|
«
È un codice di straordinaria importanza, grazie alla quale
potremo guardare a Federico II di Svevia e a suo figlio
Corrado IV in maniera diversa e originale, anche per quel che
riguarda il loro ruolo nel Mezzogiorno d'Italia e in Puglia ».
Lo dice, con gioia, il professor Raffaele Licinio, che insegna
Storia medievale a Bari e dirige il Centro studi normanno-
svevi. La documentazione inedita è stata rintracciata a
Innsbruck (Austria - Tirolo) dal professor Josef Riedmann,
ordinario di Storia medievale nell'università locale, e dal
direttore della Biblioteca universitaria, Walter Neuhauser.
Il codice ha settecento anni e contiene, tra l'altro, duecento
duplicati di lettere e mandati di Federico II, di Corrado IV e
di altre personalità del XIII secolo. « Fra questi documenti
ci sono una trentina di pezzi di Federico, e oltre centodieci
di Corrado, di cui finora non si sapeva nulla », afferma Riedmann.
Gli studiosi tirolesi ne sono così entusiasti da paragonare la
scoperta, sul fronte della storia medievale, al ritrovamento
di Ötzi, la famosa mummia preistorica ghiacciata trovata nel
1991 sul confine tra Italia e Austria.
Per altro, Riedmann aveva cominciato, con cautela, a delineare
la novità della scoperta nel convegno interuniversitario e
interdisciplinare intitolato «L'eredità di Federico II. Dalla
storia al mito, dalla Puglia al Tirolo», svoltosi a Innsbruck
nell'aprile scorso, col patrocinio della Regione Puglia e di
enti e istituzioni austriache. All'epoca il professor Riedmann
aveva svolto una prima relazione dal titolo «Federico II in
un codice tirolese». Finalmente ha potuto giungere ad
un'analisi scientifica dettagliata; ed è significativo che le
prime basi siano state poste nel corso di quel simposio che ha
segnato la collaborazione tra l'ateneo di Innsbruck e quelli
di Bari, Foggia e Napoli.
«Il codice - spiega Licinio - contiene una serie di
documenti, che gettano nuova luce su tutta una serie di
questioni: ad esempio, la successione nel regno di Sicilia, la
presenza e utilizzo di mulini ad acqua, l'ampliamento dei
porti di città come Barletta e Salerno». La maggior parte di
lettere e mandati si riferisce proprio alla gestione, da parte
di Corrado IV, del suo regno ereditario nell'Italia del Sud,
dove egli tentò con mano forte di domare le resistenze contro
la sua presa del potere. Licinio: «Ne sapremo di più quando
potremo leggere la relazione di Riedmann negli Atti del
Convegno di Innsbruck, attualmente in preparazione presso
l'editore Adda».
La collezione proviene dalla Certosa Allerengelberg di Schnals
nel Sud- Tirolo, l'Alto Adige italiano, ed è in possesso fin
dal XVIII secolo della Biblioteca di Innsbruck. Come mai sono
stati scoperti solo oggi? «Perché, tra l'altro - dicono Riedmann e Neuhauser - il Codice, già poco appariscente e di
piccolo formato, ha anche un titolo fuorviante e inespressivo.
S'intitola " Notule rhetoricales diverse"».
Il professor Josef Riedmann nel corso del convegno «L'eredità
di Federico II. Dalla storia al mito, dalla Puglia al Tirolo»,
svoltosi a Innsbruck nell'aprile 2005.
Comunque, secondo gli esperti, è fuor di dubbio che il Codice
di Innsbruck allargherà significativamente le conoscenze circa
l'epoca tarda degli Hohenstaufen. Ciò riguarderebbe
soprattutto il breve regno di Corrado IV (morto nel 1254), la
biografia del quale, dopo questo ritrovamento, dovrebbe essere
riscritta. Non solo. I documenti mostrano che Corrado
intrattenne relazioni diplomatiche con il Papa, l'Imperatore
bizantino, i Re di Ungheria, Francia, Castiglia, Inghilterra e
Navarra e con i Dogi di Venezia. Inoltre si deduce che
Corrado, nella piena tradizione di suo padre Federico II, ha
tenuto con i suoi fiduciari nel Mezzogiorno una fitta
corrispondenza per la composizione dei problemi quotidiani dei
suoi sudditi.
Oltre ai testi di Corrado e Federico II, nel Codice di
Innsbruck si trovano anche scritti di diversi papi, del Re di
Gerusalemme, di sultani egiziani e altri sovrani di quell'epoca.
Ma come finirono nella Certosa Allerengelberg (fondata
nell'anno 1327 e chiusa nel 1785)? Riedmann ritiene possibile
che i testi siano serviti come modelli di scrittura per i
monaci. Insomma, erano usati per esercizi di stile, in
un'epoca in cui la stampa non era ancora all'orizzonte e tutto
si scriveva ancora a mano.
Marco Brando Il carteggio getta nuova luce sulla figura di
Federico II
Il
testo è stato
pubblicato nell'edizione del 20 luglio 2005 del Corriere del
Mezzogiorno |