Le ceramiche sveve di Lucera

Alla  Corte di Federico II
"Le ceramiche sveve di Lucera a Castel del Monte" nel 2003.
L’INCONTRO TRA CULTURA SVEVA E TRADIZIONE ISLAMICA RILETTO ATTRAVERSO LA RICCA PRODUZIONE CERAMICA DELLA COLONIA MUSULMANA DI LUCERA. SEDE DELL'ESPOSIZIONE, CASTEL DEL MONTE, IL PIÙ SUGGESTIVO DEI CASTELLI FEDERICIANI.
Nell'immaginario collettivo rimbalza spesso l'idea di un Federico II imperatore filo-islamico: lo confermerebbe il carattere pacifico della crociata che nel 1229 gli fece assumere il titolo di "re di Gerusalemme", oppure i buoni rapporti intrattenuti coi vari sovrani di un Islam ormai spezzettato ai bordi del Mediterraneo in una miriade di potentati.  
 
LA CITTÀ DEI SARACENI 
Talora si è pure messo l'accento sulla sensibilità intellettuale di Federico Il nei confronti della cultura araba. Una cultura che, essendo in auge nel Duecento europeo, non poteva non coinvolgere la corte sveva, e a maggior ragione il Regno meridionale: le dominazioni aghlabita e kalbita di Sicilia, gli emirati e i ribat islamici sparsi in Calabria, Basilicata, Campania e Puglia nell'Alto Medioevo, e il sincretismo etno-religioso promosso dai Normanni costituivano un retaggio ineludibile per il Mezzogiorno. Ma il filo-islamismo di Federico II decade di fronte alla feroce operazione di polizia (e pulizia etnica) che egli scatenò intorno al 1220 contro i musulmani siciliani, arroccati soprattutto in Val di Mazara. Alla repressione seguirono deportazioni di massa nel Foggiano. Sicché a Lucera nacque una civitas Sarracenorum: ancora al tempo di Manfredi, pare vi fiorisse una "Casa della scienza", dove si coltivavano le dottrine speculative, sulla scia degli istituti scientifici di Baghdad e del Cairo.
 
Da qui nasce la bella mostra Alla corte di Federico II. Le ceramiche sveve di Lucera a Castel del Monte, costruita attorno all'intelligente intuizione di Michela Tocci, direttrice del castello ottagonale, in collaborazione con Lisa Pietropaolo. È un viaggio suggestivo, che all'età sveva abbina il contesto culturale di tradizione islamica. Liberi di adunarsi per la preghiera del venerdì, di insegnare il Corano, di praticare artigianato, agricoltura e commercio, i musulmani lucerini serbarono fedeltà agli Svevi, subendo un ridimensionamento solo con gli Angiò. Finché, nel 1300, Carlo II non indurrà Giovanni da Barletta ad annichilire per sempre la colonia saracena.
 
CERAMICHE DA ESPORTAZIONE
Alla loro abilità e tecnica si devono comunque le ceramiche d'ispirazione araba elegantemente messe in esposizione. In invetriata e protomaiolica, le officine pugliesi producevano piatti, ciotole, brocche e boccali che prendevano la via del Tirreno (coi vettori commerciali di Pisa e Genova), dell'Adriatico (con Venezia) e del Vicino Oriente (con le crociate e i traffici col Levante e il Regno Latino di Gerusalemme).
 
COLORI PREZIOSI 
Dagli scavi di Lucera deri­vano poi contenitori con filtro (per gli infusi) che richiamano, nel traforo su­periore, le manifatture di Fustat, in Egitto, insieme a brocchette invetriate affini ai redoma monoansati marocchini, e ad altro vasellame a vetrina e a smalto, ornato con motivi antropomorfi, zoomorfi e vegetali d'ispirazione orientale.
I colori impiegati per decorare i vasi potevano derivare da ramina o manganese e, quanto all'azzurro, da uno speciale pigmento che le indagini di laboratorio hanno riferito al lapislazzuli: elemento di notevole pregio, noto si­nora per i manoscritti e gli affreschi.
Il suo impiego manifestava la coscienza che i ceramisti musulmani di Lucera avevano della propria maestria: si assottigliava il confine fra artigianato e arte.
 
Piatto in protomaiolica tarda con un soldato
piatto in protomaiolica tarda, decorato con un pesce
piatto in protomaiolica tarda, decorato con un uccello
Una brocca in protomaiolica
brocca con filtro, imitazione locale di prodotti arabi
brocca con filtro, imitazione locale di prodotti arabi
 
Copyright © Vito Bianchi
 
Il testo di questo articolo è stato già pubblicato nel numero di ottobre 2003 di Medioevo – De Agostini-Rizzoli, Milano 2003.
 
Le foto di questo articolo sono di Alberto Gentile.