Palermo e la fanciullezza di Federico II

Palermo e la fanciullezza di Federico II
 
Correva l’anno 1233, quando Federico, tornando nella sua Palermo, dopo avere fatto strage di baroni e rivoltosi, da Catania a Messina, e fatto "tabula rasa" della guelfa Centorbi, arrestò il suo cavallo saraceno chiamato "Drago" e sostò a contemplare, estasiato, i luoghi della sua fanciullezza.
Da quel piccolo poggio, osservava la città che l’aveva visto crescere e ricordava i giorni della sua infanzia, i suoi precettori Gentile da Manoppello e Guglielmo Francesco. Gli sarà tornata alla mente la scena della cattura da parte di Marcovaldo (vedi nota) e la sua violenta reazione che lo portò a ferirsi e a stracciarsi le vesti, il suo vagabondare per le strade di Palermo, i vicoli del Cassaro, gli amici della Kalsa e della Vuccirìa, la miseria in cui versava ed i morsi della fame, che a dodici anni si facevano sentire imperiosi.
I suoi occhi lucidi d’emozione vedevano il popolino alle prese con la miseria, ed i tedeschi di Marcovaldo rubare e dilapidare ogni ricchezza. Ricordava i giuochi infantili coi suoi coetanei, le parolacce, le sue abitudini scostumate poco consone ad un ragazzo che, sebbene re solo di nome, era destinato a reggere le redini del potere del mondo.
Pur crescendo in quelle condizioni di strada, il fanciullo osservava e registrava quanto gli succedeva intorno, imparava usi, costumi e lingue delle popolazioni che coabitavano nella città: siciliani, saraceni, normanni, greci, tedeschi ed ebrei. Cresceva forte nel corpo, abile nell’uso delle armi, bravo a cavalcare; soprattutto osservava la natura e quanto lo circondava e nel suo girovagare per i boschi che circondavano Palermo, restava estasiato alla vista di tante varietà di piante, uccelli ed animali. Aveva un amore innato per la cultura e molto lo aiutò il contatto con la gente musulmana che formava uno strato ampio della popolazione. 
 
Testa in gesso patinata a bronzo raffigurante il giovane Federico II, Capua Museo Campano.
Dal suo precettore Guglielmo Francesco imparò il latino e da Gregorio da Galgano le scienze naturali; studiò i classici arabi e cominciò a conoscere l’Islam. In una terra di forte cultura arabo-ellenistica aveva trovato saggezza e sapienza. L’ambiente influì sull’indole di Federico e l’atmosfera cosmopolita che lo circondava forgiò in lui tendenze intellettuali e politiche difformi dal suo tutore Papa Innocenzo III, senza lasciarsi imbrigliare negli schemi spirituali dell’epoca; ma assunse atteggiamenti rivolti a nuove forme di convivenza civile. Da uno scritto anonimo risalta nella figura di Federico un eccezionale intuito ed una ostinata volontà insofferente verso ogni subordinazione e già si nota un costante predominio della ragione nelle sue deliberazioni.
Aveva letto l’opera del geografo prediletto da suo nonno Ruggero II, Ibn’Idris, che affermava: "Diciamo dunque che la Sicilia è la perla del secolo per abbondanza e bellezza; primo paese al mondo per bontà di natura e antichità d’incivilimento. Vi vengono da tutte le parti i viaggiatori ed i trafficanti delle città e delle metropoli, i quali tutti a una voce la esaltano, lodano la sua splendida bellezza, parlano delle sue felici condizioni…. E veramente i re di Sicilia vanno messi innanzi di gran lunga a tutti gli altri re, per possanza, per la gloria e per l’altezza dei propositi".
La città aveva assunto un aspetto cosmopolita, dal momento che accanto alle numerose moschee sorgevano chiese e sinagoghe. I palazzi ricordavano lo stile bizantino ed accanto ai cupi e mastodontici castelli medioevali sorgevano giardini esotici ricchi di sole e palmizi.
Ed ancora il geografo arabo Ibn Gubayr dice di Palermo: "Città antica ed elegante, splendida e aggraziata, ci appare con aspetto allettante: superba tra le sue piazze e i suoi dintorni che sono tutti un giardino; graziosa nelle strade maggiori e minori, affascina dovunque per rara bellezza del suo aspetto; stupenda città che ricorda Cordova per lo stile coi suoi edifici tutti di pietra intagliata. Un limpido fiume la divide e acque purissime sgorgano da quattro fontane sulle sue rive. I palazzi del re circondano il centro della città come monili intorno alla gola e al seno di una bella fanciulla, così che il sovrano può sempre, attraversando palazzi e giardini amenissimi, passare da un punto all’altro della capitale".
Moltissimo aiutò il piccolo Federico nella crescita e nella formazione del suo carattere l’eredità che i suoi avi normanni avevano lasciato in Sicilia. Non gli restava, quindi che, superate le difficoltà contingenti dovute alle sua tenera età, continuare l’opera momentaneamente interrotta a causa della morte prematura del padre Enrico VI e della madre Costanza.
La conquista della Sicilia da parte dei normanni, nel 1091, ridusse la popolazione musulmana che vi abitava da secoli in quasi servitù; ma Ruggero I e suo figlio Ruggero II conobbero molto presto la grande civiltà dei vecchi conquistatori e riuscirono ad amalgamare con intelligenza i due popoli, assorbendo quanto di meglio poteva offrire il loro sapere orientale. Nel 1130 Ruggero II venne incoronato re nella orientaleggiante e splendida Palermo e dopo l’unificazione della Sicilia alla Calabria ed alla Puglia, ebrei, normanni, greci e arabi convivevano pacificamente, mantenendo proprie leggi ed usanze. Palermo era diventata la capitale del regno più ricco d’Europa e Ruggero II, nello splendido mosaico della chiesa della Martorana, si era fatto rappresentare, quale imperatore bizantino, nell’atto d’essere incoronato direttamente da Dio. La cultura greco-bizantina ebbe un notevole influsso e lo stesso Ruggero II si era formato in un ambiente in cui si parlava e si scriveva in lingua greca. I loro successori, Guglielmo I e Guglielmo II, non furono da meno dei loro avi. Cosicché Palermo divenne la città da "Mille e una notte", con lussuosi palazzi, ville sempre fiorite e fontane, mentre la corte siciliana fu centro di cultura e del sapere. Furono tradotti in latino Aristotele, Tolomeo e Platone, trattati di geografia, di matematica, di retorica, di astronomia. Il pensatore musulmano di Spagna Averroé (Ben Ahmed Ben Rushd) non si limitò a tradurre le opere dei filosofi greci, ma contribuì a criticare ed a rinnovare le teorie filosofiche di Platone ed Aristotele, separando la teologia, fondata sulle sacre scritture, dalla filosofia, che deve basarsi sull’esperienza e sulla ragione. Per questo motivo fu avversato dai cristiani e pure dai musulmani, perennemente ancorati alle sacre scritture, mentre Averroé osava mettere sullo stesso piano e a confronto la parola rivelata con la ragione filosofica. Cospicua fu la circolazione dei codici bizantini e fu coltivato persino il papiro, proveniente dalle terre orientali, elemento indispensabile per la scrittura, prima che venisse soppiantato dalla pergamena. Guglielmo II, che amava vestire secondo la foggia orientale, soleva dire: "Che ognuno si rivolga al suo dio. In pace è il cuore di chi crede al proprio dio".
L’incontro tra popoli di diversa estrazione è sempre stato l’elemento fondamentale dell’evoluzione umana, in tutte le sue espressioni. E non v’è dubbio che la Sicilia, per la sua posizione geografica strategica, è stata uno degli scenari del tutto particolare per questi appuntamenti storici: la fusione dei barbari Normanni venuti dal nord e le civiltà di Roma e dell’orientale Bisanzio. L’epicentro di questo scenario fu l’antica Palermo. E non c’è da stupirsi se ancora oggi Palermo e non solo, mostra gli splendori di quell’epoca da fiaba: El Kasar, la via che porta al castello, la bella Cattedrale, il Palazzo dei Normanni con la stupenda Cappella Palatina, la Zisa, castello arabo da fiaba, l’incredibile Duomo di Monreale, dove campeggia l’imponente figura del Cristo "Pantocrator" (Signore di tutte le cose), il Duomo di Cefalù.
Sarà tornata in mente a Federico, mentre dal piccolo poggio ammirava la sua città, la birichinata operata ai danni di suo nonno Ruggero II: la sottrazione dal Duomo di Cefalù dei due bei sarcofagi di porfido rosso che dovevano essere l’ultima dimora per sé e per la moglie e che invece aveva fatto spostare nella Cattedrale di Palermo, nel 1215, per uso suo e del padre Enrico VI.
Appena ventenne, evidentemente, già presagiva un futuro di gloria.
 
Nota: Marcovaldo di Anweller o Marquardo di Anweiler uomo politico tedesco, già funzionario di corte sotto Federico I Barbarossa divenne uno dei principali collaboratori dell'imperatore Enrico VI in Italia. Nel 1195, quando Enrico prende definitivo possesso del Regno di Sicilia, egli venne nominato marchese di Ancona, duca di Ravenna e conte di Romagna. Nel 1197, dopo la morte di Corrado di Lützelhard ebbe anche la contea del Molise; dopo la morte di Enrico, dovette affrontare l'ostilità del papato essendo deciso a recuperare i beni della chiesa che l'imperatore gli aveva dato in feudo, il conflitto con la Chiesa si aggravò quando Costanza d'Altavilla, vedova di Enrico VI, morì lasciando la tutela del figlioletto Federico (re di Sicilia e futuro imperatore Federico II) a papa Innocenzo III.
Marcovaldo schieratosi con il partito filoimperiale che avversava la decisione di Costanza, discende in Sicilia.
Nel 1200, viene sconfitto da Gualtieri di Brienne (sostenitore del papa) 1201, riesce ciò nonostante a impadronirsi di Palermo. Morì a Patti Messina nel 1202. 
 
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