1227: La prima scomunicaQuando
Federico II promise ad Onorio
III, che lo incoronava Imperatore Romano, di organizzare e
condurre una Crociata in Terra Santa, non immaginava i grattacapi che si tirava
addosso, e sapeva certamente di mentire. Da quel momento egli dimostrò di volersi dedicare alla risoluzione dei problemi del Regno, cercando di rinviare il più possibile la spedizione, ricca di interessi di vario genere meno che religiosi. Per questo, decise di mantenersi prudente, almeno finché non fosse stato costretto dalle minacce; ed alla fine sperava di cavarsela con il minore dei danni. Papa
Onorio III. Pur con questa
importante remora Federico II, avveduto qual era, si preparava al peggio, tanto
più che in un incontro avvenuto con il pontefice a Ferentino nel 1223 gli era
stato richiesto di fissare una data precisa: la partenza per Gerusalemme sarebbe
avvenuta entro il dicembre del 1225, senza alcuna possibilità di proroga, pena
la scomunica. Sennonché, dopo
cinque anni di reiterati tatticismi e furberie d’ogni genere con
l’invocazione di attenuanti più o meno plausibili, quando il 18 marzo 1227
morì il mite Onorio III l’imperatore non aveva ancora intenzione di parlare
della crociata. Il nuovo eletto, l’intransigente e volitivo Gregorio
IX, nipote ed emulo di Innocenzo III, giudicò che i limiti erano
stati abbondantemente superati e il 30 marzo lo investì con un breve
severo, privo di inutili perifrasi, ammonendolo a tener fede alle promesse e di
partire per la crociata non oltre la fine dell’estate. L’imperatore si
accorse che ormai ogni resistenza sarebbe stata vana. I preparativi per
l’imbarco durarono cinque mesi scarsi, ed a metà agosto — un mese
quell’anno insolitamente caldo — migliaia di crociati erano letteralmente
ammassati nell’immediato entroterra di brindisino per essere imbarcati alla
volta di Gerusalemme. Con i limiti che possono avere i dati riportati dai
cronisti medievali, si parlò di sessantamila cavalieri con i loro numerosi
accompagnatori cui si devono aggiungere gli addetti ai servizi logistici, i
pellegrini, gli sbandati in cerca di fortuna, gli inevitabili curiosi: un
numero enorme, forse un po’ esagerato, ma che conferma l’eccezionalità
della mobilitazione. Non è possibile ancor
oggi ricostruire con esattezza quanto accadde quei dannati giorni; anche le
poche notizie apparentemente più documentate risultano spesso inficiate da
commenti e valutazioni di parte. Certo la canicola, la mancanza di igiene, la
difficoltà nel reperire acqua e generi alimentari anche di prima necessità…
unite al numero delle persone decisamente superiore al previsto, contribuirono a
creare una situazione di elevato disagio. Da qui a scoppiare un’epidemia il
passo può essere stato breve. Ai sintomi del morbo seguirono i primi decessi
creando panico fra i crociati e le popolazioni del luogo. Migliaia di soldati
assalirono le navi in rada per sottrarsi alla diffusione del contagio.
Federico II — che
pure le cronache descrivono come un uomo timoroso di fronte ai guai della salute
— decise di dare il buon esempio, e si imbarcò l’8 settembre assieme
Ludovico IV landgravio di Turingia, suo parente e consorte di Santa Elisabetta.
Ma quando questi rese l’anima a Dio, decise di rinunciare all’impresa e di
guadagnare la terra. Rientrato a Brindisi, proseguì per le terme di Pozzuoli
per curare i malanni e ritemprare le forze. È facile immaginare
come Gregorio IX accolse le notizie che provenivano dalla Puglia. Non poteva
nemmeno pensare Papa
Gregorio IX. Eppure, qualche dubbio
il pontefice deve averlo avuto se ritenne opportuno emanare una lunga lettera
enciclica per motivare il provvedimento, perché tutti, regnanti e popolazioni
fedeli, potessero conoscere il parere pontificio che era poi la volontà del
Signore. «…Per
estirpare i serpenti cresciuti nel proprio seno, per sconfiggere le potenze
nemiche e per sedare le tempeste, la Santa Sede romana educò un alunno:
l’imperatore Federico. Mentre questi si recava in Germania per prendere
possesso del Regno, manifestò — o così credemmo — non pochi lusinghieri
segni premonitori. Egli infatti, di proprie iniziativa, senza che la Santa Sede
lo sollecitasse o ne fosse a conoscenza, prese la Croce, giurando solennemente
di recarsi a salvare la Terra Santa». Dopo
una premessa tranquilla, che pareva tranquillizzare il destinatario, la lettera
proseguiva con toni veementi. «[L’iniziativa però tardava a decollare] e pur
avendo accettato la scomunica assieme agli altri crociati se non fosse partito
entro un termine prefissato, egli ha più volte chiesto un rinvio che gli fu
benignamente accordato… «E
quando dietro sue ripetute pressioni, alla data stabilita migliaia di Crociati,
temendo la scomunica, erano accorsi a Brindisi non essendo tutti gli altri porti
di suo gradimento, l’imperatore, contravvenendo alle promesse fatte per
iscritto alla Santa Sede ed ai crociati in merito al viaggio,
all’equipaggiamento ed al vitto…, trattenne tanto a lungo l’esercito
cristiano sotto il sole cocente in un luogo infernale e nell’aria ammorbata
che non solo i semplici pellegrini ma persino un notevole numero di cavalieri e
dei loro capi morì a causa delle sete intensa, dell’epidemia e di altri
malanni…Gli stessi Ludovico di Turingia ed il vescovo di Augusta — che Iddio
li abbia in gloria — persero la vita». Dove sarà la verità?
Federico II e Gregorio IX erano entrambi, oltre che ottimi diplomatici, delle
volpi incallite, che inducono a valutare sempre molto attentamente le loro
affermazioni. Se l’imperatore perdette un’occasione per guadagnare la
fiducia del pontefice e della Cristianità, è difficile pensare che abbia avuto
tutte le colpe; o quanto meno che di fronte a decine di migliaia di persone
abbia potuto utilizzare disagi oggettivi per provocare una micidiale epidemia.
Accusato di aver provocato la morte di due importanti personaggi, non fu creduto
quanto affermò di essere stato lui stesso colpito dal morbo. Dopo l’anatema il
dibattito si trasferì sul piano delle invettive. Federico cercò di discolparsi
in una lettera aperta rivolta a tutti i re e principi cristiani della terra;
come aveva fatto il papa, anche lui dimostrò di voler porre sul piatto della
bilancia tutti i suoi meriti, rinfacciando alla Sede Apostolica ogni
inadempienza reale o presunta, rilevata in vent’anni di collaborazione non
sempre sincera, mai del tutto disinteressata. Scrisse Federico II in una lettera
datata 5 dicembre 1227: «…La
Chiesa di Roma è ormai in preda ad un’avarizia così smodata ed a una avidità
così evidente che è giunta a depredare re, principi, imperatori, divenuti suoi
tributari. […] Ciò per non parlare della simonia e dell’usura palese ed
occulta con la quale appestano il mondo. Ma quelle insaziabili sanguisughe hanno
sulle labbra parole più dolci del miele e più untuose dell’olio, e
sostengono che la Curia di Roma è la nostra madre e nutrice, mentre essa è
piuttosto la radice e l’origine di ogni male…». Alla fine, riprese il
motivo evangelico dei movimenti pauperistici del tempo, che era stato di
Francesco d’Assisi, che sarà di altri santi e martiri della Chiesa. «Quando la
Chiesa delle origini, madre feconda, generò i Santi, si fondava sulla povertà
e sulla semplicità. […] E poiché oggi [i suoi eredi] vivono fra le
ricchezze, è lecito temere che se crolla una parete, precipiti tutto
l’edificio. «Anche
contro di Noi — lo sa bene Iddio onnipotente — essi infieriscono in maniera
iniqua, affermando subdolamente che noi non siamo partiti entro la data a suo
tempo stabilita. In realtà, anche senza parlare della malattia, siamo stati
trattenuti da imprescindibili incombenze di particolare gravità per Dio, la
Chiesa, l’Impero, prima delle quali la minaccia portata dai ribelli siciliani.
Né sarebbe stata cosa saggia partire per la Terra Santa prima di aver sedato la
guerra civile, alla stregua di un medico che benda una ferita nella quale è
ancora conficcato un ferro… «…Il mondo si unisca dunque per distruggere l’inaudita tirannia di questo pericolo universale…». Copyright ©2002 Carlo Fornari |
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