Frate Elia da Cortona

Frate Elia da Cortona
Frate Elia da Cortona:
un frate illuminato, un ispiratore della politica federiciana.
a cura di Carlo Fornari
 
Il Frate Minorita Elia da Cortona fu per lungo tempo un fedele discepolo di San Francesco che lo investì della sua successione decretandolo in una lettera "ministrum ordinis Fratorum Minorum".
Nel 1232 fu in effetti nominato Ministro Generale dell’Ordine e seppe acquisire indubbi meriti negli anni d’oro che videro la realizzazione della grande basilica di Assisi (di cui fu progettista direttore dei lavori) la lotta alle eresie, la massima diffusione dei Mendicanti.
Era quello il periodo nel quale, in ambito minorita, ai cosiddetti frati spirituali iniziavano a contrapporsi quelli successivamente noti con l’appellativo di conventuali., con diversi modi di applicare la Regola francescana, soprattutto nei particolari riguardanti la povertà collettiva.
Con il trascorrere degli anni, il frate toscano, dibattuto fra le due correnti che non intendevano accettare compromessi, iniziò ad essere vittima di critiche sempre più malevole; ma nulla lasciava prevedere che il 16 maggio 1239 il capitolo dell’Ordine lo avrebbe deposto dalla carica di Ministro sostituendolo con l’anziano, più disponibile Alberto da Pisa. Che cosa era accaduto?
La data del provvedimento può essere illuminante: essa seguiva di appena due mesi la seconda scomunica di Federico II avvenuta il 6 marzo e di un mese circa la lettera pastorale "Sedes Apostolica" che sollecitava ai Mendicanti la predicazione anti-imperiale. Le chiare concomitanze inducono fondati sospetti: ci fu tra Gregorio IX e frate Elia una insanabile divergenza di vedute sull’atteggiamento da assumere nei confronti dell’Imperatore? L’ipotesi può essere avvalorata dal fatto che a decidere la rimozione contribuì in modo decisivo il giudizio severo, irremovibile del Pontefice. A questo punto le fonti si dividono.
I cronisti vicini alla Chiesa attribuiscono al provvedimento motivazioni del tutto interne all’Ordine francescano. Le fonti imperiali vedono in frate Elia una persona capace ancora di mediare con indipendenza ed onestà culturale le pretese del Sacerdozio e dell’Impero, per cui il Pontefice ordinò la sua deposizione al solo scopo di proseguire la lotta contro Federico II.
Comunque si siano svolti i fatti, frate Elia resta fra i massimi personaggi del XIII secolo. Ben oltre le semplici intuizioni, più d’ogni altro contemporaneo egli propugnò con lucida determinazione la separazione dei poteri spirituale e temporale e si avvicinò alla concezione laica dello Stato, influenzando la visione istituzionale di Federico II.
Da quel momento, deluso per le incomprensioni ricevute in ambiente ecclesiastico, si schierò dalla parte dell’Imperatore che lo gratificava degli appellativi "dilecto familiari et fideli nostro".
La collaborazione fra i due si manifestò in vari modi. Dotato di cultura eccellente, il Ministro deposto fu capace di intervenire in molti campi della vita profana:
 
svolse attività di consulenza nell’organizzazione dell’esercito e negli assedi condotti contro molte città della Penisola,
partecipò ad importanti trattative diplomatiche,
alcuni lo considerano il progettista del castello federiciano di Castel del Monte, nella Puglia.
 
Nella carriera diplomatica di frate Elia in collaborazione con Federico II, assume particolare rilevanza la missione svolta in Oriente nel 1240.
Allora l’Imperatore, che aveva intuito l’importanza del fronte orientale, si proponeva due delicatissimi obiettivi:
 
contribuire alla negoziazione di una trattativa fra l’Imperatore latino di Costantinopoli Baldovino II e l’Imperatore niceno in vista di un accordo nell’interesse della Cristianità e dell’Impero.
definire le clausole del matrimonio fra l’anziano Giovanni Vatatze, di recente vedovanza, e la giovane Costanza nata dalla relazione di Federico II con Bianca Lancia.
 
Si trattava da un lato di ridurre gli spazi di manovra alla diplomazia pontificia, in un’area dove questa era ben rappresentata da autorevoli esponenti della Curia; dall’altro legare l’Impero d’Oriente alla dinastia sveva con gesto che per la cultura medievale valeva assai più di qualunque atto convalidato dai sigilli di Stato.
Quest’ultimo fatto in particolare fu assai malvisto dalla Curia romana che lo considerò "molestum et grave": da quel momento ogni possibile ingerenza del Pontefice nei fatti orientali avrebbe potuto violare gli interessi familiari di Federico II, provocando anche a livello europeo contraccolpi particolarmente gravi.
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