LA MUSICA ALLA CORTE DI FEDERICO II

a cura di Patrizia BALESTRA

Al tempo di Federico II la musica italiana subiva l’influsso del pensiero e della poesia trobadorica che dalla Provenza si era irradiata non solo nel Nord della Francia ma anche in Italia sin nel Regno di Sicilia. Però se i trovatori francesi ritennero indispensabile accompagnare le loro liriche musicalmente, in Italia e in particolare nella Magna Curia di Federico, i rimatori della "Scuola siciliana" solo raramente ed occasionalmente abbinarono una prassi esecutiva, e quando vi fu non è attribuibile agli autori delle liriche, ma fu demandata a giullari e menestrelli che si accompagnavano preferibilmente con la viella (strumento ad arco a 5 corde) o con la ghironda (grossa viola a 4 o più corde sfregate da una ruota di legno azionata da una manovella). Lo si arguisce dalle scarsissime fonti musicali giunte sino a noi e dal carattere giuridico e notarile della prosa "siciliana". Forse, fu proprio di Federico II l’idea iniziale di una lirica d’arte nella <<lingua del si>> che doveva emulare quella francese dei trovatori e tedesca dei Minnesäger. Però egli, con la sua educazione chiesastica e aristocratica si discosta dalle scelte dei poeti della scuola che porta il suo nome, accogliendo di buon grado la musica non solo nei suoi castelli per accompagnare ed allietare feste, banchetti, cerimonie ufficiali, ma se ne servì anche nelle campagne militari e tornei di caccia. Attraverso testimonianze dell’epoca siamo venuti a conoscenza di alcuni avvenimenti musicali nella corte federiciana, così come della presenza nel Regno di Sicilia di famosi troubadores quali Raimbaut de Vaqueiras e Peire Vidal, solo per citarne alcuni, o come un altro illustre cantore tedesco, il Cavaliere Tannhäuser, fosse, suo malgrado, addirittura al seguito dell’imperatore nella crociata del 1228. Quest’ultimo episodio lo ha immortalato lo stesso crociato "svogliato" Tannhäuser in una sua canzone (di cui si è persa la parte musicale) in cui, rimpiangendo la felice terra pugliese, lamenta le disagevoli condizioni di crociato e preso da una vena di sconforto presagisce per sé disgrazie future.

Federico II, dunque, non condivise l’atteggiamento separatista tra musica e poesia dei suoi poeti e si circondò di strumentisti e cantori in varie e frequenti occasioni. E’ ancora una cronaca dell’epoca, del francescano di Salimbene de Adam da Parma (1221 - post 1288), risalente alla metà del XIII sec., che ci informa dell’uso di vari strumenti durante alcune cerimonie tra cui comparivano le trombe e il liuto "arabo" o " indiano". Quest’ultimo strumento richiama l’attenzione su un altro aspetto della musica presso la corte di Federico II, cioè quello esotico.

Questa componente musicale di derivazione araba non deve essere stata affatto marginale presso la corte federiciana se ci è riferito più volte nella descrizione di feste e avvenimenti speciali (per es. la munifica accoglienza del figlio del re d’Inghilterra, Riccardo di Cornovaglia, reduce dalle crociate) della presenza di suonatori arabi che eseguivano musiche strane su strumenti mai visti o di danzatrici saracene che si accompagnavano con cembali sonori e nacchere (Matthaeus Parisiensis).

I musici a corte, da una miniatura medievale.

Federico anche nella musica non smentisce quel desiderio imperioso di grandiosità, di stupire il mondo che riflette la sua politica e il suo stile di vita. Quella tormentosa ansia di sapere, quel bisogno di sperimentare e la stupefacente capacità di padroneggiare in eguale misura la vita filosofica-contemplativa e quella pratica-politica, lo portano ad essere egli stesso un poeta e addirittura un musico se consideriamo che dei quattro poemi attribuiti a Federico, non ci è pervenuto con la musica e costituisce anche l’unico modello musicale, su oltre 350 testi poetici pervenuti, della scuola siciliana. Si tratta della ballata a due voci Dolze meo drudo, rinvenuta in una silloge polifonica redatta tra i sec. XIV e XV (Cod. Reina, Paris, Bibl. Nat., Nouv. acq. fr. 6771). La struttura musicale di questa ballata, la cui esecuzione è destinata alla danza, ne condiziona la forma poetica. L’esecuzione di questa danza, desunta da documenti letterari (De Bartholomeis, Origini della poesia drammatica italiana, Torino 1952; Dante, Paradiso XXIV, 16) e rappresentazioni figurative (dagli affreschi del Lorenzetti, Il Buon Governo, del Beato Angelico, Giudizio Finale e di Andrea da Firenze, Le storie di San Ranieri) era regolata, oltre che dal suono degli strumenti, anche dal canto, con in testa il conduttore che intonava il canto e guidava i movimenti. La ballata, conosciuta anche come ballo tondo o ruota era molto diffusa come danza in epoca federiciana. Sicuramente ne dovevano esistere due modelli diversi di esecuzione e di ballo: uno più popolare, eseguito all’aperto (ridda) e uno più aristocratico, di uso nei castelli feudali. Però, mentre per i testi se ne possono notare le differenze in termini di metrica e di rapporti con la poesia francese e provenzale, per quanto riguarda la musica, non disponendo in Italia che di pochissimi esempi (la musica profana, al contrario di quella sacra, veniva tramandata soprattutto oralmente), le esecuzioni sono destinate a rimanere delle supposizioni.

Comunque sia, presso la corte federiciana si svolsero numerose feste e spettacoli vari con musiche e danze di tipo "cortese" che duravano tutto il giorno fino a notte inoltrata al lume delle torce, e non poteva essere altrimenti considerato che la formazione musicale del Puer Apuliae è legata all’ambiente trovadorico francese e tedesco i cui fitti rapporti sono documentati almeno dal 1156, quando Beatrice di Borgogna andò in sposa all’imperatore Federico Barbarossa e portò con sé il troviere Guidot de Provins.

Numerosi scambi tra l’area francese e germanica fanno sì che Federico II conoscesse e apprezzasse fin da fanciullo il canto (il padre, Enrico VI, si circondò di poeti ed era egli stesso un discreto cantore di poesia cortese) che userà anche nella sua politica di imperatore accentratore per spronare l’animo dei cavalieri a gesta eroiche e generose che rispondevano agli ideali della società feudale. Anche Costanza d’Aragona, prima moglie di Federico II, educata alla lirica musicale presso la corte paterna, portò con sé a Palermo trovatori e canzoni provenzali.

Un ambiente familiare dunque dotato di una vena lirica che Federico II trasmette ai suoi figli e in particolare: al primogenito Enrico VII, re di Germania, a Manfredi, re di Sicilia, ad Enzio (primo figlio illegittimo dell’imperatore) e al nipote Corradino, ultimo della dinastia.

In sintesi, nella sua eclettica personalità, Federico II accoglie e divulga la musica destando come sempre grande stupore nei contemporanei, se persino il francescano Salimbene da Parma (op. cit.), tracciando un ritratto di Federico piuttosto negativo, ammette tuttavia, con ammirazione che egli era inteso a comporre e cantare cantilene: <<Legere, scribere et cantare sciebat et cantilenas et cantiones invenire>>. 

Patrizia BALESTRA, pianista, musicologa, titolare di cattedra di "STORIA ED ESTETICA DELLA MUSICA" presso il Conservatorio "U. Giordano" di Foggia.

Copyright  ©2002 Patrizia Balestra

 

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