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L'ITALIA DI FEDERICO TRA POTERI LOCALI E IMPERO "GLOBALE" Il professor Cosimo Damiano Fonseca, accademico dei Lincei e docente di Storia Medievale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Bari, ha tenuto la lezione inaugurale dell'anno accademico 2002-2003. Stralci di tale relazione pubblicati dalla "Gazzetta del Mezzogiorno" nella pagina della Cultura.
L'ITALIA
DI FEDERICO TRA POTERI LOCALI E IMPERO "GLOBALE"
E' pur vero che una tale fondata constatazione sembrerebbe a prima vista contraddetta dal tema stesso di questa lezione che assume onnicomprensivamente l'Italia quale categoria geografica e storica più o meno nell'accezione attuale, ma a ben riflettere si tratta di una apparente contraddizione in quanto ponendo l'accento sulla difficile coesistenza tra potestà universali e poteri locali, emergono immediatamente le varie Italie segnate, volta a volta, dal particolarismo feudale, dal movimento comunale, dalle repubbliche marinare, dallo Stato della Chiesa, dalla monarchia sicula. E' su questa variegata realtà che questa lezione ha voluto verificare la politica di Federico II operando in una duplice direzione, quella del Papato e dell'Impero e quella dei poteri locali entro cioè quei due nodi che continuamente si intersecano nella nostra storia nazionale. E cominciamo dall'altra potestà universale e concorrente nella politica federiciana costituita dal Papato con la sua eredità temporale incentrata sul patrimonio di San Pietro e con la sua eredità spirituale e culturale innervata su Roma esaltata, non a caso, come sedes Imperii. Non è certo questa la sede per effettuare una ricognizione delle vicende del patrimonio di San Pietro tra Impero e Regno: un patrimonio dalla costituzione molto complesso entro cui convivono città che aspirano all'autonomia e formazioni feudali che mirano a realizzare un potere forte sui singoli territori.
Nell'arco occupato dalla presenza federiciana il governo papale sul
patrimonio di San Pietro opera tenendo conto di tale situazione: con
Innocenzo III si assiste a un consolidamento del patrimonio in forme
statuali sempre più nette e precise: basti pensare al riconoscimento del
patrimonio nella sua estensione In questo contesto istituzionale, ideologico e politico entro cui si consumò il conflitto tra Papato e Impero sullo sfondo della realtà italiana, vediamo comporsi il mosaico dei poteri locali con le loro marcate specificità, le singole identità, le proprie individualità: a cominciare, tra le repubbliche marinare, da Pisa dove, pur nell'adesione della città alla parte imperiale, emerge una robusta "coscienza cittadina" in un solido intreccio tra Comune e Città, tra forze locali, Vescovi e Ordini mendicanti, quest'ultimi acclamati come veri coadiutores episcopi et civitatis: la Piazza dei Miracoli nella sua superba singolarità esprime nella maniera più alta questa conurbazione tra potere politico e potere religioso. Mentre ad Amalfi, o più in generale nei Comuni marittimi campani, pugliesi e siciliani, il quadro delle realtà locali assume ancora variegate e diversificate articolazioni. In queste aree urbane l'incombente governo dei Sovrani normanno-svevi aveva drasticamente limitate le autonomie cittadine. Le energie borghesi e le tendenze autonomistiche furono completamente soffocate, a volte con atti di inaudita brutalità. Queste azioni facilitarono l'ingresso dei mercanti del nord e favorirono l'economia produttiva dei comuni delle aree settentrionali che importavano dal Sud, oltre i grani e le vettovaglie per le loro crescenti popolazioni, anche materie prime come cotone, lino, canapa, lana, pellami ecc. che poi ritornavano al Sud come manufatti innescando quel processo economico di tipo coloniale che, in larga misura, sarebbe alla base del problema del Mezzogiorno.
(...)
Ebbene di fronte a questa Italia come si rapportò il grande imperatore svevo? Quale coscienza ebbe della sua costruzione geopolitica e della sua dimensione territoriale? Come visse la ricchezza dei molteplici patrimoni territoriali e, specialmente, l'incombente presenza dell'altra potestà universale il cui peso morale era ben maggiore di quella del titolare della dignità dell'Impero? L'analisi dei documenti emanati dalla sua Cancelleria ci restituisce, sottesa alla parola "Italia", una ben precisa dimensione territoriale, cioè l'aggregazione di province dell'Impero comprese tra il Regno di Sicilia e la Germania in cui, volta a volta, a secondo le contingenze politiche, potevano gravitare anche le terre soggette alla giurisdizione pontificia. Ne fornisce, tra l'altro, una prova il solenne documento emanato il 27 novembre 1220, a cinque giorni dalla solenne incoronazione imperiale, in cui egli si rivolge ai più alti rappresentanti della Chiesa e della feudalità, ai consoli e alle comunità cittadine e castellane, ai rettori e al popolo della Lombardia, della Romagna e della Tuscia accomunati e indicati con il termine tota Italia.
E ciò
che ancora rende singolare questo documento è che a portare avanti l'opera
di pacificazione, Federico invia un suo fedelissimo collaboratore, il
principe e vescovo Corrado di Metz, con la funzione di legato: comincia
così ad assumere più nitidi contorni anche il disegno politico di Federico
II che negli assetti Di questa Italia Federico ha piena consapevolezza dell'essere un microcosmo dalle precise coordinate geografiche. Questa Italia Federico vuole che mantenga la sua unità politica fortemente interconnessa con l'autorità imperiale per la quale, a sua volta, non rivendica il fondamento della legittimità del suo potere sulla tradizione ottoniana del Regno italico, cioè entro un ambito di sovranità distinto dalle prerogative dell'Impero: da questo punto di vista rimane una testimonianza emblematica la lettera inviata da Federico alla fine del 1236 alle città e ai sudditi del Regno di Sicilia che parla dei Lombardi come di "Italie quedam factiosa collectio intenti ad obtinendam Romani imperi monarchiam"; per questa loro attività scissionistica e minoritaria che rompe l'unità degli "universi imperii nostri fideles per Italiam constituti", egli con linguaggio colorito ed efficace li bolla come il loglio nel granaio e la putredine nella sentina ("velut in granario lolium et putredo remanserit in sentina"). Insomma Milano con i Comuni confluiti nella Lega lombarda costituivano una turbativa all'autorità; la loro aspirazione all'autonomia colpiva al cuore l'unità delle province e comprometteva all'interno e all'esterno, specificatamente nei confronti del papa e dei principi tedeschi, l'onore imperiale. Ma dove Federico II investe la sua stessa credibilità politica in piena coerenza con il suo progetto politico è nel legame che instaura tra l'Italia e Roma. L'occasione gli era stata offerta dalla fortunosa conquista, nel novembre 1237, del Carroccio che, come è noto, assolveva a una duplice funzione, l'essere cioè contemporaneamente una macchina da guerra e un vessillo blindato che, durante la battaglia, diveniva essenziale punto di riferimento per i soldati. Alla conquista del Carroccio da parte dei nemici veniva dato un grande significato propagandistico. Ebbene l'esercito imperiale in maniera del tutto fortuita aveva sottratto l'ambito trofeo alle truppe milanesi e ai loro alleati, ma Federico nell'intento di utilizzare a fini propagandistici l'episodio, volle celebrare la grande vittoria facendo organizzare a Cremona una marcia trionfale durante la quale il podestà di Milano, il veneziano Pietro Tiepolo venne issato sul carroccio trainato da un elefante e additato al pubblico ludibrio. Successivamente l'Imperatore decise di inviare il carroccio milanese o molto più verosimilmente alcune parti di esso a Roma "sede del nostro Romano Impero", per essere esposto con una iscrizione scelta, con rammarico del papa, dallo stesso Federico. Il documento che accompagna il dono del Carroccio altro non è che l'esaltazione dell'ideologia imperiale entro cui trova una consapevole collocazione il rapporto con i Comuni dell'Italia padana. In esso Federico instaura uno strettissimo rapporto tra il decus imperiale e l'honor Urbis: è questo honor, inteso nella sua pregnanza giuridica e politica, il fondamento dell'Impero. Dopo aver rilevato che la maestà imperiale, quantunque non soggiaccia ad alcuna legge, se non a quella della ragione che è la madre del diritto, proprio in forza di questa, cioè della ragione, è dato a lui, quale erede del fulgore dei Cesari di illustrare ai Romani i motivi profondi del tripudio per la vittoria conseguita.
Una
vittoria conseguita in nome di Roma se è vero che i soldati nel clamore
della battaglia gridavano Miles, Roma! Miles imperator!. Una vittoria che,
sulla scorta della tradizione, il Senato e il popolo romano decretavano ai
vincitori, mentre questi a loro volta portavano in trionfo i trofei
catturati ai nemici. E' stato giustamente affermato che sarebbe grottesco condannare il governo federiciano, che durò solo un trentennio, per una condizione che si sarebbe protratta per oltre sette secoli, giungendo drammaticamente fino a noi. Da parte dei difensori di Federico si è voluto affermare che l'accentramento del potere e il rigoroso controllo dei centri urbani non sia un ostacolo al progresso economico, che non è certamente legato ad un regime di libertà e di autonomia. Se questa tesi non può essere negata in assoluto, non si può non rilevare come la storia economica dall'antichità ai nostri giorni ci insegni con dovizia di esempi che libertà economica e autonomia politica sono strumenti e condizioni indispensabili per il progresso e la prosperità dell'uomo.
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