La terza scomunica

1245: La terza scomunica
 
Dopo l’anatema, i due avversari parvero voler consolidare le proprie posizioni; finché Federico, vista impraticabile ogni via diplomatica, decise di marciare armato contro Roma. Era deciso a sbarazzarsi una volta per tutte del papa e delle sue pretese, voleva ridurlo alle sole prerogative spirituali. Sperava di avere dalla sua i governi della Penisola, e soprattutto contava sulla insurrezione delle popolazioni laziali. Ma nel settembre del 1240, mentre si avvicinava lo scontro, Gregorio riuscì ancora ad avere dalla sua i Romani, e l’esercito imperiale non pensò nemmeno a scalare le alte mura capitoline.
 
Uno scontro militare — se così si può chiamare — si ebbe invece l’anno successivo. Il pontefice aveva convocato un Concilio a Roma, proponendosi fra l’altro di coagulare un’alleanza contro l’Impero. Vistosi alle strette, Federico fece di tutto per impedire l’assemblea; alla fine decise di intercettare le navi cariche di prelati francesi  ed inglesi che da Genova erano dirette a Roma. Lo scontro avvenne il 3 maggio 1241 presso l’isola del Giglio: fu un’ecatombe di vescovi, abati e cardinali, alcuni finirono in pasto ai pesci, gli altri nelle fortezze sveve del Meridione d’Italia. 
Lo scontro avvenuto perso l'isola del Giglio, così come è rappresentato nel codice Chigi (Cronaca di Giovanni Villani, Roma Biblioteca Vaticana).
 
Una follia: un errore che l’imperatore pagherà caro, da quel momento anche le potenze europee che gli erano più vicine prenderanno le distanze da un uomo che non esitava a sacrificare personaggi illustri ed innocenti, rei solo di adempiere ad un ordine del loro signore, del papa.
 
Il 22 agosto moriva Gregorio; e, dopo un brevissimo interregno di Celestino IV, salì al soglio Sinibaldo Fieschi Innocenzo IV.
 
Sulle prime i rapporti fra Chiesa ed Impero parvero normalizzarsi: ci furono incontri, promesse, per un momento parve di essere vicini ad una svolta epocale. Ma il pontefice, ancorché di eccezionale levatura politica e culturale, temette forse di trattare con un avversario che credeva più abile, spregiudicato di lui. Ed il 25 giugno 1244, eludendo un incontro a Sutri, si imbarcò a Civitavecchia per Genova quindi Lione, dove fissò la sede pontificia: una vera e propria fuga.
 
L’improvviso voltafaccia di Innocenzo non impedì la prosecuzione delle trattative, ma ogni speranza era destinata a spegnersi quando la cancelleria pontificia annunciò la convocazione a Lione di un Concilio ecumenico per 24 giugno 1245. L’ordine del giorno, letto nel linguaggio curiale, era esplicito se all’ultimo più importante punto recitava: «La persecuzione della Chiesa da parte di Federico II». 
 
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L’imperatore fu invitato al concilio, ma preferì non presenziare all’apertura dei lavori inviando in propria vece Taddeo di Sessa e chiese ai vescovi amici di rifiutare la convocazione.
 
Stando alla cronaca di Matteo Paris, cronista inglese che descrive lo svolgimento del Concilio, Taddeo di Sessa in un colloquio con gli esponenti della Curia dichiarò che Federico II era disposto a «…ripristinare l’unità l’impero greco e la Chiesa di Roma; opporsi con la forza, quale fedele soldato di Cristo, ai Tartari, ai Saraceni e ad altri  spregiatori della Chiesa; riportare, per quanto possibile, di persona ed a proprie spese l’ordine in Terra Santa, gravemente minacciata; restituire infine quanto sottratto alla Chiesa di Roma, risarcendo ogni danno».
 
La risposta di Innocenzo IV non si fece attendere: «Quante promesse ha rispettato quell’uomo? Anche questa volta egli vuole ritardare con l’inganno la scure che lo sta colpendo…». Se non fosse già stato chiaro, questa era la conferma che la sentenza era già stata scritta. 
papa Innocenzo IV.
 
A quel punto, di fronte ad accuse orribili che forse nemmeno immaginava, Taddeo di Sessa cercò di salvare il salvabile sostenendo con fine arte oratoria che non era possibile procedere contro Federico II senza che questi si fosse difeso personalmente, svelando anche il famoso «segreto del suo cuore» cui aveva fatto allusione in una precedente lettera all’episcopato inglese. Allora nessuno fu in grado di rivelare l’arcano, né oggi è possibile saperne di più; ma Innocenzo, che evidentemente sapeva di non avere la coscienza del tutto pulita, tentò con ogni mezzo di evitare il confronto diretto, minacciando addirittura di abbandonare Lione. Solo dopo un acceso dibattito e vari tentativi di mediazione,  Federico fu invitato a comparire entro il termine perentorio di quindici giorni.
 
Nel frattempo Innocenzo perdeva consensi in seno al concilio. I vescovi giustificavano sempre meno la sua aggressività ed alcuni di loro iniziarono a diradare le presenza alle sedute.
 
Si giunse così con scarso coinvolgimento alle battute conclusive; ed il pontefice, temendo di subire una sconfitta nel corso di una votazione regolare, preferì ottenere il consenso del padri in un modo quanto meno inusuale se riferito ad un processo dal quale dipendevano i futuri rapporti fra sacerdozio ed Impero: chiese ad ogni votante, contattato separatamente, se condannava o meno l’operato dell’imperatore in relazione ai reati che gli erano stati contestati. 
 
Naturalmente nessuno osò contraddire, in un rapporto quasi da confessionale, l’avviso del papa che il 17 luglio poteva emettere la sentenza ormai scontata. Né valse l’estremo appello di Taddeo di Sessa che si appellava «ad un papa futuro e ad un concilio veramente ecumenico, al quale siano invitati tutti i re cattolici, i principi ed i prelati oltre, naturalmente, l’imperatore».
 
Il dispositivo della scomunica fu, come sempre del resto, particolarmente dettagliato.
 
«Federico, il principe più illustre del mondo, è la causa dei malesseri che attanagliano l’umanità. […]
 
«Egli è stato legato da abominevole amicizia ai Saraceni, dei quali ha adottato le usanze. Egli utilizza i Saraceni come servitori personali, non si è vergognato di porre gli eunuchi a guardia delle sue spose di sangue reale. […] Egli ha dato in sposa sua figlia [Costanza] a Vatatse [imperatore dei Greci], nemico di Dio e della Chiesa, scomunicato con tutti i suoi consiglieri e favoriti. […] Nel Regno di Sicilia, proprietà particolare di San Pietro, che ebbe in feudo dalla Santa Sede, egli ha impoverito ed asservito i religiosi ed i laici, al punto che ormai essi non possiedono quasi nulla e la maggioranza dei notabili è bandita, mentre quelli rimasti sono costretti a vivere come schiavi, ad offendere e combattere la Chiesa di Roma quasi fosse loro nemica…
 
«[…] In relazione agli esecrabili delitti citati e di numerosi altri, Ci siamo consultati con i Nostri fratelli e, con riferimento all’eredità di Pietro secondo cui “tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo” dichiariamo che detto principe è un uomo irretito dal peccato e maledetto da Dio, che lo ha destituito da ogni onore e carica. Di conseguenza Noi lo dichiariamo decaduto e sciogliamo in eterno dal vincolo quanti gli hanno giurato fedeltà, per l’avvenire proibiamo severamente a chiunque di tributargli l’obbedienza dovuta ad un re o imperatore, dichiarando che, d’ora in poi, quanti gli offriranno consigli, assistenza o favori saranno scomunicati. Coloro a cui spetta di eleggere l’imperatore sono liberi di designarne un altro. Quanto al Regno di Sicilia, con l’ausilio dei nostri fratelli, Noi disporremo come meglio riterremo utile».   
 
La commedia era finita. A Lione, lontano dai tradizionali palazzi del potere, non si era solo condannato un imperatore romano; si era celebrata la vittoria del cesareopapismo, che finalmente vedeva la Chiesa di Roma come arbitro universale, sognato da Gregorio VII e da Innocenzo III.
 
Copyright © Carlo Fornari