Il potere e la sua legittimazione

Fulvio Delle Donne, Il potere e la sua legittimazione. Letteratura encomiastica in onore di Federico II di Svevia, ed. Nuovi Segnali [Testis Temporum. Fonti e Studi sul Medioevo dell’Italia centrale e Meridionale, 2], Arce 2005, pp. 218.
 
«Intorno alla figura dell’imperatore Federico II di Svevia (1194-1250) si sono sedimentate tante e tali leggende, da renderne quasi del tutto indistinguibili i tratti reali e autentici. Già al momento della sua nascita fu salutato come l’apportatore dell’età dell’oro, di quella felice età, agli albori del mondo, in cui uomini e animali potevano vivere liberamente senza temersi a vicenda e senza fatica. Poi venne identificato con l’Imperatore messianico della fine dei tempi e con l’Anticristo; fu scomunicato e venne acclamato come il liberatore della cristianità; fu accusato di aver pronunciato immonde bestemmie e fu celebrato come il nuovo David liberatore del Santo Sepolcro.
Nella Copertina il presunto volto di Federico II, da un capitello del chiostro dell'abbazia di Casamari.
 
Dunque, la sua fisionomia storica si è persa e confusa entro le linee evanescenti di una mitizzazione che ha cominciato ben presto la sua opera pervasiva e corrosiva». Così recita la quarta di copertina del libro di Fulvio Delle Donne, che, in questo modo, sintetizza le linee lungo le quali è stata guidata la ricerca. Infatti, l’autore, che si è dedicato anche in altre occasioni allo studio della cultura che si sviluppò nell’ambito della corte sveva (Città e Monarchia nel Regno svevo di Sicilia. L’Itinerario di Federico II di anonimo pugliese, Salerno, Carlone editore, 1998; Nicola da Rocca, Epistolae, edizione critica e introduzione, Edizione Nazionale dei Testi Mediolatini 9, Firenze, SISMEL-Certosa del Galluzzo, 2003; La silloge epistolare del ms. 8567 della Bibl. Nat. di Parigi, edizione critica e introduzione, in corso di stampa per l’Edizione Nazionale dei Testi Mediolatini, Firenze, SISMEL-Certosa del Galluzzo; e, in parte, Politica e letteratura nel mezzogiorno medievale. La cronachistica dei secoli XII-XV, Salerno, Carlone editore, 2001), in questo volume, effettua una ampia, dettagliata e originale revisione della figura di Federico II di Svevia e della complessa ideologia politica che guidò le sue azioni attraverso inquiete attese millenaristiche, elaborate progettazioni culturali e ineludibili tradizioni giuridico-istituzionali.
Lo studio, che costituisce la prima pubblicazione effettiva di una collana dedicata alle fonti e agli studi sul Medioevo dell’Italia centrale e Meridionale, si articola fondamentalmente in quattro capitoli, nei quali si discutono altrettanti testi encomiastici latini scritti in onore di Federico II. Vengono analizzati, dunque, solo quattro testi, ma non perché se ne sia trascurato qualcuno, ma perché, per il periodo in cui Federico II fu imperatore, in sostanza non ne furono prodotti altri. Questa è la singolare e sorprendente circostanza che spinge l’autore alla riflessione nel corso dell’intero volume. Ci si sarebbe aspettati, infatti, che il grande imperatore Svevo fosse stato celebrato in un numero maggiore di testi in prosa o in versi, magari anche di estensione maggiore, proprio come è sempre avvenuto per i grandi della storia: invece, a tesserne le lodi furono solo quattro autori, in opere, del resto, che non si rifanno neppure ai canoni espressivi di un’unica «forma» letteraria, dal momento che due sono in prosa e due in versi. Per di più, uno fa parte di una più ampia opera dai caratteri perlopiù cronachistici, mentre gli altri, pur avendo struttura autonoma, rientrano – a grandi linee – nelle categorie letterarie dell’epistola, della predica e della satira di tipo goliardico. Tuttavia un unico filo li unisce: l’esaltazione del sovrano. L’elemento encomiastico è ciò che tiene uniti i diversi testi e li fa rientrare in un unico genere letterario, che può essere classificato come “panegirico”, anche se il concetto di “genere letterario” deve essere inteso non secondo i parametri “canonici” imposti dalla dottrina classica, ma secondo le rideterminazioni generate dalle sedimentazioni della sua evoluzione storico-diacronica, che di volta in volta l’ha rimodellato. Per tale motivo, nell’Introduzione (pp. 7-27) viene compiuto un attento e dettagliato esame della tradizione panegiristica antica e medievale, rilevandone le mutazioni e le trasformazioni, o, meglio, la disgregazione, che fa in modo che sia la funzione della comunicazione politica a diventare il carattere distintivo che unisce in un unico «genere» encomiastico prodotti letterari dai «tipi» formali anche molto diversi.
I testi analizzati nei quattro capitoli del volume sono questi: i versi dedicati alla nascita e alla profezia delle future imprese di Federico, inseriti nel più ampio Liber ad honorem Augusti di Pietro da Eboli, dedicato, tuttavia, a Enrico VI, padre di Federico (pp. 29-57); un dictamen (cioè un componimento retorico epistolare) di Pier della Vigna, che è impostato come una risposta a una richiesta non meglio specificabile (pp. 59-97); una predica di Nicola da Bari, composta probabilmente nell’estate del 1229, ovvero nel momento immediatamente successivo al ritorno di Federico dalla Terra Santa, ma non sappiamo se essa sia mai stata effettivamente pronunciata al cospetto dell’imperatore (pp. 99-129); un componimento satirico di Terrisio di Atina, già attribuito in passato a Quilichino da Spoleto, databile all’incirca al 1241, che, però, solo una sua parte è dedicata all’esaltazione di Federico (pp. 131-156).
Dunque, si tratta di testi molto differenti tra loro, e, in effetti, solo uno, quello scritto da Pier della Vigna, sembra legato molto strettamente alla ideologia politico-propagandistica sviluppata presso la corte di Federico II. Comunque, tutti costituiscono «un elemento di quell’ampio spettro attraverso cui si esprime l’immagine di supremazia, anche culturale, di cui i prìncipi temporali hanno sempre bisogno per costruire attorno a sé il consenso ed essere legittimati. Quei testi costituiscono, insomma, una “insegna di potere” alla stessa stregua di quegli oggetti tangibili e visibili, come corone, scettri, monete, castelli, liturgie, che per essere compresi non hanno bisogno di parole intelligibili, perché sfruttano il linguaggio universale dei simboli» (p. 26).
L’analisi dei testi, che vengono tutti editi criticamente, con la escussione diretta dei testimoni manoscritti, è molto dettagliata e condotta con rigore filologico, in relazione soprattutto agli elementi formali, retorici e strutturali, ma sempre tenendo presenti i principî ideologici e politici ad essi sottesi, che vengono discussi e osservati con rigore e competenza. Nella Conclusione, tuttavia, si tirano, in maniera sintetica, le fila dei discorsi e si propone un’interpretazione complessiva e originale della politica e della propaganda organizzata dall’imperatore Svevo. Ne risulta che «dovette essere lo stesso imperatore svevo a contribuire in maniera decisiva alla formazione del proprio mito, ed anche alla determinazione di quella sua figura delineata coi caratteri demoniaci dell’Anticristo. Ogni sua azione e ogni suo gesto era probabilmente studiato in maniera tale da poter essere interpretato tanto come compiuto dal messia inviato sulla terra come rappresentante di Dio, tanto dall’Anticristo, la bestia demoniaca che avrebbe portato alla dissoluzione della cristianità» (p. 162). E, soprattutto a partire dalla vittoria di Cortenuova (1237), Federico rese universalistico ed assoluta la sua signoria, sfruttando in maniera straordinaria le aspirazioni e le attese di un mondo che sentiva imminente la propria fine. Puntando soprattutto sugli elementi irrazionalistici, la sua propaganda si appropriò delle ancestrali paure e degli inespressi desideri di chi attendeva soltanto di essere salvato dall’eternità ultramondana. «Compreso in questo tragico gioco, egli non dovette curarsi di essere equiparato non solo all’imperatore della fine dei tempi, ma anche all’Anticristo. Anzi, forse se ne dovette compiacere, seguendo la stessa prassi seguita da altri potenti, come i Lusignano ad esempio, che pure coltivarono a proprio vantaggio le leggende meravigliose e tremende fiorite intorno alle loro persone: anche questo, del resto, poteva essere un mezzo per incutere un salutare timore reverenziale nei propri sudditi e nei propri nemici» (pp. 163-64). E, in tale contesto, i testi letterari che lo celebravano retoricamente, non dovettero essere considerati dall’imperatore lo strumento privilegiato per la costruzione del consenso. Questo ci può spiegare l’esiguità di componimenti encomiastici a lui dedicati e l’assenza assoluta di quelli epico-storici, che pure furono prodotti per i suoi avi. Federico dovette essere ben consapevole della necessità di «di tenere ben distinti i campi di applicazione e di ricezione dei diversi tipi di comunicazione, concedendo poco spazio a quel tipo di produzione celebrativa, che pure poteva presentare forti connotazioni politiche. Politica e propaganda dovettero essere considerate cose troppo delicate e importanti per lasciarle organizzare e proporre, senza controllo, dai letterati e dai poeti» (p. 166). In questo contesto, la produzione encomiastica analizzata assume, comunque, la funzione di diffondere un nimbo di eccezionalità e di straordinarietà intorno alla figura del più illustre signore temporale della sua epoca. E tra i testi studiati spicca soprattutto quello scritto da Pier della Vigna, perché più direttamente legato all’ambiente della corte imperiale. Esso usava la stessa lingua sovraccarica, ricercata e ampollosa che venne usata nei manifesti ufficiali della cancelleria, anche quelli diretti contro il papato. E proprio quella lingua dovette servire come strumento di promozione e propaganda politica e culturale, uno di quelli più efficaci nel dare lustro alla figura dell’imperatore. La prosa usata dai dictatores, ovvero dai retori della cancelleria federiciana fu, dunque, il veicolo «privilegiato da Federico II per trasmettere il messaggio della propria supremazia temporale e della propria divina missione. La prosa a cui venne affidato tale compito, ricca di citazioni tratte dalle Sacre Scritture e dai testi giuridici, dovette avere una funzione quasi sacrale, ieratica. Insomma, i dictatores della corte furono – così come essi stessi amavano talvolta definirsi – i sacerdoti dell’ecclesia imperialis, di quella costruzione mistica, cioè, che giunse proprio con Federico II al suo compimento e alla sua distruzione. L’impero, uno dei presupposti ineludibili del Medio Evo, ormai avrebbe trovato avversari inconciliabili non solo nella Chiesa, ma anche nell’Europa dei Comuni e delle monarchie. Dopo di allora, nella coscienza dell’Occidente, il suo universalismo avrebbe potuto sopravvivere solo come aspirazione nostalgica. I prosatori dell’aula imperiale assunsero, quindi, l’impegno di propagare e diffondere, ma, ovviamente, non di spiegare e disvelare, i misteri di quell’ente divino, rendendo tangibili e concreti i simboli di quegli arcana Imperii e conferendo ad essi una corporeità altrimenti metafisicamente irraggiungibile» (p. 167).
Il volume è corredato da un’ampia e completa bibliografia (pp. 169-196); da un indice dei luoghi letterari citati (pp. 197-205); da un indice degli studiosi moderni (pp. 207-212) e da un indice dei nomi (pp. 213-218).
 
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