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Universalmente
noto per la sua inconfondibile forma ottagonale, per le suggestioni
simboliche e per essere – a detta di molti – il più misterioso
tra gli edifici commissionati da Federico II di Svevia, Castel
del Monte costituisce una delle principali mete turistiche della
Puglia. Un castello dove forse l’imperatore non soggiornò
mai ma dove, paradossalmente, l’immaginario collettivo ne avverte
più che altrove la presenza incombente.

Suggestiva visione
di Castel del Monte (foto di Toti Calò)
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A
Castel del Monte si arriva dall'autostrada A16 Bari-Canosa,
uscita Andria-Barletta; quindi percorrendo la provinciale
170 per circa 18 chilometri. I centri più vicini
sono Andria (km 18), Ruvo (km 21), Corato (km 21) e
Minervino Murge (km 24). Avvicinandosi al sito, il castello
emerge in una spettacolare solitudine dominando, dall’alto
dei suoi 540 metri s.l.m., una vasta zona della Puglia
e della Basilicata. |
Mai
come oggi il castello pone domande puntuali e mirate a restituirgli
il suo ruolo soprattutto all’interno del contesto storico e
territoriale, tuttavia non eludendo il complesso universo simbolico
legato al sapere ed al potere rappresentati da Federico II.
Le questioni aperte su cui gli storici ridiscutono proprio in
tempi recenti (documenti alla mano), riguardano soprattutto
il momento storico e le ragioni della sua edificazione, le motivazioni
legate alla scelta del sito, la valutazione di tutti quegli
elementi – non sempre di immediata percezione – che consentono
di riconoscere inequivocabilmente la funzione di castrum
come primaria rispetto ad altre possibili.
Castel
del Monte è dunque prima di tutto un castello medievale,
dalle funzioni polivalenti, da leggere all’interno dell’organico
sistema castellare realizzato da Federico II di Svevia per governare
il territorio, e da analizzare nei suoi rapporti con i principali
castelli della zona, cioè quelli di Barletta, Canosa,
Trani, ma anche di Andria, Ruvo, Corato, Terlizzi, Bari e Gravina.

Il cielo visto dall'interno
del cortile di Castel del Monte (foto di Giulio Iannotti).
Cenni
storici
Il
29 gennaio 1240, da Gubbio, l’imperatore Federico II firma un
decreto diretto a Riccardo di Montefuscolo, giustiziere di Capitanata,
in cui ordina di predisporre il materiale necessario alla costruzione
di un castello situato presso la chiesa (oggi scomparsa) di
Sancta Maria de Monte. All’epoca la sua costruzione doveva
essere giunta già alle coperture, ed essere quindi vicina
al completamento.
In
effetti altre fonti informano che nel 1246 Manfredi, figlio
di Federico, imprigionò nel castello alcuni sudditi ribelli,
e che nel 1249 vi si svolsero i festeggiamenti per le nozze
di Violante, figlia naturale dell’imperatore, con Riccardo conte
di Caserta. In un manuale di navigazione composto intorno al
1250, noto come Compasso de navigare, viene citata "una
montagna longa enfra terra et alta, e la dicta montagna se clama
lo Monte de Sancta Maria, et à en quello monte uno castello",
come se l’edificio, visibile nel tratto costiero tra Trani e
Barletta, fosse un punto di riferimento ormai acquisito dalla
navigazione. In ogni caso dopo il 1268, alla caduta degli Svevi,
Carlo I d’Angiò vi avrebbe imprigionato Federico, Enrico
ed Enzo, figli di Manfredi. Inoltre, con gli interventi da lui
promossi a partire dal 1277, viene rafforzata la funzione di
avvistamento e controllo del territorio che già il castello
svolgeva in età sveva: il segno e la funzione di Castel
del Monte come elemento di un sistema di comunicazione anche
visiva vengono dunque confermati e potenziati.
Salvo
brevi periodi di feste (nozze tra Beatrice d’Angiò e
Bertrando del Balzo nel 1308, e tra Umberto de la Tour, delfino
di Francia, e Maria del Balzo nel 1326), il castello rimase
per lo più adibito a carcere. Nel 1495 vi soggiornò
Ferdinando d’Aragona, prima di essere incoronato re delle due
Sicilie a Barletta. Il nome attuale del castello compare poco
più tardi in un decreto dello stesso re, emesso da Altamura.
Annesso
al ducato di Andria, appartenne a Consalvo da Cordova e, dal
1552, ai Carafa conti di Ruvo. Fu rifugio per molte nobili famiglie
andriesi durante la pestilenza del 1656. Fin dal secolo XVIII,
rimasto incustodito, fu sistematicamente devastato, spogliato
dei marmi e degli arredi, e divenne ricovero per pastori, briganti,
profughi politici.
Nel
1876, prima che sopravvenisse la definitiva rovina, il castello
venne acquistato dallo Stato italiano per la cifra di £ 25.000,
davvero irrisoria se si pensa che i primi necessari interventi
di recupero richiesero praticamente una cifra identica. I lavori
di restauro ripresero con continuità e cautela scientifica
dal 1928 in poi, fino ad arrivare ai recentissimi ultimi interventi
degli anni Ottanta.
Per
le sue caratteristiche di unicità l’UNESCO l’ha inserito,
nel 1996, nel patrimonio mondiale dell’umanità.

Castel
del Monte (foto di Giulio Iannotti)
L’edificio
Come è noto, la struttura del castello
consiste fondamentalmente in un monumentale blocco di forma
ottagonale, ai cui otto spigoli si appoggiano altrettante torri
della stessa forma. La distribuzione dello spazio interno si
articola su due piani, ognuno dei quali presenta otto stanze
di forma trapezoidale raccolte intorno ad un cortile (ovviamente
ottagonale). Il prospetto principale, sul lato est, è
dominato da un maestoso portale cui si accede da due rampe di
scale simmetriche. Il cortile, compatto e severo, che ripete
nella forma ottagonale l’impostazione di tutto l’edificio, alleggerisce
la sua massa muraria solo in corrispondenza dei tre portali
di comunicazione con le sale del piano terra, e delle tre porte
finestre corrispondenti ad altrettante sale del piano superiore.
Tre sono i materiali da costruzione utilizzati
nel castello; la loro combinazione e la loro distribuzione nell’edificio
non sono casuali ed hanno un ruolo importante nella nostra percezione
cromatica. Prima di tutto la pietra calcarea locale,
bianca o rosata a seconda dei momenti del giorno e delle situazioni
meteorologiche, preponderante perché interessa le strutture
architettoniche nel loro insieme ed alcuni particolari decorativi;
il marmo, bianco o leggermente venato, oggi superstite
nelle preziose finestre del primo piano e nella decorazione
delle sale, ma che in origine doveva costituire gran parte dell’arredo
del castello; infine la breccia corallina, nota di colore
usata nella decorazione delle sale al piano terra e nelle rifiniture
di porte e finestre, interne ed esterne, oltre che nel portale
principale; un effetto prezioso e vivace reso da un conglomerato
di terra rossa e calcare cementati con argilla ancora reperibile
in cave presenti nel territorio circostante.
In origine il ruolo giocato dal colore doveva
essere ancora più deciso: tutti gli ambienti dovevano
essere rivestiti di lastre (in breccia rossa al piano terra,
marmoree a quello superiore); la breccia dava risalto cromatico
ai camini, agli stipi, ai profili di porte e finestre, il mosaico
illuminava non solo la pavimentazione ma anche le volte delle
stanze. Forse una decorazione dipinta impreziosiva le pareti
degli ambienti al primo piano.
L’esterno
Una
cornice marcapiano cinge l’intera costruzione segnando la presenza
dei due piani dell’edificio, divisi ognuno in otto sale corrispondenti
agli otto lati dell’ottagono. Ogni parete del castello compresa
tra due torri presenta due finestre (non sempre in asse tra
loro): una monofora a tutto sesto in corrispondenza del piano
inferiore (tranne che nei due lati opposti est ed ovest, occupati
rispettivamente dal portale principale e dall’ingresso di servizio,
ed una bifora al piano superiore (tranne che nel lato nord,
quello in direzione di Andria, aperto con una trifora).
Sulle
torri si aprono numerose strette feritoie, variamente
disposte e profondamente strombate, che danno luce alle scale
a chiocciola interne, ai servizi ed ai vani delle torri stesse.
Sul
lato ovest, quello opposto all’ingresso principale, troviamo
l’ingresso secondario, costituito da un semplice profilo
archiacuto, senza alcuna decorazione. Un particolare degno di
nota riguarda la bifora tra le torri 7 ed 8 che conserva – nell’oculo
destro – l’unica tessera di mosaico superstite (di colore verde)
delle decorazioni policrome delle finestre.
Sul
fronte principale del castello due rampe di scale simmetriche
ricostruite nel 1928 salgono verso il portale principale
in breccia corallina, nel quale pilastri esili e scanalati,
con capitelli corinzi, sorreggono un finto architrave sagomato
nella parte inferiore da modiglioni, su cui si imposta un timpano
cuspidato, tutti elementi costitutivi che indubbiamente risentono
di fonti di ispirazione classica. Tra la parte esterna e quella
interna del vano d’accesso si situa l’intercapedine funzionale
allo scorrimento della saracinesca che era manovrata dalla soprastante
"sala del trono".

Il
cielo visto dall'interno del cortile di Castel del Monte (foto
di Enrico Lo Storto).
L'interno
Ognuno
dei due piani dell’edificio comprende otto sale trapezoidali
tutte di dimensioni simili, ma caratterizzate da una sottile
gerarchia a seconda del modo in cui comunicano tra loro o con
il cortile interno. Generalmente si possono individuare delle
sale più "confortevoli", dotate di alcuni accessori (come
ad esempio alti camini, o disimpegni e servizi igienici collocati
nelle torri), e delle sale di passaggio, dotate di percorsi
autonomi rispetto ad esse.
Il
problema della copertura delle stanze trapezoidali è
risolto in modo impeccabile: il trapezio è scomposto
in un
quadrato centrale, il cui lato corrisponde alla parete della
sala verso il cortile, e due triangoli laterali; la parte centrale
quadrata è voltata a crociera costolonata, i due triangoli
da semibotti ad ogiva. L’uso dei costoloni, già diffuso
in Francia da molto tempo, è una novità in Puglia:
ma qui, sia negli ambienti del piano terra che in quelli del
piano superiore, essi non hanno alcuna funzione statica; il
loro scopo decorativo è sottolineato invece dalla presenza
di una chiave di volta figurata, diversa in ogni sala, tra le
quali spiccano per originalità quella della settima sala
al pianterreno (raffigurante una testa di fauno, con orecchie
appuntite e sporgenti, incorniciato da uva e pampini), e quelle
della settima e dell’ottava sala del piano superiore (rispettivamente
animate da quattro testine umane e da quattro ibridi annodati).
Chiave
di volta della sala VII al piano terra, con fauno dalle grandi
orecchie avvolto da pampini, foto di Alberto Gentile.
Sempre al piano superiore, nella cosiddetta "sala del trono",
la chiave di volta raffigura volto umano barbuto, interpretato
ora come fauno, ora come astrologo, mago o anche
filosofo.
Al piano terra, la pianta del vano quadrato centrale viene messa ancor più in risalto dalle quattro potenti semicolonne che la delimitano lateralmente, le quali, come i rispettivi capitelli ornati da foglie ad apice ricurvo, le cornici delle finestre a tutto sesto, gli oculi e le soglie tra una sala e l’altra, sono tutte in breccia corallina. L’abaco dei capitelli corre su tutta la parete, riquadrando porte e finestre, e mettendo in risalto la linea d’imposta della copertura; fino a questo livello, in origine, le pareti dovevano essere anch’esse ricoperte di breccia. Della pavimentazione originaria delle sale,
a tarsie geometriche in marmo bianco e ardesia, restano scarsi frammenti nell’ottava sala.
Sempre al piano terra, solo tre sale comunicano direttamente con il cortile interno, determinando sin dall’inizio una serie di "percorsi obbligati" che aiutano a definire una sorta di gerarchia tra i vari ambienti che noi percepiamo come tutti uguali. Ogni parete del cortile (che è di forma ottagonale nel rispetto della pianta ottagona dell’edificio) termina in alto con un’arcata cieca a sesto acuto impostata su paraste angolari; l’alleggerimento delle masse murarie è dato dalle porte e dalle finestre che vi si aprono, di varia forma e senza una precisa distribuzione, secondo le esigenze dell’interno. Al livello superiore si aprono tre porte finestre in breccia corallina, con architrave su mensole, incorniciate da due colonnine che reggono un archivolto ornato a fogliami ed ovoli. Si può a buona ragione pensare che in origine queste porte finestre – e dunque le relative sale – comunicassero tra loro mediante un percorso pensile in legno che correva su tutto il perimetro del cortile.
Il cortile interno di Castel del
Monte (foto di Toti Calò)
L’accesso al piano superiore avviene attraverso due delle otto torri, dotate di scala a chiocciola. Una è la torre 3, detta anche Torre del Falconiere, comunicante con la quarta sala e coperta da una volta tripartita sorretta da mensole antropomorfe raffiguranti l’una una testa di fauno, l’altra un volto femminile; l’altra è la torre 7, accessibile dall’ottava sala, coperta da una volta esapartita sostenuta da telamoni in curiosi e provocatori atteggiamenti. La torre 5, invece, possiede l’unica scala praticabile fino al terrazzo senza interruzione: la sua funzione "di servizio" è suggerita tanto dall’essere accessibile dalla quinta sala (quella situata sul fronte opposto a quello principale, comunicante con l’esterno grazie ad un portone secondario, oggi murato), quanto dalla singolarità del fatto che, all’altezza del piano superiore, oltre al passaggio diretto verso la quinta sala, esista un altro passaggio spostato verso sinistra che permette di proseguire fino al tetto senza passare per la sala. Il terrazzo costituisce un punto di osservazione privilegiato: la vista può spaziare dalle Murge al Tavoliere fino al Gargano ed al Vulture, lasciando spazio, nelle giornate più limpide, anche alle città della Terra di Bari. La copertura del terrazzo è stata rifatta durante gli ultimi lavori di restauro: essa consta di doppio spiovente, di cui quello interno, per mezzo di tubi di piombo incassati nella muratura, finalizzato a convogliare le acque alla cisterna della corte, e quello esterno alle condutture dei servizi delle torri.
La struttura e la distribuzione degli ambienti del piano superiore ricalcano quella del piano terra, ma
esprimono maggiore raffinatezza nei particolari decorativi e nell’architettura d’insieme. I costoloni che sorreggono le volte sono più sottili e slanciati, e si dipartono da colonnine tristili in marmo riunite a fascio da un unico capitello decorato elegantemente a motivi vegetali. Sul versante che dà all’esterno, ogni sala è vivacemente illuminata da una bifora di chiaro sapore gotico (unica eccezione, una trifora seconda sala, sul versante settentrionale del castello); caratteristica di queste grandi finestre è il fatto di essere rialzate da gradini e fiancheggiate da sedili. Sul versante del cortile si alternano, a seconda delle sale, porte finestre e monofore a tutto sesto. Lungo le pareti di ogni sala corre un sedile in marmo sotto la base delle colonne, e una cornice marcapiano all’imposta delle volte. In origine le pareti di queste sale dovevano essere rivestite interamente da grandi lastre di marmo.
Una delle
colonne tristili in una sala del piano superiore, foto di Alberto Gentile.
Una menzione particolare va fatta per quella che tradizionalmente viene indicata come "sala del trono", situata sul lato orientale dell’edificio in corrispondenza del prospetto principale, dalla quale è tra l’altro possibile manovrare lo scorrimento della saracinesca del portone d’accesso.
Grazie alla sua collocazione ed alla suggestione incrementata da una vasta
letteratura sull'argomento, è qui che l'immaginario collettivo colloca il
Federico "mitico", assorto, contemplativo, impegnato in dotti consulti
con gli esperti della sua corte.
Ed è qui, nella sala "orientata" di un castello che molti vogliono intenzionalmente rivolto al sole e al Cristo come l’abside di una cattedrale, che il legame con i fenomeni celesti e "divini", pur al di fuori del dato storico e documentabile, si fa stringente e palpabile.
Copyright ©2002
Stefania
Mola
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Il
castello (foto di Alberto Gentile) |

Chiave di
volta della "sala del trono" al piano superiore, con testa
barbuta, generalmente identificata con testa di filosofo. (foto di Alberto
Gentile) |

Volta
della torre 7, con sei atlanti che reggono i costoloni. (foto di Alberto
Gentile) |
vedi anche:
Castel
del Monte tra Mito e Storia
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