I podestà di nomina imperiale nell’Italia centro-settentrionale

I podestà di nomina imperiale nell’Italia centro-settentrionale
A partire dal primo ventennio del XIII secolo la carica del podestà forestiero si diffuse nella maggior parte delle città dell’Italia centro-settentrionale, assumendo progressivamente caratteristiche analoghe: veniva scelto un cittadino di un comune alleato, chiamato a ricoprire la carica per nove mesi od un anno (dopo la metà del Duecento il mandato si ridusse quasi ovunque a sei mesi), che giurava di amministrare la giustizia secondo gli statuti cittadini,di non allontanarsi dal comune senza autorizzazione del consiglio, e di non mangiare e bere in compagnia di qualsiasi cittadino, per restare garante del suo ruolo imparziale[1].
I poteri del podestà erano molto vasti: oltre alla gestione della giustizia (principale attributo della sua carica), presiedeva il consiglio comunale, dirigeva i tribunali cittadini ed era il comandante in capo delle forze di polizia locali, oltre che dell’esercito in tempo di guerra. Nei momenti di più gravi disordini interni, aveva inoltre l’autorità di esiliare i capi delle fazioni in lotta per ristabilire la pace e l’ordine locale[2].
Prima dell’inizio delle campagne militari contro i comuni della Lega Lombarda, sono noti solo quattro interventi federiciani in merito alla carica podestarile. In nessuno di questi casi però si tratta di funzionari scelti dall’imperatore e imposti alle comunità cittadine, come in seguito, ma di richieste nate spontaneamente da città di lunga fede imperiale, incapaci di risolvere da sole i propri laceranti conflitti interni.
Particolarmente eloquente è la richiesta della fedele Cremona nel 1233: 
Ad vos recurrimus tanquam ad portum quo nullatenus invenire possumus tutiorem…supplicantes quatenus unum virum de vestris fidelibus, providum, industrium et discretum ac omni rectitudinis et iustitie vibramine coruscantem, cuius etiam  linguam intelligere valeamus, dignemini concedere nobis pro protestate, domino et rectore huius presentis anni, cuius initium expectamus in festivitate beati Petri proximi nunc venturi…ut nos cum omni provisione regat, uniat, congreget et conservet ad laudem Dei et vestram gloriam et honorem…[3]
Il 1236, l’anno in cui divampa il conflitto tra lo Svevo e i comuni uniti nella rinata Lega Lombarda, già quattro città (Trento, Vicenza, Padova e Treviso), sono amministrate da un podestà, o rettore, o capitano (spesso i titoli sono associati) scelto “pro imperatoria maiestate”.
Cremona piazza Duomo
Cremona piazza del duomo.
Dopo la grande vittoria di Cortenuova (1237), il prestigio e l’influenza imperiale  nell’Italia centro-settentrionale si accrebbero notevolmente, permettendo al sovrano di porre in numero sempre maggiore uomini di provata fedeltà al governo di città conquistate militarmente o di dubbia fedeltà, chiamati nei documenti Potestates cum imperiali auctoritate -omandatu-, oppure Dei et domini imperatoris gratia. La loro elezione non era fissata a nessuna norma precisa: troviamo nelle fonti podestà eletti direttamente da Federico II, dai vicari imperiali o scelti dalle città con successiva approvazione imperiale. Addirittura può accadere che l’imperatore nomini se stesso podestà provvisorio, in attesa di trovare  un candidato idoneo (è questo il caso di Parma nel 1238, ove viene poi scelto Simone di Chiesi[4]), o che le città stesse gli domandino di assumere questa carica provvisoriamente (in una lettera del 1242 ad un comune sconosciuto, lo Svevo ringrazia per aver ricevuto la provisio regiminis civitatis[5]).
A lungo si è creduto che l’imperatore scegliesse gli uomini da destinare a tale compito principalmente tra i suoi sudditi meridionali, forse a causa della pessima accoglienza, riportata da molte cronache e annali cittadini, che i comuni riservavano a questi “stranieri”: gli studenti universitari bolognesi parlavano beffardamente di alcune città, che per colpa della loro incapacità ad autogovernarsi erano costrette “a pagare il tributo a Cesare, e spingere sotto il giogo pugliese[6]”. In realtà l’imperatore sceglieva questi uomini da tutti i territori sotto la sua autorità, affidando tale importante compito anche a due dei suoi numerosi figli, Enzo, Re di Sardegna (dal 1239 anche vicario generale in Italia) e Federico d’Antiochia[7].
Re Enzo catturato dai bolognesi (miniatura del Codice Chigi).
Purtroppo né la documentazione imperiale, né le fonti narrative ci aiutano molto a scoprire in base a quali requisiti Federico II nominasse i “suoi” podestà. Generalmente nei diplomi si parla solo delle doti di fedeltà, giustizia e delle capacità che il candidato è tenuto a possedere,o di aspetti più concreti, come il salario e la durata dell’incarico (solitamente annuale). Inoltre non si hanno notizie di nessuna sollevazione contro questi podestà imposti dall’alto, sebbene fosse ben nota ai cittadini la natura imperiale del loro incarico: Salimbene de Adam scrisse del suo compatriota parmigiano Gerardo da Canale: “Multas potestarias ab eo [imperatore] habuerat”[8].
A partire dal 1247 il numero dei comuni amministrati da podestà imperiali si ridusse sensibilmente, in parte per il cattivo andamento delle campagne militari, ma in misura maggiore per l’intensa attività della diplomazia pontificia, contrapposta radicalmente a Federico II nel promuovere un fronte di città guelfe da opporre a quelle filo-imperiali[9]. E’ interessante notare che i papi, nei comuni passati sotto il loro controllo, copiarono questo sistema di controllo cittadino: già nel 1233, Gregorio IX aveva nominato a Piacenza un “rectore idoneo et ecclesie romane fideli”[10].
La grande novità introdotta da Federico II nell’Italia centro-settentrionale fu l’uso di una carica comunale preesistente, affermatasi nel primo ventennio del Duecento in quasi tutte le città settentrionali, ma snaturata della sua originaria natura imparziale. Il podestà federiciano è un vero e proprio funzionario imperiale, nominato direttamente da Federico II o dai suoi maggiori rappresentanti, tra una cerchia di fideles comprendente poche famiglie settentrionali e i maggiori collaboratori meridionali o tedeschi.
 
[1] D. Waley, Le città repubblica dell’Italia medievale, p. 56, Einaudi, Torino 1978
[2] D. Waley, op. cit., p. 56
[3] O. Guyotjeannin, I podestà imperiali nell’Italia centro-settentrionale, pp. 118-119, in Federico II e le città italiane, a cura di P. Toubert e A. Paravicini Bagliani, Sellerio, Palermo 1994. Nella città venne inviato dal Regno di Sicilia Tommaso d’Aquino.
[4] E. Kantorowicz, Federico II imperatore, p. 487, Garzanti, Milano1976
[5] E. Winkelmann, Acta imperii inedita speculi XIII et XIV, I, n. 435, p. 370, Innsbruck 1880-1885, ristampa anastatica Scientia, 1964
[6] E. Kantorowicz, op. cit., p. 487
[7] Per maggiori dettagli, cfr. O. Guyotjeannin, op. cit., p. 123 sgg.
[8] Salimbene de Adam, Cronica, a cura di G. Scalia, p. 286, Laterza, Bari 1966
[9] M. Vallerani, Le città lombarde tra impero e papato (1226-1250), p. 477, in Comuni e signorie nell’Italia settentrionale: la Lombardia, Utet,Torino 1998
[10] E. Winkelmann, op. cit., pp.513-514, n. 635
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