Anticristo o novello Messia?

Anticristo o novello Messia?
Il mito di Federico II (Nota preliminare)
 
Storia e mito sono due facce della stessa medaglia, sono complementari: miti storici stimolano l'interesse alla storia, e il sociologo tedesco Max Weber ha sostenuto che la società (moderna) ha necessità di miti (gesellschaftlicher Mythenbedarf). Lo storico ha il dovere della demitizzazione, ma non nel senso della distruzione, bensì della spiegazione del mito[1]. Un mito non nasce per caso. E, ha osservato Arnold Esch a proposito di Federico II, se un mito come quello federiciano sopravvive per più di otto secoli, esso deve avere una notevole sostanza storica[2].
 
In seguito cercheremo di approfondire alcuni aspetti di quel mito cominciando con la nascita del mito negativo, quello di Federico II come l'Anticristo o il suo predecessore, frutto della propaganda pontificia, soffermandoci poi sul mito positivo, quello dell'imperatore come novello Messia, sostenuto dalla propaganda imperiale, e infine della sopravvivenza di Federico II sia nella speranza di un suo ritorno sia nell'attesa di un nuovo Federico.
 
Il mito negativo di Federico II è stato influenzato profondamente dalla propaganda papale che, sin dalla seconda scomunica dell'imperatore, comminatagli nel marzo 1239 da Gregorio IX, lo dipinse come un persecutore della Chiesa, un eretico, il predecessore dell'Anticristo o come l'Anticristo stesso. Una impressione enorme deve aver destato la circolare di Gregorio IX del 1° settembre 1239, in cui l'imperatore svevo fu paragonato alla bestia marina dell'Apocalisse di Giovanni: "Una bestia furiosa è uscita dal mare, piena di parole bestemmiatrici; i piedi sono quelli di un orso, i denti quelli di un leone; assomiglia ad un leopardo ed apre le fauci solo per oltraggiare il nome di Dio. Non teme, neppure, di scagliare insulti contro il tabernacolo divino e contro i santi che abitano nei cieli. Con gli artigli ed i denti d'acciaio vuole fare a pezzi il mondo e stritolarlo sotto i piedi. Per demolire la muraglia della fede cattolica, da molto tempo ha preparato gli arieti ... Smettete di meravigliarvi se alza contro di noi il pugnale dei suoi oltraggi, colui che già si erge per cancellare dalla terra il nome del Signore. Invece, per resistere alle sue menzogne con la verità manifesta e confutare i suoi inganni con la prova della parola, osservate la testa, il corpo e la coda di questa bestia, di questo Federico, di questo presunto imperatore[3]  ..."
 
Nella lettera papale, ispirata o forse redatta dal cardinale Raniero Capocci di Viterbo[4], l'imperatore svevo viene dipinto come un vero miscredente: "Infatti, con la sua testarda pretesa di non essere attaccato da noi, vicario di Cristo, con le catene della scomunica, con la sua affermazione che la Chiesa non ha il potere, trasmesso da san Pietro e dai suoi successori di legare e di sciogliere... confermando così la sua eresia, egli si lascia prendere in trappola dalla propria testimonianza e mostra, in tal modo, come ciò che egli pensa degli articoli della vera fede sia diabolico... Questo re di pestilenza ha osato apertamente affermare, e ci serviamo delle sue stesse parole, che il mondo è stato ingannato da tre impostori: Gesù Cristo, Mosé e Maometto, due dei quali sono morti onorevolmente, mentre Gesù è morto su una croce. Ha, inoltre, affermato, o piuttosto sostenuto, in modo menzognero, che quelli che credevano che una vergine avesse potuto mettere al mondo il Dio che creò l'Universo erano tutti matti. E Federico ha osato aggiungere a questa eresia l'affermazione folle che nessuno può nascere se non è stato concepito da un precedente rapporto di un uomo con una donna; così egli afferma che l'uomo non dovrebbe credere nulla che non sia provato dalla forza e dalla ragione della natura". Il papa afferma inoltre che l'imperatore avrebbe provato piacere nell'essere chiamato predecessore dell'Anticristo ("qui gaudet se nominari preambulum Antichristi").
 
Sembra che il papa e Ranieri Capocci siano stati influenzati dalle idee di Gioacchino da Fiore († 1202)[5], secondo cui due generazioni dopo l'anno 1200 sarebbe dovuta cominciare la terza età dello Spirito Santo, preceduta dal dominio di un Anticristo, un sovrano che avrebbe castigato e distrutto nella sua forma attuale la Chiesa mondana e corrotta. Secondo "il calavrese abate Giovacchino di spirito profetico dotato", ricordato da Dante nel Paradiso[6], la storia della umanità sarebbe da suddividere in tre grandi età, corrispondenti ognuna a una delle tre persone della Trinità: la prima, l'età del Vecchio Testamento, era quella di Dio Padre; la seconda, l'età del Nuovo Testamento, quella del Figlio di Dio; la terza, che secondo Gioacchino era imminente, quella dello Spirito Santo. Le idee gioachimite vanno viste all'interno dell'attesa della fine del mondo, molto viva in alcuni periodi del Medioevo[7] .
 
Quando Federico II, nel giugno 1240, era alle porte di Roma, il papa fece circolare la voce che l'imperatore svevo fosse l'Anticristo in persona, correggendo quindi la sua precedente affermazione, secondo cui Federico sarebbe stato soltanto il predecessore dell'Anticristo. Dopo la morte di Gregorio IX (1241) da parte pontificia Federico venne di nuovo apostrofato soltanto come predecessore dell'Anticristo, mentre per i seguaci delle idee di Gioacchino da Fiore, i gioachimiti, in crescente numero tra i francescani, si continuò a considerare Federico l'Anticristo in persona.
 
Una notevole risonanza dell'idea di Federico II come predecessore dell'Anticristo e come Anticristo stesso avvenne mediante le rappresentazioni figurative in manoscritti contenenti opere autentiche o apocrife di Gioacchino da Fiore. Di importanza particolare fu in quest'ambito il Liber figurarum, redatto probabilmente non molto tempo dopo la morte dell'abate calabrese, un’opera in cui mediante diagrammi si trasmise un' efficace sintesi delle idee più importanti di Gioacchino. Qui, alle sette teste del drago apocalittico corrispondono sette epoche di persecuzioni della Chiesa, rappresentate ciascuna da un sovrano: Erode sta per la persecuzione attraverso gli ebrei; Nerone per quella attraverso i pagani; Costanzo (337-361), il figlio di Costantino Magno considerato ariano e quindi eretico, per quella attraverso gli eretici; Maometto per quella attraverso i musulmani; Mesemotus, forse da identificare con il sultano _Abd al-Mu'min (1133-63), per quella attraverso i figli di Babilone; e Saladino († 1193) per quella attraverso i musulmani che avevano conquistato nel 1187 Gerusalemme. Tutti questi persecutori della Chiesa furono per Gioacchino Anticristi[8].
 
Lo stesso Gioacchino considerò come imminente la persecuzione finale della Chiesa attraverso l'ultimo di questi Anticristi, dopo la cui fine sarebbe iniziata finalmente la terza età dello Spirito Santo. Alla fine di questa terza età sarebbe poi arrivato un ultimissimo Anticristo di nome Gog, dopo la cui morte sarebbe avvenuta la fine del mondo seguita dall'ultimo giudizio. Quest'ultimissimo Anticristo, Gog, nelle miniature del drago apocalittico del Liber figurarum appare come la coda della bestia.
In un'altra opera attribuita a Gioacchino da Fiore, le cosiddette Praemissiones, un commentario a Jesaia redatto dopo la morte di Gioacchino da qualche suo seguace, l'elenco dei sette persecutori della Chiesa indicato dal Liber figurarum, viene modificato e attualizzato: la quarta testa del drago apocalittico non viene più identificata con Maometto, bensì con il sovrano persiano Cosroe II (591-628), il quale aveva distrutto nel 614 Gerusalemme e portato via la vera croce di Cristo, ritrovata tre secoli prima dall'imperatrice Elena; la quinta testa della bestia ora non viene più abbinata al musulmano Mesemotus, ma ad un imperatore Henricus primus, a lungo identificato dagli studiosi con Enrico IV, finché recentemente Alexander Patschovsky ha proposto con argomenti convincenti di identificarlo con Enrico II (1002-1024), il primo imperatore romano-tedesco di nome Enrico (Enrico I era soltanto re, non imperatore)[9]. La novità dell'attualizzazione dell'elenco dei persecutori della Chiesa nelle Praemissiones è costituita dal fatto che il ruolo dei figli di Babilone ora viene attribuito ai tedeschi (Alamagni). Rimane ancora invariata l'attribuzione della sesta testa del drago apocalittico a Saladino.
La vera novità delle rappresentazioni della bestia apocalittica nelle Praemissiones sta però nel fatto che mentre nel Liber figurarum la settima testa venne attribuita all'ultimo (settimo) Anticristo, la cui identità non venne specificata, ora essa viene identificata con Federico II. Nel più antico manoscritto conservatosi di quest'opera, redatto probabilmente nell'Italia meridionale intorno al 1255 (Vat. lat. 4959) (fig. 1)[10], viene infatti specificato relativamente alla settima testa del drago: "Fredericus secundus venit in proximo ruiturus, et alius nondum venit", vale a dire: "Federico II venne e sarà prossimamente rovinato, e un altro non è ancora venuto". Chi sarebbe quell'altro, non viene spiegato. Mi sembra che si possa pensare o a un altro, quindi un terzo Federico, oppure a un altro Anticristo che verrà. Mentre, come nel Liber figurarum, la sesta epoca rimane quella della persecuzione attraverso i musulmani, rappresentati da Saladino, ora la settima epoca, non specificata da Gioacchino, è quella della persecuzione attraverso "principi italici ed eretici": "septimum (bellum) principum ytalicorum et hereticorum". E questi eretici principi italiani non potevano non essere Federico II e i suoi figli.
 
Figura 1- Praemissiones, Roma Bibblioteca Apostolica Vaticana, ms. Vat. Lat. 4959, fol.2r.
 
In un codice quattrocentesco delle Praemissiones, conservato a Praga, Federico II è indicato come la settima testa del drago apocalittico, ma ora non viene indicato più come Anticristo, bensì come il suo predecessore. Ciò deriva forse dal fatto che l'imperatore svevo era morto già nel 1250, quindi dieci anni prima della data (1260) in cui i seguaci di Gioacchino aspettavano la fine dell'Anticristo. (Del resto questa morte prematura di Federico II aveva irritato non pochi gioachimiti, come riferisce Salimbene de Adam, che dichiara di aver perso, a causa di ciò, la sua fede nelle profezie gioachimite[11].)
 
Un salto di qualità nella rappresentazione del drago apocalittico avviene in un' altra opera attribuita (a torto) a Gioacchino da Fiore, il cosiddetto Liber de oneribus prophetarum, redatto probabilmente intorno al 1255. In un manoscritto miscellaneo contenente anche quest'opera, manoscritto eseguito intorno all'anno 1300 (Val. lal. 3822), a differenza delle miniature precedenti del drago, nelle quali le sette teste erano più o meno della stessa grandezza, ora la settima testa attribuita a Federico II domina chiaramente la scena (fig. 2). In questa immagine, come ha osservato recentemente Fabio Troncarelli, vengono recepiti modelli più antichi di draghi (come quelli di Haimo d'Auxerre e Lamberto di Sto Omer), nei quali sei piccole teste escono da un buco nel collo del drago[12] . Non si tratta quindi di sette teste di pari dignità, bensì di una testa principale, enorme, e sei piccole teste accessorie. La enorme settima testa, rappresentante Federico II, può essere vista nel contesto di una lettera celeste, tramandata nello stesso codice (Ad memoriam eternorum, redatta probabilmente intorno al 1241/43), studiata recentemente da Matthias Kaup: qui viene predetta la nascita di un "filius enormis", indicato come un piccolo leone con la pelle di leopardo, ovviamente un riferimento a Federico II[13].
 
Figura 2 - Liber de oneribus prophetarum, Roma Bibblioteca Apostolica Vaticana, ms. Vat. Lat. 3822, fol.5r
 
La enorme settima testa del drago nel codice vaticano sembra a prima vista portare una giubba leonina, ma a ben vedere si tratta delle dieci corna della bestia apocalittica, di cui si parla nell'Apocalisse di Giovanni (13,1: 1/ vidi salir dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, e sulle corna dieci diademi, e sulle teste nomi di bestemmia"). Una novità nella miniatura, di cui parliamo, sono i monaci scalzi, probabilmente francescani, rappresentati nella coda della bestia che alzano il dito contro la testa della coda, rappresentante l'ultimo Anticristo, Gog. Nuova è anche un'aggiunta alla frase annunciante la venuta di Federico, la sua prossima rovina e la venuta di un altro: "scilicet ultimus de successione sua de tercio nido natus". L’altro sarebbe quindi un ultimo discendente dell'imperatore, nato da un terzo nido, un'indicazione (forse volutamente) enigmatica, che è difficile da interpretare. Potrebbe trattarsi di un accenno a un figlio di Federico II dal suo terzo matrimonio con Isabella d'Inghilterra, oppure da una terza unione, quindi di un figlio naturale, come per esempio Federico di Antiochia.
 
Va notato che mentre nella leggenda al di sotto della settima testa viene spiegato che lo svevo è soltanto il predecessore dell'Anticristo, attraverso la indicazione della stessa testa come Fredericus II (alla sua destra), un osservatore superficiale poteva comunque avere !'impressione che la bestia apocalittica rappresentata, era Federico II stesso.
 
Come reagì l'imperatore alla propaganda papale che cercava di screditarlo come miscredente, eretico, predecessore dell'Anticristo o Anticristo stesso?
 
La difesa e il contro-attacco di Federico II si svolsero su più piani: l'imperatore, presentandosi come garante dell'ordine stabilito da Dio e il principe della pace, respinse dapprima le accuse del papa come assolutamente infondate e pretestuose; poi evidenziò i veri scopi politici del pontefice chiamandolo Fariseo e accusandolo di collaborare con gli eretici lombardi, da lui, Federico, come difensore della fede, sempre combattuti; inoltre, denunciò l'avidità di denaro del papato e la sua sete di potere; e infine, ricorrendo alla stessa profezia di Giovanni, accusò il papa di essere lui la vera bestia apocalittica. Scrive infatti in una lettera, redatta probabilmente da Pier della Vigna nel luglio 1239, a riguardo del papa: "Seduto sulla cattedra della dottrina pervertita, il Fariseo, unto dai suoi compagni con l'olio della malignità, lui, il pontefice romano del nostro tempo, ha la pretesa di togliere ogni significato all'ordine decretato dal cielo, credendo forse d'essere in accordo con le cose che vengono dall'alto, che sono dirette dalle leggi della natura e non da una volontà esacerbata! Egli medita di oscurare lo splendore della nostra maestà, travisando la verità (veritate in fabulam commutata). (...) Non ha forse scritto, questo papa, che è tale solo di nome, che noi eravamo la bestia uscita dal mare, piena di nomi di blasfemia, dal corpo screziato come quello del leopardo? Ma noi invece sosteniamo che è proprio lui quella belva, di cui si legge: "egli fece uscire dal mare un altro cavallo fulvo (...)"".
Federico smentisce poi, punto per punto, come false ed infondate tutte le accuse rivoltegli dal papa mettenti in dubbio la sua fede cattolica [14].
In questo periodo dello scontro finale tra imperatore e papa, iniziato con la circolare di Gregorio IX del 1239, dinanzi citata, la propaganda imperiale non esita ad esaltare Federico II come nuovo Messia.
L'imperatore rivolge un'attenzione particolare al suo luogo natio, Jesi, che osa paragonare a Betlemme, luogo di nascita di Gesù Cristo: "Obbedendo alla voce della natura, siamo spinti e costretti a stringere nelle nostre braccia Jesi, nobile città delle Marche, illustre inizio delle nostre origini, in cui la nostra divina madre ci ha messo al mondo, sulla quale la nostra culla ha diffuso la sua luce radiosa. Noi lo facciamo, perché il luogo dove tu sei nato non scompaia mai dalla nostra memoria e perché la nostra Betlemme, terra ed origine di Cesare, resti nel più profondo del nostro cuore. Così Betlemme città delle Marche, tu non sei la più piccola tra i principi della nostra stirpe. (Unde tu, Bethleem, civitas Marchie non minima es in generis nostri principibus). Da te, infatti, è uscito il dux, il principe dell'Impero romano, per regnare sul tuo popolo, per proteggerlo e per non permettere più che sia sottoposto al giogo straniero. Alzati, dunque, o nostra prima madre, scuoti da te il giogo straniero! Poiché noi abbiamo pietà dei pesi che vi opprimono, voi e gli altri nostri fedeli (...)"[15] .
Federico si presenta come il Redentore, nel significato, in cui le sacre scritture usano questo termine: "Poiché è venuto il tempo nel quale voi, che siete sempre stati graditi ai nostri occhi ed agli occhi dell'Impero, potete rendervi ancor più graditi, noi vi preghiamo: Su, in piedi! Mutate la vostra disposizione d'animo per scorgere la saggezza e la forza del regno. Riconosceteci vostro principe e vostro generoso signore! Preparate le vie del Signore e spianate i sentieri (Parate viam Domini, rectas facite semitas eius, Matt. 3,3). Aprite le vostre porte affinché arrivi il nostro Cesare, Cesare che è terribile contro i ribelli e benevole con voi, e la cui forza ridurrà al silenzio gli spiriti malvagi che per tanto tempo vi hanno tormentato... È giunto il momento della vostra redenzione, dolce alla vostra attesa, ed anche alla nostra[16].
 
Uno studioso della letteratura encomiastica in onore dell'imperatore ha osservato recentemente a proposito del parallelo tra Cristo e Federico II, stabilito nei testi di Pier della Vigna e di altri: "Il paragone col Dio fatto uomo, frequentissimo nella produzione della cerchia federiciana, assume, in un'epoca in cui si attendeva un messia incarnato, una connotazione escatologica e ieratica talmente radicata da travalicare i limiti del gioco letterario"[17].
 
L'esaltazione di Federico II con tratti messianici nella propaganda imperiale venne da parte pontificia considerata blasfema e la propaganda papale non tardò a denunciare altri atteggiamenti dell'imperatore giudicati nello stesso modo. In un libello accusatorio contro l'imperatore, presentato dal cardinale Ranieri Capocci al concilio di Lione, si legge:" Lui, il nemico della croce, fece portare davanti a sé la croce, attraversando le terre degli scomunicati, e nel territorio di Foligno e di Gubbio ardì benedire sfrontatamente coloro che la Chiesa aveva maledetto, benedicendoli con la propria mano empia, stando al racconto di quelli che hanno assistito a questa scena. E nelle menzionate e in altre terre, colpite dall'interdetto, si fece ad alta voce dire messe e celebrare altri uffici divini, lui, il precursore dell'Anticristo"[18]. A differenza di Kantorowicz, che ritenne credibile questo racconto[19], ritengo che esso vada interpretato con grande cautela, in quanto facente parte delle accuse, sollevate contro Federico II nel concilio di Lione (1245), che erano in parte pura invenzione della propaganda papale. Che l'imperatore avesse veramente proceduto" alla benedizione del popolo", come ritenne Kantorowicz, con riferimento "ai noti precedenti dei re francesi e inglesi"[20], mi sembra poco probabile, mentre è pensabile che in occasioni solenni si facesse processionalmente precedere dalla croce.
 
Con ancora maggiore prudenza va vagliata la notizia, di solito accettata sulla scorta di Kantorowicz, secondo cui lo scomunicato Federico II nella festa di Natale del 1239 avrebbe predicato nella cattedrale di Pisa. Come sempre le parole di Kantorowicz sono suggestive: "Federico, lo scomunicato, entrò in Pisa il Natale, giorno precedente quello del suo compleanno. Con la sua presenza portava l'interdetto sulla città, ma, a dispetto dell'interdetto, fece ugualmente tenere il servizio divino e volle che si compissero i misteri; addirittura, salito sul pulpito del duomo di Pisa nel giorno di Natale, si mise a predicare al popolo. E deve aver preannunciato ai fedeli sbalorditi il regno della pace e la prossimità del suo avvento: e come principe della pace, messia e salvatore, irrompeva alcuni giorni dopo nelle province del papa... "[21]. La fonte, da cui deriva questa notizia è la Vita Gregorii IX, notoriamente ostile e diffamatoria nei confronti di Federico II, e inoltre essa è stata interpretata in modo arbitrario da Kantorowicz, come ha recentemente evidenziato Wolfgang Stürner nel secondo volume della sua fondamentale biografia di Federico II, pubblicato nel 2000[22], purtroppo non ancora tradotto in italiano.
Insomma sia la notizia su Federico benedicente, sia quella su Federico predicante, sono probabilmente frutto della propaganda pontificia tesa a screditare l'imperatore come blasfemo.
 
Lo scontro propagandistico tra Federico II e il papato, con i suoi toni esasperati ed escatologici, ha influenzato non poco il mito federiciano oscillante tra i due poli estremi dell'Anticristo e del novello Messia.
Riesce difficile stabilire la diffusione di questi miti tra la popolazione. Sembra che la propaganda imperiale, indirizzata per lo più agli alti ranghi della gerarchia laica ed ecclesiastica, abbia raggiunto soltanto un pubblico limitato, mentre quella papale mediante il formidabile strumento della propaganda francescana sia stata diffusa in modo capillare in tutta l'Europa.
Tra la popolazione il mito dell'imperatore sopravvisse comunque alla sua morte. Riferisce infatti Salimbene da Parma: "molti credettero egli non sia morto, benché in verità era morto. E così si avverò la profezia della Sibilla che disse: "Si dirà tra i popoli: Vive e non vive"[23].
Una prova per il fatto che alcuni anni dopo la morte di Federico II, avvenuta nel 1250, c'erano ancora persone convinte che l'imperatore fosse ancora in vita, sono quattro scommesse che un orafo di San Gimignano depositava nel 1257 presso un notaio[24]
Che non si tratti di un caso singolare, dimostrano i successi che negli anni seguenti ebbero alcuni millantatori che si spacciarono per il ritornato Federico II.
Il primo caso di questo genere avvenne nel 1261 in Sicilia. Un mendicante, un tal Giovanni de Cocleria, a cui si era detto che assomigliasse a Federico II, si era ritirato sull'Etna, si era fatto crescere la barba, e si era allenato di imitare l'imperatore in gesti e parole (mores et verba). Il successo andò oltre le sue aspettative: seguaci dello svevo andarono a trovarlo e confermarono che si trattava dell'imperatore. Rimase da spiegare, perché per più di dieci anni lo svevo fosse sparito. La spiegazione data fu che egli, per fare penitenza per i suoi numerosi peccati, avrebbe intrapreso in incognito un pellegrinaggio durato più di nove anni. La popolazione gli credette e il papa, Urbano IV, fece finta di farlo, perché cercò di usarlo nella lotta contro Manfredi. Questi, consapevole dell'imbroglio, fece catturare e impiccare l'impostore con dodici dei suoi seguaci[25].
Forse non è un caso che il primo dei falsi Federici apparve nella zona dell'Etna. Si credeva infatti che all'interno o nei pressi di questo vulcano fossero nascosti re Artù e Federico II. Un francescano inglese, Tommaso di Eccleston, racconta infatti di un suo confratello che avrebbe visto all' epoca della morte dell'imperatore entrare nel mare 5000 cavalieri, facendo ribollire l'acqua del mare come se le loro armature fossero di metallo bollente. Alla domanda del frate, su chi fossero, uno dei cavalieri avrebbe risposto che si trattava di Federico II e dei suoi seguaci che entravano nell'Etna[26]. È dubbio se da questa storia sia nata la leggenda, che si formò più tardi in Germania, secondo cui Federico II sarebbe nascosto nel monte Kyffhäuser in Turingia, perché tale leggenda è legata all' aspettativa positiva di un ritorno dello svevo, mentre la visione del francescano ha un significato piuttosto negativo: l'entrata dell'imperatore, morto scomunicato, nell'Etna sta a significare il suo ingresso nell'inferno, che si credette ubicato all'interno del vulcano eruttante fuoco[27].
 
Che ancora negli anni ottanta del Duecento, in Italia qualcuno non ritenesse escluso che Federico non fosse ancora morto, è dimostrato dal fatto che nel 1283, quando in Germania ebbe un certo successo un altro impostore spacciatosi per Federico II, un tale Dietrich Holzschuh, che risiedeva a Neuss nella bassa Renania, il marchese d'Este e alcuni comuni lombardi inviarono delegazioni in Germania per accertare la possibilità che si trattasse veramente di Federico II (che avrebbe avuto l'età di 88 anni!)[28].
Ma la profezia sibillina "Vivit, non vivit" poteva essere interpretata, oltre nel senso di una sopravvivenza di Federico stesso, in quella della sopravvivenza nei suoi discendenti. La profezia intera era infatti la seguente: "Oculos eius morte claudet abscondita supervivetque; sonabit et in populis: "Vivi t, non vivit", uno ex pullis pullisque pullorum superstite"[29].
Vale a dire: "Chiuderà gli occhi con una morte nascosta e sopravvivrà; e si dirà tra i popoli: "Vive, (e) non vive"; e sopravvivrà uno dei pulcini e dei pulcini dei pulcini". E qui viene da pensare all'enigmatica profezia sull'ultimo Anticristo discendente federiciano dal terzo nido che abbiamo incontrato nel Liber de oneribus prophetarum attribuito a Gioacchino da Fiore.
Dopo che con la morte di Corradino, avvenuta nel 1268, erano svanite definitivamente le speranze in un diretto discendente di Federico II, cominciò a diffondersi la speranza in un terzo Federico, discendente indiretto, cioè per linea femminile, dello svevo.
Così alcuni ghibellini italiani basarono le loro speranze su Federico, figlio di Margarita, nata dal terzo matrimonio di Federico II (con Isabella d'Inghilterra), sposata con il langravio di Turingia e margravio di Meissen. Questo Federico, nato nel 1257, nel 1269 e nel 1270 firmò alcune lettere come Federico III, re di Gerusalemme e di Sicilia. Ma le speranze dei ghibellini svanirono quando questi non riuscì ad essere eletto re di Germania, carica assunta invece nel 1273 da Rodolfo d'Asburgo[30].
 
Si trovò però presto un altro terzo Federico nel figlio omonimo di Pietro III d'Aragona e di Costanza, figlia di Manfredi. Dopo i Vespri Siciliani (1282) questo pronipote dell'imperatore svevo governò la Sicilia inizialmente in nome di re Giacomo II d'Aragona, ma nel 1296 fu proclamato re di Sicilia da un parlamento siciliano riunitosi a Catania. Egli si vide come il terzo Federico delle profezie citate, perché si intitolò Federico III, nonostante che come re di Sicilia fosse soltanto il secondo di questo nome (si sarebbe quindi dovuto chiamare Federico II). Soltanto nel 1331, quando il re romano-tedesco Enrico VII (di Lussemburgo) venne in Italia per essere incoronato imperatore, il Federico siciliano dovette abbandonare la sua pretesa di essere il terzo Federico ed assumere il titolo di Federico II[31] .
 
La speranza in un nuovo Federico che avrebbe castigato la Chiesa corrotta si mantenne ancora a lungo: cito soltanto l'esempio di fra Dolcino, bruciato come eretico nel 1307 e ricordato da Dante nell'Inferno (canto 28) (e poi da Umberto Eco in Il nome della rosa), il quale, influenzato da idee gioachimite profetizzò l'avvento di un nuovo Federico che, insieme con un papa angelico avrebbe purificato la Chiesa e regnato fino all'arrivo dell'Anticristo[32].
Anche se rimase delusa l'attesa di un ritorno di Federico II e la speranza dell'avvento di un nuovo Federico castigatore della Chiesa, la profezia sibillina si è però avverata, se pensiamo alla sopravivenza del mito federiciano ancora oggi all'inizio del terzo millennio: "Vivit, non vivi t".
 
 
 
Nota preliminare: Questo articolo e tratto da una conferenza tenuta a Jesi, presso l'Hotel Federico II, il 5 novembre 2005 a conclusione delle celebrazioni dell'810° anniversario della nascita di Federico II.
 
[1] Cfr. M. BORGOLTE, Historie und Mythos, in Kronungen: Konige in Aachen ­Geschichte und Mythos. Katalog der Ausstellung, Mainz, 2000, voI. 2, pp. 839­846.
[2] AESCH, Friedrich II. Wandler der Welt?, Goppingen 2001 (Schriften zur staufischen Geschichte und Kunst 21), p. 24. Cfr. anche lo., Federico II: storia, mito, ricerca, in TABULAE del Centro Studi Federiciani (Tesi), 33 (gennaio­maggio 2005), pp. 40-52, qui p. 51 sg.
[3] Epistolae saeculi XIII e regestis pontificum Romanorum selectae, a cura di C. RODENBERG, voI. l, 1883 (Monumenta Germaniae Historica), nr. 750, trad. itai. cito da P. RACINE, Federico Il di Svevia. Un monarca medievale al/e prese con la sorte, Milano 1998, p. 448 sg.
 
[4] Per lui v. N. KAMr, Capocci, Ranieri, in Dizionario biografico degli Italiani, 18, Roma, 1975, pp. 608-616.
[5] Per lui v. G. POTESTÀ, Il tempo dell'apocalisse. Vita di Gioacchino da Fiore,Roma-Bari, 2004.
 
[6] DANTE, Paradiso, XII, 140-141. Cfr. A. FRUGONI, Gioachino, in EnciclopediaDantesca, 3, Roma ,1971, pp. 165-167.
 
[7] Cfr. L'attesa della fine dei tempi nel Medioevo, a cura di O. CAPITANI e J. MIETHKE, Bologna, 1990 (Istituto storico italo-germanico di Trenta, Quaderni 28).
 
[8] Cfr. R.E. LERNER, Antichrists and Antichrist in Joachim oJ Fiore, in Speculum,60 (1985), pp. 553-570, trad. ital. in: Id., Refrigerio dei Santi. Gioacchino da fiore e l'escatologia medievale, Roma, 1995, pp. 117-135.
 
[9] A. PATSCHOVSKY, Der heilige Kaiser Heinrich "der Erste" als Haupt des apokalyptischen Drachens: iiber das Bild des romisch-deutschen Reiches in der Tradition Joachims von Fiore, in Florensia, 12 (1998), pp. 19-52, trad. inglese in Viator, 29 (1998), pp. 291-322.
 
[10] Cfr. R. E. LERNER, Frederick II, Alive, Aloft and Allayed, in Franciscan­ Joachite Eschatology, in The Use and Abuse of Eschatology in the Middle Ages, a cura di W. VERBEKE, D. VERHELST, A. WELKENHUYSEN, Lovania, 1988 (Mediaevalia Lovanensia, ser. 1, Studies 15), pp. 359-384, trad. itai. in: LERNER, Refrigerio dei Santi, cit., pp. 147-167, qui p. 167, nota 61.
 
[11] Cfr. ivi p. 152.
 
[12] F. TRONCARELU, Il liber figurarum tra "gioachimisti e gioachimisti" in Gioacchino da Fiore tra Bernardo di Clairvaux e Innocenzo III. Atti del 5° Congresso internazionale di studi gioachimiti, San Giovanni in Fiore, 16-21 settembre 1999, a cura di R. Rusconi, Roma, 2001, pp. 265-286, qui p. 275.
 
[13] M. KAuP, Pseudo-Joachim Reads a Heavenly Letter: Extrabiblical Prophecy in the Early Joachite Literature, in Gioacchino da Fiore tra Bernardo di Clairvaux e Innocenza m, cit., pp. 284-314.
 
[14] Acta imperii inedita seculi XIII, a cura di E. WINKELMANN, Innsbruck, 1885, voI. 1, nr. 355, p. 314 sg.; J.-L.A. HUlLLARD-BRÈHOLLES, Historia diplomatica Friderici secundi, Pari s, 1852-1861 (in seguito cito come H.-B.), voI. V, pp. 348-351; trad. ital. in RACINE, Federico II di Svevia, cit., p. 451.
 
[15] H.-B. V p. 378; MGH Constitutiones 2, p. 304 nr. 219; trad. ital. in RACINE, Federico II di Svevia, cit., p. 454 sg. Cfr. H. M. SCHALLER, La lettera di Federico a Jesi, in Atti del Convegno di studi su Federico II, Jesi, 28-29 maggio 1966, Jesi, 1976, pp. 139-146.
 
[16] H.-B. V pp. 663-665 (lettera indirizzata al comune di Viterbo, tramandata nell' epistolario di Pier delle Vigne, risalente probabilmente all'inizio del 1240), qui p. 665; trad. ital. in RACINE, Federico II di Svevia, cit., p.454.
 
[17] F. DELLE DONNE, Il potere e la sua legittimazione. Letteratura encomiastica in onore di Federico II di Svevia, Arce, 2005, p. 77. Non ritengo convincente la tesi (ivi p. 162 sg.) secondo la quale l'imperatore non avrebbe voluto creare soltanto il mito positivo del messia, ma anche quello negativo dell'Anticristo: "Ogni sua azione e ogni suo gesto era probabilmente studiato in maniera tale da poter essere interpretato tanto come compiuto dal messia inviato sulla terra come rappresentante di Dio, tanto dall'Anticristo, la bestia demoniaca che avrebbe portato alla dissoluzione della cristianità".
 
[18] Acta imperii, cit., 1, n. 723 pp. 568 sg. Cfr. W. SruRNER, Friedrich II., Teil 2: Der Kaiser 1220-1250, Darmstadt, 2000, p. 485 sg.
 
[19] E. KANToROWICZ, Federico II, imperatore, Milano 1976 (ed. orig.: Kaiser Friedrich der Zweite, Berlino, 1927, Ergiinzungsband: Quellennachweise und Exkurse, Berlino, 1931), pp. 734-736 (app. VII).
 
[20] Ivi p. 735.
 
[21] Ivi p. 503. Cfr. ivi p. 524.
 
[22] W. STÜRNER, Priedrich II., Teil2, cit., p. 485 con nota 53. Vita Gregorii IX, cap. 43, in Le liber censuum de l'Eglise Romaine, a cura di P. FABRE - L. Duchesne, Paris 1905-1952, voI. 2, p. 34.
 
[23] SALIMBENE DE ADAM, Cronica, a cura di O. HOLDER-EGGER, MGH Scriptores32, 1913, p. 347.
 
[24] R. DAVIDSOHN, Forschungen zur Geschichte von Florenz, 2, Berlino, 1900, p. 161 sg.
 
[25] Die Chronik des Saba Malaspina, a cura di W. Koller e A. Nitschke, Hannover 1999 (MGH Scriptores 35), II 6, pp. 131-133.
 
[26] THOMAS DE ECCLESTON, De adventu fratrum minorum in Angliam, a cura di F. LIEBERMANN, MGH Scriptores 28, 1888, p. 568; cfr. H. MOHRING, Der Weltkaiser de Endzeit. Entstehung, Wandel und Wirkung einer tausendjiihrigen Weissagung, Stuttgart, 2000, p. 224.
 
[27] Cfr. ivi pp. 223-227.
 
[28] SALIMBENE DE PARMA, cit., p. 537.
 
[29] O. HOLDER-EGGER, Italienische Prophetieen des 13. ]ahrhunderts, I, in Neues Archiv der Gesellschaft filr iiltere deutsche Geschichtskunde 15 (1890), pp. 141­178, qui p. 168.
 
[30] MOHRINC, Der Weltkaiser der Endzeit, cit., p. 242.
 
[31] Ivi pp. 245 sgg.
[32] Historia fratris Dulcini heresiarche di anonimo sincrono, a cura di A. SEGARIZZI, Città di Castello, 1907 = MURATORI, Rerum italicarum Scriptores, nuova ed. IX, 5, p. 8. Cfr. K. BURDACH, Konrad Rienw und die geistige Wandlung seiner Zeit, Berlino 1913-1928, p. 413; E. KANROROWICZ, Federico II, cit., p. 689.
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