L'immagine e il potere

L'immagine e il potere
Federico II gestiva accortamente l’immagine imperiale. Un altro aspetto della sua personalità.
 
La statura del re non è piccola, ma neppure superiore a quella che la sua età richiede. L’Autore universale della natura gli ha dato membra robuste in corpo solido. A ciò aggiungi una maestà regale, un volto e un tratto maestoso, uniti ad un aspetto gentile e bello: fronte serena, occhi brillanti, viso espressivo, animo ardente e ingegno pronto.
Sono passi di una lettera del 1208. Innocenzo III vi descriveva le sembianze del rampollo di Enrico VI di Svevia e Costanza d’Altavilla. E siccome gli anni della fanciullezza, trascorsi per le strade e i vicoli di una Palermo poliglotta, portarono il piccolo Federico da un lato ad imparare precocemente le lingue, dall’altro a contrarre amicizie non proprio raffinate, così continuava la lettera: ...tuttavia non gli mancano atteggiamenti a volte strani e triviali ai quali l'hanno formato, non la natura, ma i rozzi contatti. Con benevolenza di alto tutore (contegno che nel giro di qualche anno scomparirà per lasciare il posto al rancore e al malanimo) scriveva ancora il Papa: ...è insofferente d'ammonizioni, si prende l’arbitrio d'agire secondo la sua libera volontà e stima vergognoso per sé o d'essere retto da un tutore o di essere considerato un ragazzo.
Una quindicina d'anni dopo il cronista Salimbene da Parma, coevo di Federico e non certo un suo agiografo, osservava a proposito del fanciullo ormai cresciuto e incoronato imperatore: ...era un uomo scaltro, avaro, lussurioso, collerico e malvagio. Di tanto in tanto tuttavia rivelava anche buone qualità, quando era intenzionato a fare mostra della sua benevolenza e liberalità: allora sapeva essere lieto, amabile, pieno di grazia e di nobili aspirazioni. Leggeva, scriveva, cantava e componeva melodie. Era bello e ben fatto, seppure di non alta statura. Infatti, una volta lo vidi e per qualche tempo l'onorai. Abbiamo dunque lettere, cronache, testimonianze scritte che delineano l’aspetto fisico e psicologico di Federico di Hohenstaufen, imperatore dei Romani, re di Sicilia e di Gerusalemme. Non ci sono, però, altrettante testimonianze iconografiche del monarca.
Ne abbiamo poche: per nessuna vi è la certezza che sia effettivamente lo Svevo ad essere immortalato in immagine. Ciò contribuisce a rendere più enigmatica la già complessa figura di Federico. Dopo ottocento anni, il denso mistero che circonda le vere sembianze di colui che fu definito immutator mundi, dominus mundi, immutator mirabilis, sol mundi non è stato risolto. L’ingiuria del tempo? L'incuria degli uomini? Il sistema politico che s’instaurò dopo la morte di Federico, quel regime angioino che odiò gli Svevi e si scagliò con barbarica furia contro ogni persona cosa o immagine che riguardasse gli Hohenstaufen? Insomma: fra le immagini di Federico II, qualcuna è autentica?
Gli studiosi non osano avventurarsi in un solco così poco visibile. Ci sono però ipotesi interessanti. Storici come Kantorowicz, Gregorovius, Willemsen e Dorig si sono soffermati sulla scultura della porta di Capua. Nel mezzo, sotto la statua della giustizia, l’immagine dell’imperatore (?) seduto sul soglio regio. Sguardo diretto verso chi proveniva dalla Via Appia, e questo è plausibile. Avambraccio teso in un gesto di minaccia e benedizione insieme, atteggiamento verosimile. Tutto risolto? Per niente.
Busto di Federico II custodito presso il museo di Capua, inizialmente collocato all'interno della porta di Capua.
 
Sul finire del Settecento passarono da Capua le soldatesche francesi e ozzarono la testa della statua, sicché gli studiosi oggi pensano, ipotizzano, congetturano su un busto acefalo. Raffigura il sovrano, ma è impossibile averne matematica certezza. Diciamo, dicono: è molto probabile che la scultura sulla porta di Capua effigi Kaiser Friedrich der zweite.
 
Per trovare un ritratto, una figura scolpita, un’immagine dello Svevo, le ricerche più accurate si sono svolte, si svolgono in Puglia, dove, per i ricercatori, ci sono buone possibilità di risolvere il mistero. A Barletta, nel museo civico è conservato un busto, trovato sulla strada che va dalla città a Canne della battaglia. Nell’iscrizione s'allude ad un Cesare.
Busto di Federico II custodito a Barletta.
 
Un esame più accurato ha fatto scoprire che l’iscrizione fu eseguita in epoca posteriore. E allora il busto ha perso d'attendibilità. Anche se non è escluso che sia proprio l’imperatore. Si cerca ora a Brindisi.
L’indagine è appassionante, senza dubbio. I ritratti, le sculture, l’iconografia in senso lato di un monarca che aveva una concezione divina del potere temporale, e aveva anche un culto dell’immagine somigliante al concetto che ne hanno gli uomini politici a noi contemporanei, non possono dissolversi nella nebbia dei secoli. Non possono, nonostante l’odio degli Angioini, l’incuria degli esseri umani, l’ingiuria del tempo.
Riferendosi alla porta di Capua, scrive Ernst Kantorowicz, nella biografia "Kaiser Friedrich der zweite" (1926): ... che Federico Secondo volesse istillare nel popolo con la sua immagine, come già con la parola delle leggi, l’orrore sacro dinanzi alla divina presenza dell’Imperatore grazie all’opera degli occhi - il cui vedere produce nell’uomo maggiore impressione di quel che entra attraverso l’orecchio - viene confermato dal cronista, il quale mostra di cogliere esattamente l’effetto che Federico si proponeva: I versi minacciosi scolpiti sopra la porta devono servire a timore del viandante e a timore di quelli cui già le immagini lo predicarono.
Pur in mancanza di ritratti, busti, statue con i sembianti certi di Federico, vi è negli studiosi la consapevolezza che lo Svevo affidava alla sua figura una funzione particolare, nuova, come mai i predecessori avevano pensato di fare. Stupor mundi aveva capito otto secoli fa che la potenza dell’immagine era uno strumento necessario a governare. Con essa, infatti, egli svolgeva volutamente - ne era fin troppo consapevole - funzioni politiche, segnando così un mutamento importante nell’atteggiamento verso l’individuo, nel rapporto fra potere e uomo comune. L’immagine regale era ostentata con sussiego quasi divino dal sovrano di Roma Sicilia e Gerusalemme. Il discendente del Barbarossa (linea paterna) e del Guiscardo (linea materna) imponeva anche ai baroni, ai soldati, ai dignitari che gli orbitavano intorno atteggiamenti in sintonia con la figura imperiale. Voleva abbagliare, il sovrano, perché sapeva che in un’epoca grigia e rude come la sua un atteggiamento siffatto lo ammantava di sacralità, davanti agli uomini dei borghi meridionali, ai contadini, agli abitanti delle piccole città peninsulari. Come e più dei Papi. Anzi, in concorrenza con essi. Ogni qualvolta viaggiava, Federico aveva con sé filosofi, matematici, poeti, musici, ballerine di sconvolgente bellezza, animali esotici, e soldati, dignitari, guerrieri saraceni. A bocca aperta, stupefatti da tanto splendore, i sudditi lo ammiravano, al centro della sua corte fantasmagorica. E il mito percorreva velocemente tutte le strade dell’impero. La leggenda dell’Unto del Signore sfondava le mura di Roma, si insinuava nelle stanze vaticane e i Papi ne rimanevano prima intimoriti, poi sconcertati, quindi seccati, infine contrariati. Come osava, il potere temporale, insidiare l’autorità della chiesa e dei suoi principi?
Federico Secondo ha anticipato i tempi anche nella cura dell’immagine. Rafforzava l’influenza sui sudditi. Ne era convinto e ne aveva pure bisogno, per continuare ad imporre nuove tasse, altri balzelli, che gli servivano per ridurre in qualche modo il deficit dello Stato (ma che strangolavano inesorabilmente l’economia del suo prediletto regno meridionale).
Esemplare di Augustale, l'immagine dell'Imperatore diffusa in tutto l'impero.
 
Era il limite dello Svevo. Che, tanto per dare (effimera) consolazione a chi era costretto a pagare, aveva impresso sulla moneta da lui coniata, l’augustales, la riproduzione del suo volto.
Si dice, che sia il suo volto. Anzi lo è Probabilmente.
 
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