Battaglia dell’Isola del Giglio

L’impresa navale dell’Isola del Giglio
L’aggressione navale condotta dalla flotta fedele all’Impero all’Isola del Giglio il 3 maggio 1241 è una delle pagine più discusse di tutta l’epopea sveva in Europa.
Essa aveva lo scopo di intercettare le navi che portavano a Roma i prelati convocati da Gregorio IX ed impedire la celebrazione del Concilio indetto per la successiva Pasqua. 
Con questo intervento non è certo nostra intenzione svolgere una difesa d’ufficio a favore di Federico II (non ne avrebbe bisogno) e tanto meno fare di lui un santo (anche perché non lo era). Può essere utile invece riconsiderare gli antefatti, lo svolgimento e le conseguenze dell’episodio, per farcene un’idea chiara, il più possibile libera da pregiudizi duri a morire.
 
-  Gli antefatti  - 
Come punto di partenza è utile partire dal 28 agosto 1230, giorno in cui Gregorio IX proscioglieva dalla scomunica Federico II, ponendo le premesse per iniziare buoni rapporti fra Papato e Impero.
In realtà si trattava di una pace armata. Se l’Imperatore non intendeva rinunciare al sogno di restaurare un nuovo Impero Romano, il Pontefice non appariva certamente un agnello, disposto a rinunciare al potere temporale ereditato dai suoi predecessori.
Gregorio IX

In luogo della reciproca comprensione, iniziava un periodo di sleali manovre e diffidenza che solo la cieca faziosità di qualche osservatore può imputare ad una sola parte.
Federico II è emanava contro gli eretici leggi più severe di quelle chiesastiche, ma continuava a proteggere i Saraceni che aveva trasferito a Lucera, quasi un baluardo contro le incursioni delle milizie papali; è proteggeva il Pontefice costretto nel 1234 a riparare in Umbria inseguito dai Romani in rivolta, ma svolgeva incursioni per intimorire le popolazioni lombarde.
Gregorio IX non era da meno. è Continuava a finanziare subdolamente la fronda lombarda anti-imperiale, pur sostenendo apertamente l’Imperatore contro il figlio ribelle Enrico che fu arrestato, detronizzato, e tenuto prigioniero fino alla morte; è mentre accettava la protezione dell’Impero, non rinunciava a mobilitare contro di lui i frati e la stessa gerarchi a ecclesiastica, quanto mai divisa su un simile comportamento.
La svolta si ebbe nel 1237 quando l’esercito svevo, ormai in guerra aperta contro i Comuni guelfi lombardi, è ottenne la storica vittoria di Cortenuova: storica non tanto per gli effettivi risultati conseguiti, quanto per le illusioni di Federico II. Questi infatti era convinto di avere saldamente in pugno la situazione e decise di sfruttare al massimo il momento favorevole, anche a costo di giungere con il Papa ai ferri veramente corti.
L’invio poi a Roma del carroccio del Milanesi, il più emblematico trofeo, fu considerato come una chiara dichiarazione di guerra. Da allora l’escalation militare imputabile a Federico II non conobbe limiti: è egli aizzava apertamente i Romani contro il Papa, imprigionava i legati pontifici inviati nelle sue terre, impediva le nomine vescovili. Non ultimo, a dimostrazione delle sue intenzioni di abbattere il potere temporale della Chiesa, concesse al figlio Enzio il titolo di Re di Sardegna, territorio rivendicato dal Papato sulla base della Donazione di Costantino, la più colossale truffa storica mai conosciuta.
A quel punto, Gregorio IX decise di sfoderare l’arma più micidiale in suo possesso, anche se non nuova: è la scomunica, lanciata sull’Imperatore la Domenica delle Palme del 1239.
Da quel momento, ebbe inizio una guerra ad oltranza tra il Papato e l’Impero, in un susseguirsi di ineleganti invettive a botta e risposta.
In una lettera enciclica del 21 giugno, Gregorio IX è definì l’Imperatore come «...la Bestia che sorge dal mare carica di nomi blasfemi... che si erige contro Cristo redentore del genere umano...». 
Di fronte a simili argomentazioni, l’Imperatore è ricambiò di pari moneta, definendo il Pontefice «…il fariseo assiso sulla cattedra di un dogma perverso, unto con l’olio della malvagità […]. Noi sosteniamo che è lui quel mostro di cui si legge». 
 
-  La guerra dichiarata  - 
Da quel momento Tiara e Corona avevano smarrito ogni via di rappacificazione che non fosse un’improbabile resa incondizionata di Federico II; entrambe erano pronte ad utilizzare ogni mezzo pur di imporre le proprie ragioni, valide o pretestuose. Ed a questo proposito le posizioni erano sufficientemente chiare.
Gregorio IX, è in presenza di un Sacro Collegio diviso e delle potenze cattoliche europee in posizione di attesa, poteva far leva unicamente sull’appoggio dei Romani, sempre pronti a schierarsi a favore di chi fosse stato in grado di garantir loro un’esistenza meno precaria; Federico II è godeva il vantaggio di un esercito efficiente, e di una diplomazia esperta se non proprio fedele. 
Il primo a muoversi fu Federico II il quale, è arruolato in Lombardia un esercito ben armato, partì da Pavia intenzionato ad invadere i possedimenti pontifici e a conquistare militarmente Roma.
Come contromossa, Gregorio IX è spinse i Veneziani ad invadere la Puglia sperando di aprire un nuovo fronte contro il nemico è e provvide a compattare da par suo l’orgoglio e la fedeltà dei Romani, costringendo Federico II a rinunciare all’impresa.
Mentre le invettive aumentavano e toglievano spazio alla diplomazia, Gregorio IX iniziò ad operare per mettere a profitto il successo ottenuto; e decise di convocare a Roma un Concilio ecumenico per la Pasqua del 1241: una facile occasione per reiterare la scomunica all’Imperatore e provvedere senza possibilità di appello alla sua deposizione.
 
-  La battaglia  -
Per evitare il rischio di una sconfitta religiosa e politica irrimediabile, in un clima di crescente conflittualità, Federico èpredispose le misure più efficaci per un progetto ardito, una sfida inaudita all’autorità papale: impedire che i padri conciliari potessero affluire a Roma da ogni parte d’Europa.
Dalla Cronica di Giovanni Villani, Codice Ghigi (XVI secolo), la battaglia dell'Isola del Giglio.
La prima iniziativa fu di ordine persuasivo, anche se conteneva una marcata pressione morale: «Roma è in preda alla violenza ed al caos — scrisse in una lettera indirizzata ai prelati, in genere persone molto anziane, già poco favorevoli ad intraprendere un viaggio lungo e disagevole — i religiosi sono in conflitto fra loro, le chiese sono profanate. Dappertutto regna la sporcizia, l’aria è fetida, il caldo insopportabile, l’acqua pessima, il cibo immangiabile. Le strade sono infestate dagli scorpioni e da altri animali schifosi. Gli abitanti sono malvagi e facinorosi, incapaci di fornire una decente ospitalità… Tenetevi lontani da una simile città!».
Non contento, è provvide a bloccare con l’aiuto dell’esercito le principali vie di comunicazione terrestri dirette a Roma è e ordinò l’assalto alle navi che da Genova trasportavano verso il porto di Civitavecchia i prelati francesi ed inglesi.
Lo scontro, breve ma cruento, avvenne il 3 maggio 1241 fra l’Isola di Montecristo e quella del Giglio, a poche miglia dagli scogli toscani della Meloria.
Protagoniste furono le galere siciliane affiancate da mezzi messi a disposizione del Comune di Pisa.
Molti monsignori perirono nel corso della battaglia. Degli oltre quattrocento prigionieri, alcuni furono scambiati con i Pisani trattenuti nelle carceri genovesi, gli altri furono trasferiti nelle rocche pugliesi da dove iniziarono ad esercitare pressione sul Pontefice per indurlo alla pace.
Collocazione dell'Isola del Giglio all'interno dell'arcipelago toscano.
 
-  Le conseguenze  - 
Federico considerò la battaglia navale come la celebrazione di un’ordalia, la vittoria come una chiara manifestazione della volontà divina. Tant’è che decise di sferrare un definitivo attacco alla Città dei Cesari.
In marcia verso Roma, l’esercito imperiale, dopo aver conquistato Terni, Tivoli, Albano, a fine luglio aveva fissato il campo a Grottaferrata.
L’entrata a Roma era data per imminente, le resistenze pressoché nulle, gli umori della cittadinanza alle stelle, quando una notizia scosse il campo imperiale: Gregorio IX, stroncato dai disagi della guerra e dalle preoccupazioni per il destino dei suoi Possedimenti, aveva reso l’anima a Dio il 22 agosto 1241.
A Corte la notizia fu accolta con sentimenti contrastanti. E, per dominare la situazione, Federico II comunicò personalmente la notizia alle Corti europee, agli amici, al mondo. Contemporaneamente assunse una decisione inattesa dai più, non gradita ai Romani e tanto meno ai mercenari che vedevano ancora una volta allontanarsi la possibilità di trarre qualche profitto dall'occupazione dell'Urbe. Senza nemmeno interpellare i più fedeli consiglieri, ordinò di interrompere le ostilità facendo ripiegare l’esercito verso sud. Evidentemente non riteneva di dover vessare la Corte Papale in periodo di sede vacante, o forse sperava di avere presto di fronte un Papa maggiormente disponibile nei suoi confronti.
La morte di un Papa che lo Svevo aveva definito «un prete ingiusto ed arrogante», per la cui politica «...la pace scomparve dalla terra, la guerra fu aspra, molti versarono in pericolo di vita…» aveva salvato Roma dal sacco e la Cristianità da una grave ingiuria. 
Resta il fatto che l’episodio dell’Isola del Giglio rappresentò un grave errore politico. è Esso fu utilizzato senza scrupoli dalla propaganda guelfa per screditare l’Imperatore dinnanzi ai fedeli, è mentre da quel momento i governi europei iniziarono a vedere in lui un uomo del tutto inaffidabile, tanto era capace di utilizzare ogni mezzo per conquistare il potere assoluto.
Accanto alla sconfitta subita nel 1248 a Victoria, nei pressi di Parma, l’aggressione navale contro uomini colpevoli solo di obbedire ad un ordine del loro capo, è certamente una della causa immediate del prematuro declino politico di Federico II.
Copyright  © Carlo Fornari