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Giovanni da Procida
di
Astrid Filangieri
Giovanni da Procida nacque a Salerno presumibilmente nel 1210. Discendeva da
nobile famiglia, non si sa se di origine longobarda, che il De Renzi fa
risalire ad Azone Conte, vissuto nell’XI secolo.
Giovanni da Procida
Era imparentato con Andrea
Logoteta Gran Protonotaro
e con i Manganario, altra nobile famiglia. Appartenendo a famiglie in vista
e potenti è scontato che abbia respirato fin da giovane la politica e le
lotte che, contrapponendo le fazioni guelfe a quelle ghibelline, agitavano
quel periodo storico.
Favorito dalla disponibilità dei mezzi, Giovanni
studiò medicina e quindi tutte le arti liberali (logica, filosofia,
matematica, grammatica….), che all’epoca concorrevano alla formazione di un
medico. La sua fama doveva essere notevole e la sua fede verso l’Imperatore
comprovata se Federico II lo volle come suo medico di corte.
Il medico salernitano dovette dimostrarsi ben degno di tale stima e fiducia
se gli furono in seguito donati altri feudi quali quello di Tramonti e di
Caiano (Caggiano). Altro importante titolo di cui il medico onorava vantarsi
fu la baronia di Postiglione, che era appartenuta ai parenti di sua moglie
Pandolfina o Landolfina della nobile famiglia longobarda dei Fasanella,
tristemente noti per aver partecipato alla congiura di Capaccio.
E’ probabile che sia questo il periodo in cui ha scritto un famoso compendio
di medicina la utilissima practica brevis , di cui parlano in termini
encomiastici altri medici suoi contemporanei in alcuni loro scritti, ma che
fino ad ora si ritiene perduto, a meno che, come dice il De Renzi, non sia
stato attribuito ad altro autore. Nella pratica sono nominati anche alcuni
tra i suoi più noti rimedi, alcuni dei quali adottati per lo stesso
imperatore.
Da quando entrò a corte (intorno al 1240), non si staccò quasi mai dalla
famiglia imperiale, e seguì il sovrano nelle campagne militari nel nord
Italia.
Il porto di Salerno, da una antica stampa.
Era presso Federico anche a Castelfiorentino assistendolo come medico e uomo
di fiducia e ciò è testimoniato dalla firma che, assieme ad altri notabili,
appose sul testamento del sovrano due giorni prima che Federico morisse.
Da questa data la funzione di Giovanni prende un indirizzo decisamente
diverso e di maggior peso: da medico ad uomo politico, strenuo difensore
della causa ghibellina e, dopo la morte di Corrado, fautore di Manfredi come
re del regno di Sicilia. Fu proprio il suo attaccamento a Manfredi, di cui
forse era stato anche precettore, che fece ricadere sul salernitano l’accusa
di aver avvelenato, d’accordo con Manfredi, sia Federico II e poi Corrado IV
per sgombrare al suo protetto la strada per il trono. Ma erano accuse di
parte guelfa e neppure ben congegnate: nel caso di Corrado non fu Giovanni
il medico che lo assistette (ma anch’egli salernitano), e non sarebbe stata
mortale la soluzione eventualmente somministratagli.
Manfredi gli affidò alte cariche se molti documenti di competenza del Gran
Cancelliere o del Protonotaro portavano la firma del da Procida. In quel
periodo assai si produsse come consigliere e ambasciatore per creare un
clima favorevole allo Svevo, ma, oltre che fine diplomatico, non mancò di
perseguire iniziative atte a favorire l’economia del regno: un esempio è
l’istituzione (o l’istituzionalizzazione), della fiera di Salerno e
l’ampliamento del porto che si premurò di presentare e sostenere
all’attenzione del re. La fiera di San Matteo era la più grande fiera
dell’Italia meridionale ed era opportuno riaprire ed allargare gli scambi
commerciali che nel precedente periodo si erano arenati in una stasi ed un
irrigidimento degli schemi, mentre nel Mediterraneo si profilavano altre
potenze mercantili e si affermavano nuove piazze per lo scambio di merci. Se
le fiere erano canale vitale dell’economia, quella di Salerno è stata
definita autentico strumento di politica economica. E proprio per favorire
ed ampliare il mercato meridionale l’anno successivo (’60), si approvò
anche l’ampliamento del porto salernitano.
Dopo la disfatta del ’66 Giovanni da Procida si rifugiò a Roma da dove
continuò la sua opera politica, non tralasciando quella di medico. Pur
avendo il Papa presso di sé validi medici, il pontefice si
rivolse al da Procida per curare un cardinale ormai in condizioni di salute
disperate. Era il maggio del ’66, Giovanni ebbe successo e tra il cardinale
risanato ed il medico si instaurò una forte amicizia. Il cardinale era
Giovanni Gaetano Orsini, futuro papa Niccolò III. Fu grazie alle preghiere
del cardinale che papa Clemente IV chiese ed ottenne da Carlo d’Angiò la
restituzione al da Procida dei suoi beni. Tra il ’66 e il ’67 Giovanni era
forse tornato in famiglia a Napoli o Salerno, ma non si sottomise mai al re
angioino. Nel 1267 si recò a Viterbo con la motivazione ufficiale di dover
concludere un matrimonio tra una sua figlia con Bernardo Caracciolo, ma lo
scopo fu quello di incontrarsi con altri fuoriusciti fedeli alla casa Sveva
quali i Lancia, i Capace, i Filangieri, i Maletta, per decidere un’azione
comune contro l’usurpatore. Quando Corradino scese in Italia egli era al suo
fianco, partecipando nel 1268 anche alla battaglia di Tagliacozzo. Mentre
altri fedeli ghibellini furono catturati e giustiziati quali traditori,
Giovanni riuscì a fuggire nascondendosi nei pressi di Roma.
Anche in questo caso furono diffuse malignità sul suo conto e sulla sua
famiglia: si disse che la moglie Pandolfina fosse rientrata in possesso dei
suoi beni essendo venuta meno alla fedeltà coniugale ingraziandosi lo stesso
Carlo I o un suo barone, o perché Carlo volesse rimediare al fatto di aver
concupito la figlioletta del da Procida che, però, all’epoca aveva solo
dieci anni. La verità che risulta dai documenti è che Pandolfina ottenne
solo un misero sussidio sulle doti di lei che pure erano state confiscate ed
un salvacondotto per dimorare in Salerno.
Intanto il da Procida si era rifugiato alla corte d’Aragona presso Costanza,
figlia di Manfredi e moglie di Pietro d’Aragona. Con lui erano altri esuli:
suo fratello Andrea, Corrado Lancia, il conte Ruggiero di Lauria ed altri.
In Aragona fu precettore dei figli della coppia principesca, consigliere di
Costanza, e si dedicò agli studi di testi di medicina arabi e greci. E’
probabile che sia di questo periodo la sua traduzione di Galeno.
Ma non tralascia di coltivare la vendetta per onorare gli Hohenstaufen e
forse per vendicare anche il suo stesso onore. E si da da fare per
intrecciare rapporti ed appoggi tra i molti esuli del regno dell’Italia
meridionale. Nel 1270 è a Praga per incontrare Enrico d’Isernia, riparato in
Boemia, che gli procura più abboccamenti con Federico, margravio di Meissen
e langravio di Turingia, imparentato con Corradino per averne sposato la
sorellastra. I ghibellini anelano ad una sua discesa in Italia a rivendicare
il suo diritto di ereditarietà, ma le loro speranze resteranno deluse.
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Mosaico commissionato dal
Da Procida nella
cappella dei Crociati del Duomo di Salerno.
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Particolare del mosaico
che, ai piedi di San Matteo, rappresenta il committente dell'opera. |
Nel ’72 è nuovamente in Aragona, se risulta testimone in una procura
rilasciata da Pietro per il matrimonio del figlio Alfonso con Eleonora,
figlia di Enrico III d’Inghilterra. Pietro sale al trono e nel ’78
conferisce al da Procida il titolo di conte e gli assegna i feudi di Luxen,
Benizzano e Palma.
Alternando la sua professione di medico a quella di politico e ambasciatore,
nel ’78 è a Costantinopoli presso Michele Paleologo VIII per chiedere
sostegno economico, materiale e politico alla spedizione aragonese in
Sicilia. In questi anni mantenne desti i suoi rapporti con le fazioni guelfe
toscane, genovesi e milanesi; con il Papa; cercò di coinvolgere nei suoi
progetti Rodolfo I d’Asburgo; la regina di Francia Margherita di Provenza,
che avrebbe voluto togliere al cognato Carlo d’Angiò la contea nel sud della
Francia, un tempo signoria della sua famiglia; Alfonso X di Castiglia, pure
figlio di una sveva; il gran marchese di Monferrato, Guglielmo VII.
Secondo lo storico siciliano Michele Amari è improbabile che il da Procida
sia stato l’artefice dei Vespri siciliani,
non potendo sostenere i disagi di tutti quei viaggi per l’Europa e fino a
Costantinopoli essendo già a quell’epoca di avanzata età.
Francesco Hayez,
I vespri siciliani, 1822.
Né gli riconosce
la paternità dell’idea di portare gli Aragonesi in Sicilia giacchè l’isola
era già di per sé un boccone talmente ghiotto che l’idea della sua conquista
non necessitava di opera di persuasione presso il re Pietro.
Altrettanto
dicasi per quanto riguarda la necessità di fomentare i timori
dell’imperatore bizantino nei confronti dell’espandersi dei possedimenti angioini, e la delusione di Nicolò III riguardo il comportamento di Carlo I
che pareva non voler più rispettare i patti stipulati col papa specie
relativamente la sua ingerenza nelle vicende del nord Italia. Non del tutto
convinto del peso che ebbe Giovanni da Procida nei Vespri pare anche David
Abulafia che, sostenendo la tesi del Bresc - il quale ritiene che la rivolta
siciliana non fu una ribellione ai francesi, indotta dall’esterno, ma contro
gli amalfitani
e quindi maturata all’interno dell’isola - ipotizza che poco credito
avrebbe potuto avere agli occhi dei siciliani proprio un “amalfitano”. E fa
, infatti, notare che alcuni nobili a cui il diplomatico dei re aragonesi si
appoggiò come aggancio nell’isola, furono i primi a distaccarsi dalla
rivolta e a tradire la causa.
Ma se è probabile che in Sicilia la cagione di maggior scontento fosse la
gestione degli esattori ed amministratori delle finanze, non è da escludere
che tale ribellione abbia fatto gioco ai programmi dei ghibellini. E per
quanto riguarda i dubbi sollevati dall’Amari, ricordiamo che il medico
Giovanni fu attivo ancora per molti anni al fianco dei suoi sovrani e che ci
sono, comunque, documenti che ne attestano il coinvolgimento
nell’organizzazione dei Vespri.
Riguardo all’intenzione del re Pietro di conquistare la Sicilia, c’è da
tener presente che in quel periodo il re non aveva facili rapporti con i
suoi feudatari i quali non sarebbero stati d’accordo nel sostenere le spese
di una spedizione in Sicilia. Tanto vero che lo stesso Amari sospetta che il
re abbia condotto la flotta prima ad Alcoll in Africa – pur sapendo che
l’avrebbe trovata deserta - come scusa per far uscire in Mediterraneo la
flotta e poi deviarla in Sicilia.
Ma questa è un’ipotesi; i fatti farebbero
dedurre che Pietro fosse più interessato a consolidare i suoi possedimenti
sulla costa africana.
Vespri Siciliani; Juan Mario
Miano.
Quando la regina Costanza sbarca a Palermo, da Procida è al suo fianco ed è
lui a consigliarle di punire il traditore Gualtiero di Caltagirone. La
rivolta contro gli Angiò scoppia anche in Campania ed anche di queste
sollevazioni si ritiene responsabile il da Procida. È a lui che il re
Pietro, tornato in Aragona, raccomanda di tener presenti anche gli
ecclesiastici più influenti nella redistribuzione dei beni tolti agli
angioini.
Come Gran Cancelliere di re Giacomo (che il padre Pietro aveva posto sul
trono della Sicilia a garanzia dell’indipendenza di questo regno
dall’Aragona), è probabile che ci sia la sua mente e la sua esperienza nei
capitoli promulgati dal re. Nel municipio di Palermo fu messa una piccola
statua del diplomatico pare proprio in riconoscenza dei patti di alleanza da
lui ottenuti con l’Aragona. Non cessava la sua pratica di medico se ancora
nel ’94 alcuni nobili pur di farsi curare da lui si recavano fino a Palermo;
alcuni di essi avevano dovuto ottenere un permesso dal loro re, Carlo II.
Ed è ancora Giovanni a convincere i siciliani a volere Federico (fratello di
Giacomo), come re piuttosto che tornare in mano agli angioini.
"Codice Spinelli": è il più
antico dei codici che riportano la cronaca del
Rebellamentu di anonimo siciliano della
congiura di Giovanni da Procida e della guerra del Vespro.
In questa lotta si trovarono divisi su posizioni diverse Giovanni da Procida
e il valoroso ammiraglio Ruggero di Lauria dopo che per anni avevano lottato
per la stessa causa, l’uno la mente e l’altro il braccio.
Nel ’95 re Giacomo, nell’ambito di alcuni accordi presi con l’Angiò nel
tentativo di stabilire una pace o quanto meno una tregua, lo pregò di
lasciare la Sicilia e tornare in Spagna, e lo stesso Carlo II prometteva di
restituirgli tutti i suoi beni in Campania e di prodigarsi per fagli
togliere la scomunica purché abbandonasse quel campo politico. Ma il vecchio
nobiluomo non cedeva.
Finalmente nel 1297 seguì Costanza a Roma per le nozze di Jolanda, figlia di
Costanza e sorella di Giacomo. Lì la regina si trattenne dedicando gli
ultimi anni della sua vita alle opere di carità ed alle pratiche religiose
assistita dal fedele Giovanni. Ed a Roma finì i suoi giorni Giovanni da
Procida nel 1299.
Bibliografia:
Michele Amari; Racconto popolare del Vespro siciliano; Sellerio editore-
Palermo
David Abulafia; Federico II, Un imperatore medievale; Einaudi
Giuseppe Lauriello; Discorsi sulla Scuola Medica Salernitana; Laveglia
editore
Salvatore De Renzi; Storia documentata della Scuola Medica di Salerno;
Ripostes
Abulafia; I regni del Mediterraneo occidentale dal 1200 al 1500 - La lotta
per il dominio; Editori Laterza
Italo Gallo, Luigi Troisi; Salerno, profilo storico-cronologico; Palladio
Editrice
Note:
Morto re Pietro, Giacomo tornò in Spagna come re d’Aragona ed intendeva
ridare l’isola agli Angiò con i quali si era imparentato tramite
matrimonio.
Copyright ©2005
Astrid Filangieri
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