La
tradizione narra che i nomi di Guelfi e Ghibellini
(in tedesco, Welfen u. Waiblingen) ebbero origine
in Germania nella prima metà del XII secolo.
Secondo la comune opinione i due nomi furono
i gridi di battaglia in uso tra i sostenitori
della Casa di Baviera e della Casa dei duchi
di Svevia (Hohenstaufen) dopo la morte dell'Imperatore
Enrico V (1125), che non lasciò eredi diretti.
Risuonarono per la prima volta nella forma "Hye
Welff!" e "Hye Waiblingen!"
sotto le mura del castello di Weinsberg nella
battaglia omonima, nei pressi dell'odierna città
di Heilbronn, dove i duchi di Baviera nel 1140
opposero resistenza, poi soccombendo, all'assedio
di re Corrado III di Hohenstaufen.
Molto probabilmente però l'uso di tali
denominazioni in un'accezione più squisitamente
politica sorse qualche anno più tardi, quando
cioè i due partiti, nati in Germania dalle lotte
per la successione al trono, dopo la morte di
Enrico V, vennero a contrapporsi come
rappresentanti di due indirizzi politici
antitetici.
I seguaci degli Hohenstaufen sostenevano un
indirizzo intransigente nei riguardi di
qualsiasi ingerenza politica della Chiesa
romana. Il primo rappresentante del ramo cadetto
dei Welf-Este, Welf IV, duca di Baviera,
favoriva un'intesa con i pontefici rivolta ad
assicurarsi l'avallo morale della sua politica.
Nella lotta per la successione al trono
imperiale i sostenitori dei Welfen elessero re
di Germania Lotario di Supplinburg (Lotario III,
1125-38), sostenuto dal genero Enrico il
Superbo, divenuto nel frattempo duca di Baviera
dopo Welf IV. Ma l'eccessiva potenza di questa
Casa, forte della nuova alleanza dinastica,
appariva troppo pericolosa agli altri feudatari
di Germania, i quali si strinsero intorno ai
duchi di Svevia guidati da Federico II di
Hohenstaufen, detto il Guercio, padre del
Barbarossa (e quindi da non confondersi con
l'altro Federico II, imperatore, che visse circa
cento anni dopo e di cui si parla nel seguito di
questo capitolo) e contrapposero nel 1127
l'elezione a re di Germania del fratello di
quest'ultimo, Corrado duca di Franconia
(divenuto poi legittimo re Corrado III,
1138-52). Era l'affermazione dell'intransigenza
verso la Chiesa nel contrasto fra Stato e Chiesa
risolto solo dal compromesso raggiunto con il
concordato di Worms del 1122.

Guelfi
e Ghibellini
Siamo ancora in Germania quando si scontrano tra
loro le due fazioni dei Welfen e dei Waiblingen
(dal castello di Waiblingen, luogo di origine
della Casa Sveva, situato nell'attuale regione
del Baden-Württemberg). In Germania le lotte tra
i sostenitori dei Welfen e dei Waiblingen
assunsero forme legate in prevalenza alla
successione dinastica e quasi mai presero il
sopravvento aspetti di lotta intestina nei
confronti degli atteggiamenti politici della
Chiesa. Ne è testimonianza ancora oggi la lingua
tedesca: nei libri di storia Welfen e Waiblingen
stanno a significare due Casate che combatterono
per salire sul trono dell'Impero. I due partiti
guelfi e ghibellini così come vengono studiati
in Italia, il primo a favore di un'intesa con il
Papa anche al livello politico e il secondo
contrario all'ingerenza Papale nei fatti della
politica e a favore dell'Imperatore, anche nei
libri di storia tedeschi si chiamano "Guelfen
und Ghibellinen"!
Ma torniamo ai fatti dell'epoca. Papa Onorio II
parteggiò per la fazione guelfa, riconoscendo
Lotario III e scomunicando Corrado III, il quale
era stato incoronato re d'Italia a Monza
dall'arcivescovo di Milano in lotta con il Papa
(1128).
Anche in questo caso l'avversione di Onorio II
nei confronti di Corrado III non aveva ancora
molto a che fare con l'indirizzo politico degli
Hohenstaufen, ma si configurava piuttosto come
contrapposizione di interessi del Papa nei
confronti dell'accresciuta potenza
dell'arcivescovo di Milano e dell'usurpazione di
potere perpetrata da questi. Tuttavia le città
lombarde si mostrarono in complesso avverse al
nuovo re d'Italia e Corrado III dovette tornare
in Germania; scese poi Lotario III, che dal
nuovo pontefice Innocenzo II fu incoronato
Imperatore (1133). Alla sua morte fu eletto a
succedergli il suo avversario Corrado III e
rinacque la lotta fra Guelfi e Ghibellini. Nel
1140 Corrado III assediò il castello di
Weinsberg del duca di Baviera, spegnendo
definitivamente le illusioni dei Welfen di
diventare la dinastia imperiale germanica.
L'alleanza della Casa di Baviera con Lotario
III, duca di Sassonia, era stata cementata con
il matrimonio tra Enrico il Superbo, figlio di
Enrico il Nero, e la figlia di Lotario III, e
aveva portato come conseguenza il costituirsi di
una formidabile potenza feudale nelle mani di
Enrico il Superbo, che al titolo di duca di
Baviera, veniva ad aggiungere quello di duca di
Sassonia e alla morte del suocero avanzava
pretese persino alla successione imperiale. La
sua eccessiva potenza spinse i principi tedeschi
ad accostarsi alla casata sveva e ad eleggere al
trono di Germania Corrado III, che riusciva a
vincere definitivamente Welf VI di Baviera a
Weinsberg e ad abbattere momentaneamente la
potenza della casa nemica, lasciando al piccolo
Enrico il Leone, figlio di Enrico il Superbo, la
sola Sassonia e concedendo la Baviera alla casa
di Babenberg.
Se la competizione fra le due casate traeva così
la sua origine dalla debolezza intrinseca della
monarchia elettiva germanica e dalla rivalità
delle grandi famiglie feudali aspiranti al
trono, in un secondo momento rientrò nell'ambito
della lotta sostenuta dall'istituto monarchico
contro il particolarismo feudale e veniva ad
assumere in parte il carattere di una reazione
dello spirito nazionale tedesco, impersonato
dagli Hohenstaufen, contro la politica
d'invadenza negli affari interni tedeschi
largamente attuata dai pontefici, con la
complicità della casa dei Welfen. Tali
atteggiamenti, naturale retaggio della lotta per
le investiture, non riescono però a nascondere
del tutto la fitta trama di interessi feudali e
dinastici che si addensano intorno alle due
grandi famiglie rivali.
L'elezione di Federico I Hohenstaufen, detto il
Barbarossa, a re di Germania nel 1152, e tre
anni dopo la sua incoronazione a Imperatore,
segnarono il trionfo della politica
antiecclesiastica o, meglio, antiromana e
l'affermazione di un ordine nuovo in Germania.
La designazione che di lui aveva fatto Corrado
III fu accolta favorevolmente da entrambe le due
casate, sia per le sue elevatissime qualità
personali, sia perché, essendo egli figlio di
una sorella di Enrico il Superbo e quindi cugino
di Enrico il Leone, sembrava adatto a pacificare
e a unire nella sua persona le due dinastie
rivali, e in realtà realizzò subito un'intesa
con la Casa dei Welfen.
Ma il Barbarossa, con questo atteggiamento
conciliante verso la Casa di Baviera, voleva
sopire la guerra in Germania per scatenarla con
violenza e maggiore ampiezza d'intenti in
Italia, contro i due veri nemici dichiarati
della sua politica di restaurazione della
potenza del Sacro Romano Impero della Nazione
Germanica: il Papato e i Comuni, i quali
dall'amicizia con il Papa traevano la fonte
delle loro libertà conquistate soprattutto in
campo commerciale ed economico. L'atteggiamento
del Barbarossa nei confronti dei Comuni fu la
miccia che scatenò una reazione a catena nella
società italiana del tempo e la trasformazione
interna dei due partiti guelfo e ghibellino, da
consorterie dinastiche élitarie, quali erano
stati in Germania i Welfen e i Waiblingen
(soprattutto tra i feudatari) a veri e propri
partiti "popolari", capaci di mobilitare il
cosiddetto "popolo di mezzo" e di organizzare
campagne di guerra contro le città rivali.
Proprio durante il lungo periodo del regno di
Federico Barbarossa (1152-1190) notiamo in
Italia la tendenza delle forze politiche in
contrasto a differenziarsi secondo gli
atteggiamenti fondamentali dell'azione
dell'Impero nei confronti della Chiesa. La
differenza fondamentale tra Guelfi e Ghibellini
italiani stava infatti nel diverso atteggiamento
più o meno accondiscendente nei confronti delle
ingerenze politiche del Papa. Ma ove queste
venivano accettate dagli uni e condannate dagli
altri, nessuna delle due fazioni in Italia si
sarebbe sognata di voler tornare al feudalesimo,
ancora in parte vigente nelle lande teutoniche.
L'intelligenza del Papa senese Rolando
Bandinelli, Alessandro III (1159-1181) fu quella
di saldare la propria lotta di interesse
personale contro il Barbarossa con quella di
difesa a spada tratta delle autonomie locali
conquistate dai comuni. All'inizio della contesa
con il Barbarossa i comuni italiani non avevano
assunto un atteggiamento decisamente
antimperiale, ma avevano combattuto unicamente
per salvare le autonomie loro riconosciute da
Enrico V. Solo in seguito il fondersi della
lotta tra Impero e Comuni con la contesa tra
Papato e Impero contribuirono a determinare
lentamente un prevalente orientamento guelfo
delle città italiane.
Naturalmente, il conflitto tra Chiesa e Impero
generalizzò e complicò quello tra Comuni e
Impero. Così necessariamente si dissero
Ghibellini quei signori feudali e quei comuni
che speravano nel trionfo dell'Impero per il
consolidamento delle loro fortune e si dissero
Guelfi i sostenitori della causa delle libertà
comunali e i partigiani della politica comunale
del Papato, specialmente di Papa Alessandro III.
In realtà, avendo l'Imperatore in Italia bisogno
di appoggi e di collaboratori, diversi dai
grandi feudatari, indeboliti dal sorgere e dal
prosperare dei Comuni, non lesinò i suoi favori
ad alcune città le quali, come Pisa e Como, per
cause e motivi di ordine locale, si trovavano da
tempo in lotta contro centri cittadini
pericolosi, e s'inchinavano a Federico I non
perché deboli difensori dei loro diritti
comunali, ma perché l'Impero pagava con
concessioni più o meno importanti il servizio
che essi gli rendevano, attaccando i comuni
maggiori, come Milano, il cui cosmopolitismo e
l'apertura mentale rappresentava un permanente
ostacolo all'affermazione del potere
dell'Impero.
Così Firenze si disse e si sentì guelfa, sia
perché era già stata dalla parte della contessa
Matilde e del Papato durante la lotta delle
investiture, sia perché Pisa era ghibellina e
aveva ottenuto dall'Imperatore quel diploma del
6 giugno 1162 che destò nella repubblica
marinara tanti e cosi orgogliosi impulsi verso
più ampie conquiste.
A Firenze, secondo la tradizione tramandataci
dai cronisti, la formazione delle due fazioni
sarebbe stata dovuta a un conflitto familiare:
nel giorno in cui Buondelmonte dei Buondelmonti,
che aveva ucciso Oddo Arrighi dei Fifanti
(1215), fu ucciso dagli Amidei, congiurati con i
Fifanti, gli Uberti e i Lamberti, incominciò la
rovina della città e nacquero i due nomi di
parte guelfa e di fede ghibellina. In realtà si
tratta di una spiegazione semplicistica, sebbene
ci venga descritta dal Guicciardini, altrove
acuto osservatore della storia. Durante la lotta
fra Innocenzo IV e Federico II, in particolare
dopo la scomunica e la deposizione
dell'Imperatore da parte del Papa, la
denominazione di "Guelfi" non indica più
soltanto gli avversari di Federico, ma i fautori
del suo avversario, il Papato; e quello di
Ghibellini non più soltanto i partigiani di
Federico, ma dell'Impero. Sulle origini e sulle
ragioni storiche di Siena ghibellina dedicheremo
un capitolo a parte.
Anche Milano, prima dei Visconti, fu guelfa
perché erano Ghibellini i centri lombardi
minori, come Como, e i maggiori feudatari a lei
nemici. Insomma il significato delle parole si
altera appena il conflitto, uscendo dai confini
del mondo germanico, si svolge in modo
particolarmente violento in Italia; quelle
parole conservano solo in parte il loro valore
tradizionale e finiscono con il denotare fazioni
cittadine che aspirano al dominio del Comune,
senza che per questo i Ghibellini siano meno dei
Guelfi rigidi difensori dell'autonomia e delle
glorie comunali.
I comuni nell'Italia settentrionale e centrale
erano ormai pienamente sviluppati con i loro
organi costituzionali, con le loro ricchezze,
con le loro energie e attività spirituali e la
lotta che l'Imperatore scatenò con eroico
impeto, ma con scarsa conoscenza della realtà
del momento, doveva finire fatalmente con la sua
sconfitta. Nel frattempo, verso la metà del
secolo XIII, le due fazioni si erano organizzate
in tutte le città del nord e del centro Italia e
le troviamo con questi due nomi ad Arezzo, a
Città di Castello, a Borgo S. Sepolcro, a
Perugia.
Certamente la formazione delle fazioni cittadine
è anteriore all'uso dei nomi di Guelfi e di
Ghibellini, perché essa derivava dai contrasti
di famiglie, di consorterie, di quartieri,
favorita dalla mancanza di un potere superiore
forte e ordinato; ma le fazioni tendendo a far
dimenticare le ragioni del loro contrasto,
meschine, grette, egoiste, proclivi sempre alla
violenza, talvolta anche gratuita, cercavano di
coprirsi con il manto di un'idealità politica
assumendo i nomi dovuti più al caso che ad una
scelta consapevole. Era inoltre già incominciato
nell'Italia settentrionale un altro movimento
che doveva avere come conseguenza la crisi e lo
svuotamento dello stesso ordinamento comunale, a
causa delle lotte civili che stancavano le
popolazioni e che doveva concludersi con la
caduta del comune e con l'avvento della signoria
cittadina e regionale.
Mentre ciò avveniva in Italia, al principio del
secolo XIII nel nuovo conflitto per la
successione a Enrico VI (1198) i fautori di
parte guelfa e di parte ghibellina tendevano a
riprendere il loro carattere dinastico e
nazionale. La lotta era scoppiata fra Filippo,
duca di Svevia, candidato dei Ghibellini, e
Ottone di Brunswick, candidato dei Guelfi, e le
città e i signori si divisero parteggiando per
l'uno o per l'altro dei due contendenti fra il
1198 e il 1208, e poi per Ottone e Federico II
durante il trentennio dell'Impero di Federico,
naturalmente ghibellino. Ne derivò una
situazione alquanto paradossale in Italia dove
città e signori feudali si divisero fra i due
rivali e furono partigiani del Guelfo o del
Ghibellino. Ma l'Imperatore Ottone, in conflitto
con il Papato e scomunicato da Innocenzo III,
era guelfo, e Federico era ghibellino, pur
essendo sotto la protezione della Chiesa e del
suo tutore Innocenzo III: così i nomi di Guelfi
e di Ghibellini erano diffusi e pronti a essere
usati con significato apparentemente
contraddittorio.

Enrico
VI
La lotta che si sviluppò incessante nel primo
comune italiano, dentro e fuori le mura
cittadine, fu sintomo ed espressione della
vitalità stessa del nuovo status quo. Già nei
primi anni del XIII secolo, quando la vita
comunale si fece più complessa, rigogliosa,
potente, più varia e più ricca di nuove forze
politiche ed economiche che aspiravano in gara
sfrenata al dominio della città, la lotta tra
Guelfi e Ghibellini assunse i caratteri di una
guerra selvaggia e senza quartiere che portò
fatalmente al dissolversi della vita comunale
stessa nella nuova unità della Signoria.
Alle forze che agirono all'interno delle mura
cittadine si aggiunsero le tendenze
espansionistiche del comune, che dettero origine
a interminabili guerre fra città e città, e i
primi tentativi di Signoria che si affermarono
nell'Italia settentrionale già nella prima metà
del secolo XIII. Tutte queste forze varie e
tumultuose, al di sopra della varietà e della
mobilità degli interessi che dettero loro
origine, trovarono un'unità occasionale nei
tradizionali nomi di Guelfi e Ghibellini e alla
contesa politica si mescolarono atteggiamenti
religiosi, sia per la diffusione dell'eresia nel
XIII secolo, sia per le necessità della lotta
che spingeva comuni, signori e Impero contro i
privilegi e la proprietà del clero.
Da ciò deriva come non sia possibile parlare nel
senso vero e proprio di una storia del Guelfismo
o del Ghibellinismo, che pure forniscono gli
schemi esteriori della lotta politica
specialmente nell'Italia dei secoli XIII e XIV.
Rodolfo d'Absburgo, Enrico VII, Giovanni di
Boemia e Ludovico il Bavaro saranno di volta in
volta i capi intorno ai quali si raccolgono
tutte le forze politiche avverse alla Chiesa e
agli Angiò. Le città italiane ondeggeranno tra
l'una e l'altra parte, a seconda del prevalere
nel loro interno dell'una o dell'altra fazione,
e a seconda delle necessità di adattarsi alle
contingenze politiche del momento. Solo alcune
di esse, come Pisa e Siena da una parte e
Firenze e Lucca dall'altra, rimarranno
tradizionalmente le une tenacemente ghibelline e
le altre prevalentemente guelfe.
Ma Pisa è rivale di Genova, legata a sua volta
agli Angiò e alla Chiesa, e deve difendersi da
Firenze che tende irresistibilmente a estendere
il suo dominio fino al mare; Firenze, le cui
origini comunali si ricollegano alle concessioni
della contessa Matilde, era andata stringendo
sempre più i suoi legami con la Chiesa al tempo
di Federico I. I maggiori banchieri e mercanti
fiorentini erano i finanziatori delle imprese
politiche del Papato, gli esattori e gli uomini
d'affari della Santa Sede. E appunto in Firenze,
città il cui dominio costituisce una delle
chiavi per il dominio di tutta l'Italia
settentrionale, la lotta tra le fazioni interne,
le influenze sveve o angioine e la guerra contro
le città vicine di Arezzo, Siena, Pisa, Lucca
assumono caratteri di particolare violenza. Le
battaglie di Montaperti (1260), di Campaldino
(1289) e di Montecatini (1301) (a queste due
partecipa anche Dante Alighieri nelle file dei
guelfi fiorentini), di Altopascio (1325), e lo
scindersi del partito guelfo nelle nuove fazioni
dei Bianchi e Neri, il prevalere dei Neri al
tempo di Bonifacio VIII, con l'aiuto di Carlo di
Valois sono gli episodi salienti e notissimi
della lotta, che divampa in tutta Italia.
Papato e Impero tenteranno più volte,
nell'interesse supremo della loro politica
universale, di elevarsi al di sopra della lotta
e Nicolò III, Gregorio X e Giovanni XXII
tenteranno di sancire accordi fra gli Angioini e
l'Impero, ed Enrico VII scenderà in Italia come
pacificatore tentando una pacificazione
clamorosa tra città e fazioni. Nessuno
comprendeva più il significato delle parole
guelfo e ghibellino, soprattutto perché la
stessa massa guelfa, a Firenze come altrove, si
era da tempo scissa in fazioni e in vere e
proprie sette, e la lotta tra Guelfi e
Ghibellini era diventata, in sostanza, lotta di
magnati contro popolani e viceversa, lotta di
predominio di un comune maggiore nella regione
che ne subiva gli interessi e il fascino, lotta
di banchieri, di mercanti, di cittadini e di
contadini per loro cause locali che nulla
avevano più a che fare con il Guelfismo e il
Ghibellinismo originari. Ma tutto ciò ha un
carattere effimero e contingente: dopo
brevissima sosta la lotta riprenderà più
accanita e l'Impero e il Papato, ormai
decadenti, ne saranno nuovamente travolti loro
malgrado.
Ai principi del secolo XIV la lotta si va
esaurendo nella polemica che conclude le
discussioni sui rapporti dei due massimi poteri.
E nel "De Monarchia" di Dante prende forma il
vivo desiderio di pace della società medievale
anelante a un nuovo assetto e la tendenza dello
stato e del laicismo a sottrarsi a ogni
ingerenza ecclesiastica.
[1]
Nel tedesco in uso all'epoca il dittongo
"ye", che veniva letto abbastanza
similmente a quanto avviene oggi per il
dittongo "ie" come una "i:" ('i'
allungata), rappresentava l'attuale
dittongo "ei" in uso nel tedesco
contemporaneo, per cui si può
ragionevolmente ritenere che il grido di
battaglia significasse "Heil' Welf" o "Heil'
Waiblingen", cioè rispettivamente: "viva
Welf" o "viva Waiblingen".
[3]
Il concordato di Worms del 23 settembre
1122 sancì la rinuncia da parte del re
all'investitura dei vescovi nell'ufficio
ecclesiastico, riservandosi tuttavia il
privilegio di investitura con la
concessione feudale dei poteri
temporali. Tale investitura temporale,
in Germania, doveva precedere la
consacrazione degli abati, mentre in
Italia e in Francia l'investitura doveva
seguire il rito della consacrazione.
Ovviamente il rito sancito in Germania
dal concordato di Worms era più
favorevole al potere regio, che
subentrava a monte della consacrazione
ecclesiastica. Similmente in Germania si
decise che l'elezione dei vescovi, pur
avvenendo in forma canonica, poi
approvata dal popolo, doveva avvenire
alla presenza del re o di un suo
incaricato. Il Concilio lateranense del
1123 (primo Concilio ecumenico
dell'Occidente) ratificò l'accordo di
Worms.