Nell'immaginario
collettivo rimbalza spesso l'idea di un Federico II imperatore
filo-islamico: lo confermerebbe il carattere pacifico della crociata che
nel 1229 gli fece assumere il titolo di "re di Gerusalemme", oppure i
buoni rapporti intrattenuti coi vari sovrani di un Islam ormai
spezzettato ai bordi del Mediterraneo in una miriade di potentati.
LA CITTÀ DEI SARACENI
Talora si è pure messo l'accento
sulla sensibilità intellettuale di Federico Il nei confronti della
cultura araba. Una cultura che, essendo in auge nel Duecento europeo,
non poteva non coinvolgere la corte sveva, e a maggior ragione il Regno
meridionale: le dominazioni aghlabita e kalbita di Sicilia, gli emirati
e i ribat islamici sparsi in Calabria, Basilicata, Campania e Puglia
nell'Alto Medioevo, e il sincretismo etno-religioso promosso dai
Normanni costituivano un retaggio ineludibile per il Mezzogiorno. Ma il
filo-islamismo di Federico II decade di fronte alla feroce operazione di
polizia (e pulizia etnica) che egli scatenò intorno al 1220 contro i
musulmani siciliani, arroccati soprattutto in Val di Mazara. Alla
repressione seguirono deportazioni di massa nel Foggiano. Sicché a
Lucera nacque una civitas Sarracenorum: ancora al tempo di Manfredi,
pare vi fiorisse una "Casa della scienza", dove si coltivavano le
dottrine speculative, sulla scia degli istituti scientifici di Baghdad e
del Cairo.
Da qui nasce la bella mostra Alla
corte di Federico II. Le ceramiche sveve di Lucera a Castel del Monte,
costruita attorno all'intelligente intuizione di Michela Tocci,
direttrice del castello ottagonale, in collaborazione con Lisa
Pietropaolo. È un viaggio suggestivo, che all'età sveva abbina il
contesto culturale di tradizione islamica. Liberi di adunarsi per la
preghiera del venerdì, di insegnare il Corano, di praticare artigianato,
agricoltura e commercio, i musulmani lucerini serbarono fedeltà agli
Svevi, subendo un ridimensionamento solo con gli Angiò. Finché, nel
1300, Carlo II non indurrà Giovanni da Barletta ad annichilire per
sempre la colonia saracena.
CERAMICHE DA ESPORTAZIONE
Alla loro abilità e tecnica si devono
comunque le ceramiche d'ispirazione araba elegantemente messe in
esposizione. In invetriata e protomaiolica, le officine pugliesi
producevano piatti, ciotole, brocche e boccali che prendevano la via del
Tirreno (coi vettori commerciali di Pisa e Genova), dell'Adriatico (con
Venezia) e del Vicino Oriente (con le crociate e i traffici col Levante
e il Regno Latino di Gerusalemme).
COLORI PREZIOSI
Dagli scavi di Lucera derivano poi
contenitori con filtro (per gli infusi) che richiamano, nel traforo
superiore, le manifatture di Fustat, in Egitto, insieme a brocchette
invetriate affini ai redoma monoansati marocchini, e ad altro vasellame
a vetrina e a smalto, ornato con motivi antropomorfi, zoomorfi e
vegetali d'ispirazione orientale.
I colori impiegati per decorare i
vasi potevano derivare da ramina o manganese e, quanto all'azzurro, da
uno speciale pigmento che le indagini di laboratorio hanno riferito al
lapislazzuli: elemento di notevole pregio, noto sinora per i
manoscritti e gli affreschi.
Il suo impiego manifestava la
coscienza che i ceramisti musulmani di Lucera avevano della propria
maestria: si assottigliava il confine fra artigianato e arte.
Copyright
©2003 Vito Bianchi
Il testo di questo
articolo è stato già pubblicato nel numero di ottobre 2003 di
Medioevo – De
Agostini-Rizzoli, Milano 2003.
Le foto di questo articolo
sono di Alberto Gentile. |