Nel 1221 Federico II
transitando per Alife si faceva consegnare città e contea dal
conte Siffrido[1],
esponente di una famiglia feudale che si era dimostrata, nel
tempo, ben poco devota alla corona.
Poco prima del 1225,
l’imperatore concedeva un ampio latifondo nel territorio della
diocesi di Alife a S. Maria de Ferraria, precisamente nella
selva detta Tora. Nel 1225 il vescovo di Alife si opponeva alla
costruzione nello stesso luogo di una chiesa cistercense.[2]
La prima pietra era stata benedetta da papa Onorio III, che
informato dell’atteggiamento del vescovo, si premurava perché
questi rispondesse del suo comportamento. Probabilmente il
presule si batteva affinché la vicina abbazia di S. Maria de
Ferraria non acquisisse sul territorio possessi e diritti
paragonabili a quelli detenuti in età longobarda e normanna da
Montecassino; in più il vescovo appare avverso a Federico II,
grande promotore del monachesimo cistercense. Federico II era
stato in Alife nel mese di agosto[3]
e la lettera del papa indirizzata all’abate e al decano
cassinese è degli stessi giorni, la datazione è “Rieti 20
agosto”. La donazione federiciana non è pervenuta in originale,
ma i possedimenti cistercensi nell’area matesina e nella pianura
alifana dovuti alla generosità dell’imperatore sono ben
leggibili nella conferma imperiale dei possedimenti di S. Maria
de Ferraria.[4]
Nel
1229 Federico II non proseguiva nella crociata in Terrasanta,
contrariamente a quanto promesso a papa Gregorio IX, e
l’esercito pontificio guidato dal cardinale Pelagio veniva
inviato oltre confine. Come ci si potrebbe aspettare, il vescovo
alifano, in contrapposizione allo Svevo, si schierava
apertamente con il papa.
Castello di Alife (età normanno-sveva).
Dopo le prime facili
conquiste in Terra di Lavoro, l’esercito papale puntava ad
Alife, Ailano e Piedimonte le cui fortificazioni erano affidate
a Pietro d’Aquino conte di Acerra. Ailano veniva presa per
prima, quindi gli alifani aprivano le porte della città dopo uno
scontro armato, poi era la volta del borgo di Piedimonte, mentre
Castello resisteva tenacemente.[5]
Alla fine dell’estate
1229, Federico II ritornava in Terra di Lavoro, prendeva Calvi e
si fermava per tre giorni a Santa Maria di Ferraria, e così
Alife, Vairano e Venafro tornavano in suo possesso.[6]
L’anonimo vescovo di Alife, privato del sostegno dei cittadini,
si rifugiava con il cardinale Pelagio e il vescovo di Aquino
nell’abbazia di Montecassino. L’imperatore concedeva la grazia
al vescovo[7]
ma pochi anni dopo espelleva dal regno, in un colpo solo, i
vescovi di Teano, Alife, Carinola, Venafro ed altri prelati.
Negli anni 1229-1230
il castello di Ravecanina, presso Alife, «Roccam Sancti Angeli
de Rupe canina»[8]
è inclusa, con altre fortificazioni di Terra di Lavoro, nel
trattato di pace fra l’imperatore e il papa. Ma lo scontro fra
Gregorio IX e Federico II riprese negli anni successivi. Il papa
morì nell’estate 1241 mentre Federico II assediava Roma;
l’imperatore non avendo altro obiettivo da raggiungere, tornava
nel suo regno transitando per Alife.[9]
Federico II,
congiuntamente Imperatore e re di Sicilia, aveva il pieno
controllo del territorio alifano. Negli anni 1241-46 Federico
disponeva precise direttive per la manutenzione dei castelli;
quello di Alife era affidato agli uomini della stessa terra, e a
quelli dei vicini borghi di Piedimonte e Baia: «item castrum
Alifie reparari potest per homines ipsius terre, Pedemontis et
Baye». Federico II soggiornava nel castello o comunque nel
palazzo del governo almeno in cinque occasioni, come si apprende
dalla cronaca di Riccardo di San Germano (1221, 1229, 1241)[10]
e da due documenti, il primo dell’agosto 1225: «Fridericus Dei
gratia Romanorum imperator semper augustus et rex Sicilie… data
apud Alifiam, anno dominice incarnationis millesimo ducentesimo
vigesimo quinto, mense augusti, tertiedecime indictionis»[11] e
il secondo del maggio 1245 (o 1246): «Fridericus Dei gratia
Romanorum imperator semper augustus, Jerusalem et Sicilie rex…
Datum Alifie, anno dominice incarnationis millesimo ducentesimo
quadragesimo quinto, mense madii, quarte indictionis».[12]
[1] Riccardo di S. Germano, in RIS VII, 2,
Bologna, 1937 a cura di C. A. Garufi, pp. 93-94.
[2] Regesta Honorii Papae III, Romae, MDCCCXXXVIII, n. 5610.
[3] E. Winkelmann, Acta imperii inedita, cit. p. 771.
[4] Per la donazione federiciana, cfr. doc. in S. Maria de
Ferraria Chronica e Ryccardi De Sancto Germano Chronica, a cura
di A. Gaudenzi, Napoli, 1888, prefazione.
[5] Riccardo di San Germano, cit., p. 157.
[6] Riccardo di San Germano, cit. pp. 161-62. In queste fasi
Alife è epressamente nominata nella Continuatio Guillelmi
Tyrensis, cfr. J.L.A. Huillard-Bréholles, Historia diplomatica
Friderici secundi, Paris 1854, III, p. 162.
[7] Riccardo di San Germano, cit., pp. 169.
[8] Die Aktenstuche zum Frieden von S. Germano 1230, a cura di
K. Hampe, MGH, Berlin, 1926, pp. 30, 60, 67.
[9] Riccardo di San Germano, cit. p. 212: «tramite per Sanctum
Germanum Aliphiam et Beneventum in Apulia vadit».
[10] Riccardo di San Germano può essere consultato anche
nell’ed. Gaudenzi, cit., per Alife si vedano in particolare pp.
71, 103, 131, 134, 154.
[11] E. Winkelmann, Acta imperii inedita, Innsbruck, 1881-82, p.
771.
[12] Friderici Secundi Historia Diplomatica II cit., pp. 268;
VI, pp. 417-418.