Considerazioni conclusive su Federico II legislatore

di Renato Russo

Questi sono a grandi tratti, e per grandi sintesi, i momenti più significativi della sua attività di statista e di legislatore. Alla luce di questa breve ricostruzione, che ha solo sfiorato le più importanti tappe del suo itinerario normativo, cerchiamo di ricavare alcune considerazioni conclusive e riepilogative sulla figura di Federico legislatore. Abbiamo visto come Federico, monarca appena quattordicenne, muova i suoi primi passi dal frammentarismo feudale, verso una ricomposizione dell’unità statale del Regno. Successivamente, utilizzando gli strumenti dell’economia e quelli dinastico-matrimoniali, spingerà il suo intervento verso una concezione che anche se non traccia i confini di una entità "politica" sovranazionale come quella dell’Europa, ne delinea però i contorni come entità "territoriale", probabilmente più suggestionata dal passato che gli ispira Carlo Magno, che protesa alla concezione futura, avveniristica di una confederazione di stati che a quel tempo sarebbe stato alquanto anacronistico immaginare. Con Federico si intravedono i tratti, ancora sfumati, di una nuova moderna concezione, dinamica e al tempo stesso flessibile dello Stato, il ridimensionamento del feudalesimo, la tendenza accentratrice statalista, che inevitabilmente tende a ridurre gli abusi, ad uniformare le regole, a introdurre metodiche burocratiche uniformi. Le stesse considerazioni valgono nei confronti delle Università, cioè dei Comuni, quelli naturalmente sottoposti alla sua autorità, rientranti nella giurisdizione del Regno, perché quelli del Nord erano legati alla Lega Lombarda, sua acerrima nemica. Nei confronti dei Comuni Federico aveva un atteggiamento apparentemente contraddittorio che ha fatto a lungo discutere i suoi detrattori e i suoi estimatori: cioè da un lato riconosceva ai Comuni un certo margine di libertà e di autonomia nella scelta degli uomini e del programma, incompatibile col centralismo monarchico; dall’altro non tollerava che i Comuni ne rivendicassero anche la sola titolarità lessicale. L’esempio più clamoroso é rappresentato dalla repressione della rivolta di Messina nel 1232. I messinesi dovevano scegliere il loro capo, il capo della loro amministrazione comunale, e volevano ripristinare l’antico titolo da conferire a questo capo, che era stradigós.

Ebbene Federico mentre tollerò che i messinesi si scegliessero il capo che gradivano, un certo Mallone (anche se sapeva che aveva tendenze libertarie), non sopportò che ripristinassero l’antico titolo con il quale lo avevano designato in passato. Pur di fare rispettare questo principio e questo divieto, Federico comandò un efferato eccidio. In questo episodio è racchiusa tanta parte della concezione statalista del Sovrano, con le sue apparenti contraddizioni. Perché l’imperatore mentre ordinò di bruciare vivi i ribelli, al tempo stesso - non sfuggendogli i fermenti libertari popolari - convocò successivamente delle assemblee per dare voce al popolo: quella di Siracusa del 1233, di Messina del 1234 e soprattutto di Foggia del 1240, nella quale volle conoscere le ingiustizie perpetrate dai suoi funzionari, col dichiarato proposito di reprimere gli abusi. Ma saremmo fuori della realtà se ci illudessimo ch’egli lo facesse a beneficio della collettività. Con lucido calcolo, egli lo faceva invece solo per il suo tornaconto e per la stabilità dell’Impero... In sostanza li aveva convocati non perché loro suggerissero qualcosa a lui, ma perché lui aveva da comunicare qualcosa a loro... e anzi precisava: "Ut serenitatem vultus nostri respicias et nostram audias voluntatem" cioé "vi ho convocati affinché contempliate il volto sereno dell’imperatore e possiate riferire ai vostri concittadini la sua volontà". In conclusione la libertà ch’egli concedeva ai cittadini, era "condizionata", cioè delimitata entro i confini dell’autorità imperiale ch’era assoluta e insindacabile. L’azione legislativa federiciana, che strutturalmente si ispira al diritto romano-giustinianeo, sostanzialmente rappresenta la sintesi di molteplici esperienze normative: quelle normanne, sveve, bizantine, islamiche e cristiane, ispirate ad un eclettismo unitario scevro da pregiudizi, dove l’elaborazione tecnica si veniva formando giorno per giorno nella prassi quotidiana di un potere centralizzato, che Federico cercò di dominare attraverso la formazione di un solido apparato burocratico, da lui strettamente concepito e controllato. I giuristi convocati a Melfi certo furono abili nell’armonizzare organicamente in un testo di alta espressività qual’è il Liber Augustalis, la congerie di leggi su cui furono chiamati a discettare, ma fu l’imperatore che tracciò il solco entro il quale i dotti giuristi si mossero e operarono. Aldilà delle singole legislazioni promulgate di volta in volta, Federico tende a questo risultato unitario, cioè tende a riorganizzare lo Stato e a rafforzare il suo potere, arginando le spinte autonomistiche e particolaristiche, per cui la concezione del potere per Federico parte da una visione fortemente centralizzata dello Stato. Ma anche questa concezione statalista fortemente accentratrice, era in Federico strumentale ad un disegno più vasto che era quello della ricomposizione dell’unità dell’Impero che gli venne però costantemente avversato dall’irriducibile forza della Chiesa, sua implacabile avversaria. L’imperatore alla fine fu vinto, sconfitto dall’inestinguibile odio del Papa, ma anche dal progressivo e inesorabile decadimento dell’Impero. Improba era infatti diventata, col tempo, la fatica di sostenere la grandiosa impalcatura di una mastodontica organizzazione ormai in dissoluzione. Alla fine l’aquila imperiale cadde esausta, travolta e uccisa dalle macerie di un Impero ormai preda di una crisi irreversibile, ma, come nella vittoria più esaltante, anche nella sconfitta più rovinosa, l’imperatore restò grande e inimitabile. Lasciava infatti in eredità ai nuovi principati la concezione di uno stato laico e moderno; alle nuove generazioni una innumerevole quantità di felici intuizioni nei più disparati campi dello scibile umano, talmente numerose che meriterebbero una trattazione a parte; lasciava la fioritura di una cultura liberata da secolari incrostazioni e il sovvertimento di antiche certezze filosofiche; lasciava un gran numero di opere civili e insieme la creazione e la ristrutturazione di cento castelli sparsi per le colline di mezza Europa; ma soprattutto lasciava ai secoli nuovi che incalzavano gli inconfondibili tratti del suo spirito inquieto e moderno, in cui non sarà difficile scorgere presto i profili della nuova emergente età rinascimentale.

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tratto da: Renato Russo, Federico II legislatore, Editrice Rotas, Barletta 1996 http://www.edirotas.it/.