Isaurico continuarono quella che non era più una battaglia religiosa, ma una lotta politica col Papa di Roma. La Calabria era ricca di chiese in stile bizantino e di monasteri basiliani. E se i monasteri benedettini in Italia e in Europa furono fari e custodi di cultura, assai importanti erano i monasteri basiliani che non erano soggetti ai condizionamenti culturali imposti dalla Santa Sede, custodivano testi di cultura greco-orientale, e rappresentavano la continuità con quella cultura classica che la Chiesa romana aveva messo al bando; perpetuavano anche antiche pratiche mediche, conoscitori di erbe medicinali e di preparati erboristici [2] .
Chiesa bizantina di Stilo (Reggio Calabria).
Questi monaci amavano la vita meditativa e frugale ed in particolare prediligevano vivere e pregare in cavità naturali o artificiali. Inizialmente furono accolti da contadini, man mano si organizzarono in cenobi costruendo chiese, conventi, laure grazie alla protezione ed all'aiuto che ricevettero inizialmente anche dalla Chiesa occidentale e da donazioni, costituite anche da estese proprietà fondiarie, case e persone asservite, da parte di benestanti locali. In tal modo venne a costituirsi un’organizzazione religiosa e sociale che fece da baluardo al decadimento economico e culturale determinato dalle invasioni barbariche e dal diffondersi dell’organizzazione feudale. Molti erano i contadini che preferivano dipendere dai monasteri per sottrarsi all’arroganza e avidità di alcuni feudatari e proprio dai Basiliani appresero tecniche migliori di coltivazione. Una delle figure più note di monaci basiliani calabresi è San Nilo di Rossano (900-1004), fondatore del Monastero di Grottaferrata, rinomato centro dell'Ordine, che sopravvisse anche alle soppressioni di epoca borbonica. La Chiesa romana però, volendo estendere il suo potere e possedere maggiori proprietà anche nell’Italia meridionale, cambiò atteggiamento ed alimentò una vera e propria lotta nei confronti del clero di rito bizantino. I Normanni per tener fede alle richieste del Papa, si preoccuparono di imporre il rito cattolico latino. Non prima di aver sfruttato l’appoggio del clero di lingua greca. In Sicilia si appoggiarono ai basiliani per poter sconfiggere gli arabi e la religione islamica.
In cambio del loro sostegno politico, gli abati dei vecchi monasteri
basiliani ottennero dai Normanni la restaurazione di vecchi
possessi e privilegi e, verosimilmente, la concessione di nuovi come
attestato da una quindicina di diplomi del conte Ruggero e della contessa
La cattedrale basiliana di Locri in Calabria. Decine di monasteri furono ricostruiti dalle fondamenta, centinaia di chiese andate in abbandono furono riedificate. Non così fu per la Calabria e gli altri territori continentali. Ciò può essere rilevato già solo dai differenti stili architettonici adottati nelle due regioni [3] . In Calabria arrivarono monaci cluniacensi [4] (chiamati da Ruggero o mandati dal Papa) ed era regola nell’ordine benedettino che fosse studiata fra i vari rami dell’arte anche l’architettura e gli abati avevano l’obbligo di tracciare la pianta delle chiese e delle costruzioni secondarie che erano chiamati a dirigere. A costruire l’abbazia di Sant’Eufemia, dove era l’antico cenobio bizantino fondato da Cassiodoro, fu un monaco normanno, Robert De Grentemesnil, cognato del novello conte. È probabile che fossero gli stessi religiosi benedettini a progettare le chiese in cui furono nominati abati o vescovi. Robert de Grentemesnil, giunto in Calabria dalla Normandia nel 1062 con 11 monaci, fu il primo abate di Sant’Eufemia e alle sue dipendenze vi erano le abbazie di Venosa e di Mileto, rette da due priori francesi. Con l’imposizione del clero latino ci fu, purtroppo, anche il tentativo di distruggere molti documenti dei cenobi basiliani, alcuni dei quali furono trasferiti a Roma, altri nascosti e salvati, ma molte raccolte sono poi finite smembrate, vendute a privati o disperse. In Calabria Ruggero incontrò San Brunone e tra loro si stabilirono rapporti amichevoli.
San Bruno, fondatore dell'Ordine Certosino
[5]
, nacque a Colonia. Fin dalla giovinezza diede esempio
della sua futura santità. Studiò in Francia filosofia e teologia;
divenuto dottore gli furono affidate cariche di prestigio. Ma disgustato
dai
Raffigurazione dell’incontro tra San Bruno e il conte Ruggero; C. Zimatore, D. Grillo; XX sec.
Questi concesse loro una località selvaggia della sua diocesi che ancora oggi si chiama Certosa. Qui
Bruno con i suoi compagni e lo stesso vescovo Ugone stette per
alcuni anni nella solitudine della vita eremitica, finché fu convocato
a Roma da Urbano II che era stato discepolo dello stesso Brunone.
Qui il Pontefice lo trattenne per alcuni anni e si servì del
suo consiglio e della sua dottrina.
Lo
nominò arcivescovo di Reggio Calabria, ma Brunone, rinunziando ad
essere arcivescovo, ottenne la licenza di vivere in solitudine.
Si ritirò in un eremo vicino il golfo di Squillace. E
qui, secondo la leggenda, lo trovò in preghiera in una grotta il conte
Ruggero Di questo incontro è rimasta pure una precisa traccia in un canto popolare calabrese. Colpito dalla santità di Brunone, cominciò a favorire ed a beneficare con grande generosità lui e i suoi compagni. Certosa di Serra San Bruno (VV). Con l’aiuto del Gran Conte il santo monaco fondò il primo monastero certosino in Italia. Si dice che mentre Ruggero assediava Capua, fu ordita contro di lui una congiura. Brunone, stando nel suo eremo, apparve in sogno al conte e lo avvisò del pericolo. Il santo battezzò il piccolo Ruggero, che diventerà re del regno di Sicilia, e assistette il Conte normanno nel momento della sua morte. Quando Brunone morì fu sepolto nel monastero di Santo Stefano, costruito dallo stesso Ruggero, dove ancora oggi viene venerato con grande fervore.
Durante il periodo normanno furono costruiti vari castelli o ampliati e fortificati quelli già esistenti. Un importante castello fu quello di Nicotera. Il Bosso, dopo averla dichiarata città regia e demaniale, vi ricostruì il castello, vi trasferì la domus regia; ma nel 1085 ancora una volta venne distrutto. Una nuova ricostruzione avvenne nel 1122 ad opera del giovane conte Ruggero (II). Altro castello, ma all’interno del territorio, fu costruito a Saracena, su impianto precedente, forse da Roberto il Guiscardo, luogo che ricorda i disaccordi tra il duca ed il nipote Abagelardo . Di architettura normanna era anche il castello di Scalea. Importanti interventi furono fatti sul castello di Reggio dai normanni. La Calabria, con il suo territorio in prevalenza montuoso, in alcune zone paludoso, presenta anche ampie feraci vallate atte alla coltivazione del grano, declivi che ben si prestano alla viticoltura ed alla coltura dell’ulivo. Questa regione offriva quindi buona quantità di grano, olio, vino, abbondanza di legname, la pece ricavata dagli alberi, prodotti della pastorizia e della pesca, compresa la pesca del corallo. Buona la produzione della ceramica. Dal sottosuolo si estraevano minerali quali l’argento, il rame, il ferro e il sale (salgemma). Diffusissimo era l’allevamento dei bachi da seta e quindi ampie zone erano dedicate alla coltura dei gelsi. Le piantagioni di agrumi erano meno intense fin quando secoli dopo non furono estese a scapito degli alberi di gelsi, essendosi esaurita l’industria della seta. E’ ovvio che vi fosse anche una fiorente industria tessile. Altri prodotti erano il miele di sulla, la cui introduzione è attribuita agli arabi o agli ebrei. La manna ricavata dagli alberi e la liquirizia. Poi c’era, e c’è ancora, la coltura del cedro; pare che sia molto antica e strettamente legata all'immigrazione ebraica dei primi secoli dell'era cristiana e alla successiva occupazione bizantina. Il cedro è richiesto dagli Israeliti per la festa dei Tabernacoli e per le celebrazioni religiose della sukkoth. Tale coltura era dovuta probabilmente anche alle richieste della Scuola Medica Salernitana che faceva del cedro impiego medico. Per l’abbondanza di tutti questi prodotti la regione era in pratica la dispensa della Sicilia araba ed era assai appetibile per i musulmani della vicina isola che non mancavano di tentare continui assalti o scorrerie. I commerci quindi erano fiorenti, favoriti dalla presenza degli Amalfitani che, come in altre parti dell'Italia meridionale e Sicilia, anche lì avevano impiantato numerose colonie e garantivano contatti e scambi con la Sicilia ed i paesi del Mediterraneo. Con il trasferimento della capitale a Palermo, la Calabria perse di importanza politica ed economica grazie anche alle misure economiche adottate dai re normanni. Con Federico II di Hohenstaufen l’economia della regione trovò una certa ripresa, ma le esigenze economiche dell’Imperatore per poter finanziare le imprese militari, lo portarono a soffocare i commerci delle città in favore di maggiori guadagni per il regio demanio. E così anche in Calabria ci furono restrizioni sull’esportazione del grano, sebbene in misura minore rispetto alla Puglia ed alla Sicilia; fu tassata la pesca del tonno, del pesce spada ed il pescato in generale. I prodotti dell’antico Brutium, di difficile approvvigionamento, erano assai richiesti in tutta Europa e nel mondo islamico, e l’Imperatore, come già i suoi avi normanni, pensò di trarne i maggiori benefici. Anche il taglio degli alberi fu regolamentato per proteggere i boschi dall’eccessivo disboscamento. Amministrativamente e giuridicamente la Calabria era suddivisa in Val di Crati, Terra Giordana e Calabria. La Terra Giordana e la Val di Crati corrispondevano grosso modo alla zona che secoli dopo fu chiamata Calabria Citra, la zona chiamata Calabria fu poi detta Calabria Ultra. Più precisamente: il giustizierato di Calabria conteneva l’odierna provincia di Reggio e parte di quello di Catanzaro; l’altro era composto dal territorio detto Valle di Grato e comprendeva Cosenza e tutta la parte occidentale di tale provincia; Terra Giordana, abbracciava la parte orientale delle province di Catanzaro, di Cosenza e la costa della Basilicata sul mar Ionio. Questa è la suddivisione che si aveva nel periodo che stiamo trattando, quindi era valida al tempo dei Normanni e degli Svevi. Sarà tenuta anche in epoca angioina; cambierà con Alfonso d'Aragona. Secondo la suddivisione politico-militare, la Calabria faceva parte della circoscrizione (capitaneria) che andava dalla estremità occidentale della Sicilia fino a Roseto di Capo Spulico. A Roseto lo Svevo fece costruire una rocca a picco su mare. Poco
più a nord volle la costruzione di un castello in una località chiamata,
in suo onore, Rocca Imperiale. Fece apportare interventi di fortificazione ed ampliamento al castello di Nicotera che confermò città regia. Quel castello fu ulteriormente ampliato al tempo di Manfredi. Sempre per intervento di Manfredi fu fatto riedificare il castello di Scilla. Nel 1060, il castello di Scilla, fortificato com'era, resistette a lungo ai normanni quando questi avevano già sottomesso tutti i castelli della Calabria, si arresero solo per fame. Nel 1255, Manfredi diede incarico di fortificare la postazione al suo feudatario Ruffo appartenente ad una delle più potenti famiglie della Calabria, assai vicino alla corte degli Hohenstaufen. Castello di Rocca Imperiale.
Giordano Ruffo di Calabria curava le scuderie di Federico II e scrisse anche un trattato di mascalcia (cura dei cavalli). Nel 1239 Federico incaricò Pietro, nipote di Giordano (figlio di suo fratello), di custodire un suo castello a Crotone. L’anno successivo fu nominato Magister et provisor super aratiis et marescallis Calabrie e giustiziere di Sicilia Nel 1244, circa, entrò a far parte dell' amministrazione centrale sveva con l’incarico di Imperialis Marescallae Magister, carica che detenne anche sotto l’imperatore Corrado IV, che nel 1252 lo nominò conte di Catanzaro. Non così sereni furono i rapporti con re Manfredi che osteggiò e combatté. Per cui venne privato di tutti i suoi uffici e averi nella Curia generale tenutasi a Bari nel febbraio 1256. Fulco fu poeta alla corte di Federico II e troviamo il suo nome tra i firmatari del testamento dell'Imperatore. Seguì le parti dello zio Pietro nella lotta contro Manfredi e resistette alle truppe di questo nei castelli di Bovalino e Santa Cristina che aveva avuti da Corrado IV. Altro calabrese rimatore della scuola poetica siciliana fu Dolcetto.
Federico II si interessò anche della città di Cosenza. La città di Consentia deve il suo nome, secondo alcuni storici, al consenso espresso dai confederati del IV secolo a. C. Condivise le sorti delle altre città dell’Italia meridionale, subendo la supremazia romana prima e quindi le invasioni barbariche. Nel 568 Giustino il Giovane, nipote di Giustiniano, divenne Imperatore e con lui Cosenza divenne ducato. In questo periodo fiorirono le lettere, nacque la prima scuola musicale. Nel 664 i Longobardi, con a capo Romualdo Duca di Benevento, conquistarono Cosenza, che aderì al Ducato. Nell'852 i saraceni partirono alla conquista della Calabria e del Bruzio e, dopo 5 tentativi, solo con l’inganno riuscirono a conquistare la Città. Nel 958 i musulmani mirarono ad una rifondazione della Città. Ma ben presto ritornò a sventolare sulla Città la croce bizantina. Cosenza cambiò nome e divenne Costanza.
Castello di Cosenza Le razzie musulmane la resero una piccolissima città, passò da 120.000 abitanti a soli 15.000. Agli inizi dell'anno 1000 i normanni, la cui presenza è testimoniata dal castello da loro edificato, divennero i padroni della città. Cosenza antica, fra gli ultimi secoli del primo millennio e gli inizi del secondo, era ancora un centro strategicamente importante, posto lungo il corso della via Popilia che da Capua a Reggio metteva in comunicazione con l’Oriente al tempo in cui il Mediterraneo era al centro dei traffici commerciali. La presenza dei fiumi Crati e Busento, insieme alla posizione in altura, ha favorito la vita, la difesa e le comunicazioni, consentendo, lungo il corso della sua storia, il mantenimento del centro abitato quasi sempre nello stesso sito a differenza di quanto è successo ad altre città calabresi. Nel 1184 fu colpita da uno spaventoso terremoto. Ci vollero circa quarant’anni prima che la città e i dintorni fossero ricostruiti, ma Cosenza non per questo si allontanò dalle vicende politiche del regno. Prima sostenitrice di re Tancredi, appoggiò poi Enrico VI.
Stauroteca in oro, smalti e granati della seconda metà del secolo XII donata da Federico II alla città di Cosenza in occasione della consacrazione della Cattedrale. Cosenza tesoro della cattedrale.
Un importante personaggio del periodo che stiamo trattando fu Gioacchino da Fiore. Nacque a Celico intorno al 1130. La sua appartenenza alla borghesia locale [6] gli permise di attendere agli studi a Cosenza, che non difettava di buoni maestri, specie nei suoi cenobi, che erano centri culturali oltre che religiosi. Ciò appare evidente dalla buona conoscenza del greco e del latino.La sua formazione fu prettamente latina ed egli non ebbe nulla a che vedere con i monaci greci, la cui presenza era ormai del tutto trascurabile nella Cosenza normanna. Introdotto dal padre nei Tribunali di Cosenza come curiale e nella corte del giustiziere di Calabria, lavorò poi nella cancelleria regia di Palermo al servizio di Stefano di Perche. Successivamente viaggiò al seguito dei grandi notai del Regno, Pellegrino e Santoro. Dopo aver visitato la Palestina, si fece frate cistercense. Può essere definito monaco, abate, teologo, esegeta, apologeta, pensatore, riformatore, mistico, filosofo, veggente, asceta, profeta. Da un lato scriveva e predicava, dall'altro si macerava in incredibili penitenze. Quindi le virtù che lo contraddistinsero furono spirito di penitenza, fortezza di carattere, dono della profezia, distacco completo dalle cose del mondo, opposizione ai potenti della terra, angariatori ed oppressori del popolo. La sua vita si svolse nel periodo che vide l’avvicendarsi della dominazione Sveva a quella Normanna: pur nella sua semplice esistenza, seguì le vicende politiche del periodo ed ebbe contatti con i vari sovrani. Nel 1178, come abate di Corazzo, fu alla corte di Guglielmo II, a rivendicare il possesso di alcuni territori in favore del suo convento. Le sue dottrine ed il suo ideale di vita monastica, particolarmente austera e rigorosa, lo avevano messo in urto con il suo Ordine dal quale egli si staccò nel 1189, fondando a San Giovanni in Fiore la nuova "Congregazione Florense". Nel 1189-1190 i funzionari di re Tancredi non volevano riconoscergli il possesso delle terre occupate arrivando a molestarlo e minacciarlo. Il monaco allora si recò (1190-1191) dal re e gli chiese di lasciare indisturbati lui ed i suoi monaci. Con privilegio regio, Tancredi gli concesse il possesso di alcune terre demaniali circostanti il nuovo insediamento monastico. Incontrò Riccardo Cuor di Leone e gli disse francamente che la sua crociata non sarebbe approdata a nulla. Nello stesso periodo incontrò Enrico VI [7] per chiedergli conferma delle donazioni ricevute dai Re normanni. Enrico era impegnato nell’assedio di Napoli che non voleva sottomettersi.
Gioacchino da Fiore, antica miniatura.
Tornato in Italia, l’Imperatore d’Occidente nel 1194 si ferma a Nicastro ed incontra ancora il monaco e gli concede il Tenimentum Floris, un vasto e ricco territorio. Morto Enrico, fu la moglie Costanza d’Altavilla reggente del regno di Sicilia [9] . Gioacchino si recò a Palermo per chiederle conferma delle donazioni. L’Imperatrice Costanza, voleva che la confessasse, ma lui le rispose: «poiché io in questo momento occupo il posto di Cristo e tu quello di Maria Maddalena penitente, lascia il tuo trono e scendi sulla terra, altrimenti io non ascolterò la tua confessione». Nel 1196 ebbe finalmente da Papa Celestino III il riconoscimento del proprio Ordine. Pare che abbia incontrato anche il piccolo Federico, essendo il monaco tornato a Palermo nel 1200, ottenendo in quella occasione una ulteriore donazione in Sila. Morì nel 1202. Vedi articolo su Gioacchino da Fiore
Bibliografia: David Abulafia; Federico II un imperatore medievale; Enaudi. Angelo Di Lieto; I mercanti di Amalfi nel Mediterraneo e sui lidi della Magna Grecia; Edizione Bru.Mar. Società Salernitana di Storia Patria; numeri 26 e 37 di Rassegna Storica Salernitana; Laveglia Editore. R. Allen Brown; Normanni - Origine e storia dei guerrieri del Nord; 1998 Edizioni Piemme.
Siti internet:
http://www.ruffodicalabria.it
Note [1] L’adorazione delle immagini sacre era degenerata al punto da scadere in vera e propria idolatria. Nel 726 l’Imperatore romano d’Oriente Leone Isaurico III emanò un editto secondo il quale si sarebbe dovuto distruggere tutte le raffigurazioni sacre e non se ne sarebbe dovute realizzare altre. Chiunque si fosse ribellato o non si fosse adeguato veniva punito anche con la morte. Molti monaci fuggirono da quella che divenne una persecuzione cercando di mettere in salvo anche alcune immagini sacre. [2] Si ipotizza che grazie ai monaci basiliani del Cilento (Campania), presso cui si erano rifugiati i profughi delle zone rivierasche della Campania (Paestum, Velia, ecc.) si siano conservati precetti della scuola Eleatica confluite poi nella Scuola Medica Salernitana. [3] Qualcuno vuol vedere l’influenza dello stile cluniacense anche in alcuni edifici siciliani. [4] Cluniacensi: ordine monastico fondato a Cluny dall'abate Bernone nel 910. [5] L’Ordine Certosino nasce storicamente nell’estate del 1084, quando san Brunone, tenace difensore dell’integrità morale dei pastori della Chiesa, guidò un piccolo gruppo di monaci nella parte più impervia delle Alpi del Delfinato e qui fondò il primo eremo. [6] Secondo alcuni proveniva da umile famiglia, secondo altri era figlio di un notaio. [7] Nella lotta per la successione al regno di Sicilia, avevano vinto gli Svevi a scapito dell’altro contendente, il normanno Tancredi. [8] Non sappiamo quanto la profezia del Beato Gioacchino abbia influito sulle decisioni dell’ Imperatore, giacché, colpito egli da malattia, in Germania si era diffusa la notizia che fosse morto ed i principi elettori stavano per nominare un altro Re. Curato da medici salernitani, Enrico tornò in Germania a ristabilire l’ordine. [9] Con Regno di Sicilia si identificava dal 1130 il territorio corrispondente grosso modo alle attuali Campania, Puglia, Basilicata, Abruzzo, Molise e Sicilia Copyright ©2005 Astrid Filangieri |
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