Relazione paleopatologia sui resti di Gioacchino da Fiore

Relazione palepatologica su i resti di Gioacchino da Fiore 
 
Relazione sui risultati della ricognizione dei resti scheletrici dell'Abate calabrese svolta dal prof. Gino Fornaciari Paleopatologo dell'università di Pisa e dal prof. Francesco Mallegni, antropologo dell'Università di Pisa.
 
Il 6 novembre 1998, nell’Abbazia Florense di S. Giovanni in Fiore, la stessa équipe di paleopatologi ha proceduto all'apertura del reliquiario contenente i resti scheletrici attribuiti a Gioacchino da Fiore.
 
L’analisi dettagliata dei reperti presenti nel reliquiario ha evidenziato la presenza di più individui; essi sono risultati 5: un individuo maschile, rappresentato da gran parte dello scheletro (ind. N. 1); un individuo femminile rappresentato da un femore sinistro (ind. N. 2); un individuo maschile rappresentato da un femore sinistro completo, da una epifisi distale di femore destro, da una tibia sinistra non del tutto completa (ind. N. 3); un individuo rappresentato da un femore completo sinistro e da un mezzo distale di femore destro (ind. N. 4); un individuo rappresentato dai due parietali, dall’occipitale e dal temporale di destra (ind. N. 5). Tutti I resti scheletrici sono appartenuti ad individui adulti, ad eccezione di quelli dell’ind.N. 5, un bambino in tenera età.
 
Individuo n. 1 (Gioacchino da Fiore)
 
Come sopra accennato si tratta del lo scheletro osteologicamente più rappresentato (vedi silhouette). Esso è appartenuto ad un individuo maschile, dato che le ossa sono di un discreto volume, con attacchi muscolari vistosi e con ossa craniche eccezionalmente spesse (16 mm, contro i normali 8-9) e ben caratterizzate come di solito si osserva nei resti scheletrici di questo sesso.
 
La clavicola lunga ben 135 mm e la scapola larga (103 mm) depongono per un torace ampio (di tipo maschile) ma non particolarmente robusto. Anche il sacro, l’unico elemento integro del cinto pelvico, è di tipo iperbasale (stretto ed alto), caratteristica tipica anch’essa del sesso maschile.
 
L’età alla morte, dal resto di osso pubico conservatosi nella sua interezza, sembra assai superiore ai 50 anni. Non esiste altro metodo antropologico per risalire ad una età ancora più alta, ma la porosi nelle ossa e certe patologie legate anche all’età fanno pensare che l’individuo avesse superato abbondantemente il settantesimo anno di età. La statura del soggetto, calcolata sia sugli arti superiori che inferiori col metodo combinato (femore e tibia), è risultata intorno ai 175 cm, valore da considerarsi alto per il medievo. Il valore ottenuto sul femore (171,4 cm) è minore di quello ottenuto sulla tibia (179,4 cm); il fenomeno è spiegabile considerando che l’individuo poteva essere longilineo, come le popolazioni mediterranee che occupano l’attuale zona rappresentata dalle regioni Calabria, Basilicata e Puglia; questo spiega la differenza ottenuta tra la statura calcolata sul segmento distale (che dà valori maggiori in questo caso) rispetto al prossimale.
 
Si trattava di un individuo longilineo, caratterizzato comunque da una notevole robustezza ossea, evidente soprattutto a livello degli arti inferiori. Infatti i due omeri risultano euribrachici (rotondeggianti) e l’ulna sinistra è ipereurolenica, cioè poco modellata dall’attività muscolare. I femori appaiono ipereuromerici (rotondeggianti) ma con pilastro forte, mentre la tibia sinistra è euricnemica (rotondeggiante). Il fenomeno depone per una buona struttura ossea di base.
 
Gli attacchi muscolari degli arti superiori, soprattutto quelli del gran pettorale e del deltoide, sono caratterizzati da una discreta, ma non eccessiva, robustezza.
 
Gli attacchi muscolari degli arti inferiori, soprattutto quelli del quadricipite femorale, del grande e piccolo gluteo e del soleo della tibia) risultano invece notevolmente sviluppati, tanto da far pensare ad un individuo particolarmente impegnato in attività deambulatoria.
 
Dal punto di vista più strettamente patologico si segnalano gli esiti di gravi periostiti a carico della superficie mediale e laterale della tibia sinistra e delle due fibule. Si tratta di reperti frequenti nelle serie scheletriche antiche, provocati in genere da infezioni sottocutanee per microtraumi ripetuti sulle gambe scoperte, in seguito a deambulazione su terreni impervi e con bassa vegetazione.
 
È comunque l’artrosi articolare, in genere modesta, il quadro patologico più diffuso in quanto compare a livello delle articolazioni scapolo-omerali, del gomito destro e delle ginocchia. Anche l’artrosi vertebrale, osservabile a livello del tratto toracico medio e lombare, appare modesta e rappresentata solo da una modesta osteofitosi marginale. Il fenomeno, assai modesto nonostante l'età avanzata, è verosimilmente da porsi in relazione con uno scarso sovraccarico ponderale, associato ad una notevole attività motoria. Un certo grado di osteoporosi, notato comunque a livello dei corpi vertebrali, può essere spiegato con l’età o con un periodo di inattività fisica durante gli ultimi mesi di vita.
 
Particolarmente evidenti infine risultano gli esiti di una grave periostite del ginocchio, in corrispondenza della tuberosità tibiale anteriore. Si tratta di una lesione rara nelle serie scheletriche antiche, da considerare quasi peculiare del soggetto in studio. L’insorgenza della malattia potrebbe essere stata facilitata dall’abitudine, comune a molti santi di epoca non solo medievale, di restare a lungo in posizione inginocchiata.
 
Si può concludere per un individuo di statura elevata, piuttosto longilineo, vigoroso, con attività fisica, soprattutto deambulatoria, intensa ma non gravosa, che impedì l’insorgere dei fenomeni osteoporotici tipici dell’età avanzata.
 
Mi sembra doveroso citare a questo proposito le "Memorie" di Luca Campano, arcivescovo di Cosenza dal 1203 al 1224, allievo e fedele trascrittore delle prime opere del Maestro e quindi testimone oculare del suo aspetto fisico e delle sue abitudini di vita, che confermano in pieno i dati dello studio paleopatologico.
 
Luca scrive infatti che Gioacchino:
 
"fu straordinariamente resistente nel lavoro manuale, al quale molto spesso si applicava con gioia insieme con i confratelli. Robusto di corpo, si curava poco del freddo o del caldo, della fame o della sete";
 
"spesso a puliva personalmente tutta l’infermeria";
 
"scendeva da cavallo e costringeva il proprio servo a salire per un buon tratto in sella, mentre egli proseguiva a piedi";
 
infine "aveva ottenuto da Dio la possibilità di astenersi dai cibi e dalle bevande; e quanto più si asteneva, tanto più agile e forte appariva".
 
 
Prof. Gino Fornaciari
Laboratorio di Paleopatologia
Università di Pisa
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