La città di Lucera

La città di Lucera
 
Da Luceria a Luceria Saracenorum
Lucera (Luceria), antico abitato apulo, fu insieme a Brindisi uno dei capisaldi della presenza romana in Puglia, città autorizzata a battere moneta e municipio dopo la guerra sociale. 
Della sua importanza e grandezza sono testimonianza i mosaici pavimentali e le sculture provenienti dalle domus rinvenute nell'area urbana, ma soprattutto il grande anfiteatro di età augustea, sorto fuori le mura grazie al magistrato del luogo Manlio Vecilio Campo, opera imponente e maestosa di cui si scorgono i riflessi persino in alcune figurine fittili di gladiatori, rinvenute nei corredi delle necropoli, segno della grande popolarità goduta dai giochi che vi si svolgevano. 
Anfiteatro di Lucera - veduta aerea - di Raffaele Battista
L'Anfiteatro romano di Lucera - vedduta aerea (per gentile concessione di Raffaele Battista) 
 
La Lucera romana – a detta di Cicerone "una delle più fiorenti città d’Italia" – fu distrutta dai Bizantini nel 663 d.C., e nell’alto medioevo, tra distruzioni e ricostruzioni di vario genere, non sorse sempre sullo stesso sito. Sulla base della documentazione esistente alcuni ritengono che, nel secolo XI, essa fosse un insediamento murato esteso solo su una minima parte dell’antico impianto della Luceria romana; altri, invece, che si estendesse sulla spianata del monte Albano, in corrispondenza dell’area in cui vennero costruiti in seguito il palazzo federiciano e la fortezza angioina.
 
La vera rinascita edilizia della città, rimasta per secoli poco più di un borgo, venne segnata dal trasferimento – voluto da Federico II di Svevia – dei Saraceni ribelli di Sicilia (tra le quindicimila e le ventimila persone), tra il 1224 ed il 1246. Sul monte Albano, l’altura che domina la città attuale, fu costruito un complesso fortificato comprendente il palazzo imperiale, una zecca, caserme e residenze.
 
A valle, la nuova Lucera ("splendente di minareti e luccicante di moschee") si andava espandendo verso il “castello”, creando continuità tra questo e la città antica, ma trasformandosi in funzione dei suoi nuovi abitanti, di cui assecondò gli usi e i costumi. Ecco la costruzione di numerose moschee, e l’articolazione labirintica dello spazio urbano di sapore tipicamente islamico, con un complesso sistema di vicoli, sottopassi e corti interne; un tessuto edilizio minuto nel quale spazi privati e spazi pubblici si integrarono perfettamente all’interno della stessa unità insediativa.
 
Da Luceria Saracenorum alla Civitas Sanctae Mariae
 
L’insediamento saraceno fu assai veloce perché, come ricorda Riccardo da San Germano, nel 1233, lo stesso anno della probabile fondazione del suo palatium, Federico II ordinò che la città fosse provvista di mura. Questi eventi segnarono per la civitas Saracenorum il passaggio da insediamento "aperto" a città "murata", sede, peraltro, di una prestigiosa dimora imperiale. Mura ed palatium infatti, oltre a rappresentare il segno del dominio dell’imperatore sulla città , testimoniavano la fedeltà della città al suo imperatore.
 
Nulla sappiamo dei limiti urbani della Luceria Saracenorum in età sveva. Jamsilla racconta solo che la città era cinta di mura e che c'era una porta principale (forse Porta Foggia) sotto la quale scorreva un condotto d’acque piovane. Lo stesso cronista indica che il palatium imperiale sorgeva in periferia, dalla parte opposta rispetto alla porta principale. Davanti al palatium si apriva, a sud-ovest, uno slargo o una piazza.
 
Una fonte musulmana, coeva a Manfredi, specifica che in città l’augusto padre del re [Federico II] "vi aveva intrapreso la costruzione di un Istituto scientifico [dar ‘ilm, cioè casa della scienza"] perché vi fosse coltivato ogni ramo delle scienze speculative".
 
La fedeltà agli Svevi, sopravvissuta alla morte dello stesso Federico (avvenuta nel 1250), costò alla colonia saracena dapprima una sorta di ghettizzazione, ed in seguito la distruzione dell’immagine della città islamica e dei suoi abitanti. Con il trasferimento in città di centocinquanta famiglie provenzali, alle quali gli Angioini avevano concesso terre e privilegi, venne operata infatti una netta separazione tra la Lucera ancora abitata dagli "infedeli", e l’altura fortificata: Carlo I d’Angiò fece erigere la grande cinta turrita lunga quasi un chilometro che andò ad inglobare al margine settentrionale il palazzo imperiale di Federico II; all’interno fece costruire una chiesa francescana e numerosi altri edifici funzionali alla comunità francese. La fortificazione si affacciò verso la città con le due torri più imponenti, quella detta "della Leonessa" o della "Regina" e quella "del Leone", che costituivano i limiti del fronte principale, nel quale si apriva l’ingresso munito di ponte levatoio. I lavori alle strutture fortificate  si avvalsero degli interventi dell’architetto regio Pierre d’Angicourt e di Riccardo da Foggia, realizzando una sintesi tra maniera "moderna" francese e tradizione.
fortezza svovo-angioina Lucera - di Raffaele Battista
La fortezza svevo-angioina con la grande cinta turrita lunga quasi un chilometro che ingloba al margine settentrionale i resti del palazzo imperiale di Federico II - vedduta aerea (per gentile concessione di Raffaele Battista) 
 
Luceria Saracenorum venne definitivamente cancellata il 24 agosto 1300 con l’intervento di Giovanni Pipino da Barletta, sollecitato da Carlo II e dal papa Bonifacio VIII, che distrusse le sue mura e disperse i suoi abitanti. L’intervento angioino conferì alla città forma definitiva; la riconversione di Lucera, ribattezzata Città di Santa Maria, sottolineava la necessità di restituire un volto cristiano alla compagine sociale, urbanistica e monumentale. Gli stessi interventi edilizi si concentrarono nei luoghi significativi che erano stati della città islamica, quasi a sancire la supremazia della fede cristiana vittoriosa sugli infedeli: iniziarono i lavori della cattedrale dell’Assunta, vennero fondati numerose chiese e conventi sulle rovine dei magazzini musulmani o degli harem (ad esempio la chiesa di S. Domenico con l’annesso convento, e la chiesa di S. Francesco, oggi unica testimonianza della città angioina sopravvissuta alla ristrutturazione ottocentesca della zona). E vennero in parte recuperati l’impianto ed il tessuto viario romano, così che la nuova città racchiusa dalle mura e con ampia disponibilità di spazi ad orto e giardino poté espandersi in modo ordinato senza valicarle.
 
La Cattedrale
 
Elevata a Basilica Minore grazie al "breve" apostolico di papa Gregorio XVI nel 1834; dichiarata monumento nazionale dal ministro della Pubblica Istruzione Ruggero Bonghi nel 1874; vero monumento alla Vergine e alla vittoria cristiana sugli "infedeli", la cattedrale dell’Assunta è uno dei simboli della rinascita di Lucera all’indomani della parentesi "saracena". 
La Cattedrale veduta esterna - (per gentile concessione di Raffaele Battista) 
 
I lavori iniziarono nel 1300, partendo da un disegno organico e risolvendosi in brevissimo tempo; due anni dopo essa venne consacrata e, tra 1303 e 1304, dotata dal re di colonne marmoree e materiali di spoglio provenienti da altri edifici sacri e civili della città e del territorio; tra questi, certamente le colonne in verde antico e, forse, la mensa d’altare, che la tradizione vuole sottratta all’arredo del palatium federiciano di Castel Fiorentino. Qui, nel febbraio del 1304, re Carlo offriva alla chiesa ed alla Vergine titolare, quale devoto omaggio, le chiavi della città.
 
La costruzione del duomo di Lucera costituì un episodio altamente significativo del momento angioino in Puglia e dell’influsso dei modi francesi sull’architettura della regione, permeata fino al XIII secolo da modelli tipicamente romanici e dalla cultura federiciana. In un insolito edificio dalle lisce pareti in pietra e mattoni, quasi del tutto privo di scultura applicata, esiti formali squisitamente gotici (i contrafforti della parte absidale, le alte monofore, la copertura interna del coro) si innestarono sui tradizionali modi di costruire (i portali del prospetto, la copertura a capriate) e sul recupero di un antico mai del tutto cancellato (le dodici colonne di verde antico del transetto). Da un punto di vista globale, l’intervento si configurò come la diretta espressione della volontà dei re di Napoli, nonché come un vero e proprio "trapianto" del gotico diffuso nella capitale del Regno. Nella Città di Santa Maria, scomparse le austere Madonne della tradizione romanica, si moltiplicarono le immagini della Vergine con Bambino, madonne regine di tradizione francese che ricordavano la diffusa produzione eburnea, e che venivano intagliate qui nel legno locale.
 
Il linguaggio nuovo, gotico in senso lato, venne diffuso in città per lo più dagli Ordini monastici, come nel caso della chiesa di S. Francesco (ai Francescani gli Angioini furono particolarmente legati), ad aula unica, eretta quasi contemporaneamente alla cattedrale di cui rappresentò la filiazione in forme semplificate.
altare maggiore chiesa di San Francesco Lucera - (per gentile concessione di Raffaele Battista)
Altare maggiore della chiesa di S. Francesco - (per gentile concessione di Raffaele Battista) 
 
Fuori le mura trovarono posto soltanto due conventi, quello di S. Maria di Costantinopoli e quello dei Padri Minori. Quest’ultimo venne fondato fuori Porta Troia, il punto in cui ancor oggi la cinta muraria angioina è rimasta più visibile e di cui la porta costituisce l’unico elemento architettonico originario rimasto. Per le analogie con il torrione del castello detto "della Regina" è lecito pensare che essa risalga al primo periodo del restauro angioino delle mura della città.
 
Le  bellissime immagini presenti in questo articolo sono state gentilemente fornite da Raffaele Battista stimatissimo fotografo lucerino.
Copyright  © Stefania Mola