Una giornata dell'Imperatore

Una giornata dell'Imperatore
di Renato Russo
 
Immaginare una giornata tipo dell'Imperatore è pressoché impossibile, non solo per la lontananza nel tempo che ce ne rende problematica la ricostruzione, ma anche perché bisognerebbe scegliere le coordinate temporali e spaziali, nella mutevole poliedricità delle sue volubili giornate. Quale periodo infatti individuare della sua vita? In una delle sue soste palermitane, oppure quando è in Germania? Nel tempo in cui scorazza in armi per le campagne emiliane o quando si concede un attimo di tregua nel suo castello di Melfi? La giornata del condottiero impegnato in una campagna militare, oppure quella del letterato attorniato dalla sua corte? Il crociato impegnato nella spedizione del 1228 o lo statista alle prese con la redazione delle Costituzioni melfitane?
Prendiamo allora a caso una giornata qualsiasi del tardo autunno del 1241, in Capitanata. Federico vi è giunto da diverse settimane, reduce da un'estate canicolare trascorsa in una grande villa di Tivoli, in attesa di cogliere il momento propizio per dare il colpo di grazia al suo vecchio e irriducibile nemico, Gregorio IX che invece, quasi centenario, gli ha giocato l'estremo tiro, paradossale e grottesco al tempo stesso. Morendo, infatti, ha neutralizzato qualsiasi iniziativa dell'Imperatore che sa di non poter infierire su una città in lutto per la morte del suo Pontefice.
Se ne torna quindi in Puglia, negli ultimi anni sempre più il sicuro ricovero delle sue giornate amareggiate e stanche.
Lucera, Palatium, ricostruzione.
 
Avrebbe voluto infatti, il sovrano, dedicare le sue energie alla realizzazione di un grande e complesso progetto di riorganizzazione del Regno, costellato di cento iniziative dirette a modernizzare lo Stato, non solo sotto un profilo urbanistico-edilizio e burocratico-amministrativo, ma anche culturale e sociale, con una serie di innovazioni di straordinaria importanza, quali mai nessun sovrano s'era immaginato di realizzare per i suoi sudditi. Ma l'appuntamento è rinviato all'elezione del nuovo papa, nel quale Federico ripone (quanto vanamente) le sue residue speranze. Passerà più di un anno per l’elezione del nuovo pontefice, ma per l'Imperatore la scelta non potrà rivelarsi peggiore.
Il sovrano dunque è in Puglia, a godersi il suo nuovo palazzo di Lucera che da poco i costruttori gli hanno consegnato.
L'Imperatore si alzò prestissimo, alle prime luci di un'alba autunnale che scrutò dalla grande finestra della sua camera da letto. Com'era ormai consuetudine da anni, quando le situazioni glielo potevano consentire, si fece preparare un tiepido bagno tonificante, seguito dall'abile massaggio del fido cameriere Abdullah. Federico, che aveva il sonno breve e leggero come quello degli arabi, s'era già alzato una volta, nel cuore della notte, per controllare la regolarità del servizio di guardia che negli ultimi tempi aveva lasciato alquanto a desiderare.
 
L’aria era pungente e Federico, reduce da un fastidioso raffreddore, si fece portare dal servitorello arabo Marzuch, il mantello color porpora foderato di pelliccia, dono di Leopoldo d'Austria nel loro ultimo incontro, a San Germano, nell'agosto del 1230. Era inquieto, l'Imperatore, e impaziente di cimentare Grifo, l'ultimo falco appena arrivato dall'addestramento di Salpi, di cui gli istruttori avevano decantato la portentosa rapidità. Fatto sellare il suo cavallo preferito, Dragone, il baio purosangue che il gran maestro Giordano Ruffo aveva scelto per lui nella scuderia imperiale, s'inoltrò a spron battuto, seguito a fatica dalla fedele scorta saracena comandata da Giovanni Moro, figlio della sua fedele governante, custode della camera personale del sovrano.
Cavalcando attraverso il poderoso portone, il gruppo al galoppo s’incrociò coi corrieri diretti nelle varie province del Regno per la consegna della corrispondenza della giornata.
 
Inizia la battuta di caccia (miniatura dal Codice Manesse).
 
Dopo aver costeggiato il costone boscoso della fortezza lucerina e attraversato il torrente Sálsola i cavalieri s’inoltrarono veloci lungo le alte dorsali dei colli della Daunia. 
Raggiunta e superata, dopo qualche chilometro, la fiumara di Motta Montecorvino, il drappello si spinse nella fitta boscaglia prescelta per la mattutina escursione, arrestandosi davanti al ponticello di attraversamento del Triolo, rapido e profondo torrente a valle dei ripidi ciglioni a strapiombo della vallata circostante.
Federico, che aveva sopravanzato gli altri di un buon tratto, si fermò per un attimo e dopo aver tirato un profondo respiro, annusò l’aria: c’era ancora odore d’erba bagnata. All’avvistare, alle sue spalle, i primi inseguitori, dette briglie al cavallo, che proseguì veloce fra i torrentelli d’acqua, fra campi verdeggianti, in mezzo alla fitta vegetazione, per arrestarsi sulla sommità di una collina delle Serre, da dove il suo sguardo spaziò intorno, a contemplare la fitta boscaglia per orientare il prosieguo della sua corsa.
L’Imperatore sostò qualche minuto per raccogliere la gente attorno che frattanto sopraggiungeva trafelata, e per dar tempo ai cani di riprendere fiato. I primi raggi del sole perforavano il fitto fogliame della selvaggia vegetazione. I cavalli scalpitavano e i cani, rinfrancati dalla fatica della lunga rincorsa, abbaiavano inquieti, pronti a scattare per snidare la selvaggina.
A un cenno del sovrano, Moamin, il primo falconiere di corte, s’avvicinò rapido per fargli indossare il pesante guanto di cuoio, su cui un secondo falconiere poggiò rapido il falco imperiale che s’avvinghiò subito alla presa coi suoi artigli adunchi e affilati. Un cappuccetto di pelle rossa, finemente ricamato con un labirintico intreccio di fili d’oro, ricopriva la testa del rapace che alle zampe aveva legati due sonagli d’argento con cordoncini di cuoio, in modo da poter seguire agevolmente l’uccello in volo durante la cattura della preda.
 
Al suono della tromba, i cavalieri ripresero il galoppo, guidati dai cani che con acuto ed esercitato olfatto avevano fiutato il luogo della caccia. 
Miniatura da una traduzione francese del De Arte Venandi Cum Avibus (Parigi, Biblioteca Nazionale).
 
L’Imperatore arrivò per primo e notò che i cani si erano appostati immobili a ridosso di cespugli selvatici. Nel silenzio irreale che s’era creato nel bosco, al primo stormir di foglie, rapido Federico lasciò andare il falco, dopo avergli tolto il cappuccio.
S’era levato in volo uno splendido fagiano che il falco imperiale, con rapida corsa, aveva ghermito saldamente sul dorso, trascinandoselo a terra con una brusca virata. Un servo raccolse subito la preda, prima che venisse artigliata dal falco, richiamato dal padrone che gli aveva lanciato in volo un paio di lógori piumati (Usato in falconeria. È un legnetto a cui sono legate delle piume colorate, di cui si serve il falconiere che lo lancia in volo per richiamare il falco).
 
Al termine della caccia, a un cenno del sovrano, il seguito prese la strada del ritorno, ma si fermò prima al castello di Pietramontecorvino, che lui stesso aveva fatto costruire molti anni addietro, e che aveva utilizzato più frequentemente prima che facesse costruire il più bel castello di caccia di Capitanata, quello di Apricena.
 
Chiamato ancor oggi "la Torre", perché vi domina un poderoso e svettante torrione quadrangolare merlato, all’interno, su una delle volte slanciate a crociera, il sovrano gettò per un attimo distrattamente lo sguardo, a ricordare in quale circostanza e mosso da quale risentimento avesse fatto imprimere sulla trave, con scrittura indelebile, tanto che ancora oggi è ben leggibile, la frase "duriora decoxi", cioè ne ho spezzati di più duri.
l'attuale Pietra Montecorvino fotografata dalla Torre.
 
Nel pomeriggio una lunga serie di incontri, dopo aver letto i dispacci della giornata ed evaso la corrispondenza. Anche se era un periodo di riposo e di tregua, l’Imperatore aveva in calendario una fitta agenda di appuntamenti. Il priore del Santuario di Montevergine, gli chiese un’esenzione fiscale, che il sovrano accordò, e che invece qualche giorno prima aveva negato all’abate di Montecassino perché fedele sostenitore del Papa. Il parroco di San Lazzaro si lamentò che i Saraceni notte tempo gli stessero smantellando la chiesa, che ogni giorno perdeva pezzi, mentre a vista d’occhio, nella cittadella di Lucera, procedevano spediti i lavori di ristrutturazione e ampliamento della moschea, non più sufficiente a contenere tutti i Saraceni. C’era persino una delegazione di provisores castrorum di Terra di Bari e Terra d’Otranto, venuti a lamentarsi delle precarie condizioni nelle quali versavano alcune fortezze.
L’Imperatore, assistito da due scrivani che prendevano appunti, da un giudice del tribunale di Foggia e dal gran giustiziere di Capitanata, ricevé tutti quel pomeriggio (l’ufficio di cancelleria sapeva ben dosare il calendario degli appuntamenti), ed ebbe per tutti una risposta talvolta negativa ma più spesso positiva, in ogni caso sempre chiara e precisa.
Prima di chiudere gli incontri pomeridiani, il sovrano trattenne il gran giustiziere, Riccardo di Montefuscolo, al quale impartì" una serie di disposizioni e affidò la posta in partenza appena firmata col suo monogramma e chiusa ermeticamente col sigillo imperiale impresso a fuoco su ceralacca fusa.
 
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Indossato uno zendado blu con risvolti dorati che ancora di più accentuavano il contrasto con la rossa capigliatura, il sovrano fece il suo ingresso nel grande salone di rappresentanza. Talvolta si faceva notte, nella grande sala, al lungo tavolo delle riunioni con i ministri che cascavano dal sonno e non ce la facevano a star dietro all’Imperatore che discuteva dei problemi del Regno con competenza e approfondita conoscenza. Ma quella sera il sovrano li aveva convocati per una serata ristoratrice.
Tavolo usato dall'Imperatore nella domus di Fiorentino (oggi altare maggiore della Cattedrale di Lucera).
 
A cena, con lui, alla sua destra, allietata dalla vivace presenza dei piccoli Margherita e Carlotto, l’imperatrice Isabella, all’ottavo mese di gravidanza, e alla sua sinistra due dei suoi numerosi figli illegittimi, ma fra i più cari, Manfredi e Federico di Antiochia con la giovanissima Margherita, sposa da appena un mese. Per un attimo la mente di Federico fu attraversata dal pensiero del più grande dei suoi numerosi figli, nonché erede legittimo al trono, Corrado, in quel momento in Germania. Ma il triste pensiero fu subito scacciato dall’arrivo dell’irruente Percivalle Doria, uno dei suoi più vecchi e cari amici che in chiusura di serata avrebbe rallegrato la compagnia con la lettura delle sue allegre poesie.
E inoltre, a cena con lui quella sera, nella sala illuminata dalla intensa luce di cento candelabri, erano i nipoti Federico e Arrigo di Castiglia, quest'ultimo appena arrivato a Corte, il gran giustiziere di Sicilia Andrea Cicala, chiamato a rendicontare sull’esito della sua ispezione sugli abusi dei funzionari imperiali, il gran giustiziere di Capitanata, i docenti di diritto civile Goffredo da Trani e Martino da Fano, convocati per approfondire alcune questioni relative alle Novae Constitutiones, due ambasciatori del duca d’Austria, il vescovo di Troia, il grande maestro delle scuderie imperiali Giordano Ruffo e il provisor castrorum per la Puglia, Guidone del Guasto, convocato per fare il punto sulla situazione urbanistico-edilizia di quei castelli.
In un angolo della sala, non molto lontano dal massiccio camino di pietra dove ardeva un gran fuoco, alimentato da robusti ceppi di quercia scoppiettanti, leggiadre fanciulle orientali avevano iniziato a ballare con movimenti lenti e misurati, accompagnati dal suono delle ghironde, che in sottofondo tre discreti menestrelli stavano strimpellando appollaiati sull'alto balconcino destinato ai musicanti.
A tavola, il menù tipico della cucina federiciana, preparato con rara perizia culinaria da Berardo, il suo cuoco di fiducia dai tempi della Crociata, era servito da flessuose inservienti arabe in sottovesti colorate di seta appena trasparente, dall’aria smaliziata e intrigante.
La cena iniziò con una serie di portate a base di insalate e frutta, soprattutto agrumi e uva. Quindi zuppe di verdura oppure di farro, e creme di cereali, oppure il "biancomangiare" un pollo ripieno di mandorle, latte e spezie varie. E ancora, per i ghiotti buongustai del sapore all’agrodolce, selvaggina condita con le salse ricercate della cucina federiciana, a base di vino, olio, aglio, mollica di pane, uva acerba e cipolle. In un angolo del grande tavolo faceva bella mostra di sé il pollo servito con "l’agliata", una salsa d’aglio diluita con vino e aceto, innaffiato da un corposo rosso di Troia, e poco distante una grande cesta di vimini con pesce fresco appena pescato nel vicino lago di Lesina, arricchito con una salsa verde condita con salvia, prezzemolo, timo, aglio e pepe.
Una salsa tipica della cucina lucerina, fatta in casa, era proprio la "saracena", a base di uvetta passa, mandorle, aceto e spezie varie. Infine, il piatto grosso con cui i commensali si avviarono al termine della ricca cena, l'arrosto trionfale, il cinghiale catturato il giorno prima nel bosco dell'Incoronata. E per finire torte salate e dolci, fra i quali molto gustose e apprezzate le frittelle imperiali a base di formaggio di mucca, chiaro d’uovo, farina, pinoli e uva passa.
Tra una degustazione e l’altra, piacevole scorreva la conversazione che toccava gli argomenti più disparati, dalle recenti vicende romane, alle ultime notizie portate a corte qualche mese prima da Riccardo di Cornovaglia dalla lontana Terra Santa, dall’ammirato stupore dell’Imperatore per l’ultima visita a Castel del Monte, in quei mesi in via di completamento, alle sconvolgenti notizie che arrivavano dalla Germania dove l’esercito del duca Enrico di Slesia era restato annientato a Liegnitz, ai confini con la Polonia, dalle orde mongole giunte ormai ai confini dell’Impero. Non era però infrequente che, come quella sera, la presenza di musici e cantori, accompagnati dall’abile vena poetica di Percivalle, concludesse la serata con una spensierata serenata.
 
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Terminata la cena, l’Imperatore uscì nell’atrio a prendere una boccata d’aria, dove sorprese gli uomini di guardia a giocare tranquillamente al mohall, un passatempo saraceno giocato con pietre colorate. Accertatosi che i loro bicchieri fossero pieni di sidro e non di vino, il suo sguardo fu attratto irresistibilmente dal cielo stellato, che il buio della notte rendeva ancora più splendente. La quiete serale era rotta a tratti dal verso sommesso e ritmato del grande rapace nascosto fra i poderosi rami dell'alta vegetazione che non lontano attorniava il castello. Il vecchio bufo reale (antica definizione del gufo nostrano) gufava col suo ritmo cadenzato e monotono. Più volte il sovrano - infastidito dal verso che soprattutto d'estate gli guastava il tranquillo riposo della notte - aveva chiesto ai falconieri che lo snidassero dal nascondiglio dove s'era comodamente appollaiato, l'uccellaccio del malaugurio.
Salutati gli ospiti, l’Imperatore si ritirò nelle sue stanze. Con un brusco cenno della mano in segno di diniego, si negò ad una dilettevole notte e preferì ritirarsi nel suo studio, dove, indossata la pesante vestaglia di panno toscano, all’incerta luce delle candele, si apprestò a scrivere a suo figlio Corrado, che non vedeva da diversi anni. Preso dalla tristezza, ma soprattutto dalla preoccupazione che il figlio, erede designato a raccogliere lo scettro imperiale, lontano dal padre-sovrano, non facesse la stessa fine di Enrico, gli scrisse una lunga lettera invitandolo in Italia, per trascorrere insieme qualche settimana.
Dalla grande finestra della biblioteca, l’occhio dell’Imperatore venne distratto per un attimo dalla caduta di una stella. "Di cattivo augurio" pensò fra sé inquieto Federico che per un istante volse lo sguardo verso il grande orologio meccanico sistemato all’interno di una maestosa credenza, attratto dal suono ritmato delle ore che, alla mezzanotte, chiudevano una delle giornate più tranquille del suo lungo e tormentato sogno imperiale.
 
Tratto da "Federico II - Cronaca della vita di un imperatore e della sua discendenza", di Renato Russo, Editrice Rotas-Barletta http://www.edirotas.it/.
 
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