La cena del cinghiale dell’Imperatore Federico II

La cena del cinghiale dell’Imperatore Federico II 
nella Domus Precinae (nota 1).  - A.D. 1225
 
Federico II e la sua corte itinerante, da una miniatura medievale.Si prevedeva un inverno dolce, quello del 1225. Le foglie, infiammate dall’ultimo sole d’autunno all’occaso, stormivano appena allo spirare della tramontana; su per i dossi delle murge, per le giogaie del Cardalicchio s’infrattavano cervi e caprioli e nelle ghiandaie delle forre profonde dal Castrum Pagani, grugnivano i cinghiali, apprestandosi all’inverno, ormai prossimo. D’attorno alla Domus Precina, dalla fronte luminosa, erta sul colle, esposta alla carezza della Maiella lontana, affacciatesi sul piano, sui boschi della “Difesa” e oltre il fiume verso Coppa d’Oro, si stringeva il giardino imperiale, che si apriva aldilà delle scuderie e delle gabbie del serraglio, giù per la lieve discesa tra i vialetti ghiaiosi, tra i gazebo moreschi negli angoli ombrosi di carrubo o tra gli aranceti profumati, tra il gorgoglio sommesso di acque fluenti… (nota 2). 
Dal Lacus Pantanus non ancora arrivavano le anatre calmatine, né le oche dal collare dalla Stiria, ma i falconieri si preparavano già a togliere il cappuccetto per il volo radente dei falchi nella piana; il Candelabro scorreva ancora pigro nell’alveo, non irrobustito dalle acque invernali, e il “vicus” fedele, tuttora viveva in simbiosi, stretto al suo Signore nel “castellum” sfavillante. Negli ampi camini della domus Precinae crepitavano i fuochi accesi a riscaldare i vasti ambienti privati e le ampie sale. Gli ospiti d’onore sugli agili cavalli arabi, bardati a festa con scudieri e scorta, erano convenuti dalle vicine San Leuterio, San Lorenzo, Civitate, Alesinae (nota 3) e pur anche da Luceria, Melfi, Andria e finanche dai lontani castelli di Terra di Bari e della Murgia Lucana… . Fumavano le lanterne nell’ampio cortile, arazzi e festoni rilucevano nelle sale addobbate a festa, le luci delle numerose fiaccole si riflettevano su piatti, coppe e vasellame d’argento della grande tavola “già ornata”. Sulle tovaglie di seta bianca, poggiavano coltelli e scodelle di vetro “de opera saracenorum”. La piccola corte e gli ospiti e lo Scoto e il Delle Vigne si stringevano attorno all’Imperatore… nel pieno fulgore dei suoi trent’anni, avvolto nel manto regale ricamato d’un fier leone con perle e oro; libera dalla corona, la bionda chioma fluente, ieratico e affabile…; e musici… e cantinbanchi, e buffoni davan spettacolo… e ballerini di corda e bellezze saracene danzavano; e “romanzaturi” e menestrelli cantavano canzoni e ballate in “volgare”… (nota 4) 
L’enorme cinghiale trafitto dalla freccia dell’augusto imperatore, troneggiava, fumante alquanto, sul desco lungo ornato, per la cerimonia famosa e di lì a poco, consacrava con il suo sacrificio i natali della città…! E caprioli e fagiani arrostiti in intingoli fortemente aromatizzati, con pepe, garofano, cannelle e zenzero; e le anguille delle piscarie di Alesinae fumiganti sugli spiedi, serviti in un letto di erbe di campo, con lampascioni e ravanelli in bella vista… arricchivano la mensa! Sull’ampia tavola, nei tinelli centrali, galleggiavano le bianche bufaline delle terremare nell’alveo del Fortore a Ripalta e le mozzarelle dei pascoli delle colline erbose di Fiorentino e Dragonara al limes; pur occhieggiavano le verdi olive delle colline di “Morsica” e “San Trifone”. Le bionde piramidi di arance di Rodi e Vico troneggiavano in uno alle cascate di uva bianca e nera del Casone di San Severo e alle corpose castagne dei boschi a piè di monte, in su verso “Crastate”, della “Foresta” o di “Castelluccia” sull’alto monte; si alternavano a quella specie di insoliti “globi terracquei”, disposti qua e là, dei “meloni di pane” di Apricena, i “brutti e belli”, dal cuore rosa tenue e dalla corteccia verde arabescata nei grandi spicchi, che alitavano il profumo quasi afrodisiaco, intenso, degli ortivi nelle masserie della “Mezzana delle Querce” e delle “Quattro Porte” nel “Piano delle Poste”, prima di salire verso il Sacro Monte per le giogaie di Voltapianezza e di Stignano. 
La notte tardava a morire!
Dagli orciuoli e barili scorrevano rutilanti nei “buccheri” i vini crudi delle colline di Troia e delle croste del “Casone”; la malvasia di “Rasini” e di “Terra majoris”, ancor più addolcite con miele, zucchero e noce moscata, accompagnava confetti ed uva sultanina sin alle prime luci del giorno. E già l’alba appariva dolce, là sulla chiostra di Monte Castello e di Cima Cardalicchio e verso l’insellatura del Passo dell’Ingarano… a lambire le erte mura della domus e specchiarsi nelle sue finestre screziate; a svegliare gli uccelli nel giardino; ad accarezzare i primi convitati alla storica cena (nota 5), che si accingevano a ripartire, nel baluginio del primo sole, che accendeva in irreali volute dell’aria tersa del mattino – il respiro dei loro destrieri, pronti al galoppo per la Puglia piana, al ritorno nelle loro lontane magioni…….. 
 
1)  Il cuore della festa, all’epoca dell’ Imperatore Federico, era rappresentato dal banchetto o Corte bandita e la cena del cinghiale che avrebbe dato origine al toponimo: Apricena “apri coena” non si doveva discostare dalle costumanze dell’epoca.Rielaborazione e adattamento del testo originario A.D. 1225 – la cena del cinghiale nella Domus Precinae – Sapori e colori della Daunia sul desco imperiale, già pubblicato nel mio libro: “Apricena…percorsi, a pag. 102.La ricostruzione ideale della cena tenuta dall’Imperatore, in occasione di una delle solite frequentazioni invernali nella sua sede preferita di Apricena, è stata fatta sulla scorta di notizie desunte dalle cronache e dagli usi e costumi dell’epoca (oltre che dalla mia fantasia).Vedi anche la cena organizzata a Foggia in occasione del famoso Colloqium generale, l’8 aprile 1240. b) Luoghi e prodotti enogastronomici sono, per la maggior parte, quelli storici di Apricena e delle aree d’attorno, sino al Gargano e al Subappennino. 
2) Vedi anche G. Annibaldis: “Federico II, la forza dell’immagine in “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 03.02.95. Federico volle per le sue residenze di sollazzo, giardini ricchi di automi e impianti ingegnosi con giochi d’acqua e zampilli per piaceri del corpo, ma che ritemprano lo spirito e la mente… (vedi anche De Balneis Puteolanis di Pietro da Eboli). 
3) O San Eleuterio a est di San Severo; San Lorenzo in Carmignano, della romana Carmeia; Civitate o Teanum, l’odierna San Paolo; Alexina, la normanna Lesina. 
4) Vedi Kantorowitz; Pitta. Vedi anche “Il menù federiciano” una ricerca di T. Racagni e F. Babudri in “Archivio storico pugliese”, 1962; ed anche Angioli “Feste e giochi del potere” in Fascicolo 9 nel supplemento a “La Gazzetta del Mezzogiorno” 1994. Vedi anche Ventrilli “Federico II, lo stupore vien mangiando” in “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 2 febbraio 1995 – laddove – pur confondendo date e luogo, Foggia con Apricena, dice: “nel dicembre del 1222 in un simposio tenuto a Foggia, a Federico II fu servito un’enorme cinghiale cacciato tra Castelpagano e Lesina e cotto con erbe locali” a tal proposito annota un cronista “mangiando lietamente con i cacciatori, volle colà in memoria di tal fatto, un palagio edificare, nominandolo dal cinghiale morto e mangiandone la cena”. 
5) La leggenda lega la nascita di Apricena alla caccia al cinghiale dell’imperatore nei boschi che all’epoca ricoprivano fittamente la zona e ad una cena a base di cinghiale quivi consumata. Sulla nascita della città, la datazione deve invece risalire – se non addirittura al periodo italico – quanto meno al periodo romano, se vogliamo trarre utili desunzioni dalla struttura urbana della città, con l’attualmente rilevabile cardo e decumano del suo centro storico e dai numerosi ritrovamenti delle varie centuriazioni romane nei dintorni, oltre che dalle emergenze litiche dentro e fuori il centro urbano. Vedi sull’argomento le mie pubblicazioni: “Apricena… percorsi”sull’origine di Apricena e “Leggende, microstorie e storie di Capitanata” oo.cc.; nonché il mio articolo apparso su “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 07.05.00. Vedi ancora N. Pitta, o.c., e G. De Perna: “Apricena normanna”. Vedi anche relazione storica per la concessione del titolo di “Città” ad Apricena, in delibera 11.06.00 del Consiglio Comunale di Apricena a cura del Vicesegretario dott. A. Ferrara, ed il successivo Decreto del Presidente della Repubblica del 17.09.01 di concessione al Comune di Apricena del titolo di “Città”.
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