MORIRAI SUB FLORE

MORIRAI SUB FLORE
Come ogni rampollo di famiglia imperiale, Federico II nacque accompagnato da oracoli d’ogni genere.
Alcuni indovini si limitarono a generiche frasi bene o male auguranti a seconda delle esigenze che intendevano soddisfare; altri si spinsero a formulare previsioni più precise, rischiando di dover subire clamorose smentite dalla realtà.
L’oracolo forse più noto, che più d’altri ha impressionato i contemporanei e fatto dibattere gli storici qualificati è indubbiamente quello secondo cui egli sarebbe morto "sub flore".
 
Figura del sovrano svevo, da un affresco di Palazzo Finco, Bassano del Grappa.
 
I dotti ed il popolo medievale avevano di che soddisfare la loro fantasia: l’Imperatore avrebbe forse concluso i suoi giorni presso una famiglia, una confraternita, una chiesa, una località, il cui nome evocava il nome di un fiore?
I moderni studiosi sono rivolti ad un’altra indagine: chi fu ad emettere una simile profezia? Fu veramente tale, o si trattò di una delle tante ricostruzioni post mortem, considerato che effettivamente lo Svevo terminò i suoi giorni in Capitanata nel Castello di Fiorentino?
Le cronache disponibili hanno fatto da tempo propendere per un’ipotesi di maggior rigore storico. Heinrich Grundmann dell'Università di Münster, che ha studiato l’argomento, ha concluso che l’imperatore era cosciente del presagio, tant’è che "…non è mai venuto a Firenze pensando che questa sarebbe stata la città della sua morte…". Dal canto suo Patrice Beck, che ha svolto ricerche in Capitanata, ha potuto affermare che "Federico II non sostò mai [nel palazzo di Fiorentino] prima che la morte lo colpisse lì per caso".
Nel Basso Medio Evo simili circostanze dovevano essere tutt’altro che rare. Gli indovini erano diffusissimi ed ascoltati almeno quanto oggi, nell’era che parrebbe essere pragmatica e razionale; le loro parole riuscivano spesso a condizionare la vita privata, mentre a noi sono giunti solo gli episodi più clamorosi, perché riferiti ai grandi personaggi della storia.
Lo prova la situazione in cui venne a trovarsi Ezzelino da Romano, tra i condottieri maggiormente vicini a Federico II. Coetaneo dello Svevo, il satrapo veneto soffriva, come lui, le conseguenze di un perfido vaticinio. La madre, reputandosi una strega o forse una veggente, gli aveva predetto che la sua fortuna si sarebbe fermata in Auxanum. Una morte prematura? In ogni caso un angosciante rompicapo che gli impediva di approssimarsi alla vicina Bassano Veneto; anche se, dato il nome della località piuttosto sibillino, evitava accuratamente Assano, Ozzano, Cassano, Fossano... limitando maledettamente la propria mobilità e, di conseguenza, le proprie imprese militari. Finché la morte, avvenuta per un fatto d’armi a Cassano, nei pressi del ponte sull’Adda, svelò l’arcano contenuto nell’enigmatico nome di Auxanum e consentì che si verificasse la maledetta profezia.
Altrettanto interessante la ricerca di chi può aver lanciato la profezia. Alcuni storici l’hanno attribuita a Gioacchino da Fiore, ma sempre secondo il Grundmann "…nulla di simile si trova nei suoi scritti autentici". Altri hanno scomodato veggenti di scarsa importanza storica – c’è chi ha parlato di un monaco, di un romito, di una girovaga... - senza risparmiare Michele Scoto, matematico e filosofo ma anche astrologo, dibattuto fra alchimia e scienza nascente. Evidentemente siamo ancora lungi dall’essere su una strada quanto meno accettabile!
Vero è che questa divinazione deve comunque essere stata concepita da qualcuno; o semplicemente dalla fantasia popolare, sempre pronta ad esprimersi a modo suo attorno ai casi più interessanti della vita. Se così fosse, viene spontaneo chiedersi: allora, perché?
E’ noto che molti racconti medievali hanno una elevata componente simbolica: ed forse è lì che si dovrebbe iniziare la ricerca.
Fra le tante ipotesi, si potrebbe pensare ad una leggenda creata per attribuire all’Imperatore una dimensione umana diversa da quella del condottiero invincibile e onnipotente che nemici e piaggiatori, con opposti interessi, gli cucivano addosso. Anche lui, come tutti gli uomini, doveva essere costretto temere la morte; anzi, la morte doveva essere una parte integrante della sua stessa impareggiabile vita, ricca di tante glorie e soddisfazioni! Ricordiamo che, proprio in quegli anni, si diffondeva un’antica allegoria successivamente nota come “la danza macabra”. Con impareggiabile perfidia, essa illustrava uomini di ogni condizione sociale – papi, re, studiosi, professionisti, popolani... - avviati verso il proprio desino terreno accompagnati da orribili scheletri che rappresentano la morte.
Accogliendo l’ipotesi, a noi piace cullare questo nuovo mito riferito a Federico II; e vedere in lui, fra gli aspetti più affidabili ed importanti della sua poliedrica personalità, un uomo che visse mezzo secolo ritenendo di conoscere il proprio infausto destino, senza poter fare assolutamente nulla per poterlo evitare: una bella maledizione!
 
Copyright © Carlo Fornari