Pisa, Genova, Venezia durante il regno di Federico II

Pisa, Genova, Venezia durante il regno di Federico II
 
Nel periodo federiciano le tre repubbliche marinare erano inserite in un contesto commerciale che trascendeva i confini della penisola italiana, per estendersi a tutto il Mediterraneo. Genova e Pisa in particolare avevano, dal XII secolo, grandi interessi commerciali e territoriali in Sicilia, accresciuti dopo la morte di Enrico VI (1197), quando le due città approfittarono del vuoto di potere per tentare una penetrazione più a fondo nell’isola, scontrandosi tra di loro nei principali porti siciliani. In particolare le più numerose colonie di cittadini e mercanti pisani o genovesi erano presenti nelle città della Sicilia orientale, preferite per la loro posizione di scalo verso l’impero bizantino e la Terrasanta: Messina ospitava già dalla seconda metà del XII secolo uomini delle due città[1], a Catania dal 1204 sono registrate colonie di mercanti[2], con fondaci nei pressi di Aci, ma anche in Sicilia occidentale, ad Agrigento e Palermo sono documentati quartieri abitati da questi mercanti non autoctoni, che si sostituirono ai locali nella gestione del commercio, con gravi conseguenze per l’economia cittadina[3].
 
Pisa, Genova e Venezia, inoltre, avevano importanti interessi commerciali negli stati Latini in Terrasanta, sulle coste africane, ma, soprattutto, nel sempre più debole impero bizantino (in particolare Genova e Venezia), mentre Pisa si era concentrata nella penetrazione in Sardegna, contesa con Genova, ma rivendicata anche dal pontefice come parte dei territori della Chiesa[4].
 
La quarta crociata, sfociò, come è noto, nella conquista e nel saccheggio di Bisanzio, e nella creazione di un nuovo impero Latino (1204), nato sulle ceneri di quello greco. Venezia, che sotto la guida del doge Enrico Dandolo, aveva operato il trasporto delle truppe crociate nella spedizione, fu tra i maggiori promotori dell’impresa, e ottenne grandi vantaggi dalla spartizione dell’impero. Ricevette i più importanti porti su tutti i mari che bagnavano le coste bizantine, Creta, e la maggior parte delle isole egee. Anche la capitale, Bisanzio, venne spartita, e la Serenissima ottenne i tre ottavi della città in gestione, compresa la chiesa di Santa Sofia[5].
 
In questo modo Venezia creò un vero impero coloniale in Oriente, nel quale si concentravano i suoi interessi economici più importanti, relegando Genova fuori dai confini dell’impero bizantino, sulla costa libanese- siriana e sulle sponde del Mar Nero, mentre Pisa ricoprì sempre un ruolo secondario nel commercio con il Mediterraneo orientale. Per la città lagunare, i contatti con Federico II iniziarono solo quando l’imperatore avviò la sua campagna militare contro la Lega Lombarda, allarmando la città, che si schierò con i Comuni ribelli a partire dal 1236, ma fu pronta, nel 1245, quando si avvide che ormai il pericolo imperiale era stato allontanato, a firmare la pace con il sovrano, ed a tornare alla sua politica di non-belligeranza con l’imperatore.
 
Pisa e Genova furono invece molto più coinvolte nella politica degli Hohenstaufen in Italia. Federico Barbarossa per primo aveva pianificato la conquista del regno normanno con un attacco combinato da terra e dal mare, con la collaborazione della flotta di almeno una di queste città, ed anche il figlio Enrico si rivolse ad entrambi i comuni per ottenere il loro supporto. La storia di Pisa è la più lineare da seguire: ad eccezione dell’intermezzo ai tempi di Ottone IV, il centro toscano fu sempre fedele alleato della casata Hohenstaufen, rinnovando l’alleanza con Federico II dal 1220, e continuando sino alla scomparsa di Manfredi a rappresentare il baluardo delle forze ghibelline toscane.
 
Più complessa la storia di Genova, per la quale il regno di Federico II coincide con un periodo di instabilità politica e di ribellioni nello stato regionale che la città era andata costruendo nel secolo precedente, dopo aver ottenuto dal Barbarossa il riconoscimento ufficiale della sua giurisdizione. Schierata sul fronte imperiale durante la giovinezza di Federico II, per ottenere ulteriori privilegi e possedimenti nel Regno di Sicilia, ne rimase alleata sino a quando l’imperatore, nel 1220, confiscò le proprietà genovesi siciliane, e pose fine alla condizione privilegiata della città. Da quel momento Genova si allontanò gradualmente dal suo fianco, senza entrare comunque in un aperto conflitto. Solo nel 1238, dopo la richiesta di sottomissione all’impero, iniziò un vero conflitto con lo Svevo. 
 
PISA 
 
La storia della città toscana è la meno complessa da tracciare, improntata sempre alla fedeltà allo Svevo, pur tra conflitti interni, che non raggiunsero però la complessità di quelli presenti in altre città, come Genova, ma furono sempre caratterizzati dalla superiorità del fronte filo-imperiale su quello filo-papale.
 
Già principale alleata toscana del Barbarossa, anche Enrico VI si servì della città per lo sbarco in Sicilia. Nel febbraio 1191 il padre di Federico II si recò personalmente a Pisa per rinnovare il privilegio concesso da Federico I (confermato nuovamente due anni dopo da Gelnhausen), che prevedeva la consegna di metà delle città di Palermo, Messina, Salerno e Napoli, e interamente di Gaeta, Mazara e Trapani ai pisani, dopo la conquista del Regno di Sicilia[6].
Stemma di Pisa.
 
Pisani e genovesi sbarcarono a Messina, conquistata senza affrontare una seria resistenza, il 1 settembre 1194, dopo la morte di Tancredi. In questa città le due spedizioni, alleate solo sotto le insegne imperiali, per la prima volta entrarono in conflitto. Dopo un periodo di tafferugli il vicario imperiale Marcovaldo di Anweiler riuscì a pacificare i contendenti: i genovesi restituirono 1000 marchi di argento e le navi che avevano sequestrato ai pisani, svuotate però del loro contenuto, mentre questi ultimi restituirono il contenuto dei fondachi genovesi che avevano saccheggiato[7].
 
Enrico VI non mantenne i patti stipulati con i pisani, ma la sua morte improvvisa permise loro di impadronirsi di Siracusa. Non sappiamo con precisione quando i pisani conquistarono la città, ma solo che la perdettero nel 1204, attaccati dai genovesi. L’anno successivo, i pisani tentarono di riconquistare il centro siciliano, cinto d’assedio per un anno e mezzo, ma dovettero desistere definitivamente per l’arrivo della flotta di Enrico il Pescatore, giunto in aiuto del compatriota genovese Alamanno da Costa. Da questo momento e sino al 1220, i genovesi assumono il controllo della città, e ricoprono una posizione prevalente in Sicilia, anche alla corte di Federico II[8].
 
Durante la sua discesa in Italia, Ottone di Brunswick, rivale guelfo di Federico II al trono imperiale, concesse ai pisani ampi privilegi a detrimento del potere genovese nel Regno: in particolare il diploma emanato a Vercelli il 3 giugno 1210, che consegnava la rocca di  Bonifacio in Corsica ai pisani, e condannava al bando imperiale Genova e tutti i territori soggetti alla sua potestà, convinse i pisani a scendere in campo a fianco del guelfo[9]. In cambio del privilegio, gli ambasciatori del podestà pisano garantirono ad Ottone IV 40 galee, equipaggiate ed armate a carico del comune, e la disponibilità di altre, ma a spese dell’imperatore, per lo sbarco nel Regno di Sicilia. In questi anni, rappresentanti pisani appaiono molto spesso nel seguito di Ottone, durante i suoi spostamenti nell’Italia settentrionale e centrale.
Antico pianta di Pisa.
 
La morte di Ottone nel 1218 pose fine anche all’alleanza con le forze guelfe, ma solo nel 1220 avvenne la solenne riconciliazione con Federico II, che, in un diploma del 24 novembre, confermò tutti i diritti imperiali già concessi dal Barbarossa alla città, e il legittimo controllo del comitatus cittadino al comune[10].
 
Negli anni seguenti la città assunse un ruolo di spicco fra gli altri comuni toscani della pars imperiale, che spesso Federico II affidò in governo proprio a podestà di provenienza pisana[11]. Inoltre, Pisa rappresentò l’unico porto sicuro per mantenere comunicazioni regolari con il Regno di Sicilia, che permise con la sua flotta all’imperatore di inviare ordini e prigionieri a Sud, e di contrastare nei mari Ligure e Tirreno la flotta genovese. Proprio la vittoria presso l’isola del Giglio nel 1241 della flotta pisana su quella genovese, che trasportava i prelati diretti a Roma, costò alla città l’interdetto papale, che perdurò oltre la morte dell’imperatore.
 
Federico soggiornò una prima volta a Pisa, durante un rapido passaggio nel 1226, di ritorno dalla fallimentare dieta di Cremona, poi nel 1239 vi tenne corte per un lungo periodo[12], per pacificare la città nella quale, dopo l’incoronazione di Enzo come re di Sardegna, la parte anti-imperiale si era rinforzata. La decisione di affidare l’isola al figlio non nasceva probabilmente da intenti ostili nei confronti dei pisani, ma dal tentativo di risolvere definitivamente la continua conflittualità interna della Sardegna, contesa da pisani e genovesi sin dall’XI secolo, ma rivendicata anche dal papa come territorio dello Stato della Chiesa[13]. Durante questo soggiorno emanò una costituzione sullo scioglimento delle societates cittadine per il  mantenimento della pace e dell’ordine pubblico, che venne inserita due anni più tardi nella raccolta delle consuetudini pisane (Constitutum usus pisane civitatis[14]), e portò Federico II, nel secolo successivo, ad essere ricordato nelle cronache toscane come l’artefice di una pace duratura nella città.
 
Inoltre lo Svevo, per maggiore sicurezza, nominò podestà cittadino un suo fedele, proveniente dalla famiglia cremonese dei Rossi, e successivamente un parmigiano, che ricoprì la carica per tre anni consecutivi[15]. Dopo l’elezione al soglio pontificio di Innocenzo IV, la carica podestarile fu invece affidata a notabili provenienti dal Regno di Sicilia, tra i quali il più famoso fu Marino da Eboli, podestà di Pisa nel 1247, già vicario imperiale in Italia settentrionale.
 
Nel 1248 i guelfi furono esiliati dalla città, rifugiandosi nei comuni anti-imperiali circostanti, ed iniziarono una inconcludente guerra contro Pisa. Anche dopo la morte di Federico, Pisa continuò ad essere il più importante alleato di Manfredi; il suo apporto fu decisivo nella battaglia di Montaperti (1260), che vide il trionfo dei ghibellini toscani, sino al definitivo tramonto della dinastia sveva in Italia dopo la battaglia di Benevento.  
 
GENOVA
 
La storia dei rapporti della città ligure con l’imperatore svevo rappresenta il caso più complesso tra le tre repubbliche marinare. Dal XII secolo, la città aveva definito i confini del suo stato regionale (districtus Ianue), riconosciuto nel 1162 anche da Federico I[16], pur tra continui rivolte di feudatari o di città sottomesse (in particolare Savona).
 
I rapporti tra Genova ed Enrico VI furono molto intensi, poiché la collaborazione della città era indispensabile all’imperatore per ottenere la corona di Sicilia. Nel giugno 1194 Enrico si recò di persona nella città per trattare le condizioni per ottenere l’appoggio della flotta genovese nella conquista del Regno meridionale. Durante questo incontro, Enrico affermò che se fosse riuscito a conquistare il  Regno di Sicilia, a lui sarebbe toccato l’onore di una simile impresa, ma i profitti sarebbero andati ai genovesi, che avrebbero continuato a rimanere nell’isola anche dopo la morte dell’imperatore e dei suoi eredi, spingendosi addirittura ad affermare che il regno sarebbe stato non suo, ma dei genovesi (Si per vos, post Deum, regnum Siciliae acquisiero, meus erit honor, set proficuum erit vestrum; ego enim in eo cum Theutonicis meis manere non debeo, set vos et posteri vestri in eo manebitis; erit utique regnum illud non meum sed vestrum[17]). Enrico accompagnò queste dichiarazioni con la conferma del diritto di battere moneta (già accordato da Corrado II), e la concessione del feudo di Naso in Sicilia a Rubaldo de Platea Longa, appartenente ad una delle nobili famiglie genovesi più favorevoli all’alleanza.
La Lanterna di Genova.
 
Dopo la caduta di Messina, l’imperatore espugnò anche Catania e Siracusa grazie all’aiuto dei genovesi, che ammonirono Enrico a rispettare la sua promessa, e a consegnar loro Siracusa e la Val di Noto in cambio del loro supporto (Domine imperator, placuit excellentiae vestrae cum civitate Ianuae pacisci, et promistis nobis Syracusam et vallem Noth; ecce nos, Dei gratia et felici omine nominis vestri, expugnavimus et optinuimus eam gladio; si placet, ex quo Deus eam debit in potestatem vestri, quesumus ut ipsam nobis detis[18]). L’imperatore rimandò l’impegno a dopo la caduta di Palermo, ma vinta la città, nuovamente temporeggiò con gli ambasciatori genovesi, non riconoscendo la legittimità del nuovo podestà nominato a Genova. Ignoriamo quale sia stata la reazione dei genovesi di fronte a questo nuovo rinvio[19], ma certamente la città non aveva dimenticato le promesse non mantenute di Enrico VI, quando accolse nel 1212 Federico II per tre mesi; il giovane re per ottenere il sostegno del governo comunale, dovette rinnovare la concessione dell’esenzione totale dei mercanti genovesi dai dazi doganali, concessa da Marcovaldo di Anweiler nel 1199, e promettere un indennizzo di 575 libbre d’oro al centro ligure.
 
Gli anni caotici dopo la morte di Enrico VI (1197) sono fondamentali per la politica di Genova in Sicilia. Come già ricordato, la città ottenne una prima volta nel 1199 da Marcovaldo di Anweiler l’esenzione dai dazi doganali, in cambio del supporto della sua flotta al luogotenente tedesco[20], mentre avventurieri genovesi come Guglielmo Grasso, ammiraglio della flotta imperiale sotto Enrico VI, Enrico il Pescatore, ed Alamanno da Costa, acquistarono notevole influenza alla corte di Federico II. Nel 1200 un diploma emanato a nome del giovane re concesse il più ampio privilegio ottenuto dai genovesi sino a quel momento, ovvero l’autorizzazione ad esportare grano e altri generi alimentari senza nessun dazio, e la possibilità di esercitare la giurisdizione consolare in tutto il Regno[21].
 
Lo stato di anarchia, oltre a favorire l’inserimento più in profondità dei genovesi nelle transazioni commerciali, in particolare nel settore del trasporto del grano, permise loro anche una penetrazione nel territorio stesso. Nel 1204, Alamanno da Costa occupò Siracusa, principale base di Pisa in Sicilia, la cui flotta venne distrutta nel porto cittadino, con l’aiuto di Enrico de Castro (detto anche il Pescatore), che negli stessi anni sbarcò a  Malta e si proclamò conte dell’isola. Siracusa rimase sotto il governo di Alamanno da Costa sino al 1221, quando Federico II, nel suo viaggio attraverso il regno, tolse la città al genovese, e la incluse nel demanio regio. Alamanno fuggì nello Stato della Chiesa, ove sembra che abbia terminato i suoi giorni. 
 
Proprio per gli ampi privilegi ottenuti prima della maggiore età di Federico, i genovesi non si schierarono come Pisa con Ottone IV nel 1211, nonostante le offerte del sovrano guelfo, ma rimasero fedeli al giovane Federico, ospite della città l’anno seguente, durante il suo viaggio verso la Germania. Lo schieramento in campo federiciano di Genova è dovuto anche ad una congiuntura politica, ovvero l’abbandono temporaneo del podestariato (che si riaffermerà definitivamente cinque anni dopo, nel 1217), ed il ritorno al governo consolare, che portò al potere appartenenti alle famiglie dei Doria, Embriaci, Guercio e Spinola, tutte con grandi interessi economici nel Regno di Sicilia, che misero a disposizione di Federico II le quattro galee che dalla Sicilia lo trasportarono al capoluogo ligure[22].
Genova - antica illustrazione
 
A Genova Federico soggiornò ospite di Nicolò Doria, ed ottenne anche un prestito di 2400 lire per il suo viaggio. Per ricompensare la città, il 9 luglio dello stesso anno il sovrano si impegnò a versare 9200 tarì aurei, confermò la giurisdizione genovese sul distretto da Ventimiglia a Portovenere, su alcuni castelli in Corsica e nell’Oltregiogo[23], senza però accennare ai privilegi nel Regno di Sicilia, un argomento particolarmente caro ai genovesi, che dopo la caduta di Bisanzio, e la posizione privilegiata raggiunta da Venezia nel Levante, mantenevano i loro principali interessi commerciali nel Mediterraneo occidentale e in Africa, pur con importanti presidi anche sulle coste libanesi e siriane[24]. Non è possibile sapere se già in questo periodo il giovane imperatore intendesse porre fine alla situazione privilegiata di Genova nel Regno di Sicilia, equiparandola a quella degli altri forestieri, ma in ogni caso Federico II, impegnato in Germania sino al 1220, non poté affrontare questo problema.
 
La prima lettera spedita da Federico II a Genova dopo l’incoronazione imperiale (4 ottobre 1220) ha comunque un tono cordiale: “…Ianuensem civitatem a prima sui fundatione caput suum inter alias vivitates maritimas altius extulisse et perspicuius virtutum atque multarum proibitam operibus terra marique omni tempore prepollere veraciter audivimus”[25]. Federico II conferma in questo documento i privilegi già concessi dai suoi predecessori, e riconosce a consoli e podestà la libera potestas faciendi notarios in civitate Ianue, che né il Barbarossa né Enrico VI avevano concesso al governo cittadino[26].
 
Nonostante questo approccio amichevole, il 1220 è l’anno della rottura tra Genova e Federico II: già aveva dato adito a malumori la protezione che l’imperatore aveva concesso ad alcuni nobili e centri minori soggetti a Genova durante una sollevazione, ma la causa scatenante della fine della concordia furono i nuovi provvedimenti adottati nel Regno di Sicilia da Federico II. Le disposizioni delle Assise di Capua abolirono ogni privilegio goduto dai genovesi nel Regno, avocando al sovrano le tasse ed i diritti di dogana che la città aveva istituito nelle sue colonie siciliane[27]. Genova, l’anno successivo, inviò un’ambasciata, che seguì l’imperatore nel suo percorso itinerante nel regno, multis expensis et laboribus fatigati[28], ma senza riuscire ad ottenere alcun risultato; anzi, nello stesso anno, le più importanti proprietà genovesi, come il palazzo di Margarito a Messina, furono confiscate: Guglielmo Porco destituito dalla carica di ammiraglio, Alamanno da Costa cacciato da Siracusa, ed il conte di Malta, Enrico, cadde in disgrazia per un certo periodo. Solo dopo aver giurato fedeltà al sovrano svevo, questi tornò ad ottenere in feudo l’isola, diventando un importante collaboratore militare dell’imperatore negli anni successivi [29].
 
Da questo momento, i genovesi tacciarono ripetutamente l’imperatore di ingratitudine, ricordando l’ospitalità e l’assistenza (mirate al mantenimento del loro status in Sicilia) da loro prestate nel 1212. In questa prima fase di scontro lo scontro non coinvolge ancora la posizione o la sottomissione di Genova all’imperatore, ma solamente i suoi privilegi economici e commerciali nel Regno di Sicilia. Negli anni successivi, con l’inizio della campagna militare contro i Comuni, il conflitto si allargò, estendendosi anche alla difesa del territorio stesso della città, ed al mantenimento della sua libertà.
 
Tuttavia, anche la seconda fase dei rapporti della storia tra Federico e Genova iniziò in maniera pacifica, poiché nel 1226 Genova decise di non partecipare alla rinnovata lega Lombarda (anche perché impegnata al fianco di Asti in una faticosa guerra contro Alessandria, Tortona e Vercelli), e venne premiata dall’imperatore col rinnovo degli antichi privilegi, annoverando i genovesi tra i fideles imperii[30]. Gli anni a cavallo tra la dieta di Cremona del 1226 e quella di Ravenna del 1231 sono molto difficili per Genova, che deve fronteggiare la rivolta di molti feudatari e città soggette nel districtus (Savona ed Enrico II, marchese del Carretto, sono i maggiori oppositori[31]), ed affrontare gravi conflitti interni tra le fazioni filo ed anti-imperiale. Un ulteriore motivo di tensione con l’imperatore nacque dopo che Federico ebbe ottenuto la corona in Terrasanta, quando procedette  nel Regno di Gerusalemme all’estensione delle disposizioni contro Genova già applicate nel Regno di Sicilia[32].
 
Così, nel 1231, quando il sovrano convocò i rappresentanti dei Comuni alla nuova dieta generale, gli ambasciatori genovesi accolsero l’invito imperiale, partecipando alla dieta di Ravenna, ma non accettarono il proclama imperiale emanato in quell’occasione, che proibiva alle città alleate di accettare podestà dai comuni della Lega Lombarda[33], confermando per l’anno successivo l’elezione del candidato milanese Pagano di Pietrasanta[34]. La reazione dell’imperatore fu molto decisa: ordinò l’arresto degli ambasciatori e comminò delle sanzioni contro Genova, ma dopo la partenza di alcune navi della flotta genovese verso la Sicilia e l’Oriente, nel luglio del 1232, mitigò la sua posizione, annullando le sanzioni e rilasciando i prigionieri. Ormai comunque il dissidio era divenuto aperto: Genova non scese ancora apertamente in campo, ma appoggiò sempre più il fronte anti-imperiale, sostenendo apertamente Milano.
 
Dopo la vittoria di Federico II a Cortenuova, i fideles genovesi diminuirono ulteriormente, anche se non sembra che il più importante successo bellico imperiale abbia causato un serio cambiamento nella politica genovese, ancora divisa tra fedeltà o aperta ribellione. Un vero mutamento avvenne nel 1238, quando Federico II inviò una lettera a Genova nella quale chiedeva senza mezzi termini al comune il giuramento di fedeltà e l’omaggio imperiale (fidelitatis vestre devotio ad obsequia nostra fortius renascatur), non accettando più la generica sottomissione ed il riconoscimento del primato imperiale, che i genovesi avevano prestato agli imperatori svevi già dal tempo del Barbarossa[35].
 
La richiesta venne discussa nel parlamento cittadino, convocato per l’occasione, che bocciò a larga maggioranza l’ordine imperiale, portando così la repubblica a schierarsi per la prima volta apertamente contro l’imperatore. Immediata fu la reazione di Federico II, che, nel settembre del 1238, scagliò il bando contro i ribelli (“usque modo cum patientia dissimulavimus insolentiam et perfidiam eorundem[36]”).
 
L’anno successivo, Genova avviò le trattative con Gregorio IX, che portarono all’alleanza novennale con la rivale Venezia. Il pontefice promise ai liguri di riconsegnare Siracusa alla loro giurisdizione, e a Venezia come scalo per i convogli diretti verso Bisanzio i porti pugliesi di Barletta e Salpi[37]. Il trattato del 26 luglio 1239 con la Chiesa garantì anche a Genova la protezione papale nei traffici commerciali della Sardegna, contesa ai pisani, sostenuti dall’imperatore. L’alleanza in realtà non porterà a nessuna azione offensiva di rilievo contro Federico II, tranne l’assedio alla città di Ferrara: una flotta congiunta veneziana e genovese risalì il corso del Po per assediare la città, che cadde dopo cinque mesi[38].
 
Dal 1240, i contatti tra la Santa Sede e la repubblica genovese diventano intensissimi: Genova mise infatti la sua flotta a disposizione della Chiesa per gli spostamenti dei prelati tra Roma e l’Italia settentrionale. Nel 1241 la flotta pisana venne mobilitata da Federico per bloccare questi contatti, ed ottenne come risultato la vittoria all’isola del Giglio il 3 maggio, che lasciò nelle mani dell’imperatore un discreto bottino di guerra, ma soprattutto un nutrito numero di prelati diretti a Roma, tra i quali Gregorio di Montelongo, sicuramente il più capace legato del pontefice nell’Italia settentrionale[39]. I due anni successivi sono i più difficili per la città ligure, incalzata sia per terra che per mare dalle forze imperiali, e costretta a difendersi solo con le sue forze, durante il periodo di vacanza del seggio pontificio.
 
L’elezione di Sinibaldo Fieschi nel 1243, appartenente ad una nobile famiglia di Lavagna, rinsaldò ancora di più il legame che era nato tra Genova e Roma. L’aiuto che la città prestò al suo pontefice nella fuga verso Lione, inviando a Civitavecchia delle galee per imbarcare Innocenzo IV con i suoi collaboratori, rappresentò per l’imperatore una grave ingiuria. Secondo gli annali della città, Federico II, ad iram vehementer commotus, accusò i genovesi di essere i fautori principali della fuga del papa e dell’umiliazione imperiale[40]. Dopo questo avvenimento, Federico si trasferì a Pisa per organizzare più da vicino la guerra e stimolare i pisani ad un’azione più incisiva contro la città rivale. Negli ultimi anni di vita dell’imperatore il conflitto si svolse principalmente sul mare, tra le flotte delle due repubbliche marinare, senza nessuna battaglia di grande importanza, ma sviluppandosi in una serie di episodi di poca importanza (atti di pirateria, rappresaglie, attacchi a convogli), che non rappresentarono nessuna seria minaccia all’incolumità di Genova. Federico non poté seguire direttamente lo svolgimento della campagna, impegnato nel tentativo di modificare il cattivo andamento della guerra contro le città della Lega Lombarda. La morte che lo colse improvvisamente nel 1250, festeggiata negli annali genovesi con le parole “In festivitatem beate Lucie diem clausit extremun, superatus a divina potentia quem gentes humane non poterat superare[41]”, e la vittoria sull’impero furono celebrate da Genova nella seconda metà del secolo con l’introduzione di un nuovo sigillo comunale, un grifone che abbatte un’aquila ed una volpe, rappresentanti l’impero e Pisa, sconfitti dalla potenza della città (griphus ut has angit, sic Ianua hostes frangit).
 
 
VENEZIA
 
 Più semplice da seguire è la storia dei rapporti tra Venezia e Federico II. Già dal tempo di Enrico VI la città aveva tenuto una prudente politica di neutralità verso l’imperatore, che, impegnato nella conquista dell’Italia meridionale, mostrò scarso interesse nei confronti della città. Nel 1190 egli confermò la proprietà veneziana della chiesa di San Marco a Palermo, rinnovando anche tutti i privilegi commerciali della città nell’impero[42], ma non abbiamo altre notizie su ulteriori contatti diplomatici. Negli anni successivi alla morte di Enrico VI, Venezia non si schierò né con Ottone IV, né con Federico II, impegnata nell’organizzazione della quarta crociata, e nella creazione dei propri stati coloniali nell’impero Latino[43].
 
Solo dopo la vittoria dell’Hohenstaufen, si riallacciarono i rapporti diplomatici con l’impero, finalizzati ad ottenere la conferma dei tradizionali privilegi. Nel 1220 Federico II emanò un diploma per il rinnovo dei precedenti diritti cittadini, nel quale il doge Pietro Ziani è collocato tra i sapientes et discreti rectores regnorum, e la città chiamata regnum Venetie[44], quasi a riconoscere la sua autonomia dal controllo imperiale.
Stemma di Venezia.
 
Negli anni successivi la repubblica veneziana mantenne la sua tradizionale politica neutrale, non partecipando a nessuno dei due rinnovi della Lega Lombarda, avvenuti nel 1226 e nel 1231.
 
Nel 1232 Federico II, nel viaggio da Ravenna ad Aquileia, sostò per la prima volta nella città, ufficialmente per rendere omaggio alle reliquie di San Marco. È opinione diffusa che il sovrano volesse approfittare dell’occasione per fare uscire la città dalla sua politica di neutralità, rinnovando l’ostilità con Genova, per garantirsi un passaggio sicuro verso la Germania, attraverso il Friuli, memore dei blocchi dei valichi alpini e della valle dell’Adige che la Lega aveva messo in opera più di una volta. Secondo l’Ortalli, forse Federico II desiderava anche accordarsi per fare della città una testa di ponte per la sua futura azione militare contro i Comuni dell’Italia orientale, ruolo svolto invece poi da Ezzelino da Romano, signore di Verona[45]. Ma la risposta di Venezia fu molto altera: l’imperatore sostò al confine in attesa del permesso di entrare, poi gli venne concessa solo qualche giorno di permanenza in città. Il doge accettò la libertà di commercio nel Regno di Sicilia offerta dall’imperatore, ed il dono di un ricco reliquiario alla basilica di San Marco[46], ma senza concedere nulla in cambio. Anche l’ordinazione di una nuova corona imperiale ad un orefice veneziano fu attentamente ponderata dal governo della città, che alla fine concesse di realizzare il lavoro soltanto dietro dichiarazione del carattere privato dell’appalto[47].
 
L’ostilità veneziana nasceva in buona misura dal timore che Federico potesse volgersi, una volta pacificata l’Italia, contro le colonie veneziane sia levantine che mediorientali, eventualmente alleandosi con l’imperatore greco[48].
 
Le conseguenze del rifiuto veneziano portarono Federico a cercare un nuovo alleato in Ezzelino da Romano, signore di Verona, ed i rapporti con Venezia, pur non sfociando in aperta ostilità, divennero molto freddi. Negli anni seguenti nelle città imperiali dell’Italia settentrionale (Padova, Vicenza, Verona e Treviso, dove il podestà veneziano Marino Dandolo nel 1233 venne assassinato[49]), non furono più accettati cittadini di Venezia come podestà.
 
A partire dalla metà degli anni trenta, la città sentì più minacciosamente la pressione della politica federiciana in Italia settentrionale, e decise di abbandonare la propria neutralità per schierarsi con i comuni della Lega Lombarda, dapprima in modo cauto (divenne banca comune della societas), poi più palesemente, offrendo asilo ai nemici dell’imperatore in fuga, ed inviando ai comuni ribelli nobili veneziani per ricoprire la carica podestarile. Sia Padova che Treviso ebbero nel 1236 un podestà veneziano, che, nel caso della seconda città, fu Pietro Tiepolo, figlio del doge, catturato l’anno successivo da Federico II nella battaglia di Cortenuova[50]. L’esercito veneziano  combatté anche a Ravenna e Ferrara, dove portò all’esilio di Salinguerra, signore della città, e impose al Comune un trattato che assicurava a Venezia la supremazia del commercio fluviale sul Po e sugli altri corsi d’acqua della pianura padana[51]. In Italia meridionale la flotta veneziana compì due incursioni nei porti pugliesi di Barletta e Salpi. Probabilmente proprio per rappresaglia a questi attacchi, Federico decise di condannare all’impiccagione il figlio del doge, dopo tre anni di detenzione nel castello pugliese di Trani.
Antica mappa di Venezia.
 
Nel 1238 venne concluso un patto novennale con Genova, che prevedeva la reciproca protezione (debeant se adiuvare vicissim), ovunque le città avessero interessi, firmato grazie alla mediazione di Gregorio di Montelongo, legato pontificio in Italia settentrionale. L’anno successivo venne stipulato un secondo accordo con il papa, per progettare l’invasione del Regno di Sicilia (pro eundo in regnum Sicilie ad ipsum occupandum[52]). Le due città si impegnavano a fornire le loro flotte per imbarcare l’esercito pontificio, e sbarcarlo in Sicilia. Da questo momento sino al 1245, la politica della Serenissima si mantenne in odium imperatoris, per adoperare le parole di Riccardo da San Germano[53]. In Germania addirittura si sparse la voce che il doge Lorenzo Tiepolo aspirasse al titolo imperiale, dopo la deposizione di Federico nel concilio di Lione del 1245[54].
 
La lotta con l’impero cessò invece improvvisamente quello stesso anno, con la stipula di un trattato di pace. Tra il 18 luglio e la metà di agosto tre legati veneziani (Ranieri Zeno, Marino Morosini e Giovanni da Canal) di ritorno dal concilio di Lione, furono catturati dal conte di Savoia Amedeo IV, alleato dell’imperatore, e liberati per sua intercessione. I tre ambasciatori avviarono rapporti di pace con il sovrano: i veneziani si scusarono per i dissapori con l’imperatore, assicurando di non avere mai avuto intenzione di causare la sua deposizione, mentre Federico II rimproverava loro di essersi schierati con i Lombardi, ma si dichiarava nel contempo pronto alla pace per il vantaggio reciproco[55].
 
Gli storici si sono interrogati sui motivi di questa repentina decisione, proprio nel momento di maggiore difficoltà dell’imperatore, ed hanno trovato diverse risposte: il Norwich ritiene che la pace era necessaria a Venezia per sedare i disordini che coinvolgevano le sue colonie in Dalmazia[56], ma l’opinione più diffusa è che sia stata la preoccupazione per la grande influenza raggiunta dalla Chiesa nell’Italia settentrionale (guidata inoltre da un pontefice proveniente dalla acerrima nemica Genova), oltre ai costi della guerra con l’impero, specialmente in Siria, ove Federico II aveva ottenuto l’appoggio dell’imperatore niceno contro le colonie veneziane, a causare questa improvvisa svolta. Inoltre va considerata anche l’opposizione interna al potere egemonico del doge Lorenzo Tiepolo, contrastato dalle altre cariche comunali: il Maggior Consiglio nel 1240 gli impose di non interferire nelle attività dei quinque Anciani de pace; nel 1244 gli venne sottratta la giurisdizione di tutte le cause riguardanti la proprietà, a favore di una curia di nuova creazione (Curia di petizon), in un processo graduale di limitazione dei suoi poteri che si concluse nel 1249, quando rinunciò, forse costretto, alla sua carica, ritirandosi a vita privata[57].
 
Fino alla morte dell’imperatore Venezia non intervenne più nella guerra tra Federico II ed i comuni, tornando alla sua antica posizione di neutralità precedente agli anni trenta.
 
In conclusione, la storia e l’attività di Federico si incrociarono con quelle di Venezia, ma senza rappresentare per la città un evento eccessivamente traumatico. I veri interessi della città erano concentrati nell’impero coloniale che aveva creato sui territori dell’impero bizantino, e solo il timore di una minaccia alla propria indipendenza convinsero la città ad uscire dalla sua tradizionale neutralità, ripresa non appena si rese conto che i costi della guerra con l’imperatore, ormai in grave difficoltà, erano superiori ai vantaggi che ne sarebbero potuti derivare[58.
 
 
[1] Cfr. E. Pispisa, Messina, in Federico II e le città italiane, a cura di P. Toubert e A. Paravicini Bagliani, Sellerio, Palermo 1994. Nel 1190 i pisani avevano ricevuto un fondaco a Messina, mentre nel 1200 i genovesi ottennero il palazzo di Margarito come sede di consolato.
 
[2] Cfr. E. Pispisa, Messina, op. cit.
 
[3] Per maggiori informazioni sull’argomento cfr. I. Peri, Uomini, città e campagne in Sicilia dall’XI al XIII secolo, Laterza, Bari 1978
 
[4] Per i rapporti tra Pisa, Genova, Venezia e l’impero bizantino fino alla conquista latina del 1204, cfr. G. Ostrogorsky, Storia dell’impero bizantino, Cap. VI-VII, Einaudi, Torino 1968. Su Pisa, Genova e la Sardegna, cfr. D. Abulafia, Federico II un imperatore medievale, pp. 257-259, Einaudi, Torino 1993[4]
 
[5] G. Ostrogorsky, op. cit., pp. 388-389
 
[6] D. Abulafia, Le due Italie, p. 249, Guida editori, Napoli 1991
 
[7] D. Abulafia, Le due Italie, p. 282, cit.
 
[8] Per l’influenza di Genova durante la minorità di Federico II cfr. D. Abulafia, Federico II un imperatore medievale, pp. 76-77, cit., D. Matthew, I normanni in Italia, p. 379, Laterza, Roma-Bari 1997
 
[9] M. Ronzani, Pisa nell’età di Federico II, p. 132, in Politica e cultura nell’Italia di Federico II,  a cura di  S. Gensini, Pacini, Pisa 1986,  Monumenta Germaniae Historica, Leges, II, pp. 44-47, I edizione 1819-1875, ristampa München 1977
 
[10] J. F. Böhmer, Regesta Imperii, V, n. 1217, p. 271, 1839-1848, s.l. ristampa anastatica 1971. Un diploma emanato a Palermo l’anno successivo ribadì nuovamente questi diritti. E. Winckelmann, Acta imperii inedita saeculi XIII et XIV, n. 232, pp. 213-215, Innsbruck 1880-1885,ristampa anastatica Scientia 1964. Cfr. anche M. Ronzani, Pisa e la Toscana, pp. 70-71, in Federico II e le città italiane, cit.
 
[11] Cfr. O. Guyotjeannin, I podestà imperiali nell’Italia centro-settentrionale, pp.116-119, in Federico II e le città italiane, cit.
 
[12] Secondo alcune cronache trecentesche, il motivo di questo soggiorno dell’imperatore a Pisa fu dovuto alle divisioni interne: “Federigho imperadore, sentendo questa divisione e discordia, ne venne a Pisa e rechò tutta la cità a concordia, e fecie leggie molto forte chontra a chi facesse setta o contrafacesse allo stato pacifico d’essa città, e per uno tempo fue levata ditta divisione”. Archivio di Stato di Lucca, Ms. nr. 54, c. 57v, a-b. Cfr. M. Ronzani, Pisa nell’età di Federico II, p. 187, nota 180, cit.
 
[13] Cfr. Enciclopedia fridericiana, G. Rossetti, voce Pisa, pp. 519-523, Istituto della enciclopedia italiana fondata da Giovanni Treccani, Roma 2005
 
[14] F. Bonaini, Statuti inediti della città di Pisa, III, pp. 992-993, Firenze 1854-1870. “Saluberrima constitutione sancimus piissima, constitutionem domini Friderici romanorum imperatoris pro conservando pace et statu pacifico et tranquillo omnium Pisanorum et civitatis et districtus eiusdem, de societatibus dissolvendis et de omnibus que in dicta constitutione continentur, illesam ab omnibus conservari et perpetuo valituram”.
 
[15] Salimbene De Adam, Cronica, p. 781, a cura di G. Scalia, Laterza, Bari 1966
 
[16] G. Petti Balbi, Federico II e Genova:tra istanza regionali e interessi mediterranei, p. 99, in “Atti di Convegni”-8-, Federico II e la civiltà comunale nell’Italia del Nord, a cura di C. D. Fonseca e R. Crotti, Pavia, Aula Foscoliana dell’università – Rivellino, Castello Visconteo 13-15 ottobre 1994, Estratto Edizioni De Luca, Roma 1995
 
[17] Cfr. D. Abulafia, Le due Italie, pp. 280-281, cit.
 
[18] D. Abulafia, Le due Italie, p. 284, cit.
 
[19] D. Abulafia, Le due Italie, p. 281, cit.
 
[20] D. Abulafia, Federico II un imperatore medievale, p. 113, cit.
 
[21]Historia diplomatica Friderici Secundi, a cura di J. L. A. Huillard-Bréholles, I/1, pp. 64-67, Paris 1852-1861, ristampa Bottega d’Erasmo, Torino 1963
 
[22] G. Petti Balbi, Federico II e Genova: tra istanze regionali e interessi mediterranei, p. 103, cit.
 
[23] H.B., I/1, pp. 212-214
 
[24] Enciclopedia fridericiana, G. Petti Balbi, voce Genova, p. 678, cit.
 
[25] G. Petti Balbi, Una città e il suo mare Genova nel Medioevo, editrice CLUEB, Bologna 1991, p. 27, nota 12, H. B., I/2, pp.867-872
 
[26] G. Ortalli, Venezia-Genova: percorsi paralleli, conflitti, incontri, p. 85, in Genova, Venezia, il Levante nei secoli XII-XIV, Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti-Venezia, Società Ligure di Storia Patria-Genova, stamperia editoria “Brigati Glauco”, Genova 2001
 
[27] D. Abulafia, Federico II, un imperatore medievale, pp. 118-119, cit. Questi redditi erano fondamentali per coprire i costi d’esercizio delle colonie genovesi siciliane.
 
[28] Annali genovesi, II, pp. 170-173, 192-193
 
[29] Nel 1229 Federico II affidò il comando della flotta imperiale che assediò Gaeta proprio ad Enrico il Pescatore.
 
[30] H.B., 2/II, pp. 665-667
 
[31] Il legato imperiale Tommaso di Savoia prese sotto la sua protezione i ribelli, indebolendo ulteriormente il partito imperiale genovese, e avvicinando la città a Milano, leader dellaLega Lombarda. Cfr. Enciclopedia fridericiana, voce Genova, p. 678, cit.
 
[32] G. Petti Balbi, Federico II e Genova: tra istanze regionali e interessi mediterranei, p. 114, cit., Annali genovesi, III, pp. 55-56. I genovesi cercarono allora di trovare nel regno di Nicea nuovi mercati commerciali avviando dei contatti diplomatici con l’imperatore Giovanni Vatatze, il quale aveva buoni rapporti con Federico II, al quale concesse la mano di una delle sue figlie, Costanza Anna. Cfr. G. Ostrogorsky, op. cit., pp. 403-405
 
[33] O. Guyotjeannin, op. cit., p. 117
 
[34] H.B., 4/1, pp. 266-267, Annali genovesi, III, pp. 59-60
 
[35] G. Petti Balbi, Federico II e Genova: tra istanze regionali e interessi mediterranei, p. 116, cit. H.B., 5/I, pp. 205-207
 
[36] H.B., V,1, pp. 237-239
 
[37] G. Ortalli, Venezia-Genova: percorsi paralleli, conflitti, incontri, p. 13, in Genova, Venezia, il Levante nei secoli XII-XIV, cit. Cfr. cap. II. 2, p. 157
 
[38] D. Puncuh, Trattati Genova-Venezia, p. 143, in Genova, Venezia, il Levante nei secoli XII-XIV, cit. Nella Cronica per extensum descripta, p. 298, a cura di E. Pastorello, Bologna 1938-1958, in Rerum Italicarum Scriptores, XII/1, Andrea Dandolo scrisse che nel 1242, dopo la sconfitta all’isola del Giglio, Venezia dietro domanda genovese, preparò una flotta di sessanta galee, non per combattere la flotta imperiale stanziata nel basso Adriatico, ma per la sottomissione di Pola.
 
[39] Come per la vittoria di Cortenuova, anche in questo caso Federico II celebrò l’avvenimento inviando lettere ai suoi fedeli ed al re d’Inghilterra Enrico III. H.B., V/II, pp. 1223-1228. Per l’opera dei legati pontifici in Italia settentrionale, cfr. W. Maleczeck, La propaganda antiimperiale nell’Italia federiciana: l’attività dei legati papali, in Federico II e le città italiane, cit.
 
[40] Annali genovesi, III, pp. 151-156
 
[41] G. Petti Balbi, Federico II e Genova: tra istanze regionali e interessi mediterranei, p. 130, cit.
 
[42] D. Abulafia, Le due Italie, pp. 277-278, cit
 
[43] G. Rosch, Venezia e l’impero, 962-1250, i rapporti politici commerciali e di traffico nel periodo imperiale germanico, p. 44, Il Veltro, Roma 1985, G. Ostrogorsky, op. cit., cap. VI-VII
 
[44] Storia di Venezia dalle origini alla caduta della Serenissima, Volume II, L’età del comune, a cura di G. Cracco e G. Ortalli, p.14, Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani, M.G.H., Leges, IV, pp. 93-97
 
[45] Storia di Venezia dalle origini alla caduta della Serenissima, p. 17, cit.
 
[46] H.B., IV, pp.309-310 (“libertatem commerciii in regno suo Siciliae indulget”), e pp. 313-318 (due privilegi ai monasteri di San Niccolò al Lido e alla chiesa di San Giorgio).
 
[47] J. J. Norwich, Storia di Venezia dalle origini al 1400, pp.197-198, Mursia, Milano 1981
 
[48] Federico II mantenne in questi anni un costante contatto epistolare con l’imperatore di Nicea già citato, Giovanni Vatatze.
 
[49] Storia di Venezia dalle origini alla caduta della Serenissima, p. 17, cit.
 
[50] J. J. Norwich, op. cit., p. 199.
 
[51] G. Rosch, op. cit., p. 47
 
[52] H.B., V/1, p. 390 sgg. “Item in Sicilia, Calabria, Apulia et Principatu et in partibus ultramarinis, ubicumque fuerit, debeant se adiuvare vicissim ab omnibus qui vellent Venetos et Januenses offendere, excepto a saracenis”
 
[53] Ryccardi De Sancto Germano Chronica, p. 207, a cura di C.A. Garufi, in Rerum Italicarum Scriptores, II serie, vol. II, parte 2, Bologna 1936-38
 
[54] Storia di Venezia dalle origini alla caduta della Serenissima, p. 18
 
[55] G. Cracco, Un “altro mondo”, Venezia nel medioevo dal secolo XI al secolo XIV, pp. 80-81, Utet, Torino 1986
 
[56] J. J. Norwich, op. cit, p. 101
 
[57] G. Cracco, Un “altro mondo”, Venezia nel medioevo dal secolo XI al secolo XIV, pp. 80-81, cit.
 
[58] Cfr. G. Ortalli e G. Gracco, Storia di Venezia dalle origini alla caduta della Serenissima, p. 20, cit.
 
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