Le donne nella giurisprudenza medievale parte 2

LE DONNE NELLA GIURISPRUDENZA MEDIEVALE SICILIANA
PARTE SECONDA
 
 
4. Il dotario delle regine siciliane o camera reginale
Come qualsiasi altra donna, la regina di Sicilia riceveva una dote dai suoi parenti ed un dotario versatole dallo sposo. In epoca merovingea, la dote era costituita da beni mobili e da proprietà regie, da abbazie regali e da redditi fiscali, come per esempio quelli provenienti dagli ateliers monetari.
Le regine di Sicilia percepivano delle terre, localizzate in una zona geografica ben definita, chiamate camera reginale[1].
Questi beni erano affidati temporaneamente dal re alla regina che si impegnava a conservarli intatti ed indivisi [2].
All’epoca normanno-sveva, il dotario variava secondo i regni e l’estensione territoriale del potere normanno e Staufen sulle terre meridionali.
Di origine molto antica e molto diffuso presso i popoli franchi e germanici, il dotario è stato probabilmente introdotto in Italia del Sud da Ruggero I (1060-1101): fu il gran conte che per primo iniziò ad assegnare terre alle spose e, più particolarmente, le terre attigue al territorio di San Marco d’Alunzio, nel Val Demone[3].
Goffredo Malaterra spiega che, conquistata la Sicilia, cioè negli anni 1071-1072, Roberto il Guiscardo ed il fratello Ruggero si erano divisi le terre siciliane : il duca diventava sovrano assoluto dell’isola, riservandosi particolarmente Palermo, la metà di Messina e il Val Demone, mentre al fratello, che secondo il diritto feodale era suo vassallo, spettava l’altra metà dei territori strappati ai Musulmani ( … dux, eam in suam proprietatem retinens, vallem Deminae caeteramque omnem Siciliam adquisitam et suo adjutorio, ut promittebat, nec falso adquirendam fratri de se habendam concessit)[4].
Fu probabilmente a quest’epoca, cioè dal momento in cui Rugero poté liberamente disporre delle terre conquistate per concederle ai suoi famigliari e ai suoi cavalieri, che il Val Demone iniziò ad essere assegnato in dotario alle regine di Sicilia[5].
Essendosi risposata con Baldovino di Gerusalemme (1100-1118), Adelaide del Vasto[6] dovette restituire il suo dotario, ossia tutto il Val Demone, al figlio Ruggero II che lo diede, prima, ad Elvira di Castiglia ( ? -1135)[7] e, poi, a Sibilla di Borgogna († 1151).
Dalla metà del XII secolo, il dotario delle regine siciliane fu arricchito da nuove terre situate in Puglia, nella zona del Gargano, ossia l’Honor Montis S. Angeli. Sede del santuario San Michele Arcangelo e fermata privilegiata dei pellegrini che si rendevano in Terrasanta, questo territorio è stato verosimilmente integrato al dotario delle regine di Sicilia all’epoca dell’unificazione dell’isola e della Puglia (1139)[8]. Il dotario siculo-pugliese fu concesso, per la prima, volta, nel febbraio 1177 all’epoca del matrimonio tra Guglielmo II e la principessa inglese Giovanna d’Inghilterra (1165 -1199).
La charta dotalitii, elaborata dal re, descrive con minuzia il nuovo dotario:  il re assegnava alla sposa la contea di Montis S. Angeli e numerosi territori[9] : le città di Monte S. Angelo, Siponto e Vieste con tutte le loro terre ed i loro diritti e le terre suffeudate (in servitio) di Peschici, Vico, Carpino, Varano, Ischitella, Candelaro, S. Quirico, Castel Pagano, Versetino e Cagnano. Il dotario comprendeva anche i monasteri di Santa Maria di Pulsano e San Giovanni Lama « cum omnibus tenimentis, que monasteria tenent de honore praedicti comitatus S. Angeli ».
Come altri documenti coevi, la charta dotalitii di Guglielmo II distingue i feudi in demanio da quelli in servitio, cioè i feudi che il vassallo sfrutta direttamente da quelli che riceve in suffeudo[10]. Il documento definisce chiaramente, peraltro, lo statuto giuridico della regina: quest’ultima è debitrice, nei confronti dello sposo e del suo erede, degli obblighi feudali e deve mantenere indiviso il patrimonio ricevuto in dotario.
Il cronista inglese Ruggero di de Hoveden (11.. ?- 1201) narra che, morto Guglielmo II (1189), che Riccardo Cuor di Leone si rese a Messina per reclamare il dotario della sorella Giovanna. Messosi d’accordo con la giovane vedova, Tancredi propose un milione di tarì al re inglese che rifiutò, chiedendo invece la contea di Monte Sant’Angelo e tutte le sue terre, il trono in oro delle regine normanne, e numerosi regali tra cui un tavolo in oro, una tenda in seta potendo contenere fino a duecento cavalieri, dei vasi in oro, coppe e piatti in argento, ma anche viveri e provviste varie, grano, olio e vino, e cento navi armate e riempite di tutto le cose occorrenti per vivere due anni[11]. Giovanna finì col ricevere venti mila once d’oro, cioè un milione di tarì equivalente al valore del suo dotario e venti mila once versate da Tancredi a Riccardo per riprendere le operazioni belliche in Terrasanta [12].
All’epoca del matrimonio tra Enrico VI e Costanza di Altavilla, la Sicilia costituiva la dote della principessa siciliana che era l’erede al trono.
Fu Federico II che arricchì nuovamente il dotario delle regine siciliane: all’epoca del suo matrimonio con Costanza d’Aragona, la regina riceveva un dotario formato da possedimenti tam in Sicilia quam in Apulia.
Non si possiede, sfortunatamente, la charta dotalitii di questo matrimonio : le uniche informazioni provvengono da una bolla pontificia del 17 giugno 1250[13] in cui l’imperatore assegna alla sposa alcune terre nel Val Demone (Caronia, S. Filadello e Santa Maria) e nel Val di Mazare (Carini) e le terre di Puglia, con l’aggiunta di Casalnuovo e l’eccezione di Peschici, Vico e Varano concesse in servitio.
Non si hanno informazioni precise sul dotario assegnato a Iolanda di Brienne benchè si pensi che dovette essere lo stesso di quello concesso a Costanza.
All’epoca delle suo terzo matrimonio con Isabella d’Inghilterra († 20 gennaio 1242), Federico incaricò Pier delle Vigne dell’elaborazione dell’ennesimo contratto matrimoniale. Il nuovo dotario sostituiva il Val di Mazara, al Val Demone, ma comprendeva sempre l’Honor Montis S. Angeli[14].
Secondo Niccolò Jamsilla (1210-1250)[15], l’imperatore assegnò un dotario, per l’ultima volta, a Bianca Lancia ( ?- 1234), figlia di Bonifazio I, conte di Agliano († dopo 1220), madre di  Manfredi († 1266) e di Costanza († 1313). Sembrerebbe infatti che  Federico avesse sposato Bianca, sul letto di morte, per riconoscere i due figli naturali. 
 
5 L’eredità feudale e le pratiche successorie dell’aristocrazia
All’eccezione di qualche caso particolare, ogni feudo siciliano poteva essere ereditato: la sola restrizione consisteva, per il successore, di rendere l’omaggio feudale al nuovo signore. Se un vassallo moriva senza eredi, il feudo era recuperato dal signore.  Se moriva senza lasciare eredi di maggiore età, gli eredi minori erano affidati ad un tutore.
I documenti anteriori all’epoca sveva non contengono informazioni sulle pratiche successorie: le Assise ruggeriane e i documenti diplomatici normanni non contengono infatti alcuna informazione sulla trasmissione e l’alienazione dei feudi.
È solo il Liber Constitutionorum Regni Siciliae o Liber Augustalis (1231)[16] di Federico II che tratta integralmente di questa delicata questione.
I provvedimenti imperiali vi vengono completati da alcune consuetudini di epoca normanna.
Le norme riguardanti la successione feudale sono contenute in due costituzioni chiamate, rispettivamente, De successione filiorum comitum et baronum (III, 26) e De successione nobilium in feudis (III, 27). Con la prima costituzione, l’imperatore definiva i gradi di successione modificando alcune pratiche consuetudinarie all’epoca normanna e secondo le quali la donna era esclusa dall’eredità.
La costituzione normanna, anteriore al 1182, rendeva valide, giuridicamente, alcune pratiche che, favorendo il duplice privilegio di mascolinità e di maggiore età, escludevano le figlie al vantaggio dei fratelli. In assenza di eredi maschi, l’eredità paterna o fraterna spettava ai parenti maschi di grado collaterale. La nuova costituzione stabiliva che, morto il padre, franco o longobardo, cavaliere o borghese, i maschi avrebbero ereditato del patrimonio a condizione di dare un marito alle loro sorelle e zie. In assenza di figli maschi o di nipoti, l’eredità spettava anche alle figlie[17]. In questo caso, le eredi minorenni dei conti, baroni o cavalieri, erano affidate ad un tutore; negli altri casi, l’imperatore assegnava loro uno sposo qualora avessero raggiunto l’età del matrimonio. 
La seconda costituzione definisce l’eredità secondo il sesso, l’età e il grado di  parentela. Nelle sue grandi linee, quest’ultima conferma l’eredità dei fratelli e delle sorelle. Le figlie sposate avendo ricevuto la dote, il padre e tutti i parenti di grado ascendete sono esclusi dalla successione[18].
Per quanto riguarda l’eredità paterna, Federico II distingue apertamente le figlie con dote dalle altre. In virtù del diritto consuetudinario, se il padre viveva secondo la legge franca, solo la maggiore delle sorelle celibi poteva ereditare, mentre se il padre seguiva il diritto longobardo, tutte le figlie diventavano eredi ad eccezione di quelle che avevano ricevuto una dote[19].
In modo generale, le donne sposate e con dote non avevano diritto all’eredità. Se l’imperatore contribuì singolarmente al delicato problema delle successioni aristocratiche, è anche vero che le lignee essenziali del suo programma rimangono le stesse di quelle avviate all’epoca normanna: priorità dei maschi nelle successioni, diritto di maggiore età e il rifiuto dell’eredità alle donne sposate con dote.
 Note:
 
Note:
1 R. STARRABBA, « Del dotario... », p. 7-25.
2 Et lui donna en dote la conté d’Aquin, et la conté de Marse, et la conté de la riche Campaigne : A. DI MONTECASSINO, L’Ystoire…, XXVII, p. 122-123.
3 Dall’epoca araba, la Sicilia era divisa in tre grandi unità territoriali ed amministrative (valli) : 1) val de Mazara, limitato nella parte orientale dal fiume Salso (o Imera meridionale) fino al fiume Imera settentrionale e dalle Madonie 2) val Demone comprendente la zona montagnosa nord-orientale delle Madonie e dei Nebrodi ; 3) val di Noto, ossia dall’entroterra e delimitato dai fiumi Simeto e Salso. Durante la prima metà del XIII secolo, Federico modificò alla carta amministrativa dividendo la Sicilia in due zone il Val di Mazara e i Valli orientali.
4 De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae comitis et Roberti ducis fratris eius, ed. E. PONTIERI, Bologna, 1928 (R.I.S., 5, 1), 2, 45, p. 53.
5 … quae militibus suis distribuens, cum omnibus appendiciis suis de habenda delegavit » : G. MALATERRA, De rebus gestis…, 3, 11, p. 63. 
6 S. Cusa (ed.), I diplomi greci ed arabi di Sicilia, pubblicati nel testo originale, tradotti ed illustrati da Salvatore Cusa, Palermo, Tipografia di Lao, 1868, vol. 1, p. 394; 409.
7 H. HOUBEN, « Elvira, regina di Sicilia », in D.B.I., 42, 1993 p. 532-533.
8 P. F. PALUMBO, « Honor Montis Sancti Angeli. La fondazione di Manfredonia, le origini dell’Aquila », dans Città, terre e famiglie dall’età sveva alla angioina, Roma, Le edizioni del Lavoro, 1989, p. 3-71.
9 Annales. Pars posterior, ed. W. STUBBS, Londra, Longman & C., 1869, (Rerum britannicarum Medii Aevi scriptores), vol. 1, p. 95-96; TH. RYMER, Foedera, conventiones, literae, et cujuscunque generis acta publica : inter reges Angliae, et alios quosvis imperatores, reges, pontifices, principes, vel communitates, ab ineunte saeculo duodecimo, viz. ab anno 1101 ad nostra usque tempora, habita aut tractata ex autographis, infra secretiores archivorum regiorum thesaurarias, per multa saecula reconditis, fideliter exscripta, Londra, J. Tonson, 1704, vol. 1, p. 52 ; G. B. CARUSO, Bibliotheca historica regni Siciliae sive historicorum qui de rebus Siculis a Saracenorum invasione usque ad Aragonensium principatum illustriora monumenta reliquerunt, amplissima collectio, Palermo, Typis A. Filicella, 1723, vol. 2, p. 956-957 ; Ex gestis Henrici II et Ricardi I, ed. F. LIEBERMANN e R. PAULI, Hannover, 1848 (M.G.H. S.S. in rerum Anglicarum, 27), p. 94-95 ; E. JAMISON, « The Sicilian Norman Kingdom in the Mind of Anglo-Norman Contemporaries », in Proceedings of the British Academy, 24, 1938, p. 237-285.
10 C. CAHEN, Le régime…, p. 49-50 ; F. CHALANDON, Histoire…, vol. 1 p. 492-524 ; E. MAZZARESE FARDELLA, « Osservazioni sul suffeudo in Sicilia », in R.S.D.I., 34, 1961, p. 99-183.
11 Ipse enim a rege Tancredo exigebat Montem S. Angeli cum toto Comitatu, et aliis pertinentiis suis ad opus Joannae sororis suae, quem Vvillemus quondam Rex Siciliae maritus ejus dedit ei in dodarium, et Cathedram auream ad opus ejusdam Joannae de consuetudine Reginam illius regni ; et ad opus sui ipsius mensam auream de longitudine duodecim pedum, et de latitudine unius pedis, et semis ; et quoddam tentorium de serico magnum, adeo quod ducenti milites in eo possint simul manducare : et duos tripodes aureos ad predictam mensam auream substinendam, et viginti quatuor cuppas argenteas, et totidem discos argenteos, et sexaginta milia salines de frumento, et totidem de oleo, et totidem de vino, et centum galeas armatas cum toto apparatu, et cum victu Galiotarium ad duos annos: Annales…, p. 97. 
12 M. AMARI, La guerra del Vespro siciliano, Milano, Hoepli, 1886, vol. 2, p. 402-406 ; E. ROTA, « Il soggiorno di Riccardo Cuor di Leone in Messina e la sua alleanza con il re Tancredi », in A.S.S.O., 3, 1906, p. 276-283 ; R. CESSI, « Riccardo I d’Inghilterra e la Sicilia », dans Ibid., 7, 1910, p. 234-251. 
13 Hist. dipl…, vol. 1, 1, p. 169-170.
14 Ibid., p. 503-506.
15 De rebus gestis Friderici II. Imperatoris eiusque filiorum Conradi et Manfredi, Apuliae et Siciliae regum, dans Cronisti e scrittori sincroni napoletani editi ed inediti. Storia della monarchia. 1. Normanni. 2. Svevi, ed. G. DEL RE, Aalen, Scientia, 1975, 1ère éd. Napoli, 1845, 2, p. 101-200.
16 M. CARAVALE, « Federico II legislatore », in ID., La monarchia meridionale...., p. 137-166.
17 … Francus videlicet Langobardus, miles vel burgensis, in successione bonoroum praeferri volumus masculos feminis, dummodo sorores aut amitas fratres aut nepotes pro modo facultatum suarum et filiorum superstitum numero secundum paragium debeant maritare. Ceterum si tantum feminae superstites fuerint, ipsas, si maiores sint, exclusis consanguineis aliis volumus ad successionem admitti. Si vero minores filiae comitum, baronum vel militum superstites fuerint, ipsarum balium excellentia Nostra recipiat … ac deinde ipsas, cum ad nubilem aetatem pervenerint … secundum paragium curabimus maritare: cost. III, 26 in Hist. dipl…, vol. 1, p. 136-138.
18 … servata tamen sexus prerogativa, ut mulieri masculus praeferatur, necnon maioris aetatis inter eos, qui vivunt speciali iure Francorum in regno. Ex collaterali linea venientes, ut fratres … et sorores in capillo, excluso patre superstite, omnino succedant. Coniugatae autem et dotatae a fratrum successionibus repellantur »: cost. III, 27 in Die Konstitutionen…, p. 278-279. 
19 Ceterum si de bonis patris dotatae non sunt, maiores minoribus praeferuntur, si Francorum iure vivant: in Ibid.