1239:
La seconda scomunica
Ritratto ottocentesco di Federico II. Palermo, Biblioteca comunale.
In realtà il patto di San Germano, nel desiderio di
sancire per ogni singola clausola vincitori e vinti,
lasciava molti punti irrisolti, quale ad esempio l’annoso problema dei
comuni lombardi divisi fra loro e sempre più preda della propaganda romana
che ostacolava ogni velleità unificatrice dell’Impero. Così il contenzioso,
anziché diretto, si trasferì in ambito locale, portando l’esercito germanico
ad intraprendere quattro campagne nel Nord (1226-1239): battaglie
sanguinose, concluse con il risultato di
aggravare i rapporti fra Papato ed Impero.
Anzi, proprio in conseguenza della politica adottata
dalla Chiesa in appoggio ai comuni, Federico
iniziò ad assumere un atteggiamento più aggressivo.
Egli riteneva giunto il momento di isolare Gregorio IX dai più vicini
collaboratori e dallo stesso Collegio cardinalizio, nel quale si stava
creando una corrente sempre più nutrita di prelati favorevoli ad una linea
morbida nei confronti del potere civile.
In questo contesto deve
essere intesa la lettera indirizzata ai cardinali nel maggio del 1239 che
fra l’altro affermava: «…Poiché
voi [eminenti cardinali] partecipate in egual
misura e per intero alle decisioni della Chiesa, […] non può non sorprendere
che il detentore del trono che fu di Pietro possa
agire impunemente senza consigliarsi con voi e, mosso da risentimenti
personali, abbia in animo di dichiarare decaduto il principe di Roma, il
patrono della Chiesa incaricato di diffondere il Vangelo e di sguainare la
spada spirituale in favore dei rivoltosi lombardi…».
Per Gregorio si era giunti al massimo dell’impudenza.
Il Sacro Collegio non poteva essere considerato un interlocutore paritario
con il Sommo Pontefice, anche se la missiva andava più oltre, allargando
le minaccia agli stessi cardinali:
«Se il padre apostolico
continuerà ad intralciare i nostri legittimi progetti, anche se volessimo
sopportare con pazienza le offese, saremo costretti ad esercitare le
vendette cui sono soliti ricorrere i Cesari.
«Per questi motivi
preghiamo il reverendo Collegio […] di ricondurre l’animo del Pontefice
entro i limiti della temperanza. Pur mirando al Vostro
bene ed al Vostro onore, noi non potremo essere tanto indifferenti da non
perseguire i malfattori; anzi, se non potessimo procedere contro
l’istigatore, la legge ci consente di reagire a nostra volta con un torto». Federico
era riuscito a sollevare lo sdegno del papa; come poteva ora gestire la
situazione? Evidentemente egli non immaginava che nel momento cruciale la
maggioranza del Collegio non avrebbe voltato le spalle al Papa, come la
storia aveva insegnato in situazioni ben più gravi.
In relazione a queste
premesse, si può tranquillamente concludere che Federico II le studiò tutte
per tirarsi addosso il secondo anatema, giunto puntuale la domenica delle
Palme del 1239.
La bolla di scomunica non accennò neppure al problema
lombardo, che pure aveva contribuito non poco ai disaccordi; per condannare
un imperatore erano sufficienti le sue parole, le dichiarazioni
sottoscritte, gli atteggiamenti sacrilegi assunti.
«…In virtù dei pieni
poteri conferitici dal Padre, dal Figlio e dallo Spirito Santo, dagli
apostoli Pietro e Paolo e da Noi stessi, scomunichiamo e malediciamo
Federico, che chiamano “imperatore”, per aver fomentato nella città di Roma
una rivolta contro la Chiesa con l’intenzione di
detronizzare il Sommo Pontefice e per essersi sconsideratamente
levato contro la Chiesa stessa in spregio alla sua libertà, a chi ha il
privilegio delle dignità e dell’onore del soglio apostolico, così come ai
giuramenti che lo vincolano».
Seguono le motivazioni specifiche della scomunica, che
dimostrano la volontà di elencare tutte, ma
proprio tutte le cause di contenzioso pendenti. Meraviglia solo che un
essere considerato tanto spregevole sia stato sopportato così a lungo tenuto
nel seno di Santa Madre Chiesa!
«Lo scomunichiamo […]
inoltre per le seguenti ragioni:
perché
nel suo regno impedisce ad alcuni vescovi e libere chiese di nominare i loro
capi; perché in esso gli uomini di Chiesa vengono arrestati, incarcerati,
espropriati ed uccisi senza adeguato processo…
perché
si è impadronito di alcune proprietà della Chiesa, […] infrangendo il
giuramento che in tale materia lo vincola alla Chiesa stessa…
perché,
non rispettando il trattato di pace [di San Germano] nel suo regno si
estorcono tasse e contributi straordinari alle chiese ed ai conventi…
perché,
contrariamente a detto trattato, coloro che avevano parteggiato per la
Chiesa vengono depredati di ogni bene e banditi come proscritti, mentre le
mogli e i figli sono imprigionati…
Dichiariamo inoltre
sciolti dal giuramento quanti sono vincolati a lui, e vietiamo severamente
di restargli fedeli finché durerà la scomunica…
Poiché
in base alle sue argomentazioni è universalmente accusato di non professare
la fede cattolica, con l’aiuto di Dio Noi provvederemo secondo le norme che
abbiamo a disposizione».
Il papa non poté esprimere compiutamente la sua ira con
le parole protocollari di una bolla. Nel sinodo del mese successivo
celebrato a Roma, ebbe il coraggio di definire Federico
«…la bestia che sorge
dal mare carica di nomi blasfemi, e infuriando
con la zampa dell’orso e le fauci del leone, le membra di leopardo spalanca
la bocca ad offesa del Santo Nome senza cessare di scagliare la stessa
lancia sul tabernacolo di Dio e sui Santi che abitano nei cieli…»
E
proseguì con pari enfasi: «Non meravigliatevi se agita contro di noi la
spada dell’ingiustizia e che si leva per cancellare dalla terra il nome del
Signore; per confutare le sue menzogne, osservate ma piuttosto il corpo e le
membra di questo mostro chiamato Federico II…».
«Ma chi siede sulla cattedra della dottrina pervertita, il fariseo, unto dell’olio della nequizia, il sacerdote romano dell’epoca nostra: colui che tradisce ciò che discende dall’ordine divino. […] Egli infatti che è papa solo di nome, ci ha definito un mostro di calunnia che sale del mare con le sembianze della pantera.
Papa Gregorio IX lancia l'anatema
contro Federico II, affresco di Giorgio Vasari. Roma, Vaticano, Sala Regia. «Noi riteniamo che il mostro sia lui del quale si legge nell’Apocalisse: “Allora uscì un altro cavallo rosso fuoco. Al suo cavaliere fu dato il potere di togliere la pace dalla terra perché gli uomini si sgozzassero a vicenda” […] Questo dragone è l’Anticristo, di cui proprio lui ci ha accusato di essere il precursore. Egli è il principe delle tenebre, che ha abusato del suo dono profetico; è lui l’angelo che sale gli abissi, lui che porge calici pieni di fiele per recar danno alla terra e al mare…».
Dalla diplomazia si era passati all’ingiuria, la chiara
premessa per giungere rapidamente alle armi.
In realtà Federico teneva particolarmente a
salvaguardare la propria posizione morale più che politica.
Ormai consapevole della frattura che si era creata fra
lui e Gregorio, voleva almeno evitare di allontanarsi dalla base dei fedeli;
tanto più che proprio in quei giorni correvano voci secondo le quali egli
avrebbe proferito una frase blasfema, peraltro non nuova, secondo cui «il
mondo è stato vittima di tre malfattori: Mosè,
Gesù e Maometto». Il massimo, per renderlo nemico a tutte
le comunità religiose germaniche e del Regno di Sicilia! Copyright ©2002 Carlo Fornari |
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