CENNI SULLO STEMMA DELLA CASA REALE DI SVEVIA (HOHENSTAUFEN) DI FEDERICO II E DELLA CASA REALE DI SICILIA

di Gianantonio Tassinari e Guido Iamele

 

Degna di attenzione è l'evoluzione storica delle insegne che la Casa reale di Svevia alzò nel corso della sua storia, anche in relazione al conseguimento della corona imperiale. Nell'ambito di una analisi araldica, che si proponga di seguire questa evoluzione, occupa uno spazio certamente di rilievo la ricerca avente ad oggetto lo stemma che portarono Federico II e la Casa reale sveva di Sicilia che ebbe origine dal matrimonio del padre Enrico VI con la madre, la principessa normanna Costanza di Altavilla.

La Casa di Svevia (Hohenstaufen) portava uno scudo d'oro, a tre leoni passanti di nero, posti l'uno sull'altro (nota 1), alias d'argento, a tre leoni passanti di rosso, posti l'uno sull'altro (nota 2). Alcuni riportano un'ulteriore variante: "d'oro, a tre leoni di rosso, passanti l'uno sull'altro" (nota 3). L'arme con i tre leoni passanti viene ritenuta quella più antica.

Antica arme sveva a tre leoni passanti e sovrapposti in palo: le fonti sono discordanti circa i colori del campo e dei leoni.

È accertato che i sovrani della Casa di Svevia, successivamente, aggiunsero all'arme antica la figura dell'aquila nera (dapprima forse come cimiero) [nota 4], ovvero sostituirono la precedente con questa.

Tradizionalmente si suole fare risalire a Federico I Barbarossa l'uso dell'aquila, mutuata dalla tradizione romana "a significare la fusione fra Roma e la Germania, già implicita nella dizione Sacro Romano Impero" (nota 5). Tuttavia sembra che, nella storia della Casa di Svevia, l'immagine dell'aquila avesse assunto per la prima volta carattere araldico ben definito con il figlio del Barbarossa, Enrico VI, che ne fissò il colore nero su fondo oro (nota 6). Si veda ad esempio la miniatura raffigurante le nozze di Enrico VI e Costanza di Altavilla, tratta dal Codice Chigi (nota 7), ove un cavaliere del seguito dell'imperatore mostra chiaramente lo scudo d'oro all'aquila spiegata di nero. Anche se a questa miniatura potrebbe forse non attribuirsi il valore di una prova decisiva, dato il tempo intercorso tra alcuni fatti documentati nella Cronica e la stesura della stessa, essa dovrebbe comunque costituire un indizio significativo a conferma dell'adozione da parte del padre di Federico II di quello che, da allora, diventerà lo stemma della Casa reale di Svevia e del Sacro Romano Impero.

Codice Chigi: Nozze di Enrico VI con Costanza d'Altavilla. Stemma d'oro, con l'aquila spiegata di nero

Pare certo che, da quel momento in avanti, l'aquila nera su fondo oro venga usata dagli imperatori tedeschi della Casa di Hohenstaufen e, più in particolare, da Federico II. Al riguardo, molteplici sono le raffigurazioni miniate dell'imperatore, re di Sicilia e di Germania, che lo ritraggono con accanto lo scudo d'oro all'aquila spiegata di nero (nota 8).

Dalla Cronica del Villani (manoscritto Chigi, Biblioteca Vaticana, Roma):

Matrimonio di Federico con Jolanda di Brienne. Al seguito un cavaliere mostra lo scudo d'oro all'aquila spiegata di nero.

Ibidem: Federico II incontra lo sceicco Al-Kamil alle porte di Gerusalemme

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Ibidem: Federico sconfigge i milanesi nella battaglia di Cortenuova (27 novembre 1237) ed entra trionfalmente a Cremona, città a lui devota. Sfilano in parata i prigionieri, i carriaggi carichi di bottino, il Carroccio sul quale, con la schiena legata all'asta dello stendardo principale stava Pietro Tiepolo, comandante delle truppe lombarde.

Gualdrappe, scudi e vessilli recano lo stemma d'oro all'aquila di nero.

 

Ibidem: Secondo una falsa leggenda, riportata dal Villani, fu lo stesso Manfredi a soffocare Federico, con un cuscino, provocandone la morte, ma ciò è stato smentito da tutti i recenti studi storici.

 

Certe sono del pari le concessioni dello stemma dell'aquila che Federico attribuì all'ordine dei Cavalieri Teutonici (nota 9) e a varie famiglie ghibelline.

L'imperatore, il giorno di Pasqua del 1226, concesse a Rimini, nel Palazzo dell'Arengo, il nuovo stendardo dell'Ordine al Gran Maestro Hermann von Salza. In origine questo ordine portava lo scudo d'argento alla croce piana di nero che, successivamente, divenne patente (nota 10). "Il gran maestro carica su tale croce una sottile croce d'argento - talvolta d'oro - avente in cuore lo scudetto dell'impero ..." (nota 11).

Varie famiglie ghibelline ebbero da Federico II la concessione dello stemma d'oro all'aquila di nero, il più delle volte coronata dello stesso. L'esempio forse più eclatante è costituito dallo stemma della famiglia pisana Della Gherardesca (nota 12) che, come noto, è stato blasonato prevalentemente partito; nel 1° d'oro all'aquila dell'impero uscente dalla partizione, nel 2° troncato di rosso e d'argento (nota 13). Si possono poi citare, quali ulteriori esempi, le concessioni dell'aquila fatte dall'imperatore ad alcune famiglie riminesi (nota 14). Pare comunque accertato che Federico II portasse un altro stemma: d'argento, all'aquila spiegata e coronata di nero, che viene ritenuto segno distintivo della Casa Sveva di Sicilia (nota 15). Lo stemma si trova inciso, con i colori indicati nella blasonatura appena descritta (ma con l'aquila non coronata), sul pomo dell'impugnatura della spada usata da Federico per l'incoronazione a imperatore, avvenuta a Roma il 22 novembre 1220 (nota 16). Il fodero reca invece uno stemma di forma quadrata d'oro, all'aquila spiegata di nero.

Elsa della spada di Federico II, adoperata per l'incoronazione e conservata nel Museo Storico di Vienna: aquila nera in campo d'argento.

Sul fodero della stessa spada vi è una placca: in questo caso l'aquila nera è in campo d'oro

L'insegna dell'aquila nera su campo bianco fu usata, in quanto stemma della Casa di Svevia in Sicilia, dal successore di Federico che regnò su questo Stato, il figlio Manfredi (nota 17).

Dal manoscritto chigiano della Cronica del Villani.

Incoronazione di Manfredi: a destra vediamo un soldato con lo stemma d'argento all'aquila spiegata di nero.

Il Regno di Sicilia era stato assegnato, secondo il testamento di Federico, a Corrado IV, con Manfredi suo vicario. Dopo la morte di Corrado (1254), Manfredi, dopo aver allontanato il reggente Bertoldo di Hohenburg, si fa incoronare nella Cattedrale di Palermo, il 10 Agosto 1258.

 

Ibidem:

Sconfitta di Manfredi a Benevento (26 Febbraio 1266). Dopo un aspro scontro le truppe di Manfredi vengono sopraffatte. Deciso a gettarsi nella mischia, mentre sta vestendo l'armatura, l'aquila reale dell'elmo si stacca, come un funesto presagio. La giornata si conclude in un massacro e nella confusione, Manfredi viene ucciso da un suo stesso soldato, che non lo aveva riconosciuto, lasciando Carlo I d'Angiò padrone del campo.

 

L'aquila spiegata di nero su fondo bianco fu probabilmente usata anche dall'erede di Manfredi, la figlia Costanza, che andò in sposa, nel 1262, a Pietro III di Aragona. Il matrimonio tra l'allora principe e futuro re di Aragona e la principessa sveva di Sicilia portò alla fusione dei rispettivi stemmi in uno scudo inquartato in croce di S. Andrea, il 1° e il 4° d'oro, a quattro pali di rosso (che è di Aragona), il 2° e il 3° d'argento, all'aquila spiegata di nero, ovvero nella variante spiegata di nero, imbeccata e membrata di rosso (che è di Sicilia, recte: della Casa sveva di Sicilia) [nota 18] . L'arme così composta può definirsi, relativamente al 2° e al 3° quarto, arme di pretensione, a significare la pretesa che il re di Aragona vantava sulla corona di Sicilia. La pretesa fu esercitata da Pietro III, come noto, nel 1282 quando, a seguito della ribellione dei Siciliani agli Angioini, decise di tutelare i diritti dinastici della moglie muovendo alla conquista della Sicilia. Questo stemma passò in seguito ad indicare la Casa regnante di Sicilia e, come tale, verrà usato e raffigurato nella composizione di grandi armi di imperatori, sovrani o case reali che vantassero parentele con quella di Sicilia. Emblematico al riguardo è l'esempio della grand'arme di Carlo V, re di Spagna nel 1516 e imperatore nel 1519 (nota 19).

Dovrebbe allora ritenersi che Federico II usasse contemporaneamente due scudi caricati dell'aquila spiegata di nero. Quello d'oro, adottato dai suoi avi quale arme della Casa di Svevia assurta alla dignità imperiale, e quindi simbolo del Sacro Romano Impero, avrebbe avuto il significato di operare una sorta di identificazione tra la Casa di Hohenstaufen e l'impero di derivazione romana. Quello d'argento, che potrebbe farsi risalire a Federico e rappresentare una variante del precedente, forse fu usato per distinguere la Casa reale sveva di Sicilia da quella di Germania, cioè per meglio qualificare il dominio esercitato dalla prima sullo Stato siciliano, prescindendo da ogni legame con la Germania e con l'Impero.

Infine, merita approfondimento la questione relativa all'uso del simbolo dell'aquila bicipite da parte di Federico II. Si tratta di una questione dibattuta tra gli araldisti e forse tuttora irrisolta.

Varie sono le fonti che attribuiscono all'imperatore svevo l'adozione di tale stemma, se non addirittura "l'iniziativa della prima assunzione" (nota 20). Il Gerola (nota 21) ritiene che l'adozione sia stata documentata, per primo, dal cronista inglese Matthew Paris che compose il codice contenente la Historia minor Anglorum (1250-1259). Lo stemma miniato visibile nel codice, attribuito all'imperatore di Roma Federico II ("Scutum Imperatoris Romae" [nota 22]), è d'oro e reca un'aquila bicipite spiegata di nero. Il Paris blasonò anche l'arme dell'impero in modo assai eloquente ai fini della presente ricerca: "Scutum aureum, aquila biceps nigra vel moniceps" (nota 23).

La testimonianza del cronista medievale inglese, contemporaneo dell'imperatore siciliano, è assai sintomatica, anche se potrebbero forse sollevarsi dubbi sull'attendibilità dell'attribuzione dei vari stemmi ai personaggi storici che ne venivano ritenuti detentori. Infatti, non tutti gli stemmi miniati del manoscritto sarebbero autentici, data l'attitudine del Paris ad attribuire lo stemma a personaggi vissuti in periodi in cui "il blasone non era ancora in uso" (nota 24).

Benché l'appartenenza a Federico II dello stemma con l'aquila bicipite sia stata sostenuta anche da altri, ad esempio il Reiske (nota 25), non è mancato chi, come il Gritzner (nota 26), ha ritenuto l'attribuzione del Paris frutto di un equivoco. Il Gerola (nota 27) considera la critica del Gritzner non convincente.

Stemma attribuito a Federico II con aquila coronata e bicefala in campo d'oro.

L'Autore italiano porta un ulteriore esempio che può ritenersi assai significativo ai fini dell'accertamento dell'uso dell'aquila bicipite da parte di Federico II (nota 28). Si tratta di monete d'oro, più precisamente tarì siciliani che si ritengono coniati nel 1202-1203 (anche se la data del conio potrebbe dirsi non assolutamente certa), sulle quali si trova inequivocabilmente incisa un'aquila bicipite (nota 29). Il Gerola è dell'avviso che, data la giovanissima età dell'imperatore al tempo del conio (nel 1202 Federico aveva otto anni), l'idea dell'aquila bicipite sia da fare risalire alla madre Costanza che, per esprimere l'immagine della regalità, potrebbe avere attinto ad un simbolo probabilmente assai diffuso in Sicilia già da tempo. Ma, se così fosse, non sarebbe da escludere che l'uso dell'aquila a due teste potesse addirittura risalire al padre di Federico, Enrico VI. Al riguardo si deve notare che l'aquila bicefala sembra essere un simbolo di derivazione bizantina, forse introdotto nell'isola causa il legame che la Sicilia ebbe con l'impero di Costantinopoli fin da prima delle dominazioni araba e normanna. Perciò non sarebbe nemmeno da escludere un richiamo ad un simbolo di estrazione orientale anziché germanica (nota 30). Non solo. Alcuni Autori, sempre citati dal Gerola (nota 31), portano l'ulteriore esempio della benda di seta che, avvolta al capo di Federico II, fu ritrovata nel sepolcro dell'imperatore nel duomo di Palermo. Infine, un Autore tedesco citato dal Gerola (nota 32), riferisce di una moneta fatta coniare dal figlio di Federico, Corrado IV, per la città imperiale di Francoforte, sulla quale compare l'aquila a due teste.

A conclusione delle osservazioni che precedono, può affermarsi, pur con tutte le cautele che ricerche di questo genere impongono, che Federico II facesse parimenti uso di alcuni stemmi, tutti caratterizzati dall'immagine dell'aquila. Un'aquila nera su fondo oro, avente un'origine araldica svevo-germanica (ma che con tutta probabilità si richiamava alla tradizione romana), può farsi risalire all'imperatore Enrico VI. Essa dovrebbe essere stata elaborata come insegna familiare e dinastica, per poi essere usata come immagine della stessa regalità imperiale ("Scutum aureum, aquila ... nigra ... moniceps"). Un'aquila monocefala nera su fondo argento svevo-siciliana che, usata forse in origine come variante della precedente, sembra essere passata a designare la Casa reale sveva di Sicilia, e quindi i successori di Federico che regnarono su questo Stato. Infine, un'aquila bicipite nera su fondo oro ("Scutum aureum, aquila biceps nigra ...") che sarebbe da far risalire ai genitori di Federico, ma che, più verosimilmente, ebbe origine bizantina. Tale insegna venne innalzata dal monarca siciliano come simbolo della regalità imperiale, ovvero come stemma personale ("Scutum Imperatoris Romae") idoneo ad identificarne il rango di Sacro romano imperatore, quasi certamente in modo promiscuo con l'aquila monocefala (nota 33).

Augustale d'oro. Questa moneta, la più nota e studiata, fatta coniare da Federico II, reca l'aquila monocefala circondata dalla scritta: +FRIDERICUS, a dimostrazione del fatto che Federico stesso si considerava un'aquila, simbolo di chi sta al disopra di tutti. A proposito vedi lo splendido saggio di Lucia Travaini "La terza faccia della moneta - Note per uno studio dell'iconografia monetale medievale", pubblicato sui Quaderni medievali, n. 52 (edizioni Dedalo, Bari, dicembre 2001, pag. 107).

L'opinione del cronista inglese Matthew Paris che, in quanto contemporaneo dell'imperatore, dovrebbe considerarsi osservatore qualificato, può dirsi probabilmente attendibile, anche in presenza dei distinguo che vari autori hanno sollevato al riguardo. Le immagini miniate di contenuto araldico visibili nella sua Historia possono perciò costituire una fonte sufficientemente affidabile. E ciò, tanto più, se si considera che le evidenze ricavabili da tale opera sono confermate dal contenuto di altre fonti (ad esempio numismatiche) le quali possono essere ritenute un punto di arrivo nell'indagine filologico-araldica compiuta sull'arme di Federico II e della Casa reale di Svevia.

Gianantonio Tassinari (autore del testo)

Guido Iamele (rielaborazione, impaginazione, immagini e didascalie)

 

ANCORA SULLO STEMMA DI FEDERICO II E DELLA CASA DI SVEVIA

Nel 1994 Giuseppe De Troia pubblicava, a pag. 23 del volume: " Foggia e la Capitanata nel quaternus excadenciarum di Federico II di Svevia" lo stemma sotto riportato, che presenta diversi elementi nuovi rispetto a quanto su esposto:

     

  • Capo dentato d'oro e di rosso

  • Croce di Gerusalemme in campo d'argento

  • Tre pigne in campo azzurro

Stemma attribuito a Federico II di Svevia, pubblicato da Giuseppe De Troia senza indicarne la fonte, con la seguente didascalia: "La nuova arme di Federico II, assunta col matrimonio di Isabella di Brienne; vi sono aggiunti i simboli del regno di Gerusalemme".

Descrizione araldica: scudo interzato in palo: nel 1° d'azzurro, ha tre pigne d'oro poste due e una; nel 2° d'oro ha tre leoni neri passanti situati in palo; nel 3° d'argento, caricato di croce di Gerusalemme, rossa; capo dentato di rosso e d'oro. Lo scudo poggia sull'aquila dell'Impero [aquila spiegata di nero e coronata d'oro, membrata, imbeccata, linguata e armata, cioè completa di ali, becco, lingua ed unghie].

 

Interpellato in merito, l'amico Gianantonio Tassinari ha risposto quanto segue:

"Il capo dentato d'oro e di rosso raffigurato nello stemma tratto dal libro del De Troia Foggia e la Capitanata nel quaternus excadenciarum di Federico II di Svevia potrebbe riferirsi - costituendone una variante - allo stemma della Casa di Franconia, alla quale successe quella di Svevia nei diritti ereditari oltre che nella pretesa alla corona germanica e imperiale.

Come noto, infatti, il fondatore della Casa di Svevia, Federico il Guerriero, ricevette in feudo il Ducato di Svevia dall'ultimo imperatore della Casa di Franconia, Enrico V, a seguito del matrimonio con la sorella di questi, Agnese di Franconia (nota 34). La Casa di Franconia si estinse poiché Enrico V non lasciò eredi e la sorella, come detto, sposò il duca di Svevia. Federico I duca di Svevia fece costruire per sé e per la propria discendenza il castello di Staufen (o Hohenstaufen) che diede il nome alla dinastia dei signori di Svevia (nota 35). Il figlio di Federico il Guerriero, Corrado III, fu il primo re e imperatore (1138-1152) della Casa di Svevia (nota 36).

I duchi di Franconia portavano "Spaccato inchiavato di rosso e d'argento di cinque pezzi" (nota 37).

Pressoché analoga e corrispondente alla blasonatura testé citata è la raffigurazione dello stemma di Franken (Franconia) fornita da un autore tedesco (nota 38) che potrebbe essere blasonata "Spaccato cuneato di rosso e d'argento".

Non si può nascondere che la conclusione in principio evidenziata costituisce una ipotesi che meriterebbe una compiuta verifica e più approfondite ricerche. Tuttavia, vale la pena di eseguire una comparazione tra lo stemma raffigurato nell'opera del De Troia ed una riproduzione dell'arme dello stato tedesco del Baden-Wüttemberg la quale reca sopra lo scudo d'oro, a tre leoni passanti (cosiddetti leoni leoparditi) posti l'uno sull'altro, che è l'insegna dell'antico Ducato di Svevia, una corona costituita da sei scudetti raffiguranti le armi degli antichi territori "che ora fanno parte del nuovo stato" (nota 39). Il primo scudetto a destra (nota 40) è quello di Franconia, troncato dentato (cuneato) di rosso e d'argento. Nell'araldica del Lander tedesco si nota l'accostamento dello scudo dentato di Franconia allo stemma antico della Casa di Svevia, sovrapposto in funzione di parte di una corona di stemmi, mentre nell'immagine che compare nell'opera del De Troia si assiste ad una più tradizionale sovrapposizione all'arme di Svevia di una pezza dentata analoga - fatta eccezione per lo scambio dei metalli - in funzione di vero e proprio capo entro il medesimo scudo".

La croce di Gerusalemme si spiega facilmente, col matrimonio di Federico II con Isabella (alias Jolanda) di Brienne, figlia del Re di Gerusalemme. Nei sigilli di Federico adoperati dopo questo matrimonio (celebrato a Brindisi il 9 novembre 1225), compare la dicitura "ET REX IERUSALEM" (nota 41). Vedi a proposito la pagina sui sigilli.

Nulla può dirsi, al momento, sulle tre pigne d'oro in campo d'azzurro.

Conclusioni: lo stemma pubblicato dal De Troia sembra una ricostruzione fatta a posteriori, considerando i titoli di Federico II ereditati dagli avi (Casa di Franconia) od ottenuti col matrimonio (Regno di Gerusalemme), uniti ai veri simboli adoperati dagli Hohenstaufen (aquila coronata e tre leoni passanti di nero); resta un mistero la presenza delle tre pigne.

Gianantonio Tassinari (autore del testo)

Guido Iamele (rielaborazione, impaginazione, immagini e didascalie)

 

Bibliografia e note sugli stemmi della Casa Reale di Svevia

1-G.C. Bascapè - M. Del Piazzo, con la collaborazione di L. Borgia, Insegne e simboli. Araldica pubblica e privata medievale e moderna, Ministero per i beni culturali e ambientali, Roma 1983, p.1032.
2-Ibidem; M.A. Ginanni, L'arte del blasone dichiarata per alfabeto, G. Zerletti, Venezia 1756, ristampa anastatica, A. Forni, Bologna 1998, p.216, n.236, blasona "d'argento con tre Leoni illeoparditi di rosso, l'uno sopra dell'altro" lo scudetto di Svevia che figura nella prima parte dello stemma della Casa d'Austria.
3-G. di Crollalanza, Enciclopedia arladico-cavalleresca. Prontuario nobiliare, Pisa 1878, ristampa anastatica, A. Forni, Bologna 1980, p.180, il quale blasona anche il cimiero: "un'aquila spiegata di nero".
4-Ibidem
5-A. Montemaggi, La bolla d'oro di Rimini, Federico II e l'Ordine Teutonico, Celebrazioni della Bolla d'Oro nell'VIII centenario della nascita di Federico II di Svevia, Comune di Rimini, Rimini 1994, p.14.
6-G. Gerola, L'aquila bizantina e l'aquila imperiale a due teste, "Felix Ravenna", anno IV, (Gennaio-aprile 1934) XII, p.8.
7-Cronica di Giovanni Villani, ms. Chig. LVIII, 296, Roma, Biblioteca Vaticana, pubblicata in J.C. Maire Vigueur, Federico II. Storia e leggenda di un grande imperatore, "Medioevo Dossier", De Agostini-Rizzoli Periodici, anno I, 1 (1998), p.6.

8-Tra le più significative, può citarsi senz'altro quella tratta dal Codice di Manesse (Heidelberg, Biblioteca Universitaria), raffigurata in Montemaggi, La bolla d'oro di Rimini, cit., p.34, tav. 11, in cui alla destra di Federico II sta uno scudo d'oro, all'aquila spiegata di nero, linguata e membrata di rosso. La miniatura del Codice di Manesse può trovarsi pubblicata (non a colori) anche in G. Caravita, Federico II Imperatore. Nell'ottavo centenario della nascita, 1194-1994 - I rapporti con Ravenna -, Luisè Editore, Rimini 1994, p.82. Inoltre, possono citarsi alcune miniature tratte dalla Cronica del Villani, Codice Chigi, pubblicate in Maire Vigueur, Federico II, cit., pp.22, 35, 56, 58-59. Emblematiche sono quella raffigurante le nozze tra Federico e Iolanda di Brienne e quella relativa all'incontro tra l'imperatore e il sultano di Egitto, al-Kamil. Esse mostrano al seguito di Federico II un cavaliere recante uno scudo d'oro all'aquila spiegata di nero. Sempre nello stesso manoscritto è visibile la miniatura raffigurante la sconfitta dei Milanesi ad opera delle truppe imperiali che mostra i cavalieri di Federico con bandiera e scudo d'oro all'aquila nera e la gualdrappa del cavallo dell'imperatore caricata del medesimo stemma. Questo compare poi in altra miniatura, rinvenibile nella stessa fonte, e più precisamente sugli scudi e sulle bandiere delle truppe imperiali a bordo delle navi nell'atto di catturare i prelati che si recano a Roma per partecipare al concilio indetto da Gregorio IX.

9-Montemaggi, op.cit., pp.12, 14-15. A p.15 l'Autore riproduce un dipinto di Karl Wilhelm Wach del 1824 che ritrae Federico nell'atto di consegnare lo stendardo dell'ordine dei Cavaliere Teutonici al Gran Maestro, cui fu consegnata anche la Bolla d'Oro.
10-Bascapè - Del Piazzo, Insegne e simboli, cit., p.365.
11-Ibidem. Si veda altresì il disegno di J. Dlugosz raffigurante lo scudetto con l'aquila imperiale caricato in cuore alla croce dei Cavalieri Teutonici (di nero, a propria volta caricata da una sottile croce d'oro), come appariva nello stendardo dell'Ordine perduto nella battaglia di Tannenberg, riprodotto in Montemaggi, op.cit., p.19.
12-A. Barlucchi, Il clan dei Maremmani, "Medioevo", De Agostini-Rizzoli Periodici, anno I, 8 (settembre 1997), p.84.
13-G.B. di Crollalanza, Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti, I, Pisa 1886, ristampa anastatica, A. Forni, Bologna 1998, p.469; N. Toscanelli, I conti di Donoratico, Pisa 1937; Barlucchi, Il clan, cit., p. 86, con commento di M.D. Papi. Si veda altresì T. Szabo, al capitolo dedicato ai Della Gherardesca, in AA.VV., Le grandi famiglie italiane, a cura di V. Reinhardt, Neri Pozza, Vicenza 1996, p.248, in cui si ipotizza che l'aquila sia stata aggiunta dopo un imparentamento con la Casa di Svevia, avvenuto per mezzo di un matrimonio. Non è mancato chi, come il Guelfi Camaiani, ha blasonato la parte destra dello scudo dei Della Gherardesca "d'oro a mezz'aquila bicipite spiegata di nero. Membrata, imbeccata e coronata d'oro, movente dalla partizione ...", riportato in Bascapè - Del Piazzo, op.cit., p.300.
14-Montemaggi, op.cit., pp.27-29.
15-Bascapè - Del Piazzo, op.cit., p.1032; V. Palizzolo Gravina, Il blasone in Sicilia, Palermo 1871-1875, p.586, nella riproduzione di Bascapè - Del Piazzo, op.cit., p.586.
16-Maire Vigueur, op.cit., p.31
17-Si vedano al riguardo le miniature tratte dalla Cronica del Villani nel Codice Chigi, quali, ad esempio, quelle raffiguranti l'incoronazione di re Manfredi e la sconfitta e la morte dello stesso, ibidem, pp.12, 23.
18-Ex plurimis si veda P. Derveaux, Blasons et Armoiries, Editions d'Art Derveaux, Saint-Malo 1987, p.19.
19-Ibidem. Ad ulteriore conferma della composizione dello stemma della Casa di Aragona-Sicilia può citarsi una miniatura tratta dal Codice dei privilegi concessi alla città di Palermo (secc. XIV-XV) (Palermo, Biblioteca Comunale), raffigurante re Martino I di Aragona, seduto in trono, tenente con la mano sinistra uno scudo inquartato in croce di S. Andrea con i due quarti nobili di Aragona e gli altri due di Sicilia. La miniatura è pubblicata in M. Bicchierai, Re senza il becco di un quattrino, "Medioevo", De Agostini-Rizzoli Periodici, anno I, 9 (ottobre 1997), p.21. Si veda inoltre lo stemma di Aragona-Sicilia, compreso nella grand'arme del Regno di Spagna, ibidem, p.27 e riprodotto in Palizzolo Gravina, Il blasone, cit., loc.cit...
20-Gerola, L'aquila bizantina, cit., loc.cit..
21-Ibidem, p.25.
22-La miniatura del Paris raffigurante lo stemma di Federico II, tratta dalla Historia minor Anglorum, si può trovare riprodotta in A.C. Fox-Davies, Insegne araldiche, traduzione di R. Castracane, Orsa Maggiore, Torriana 1988, tav. I, n.1.
23-Gerola, op.cit., loc.ult.cit..
24-Ibidem
25-Il Reiske, quale assertore dell'attribuzione a Federico dello stemma con l'aquila bicipite, è citato da G. di Crollalanza, Enciclopedia araldico-cavalleresca, cit., p.47. Il Crollalanza però mostra di non condividere questa opinione. Per un'ulteriore attribuzione di tale stemma all'imperatore svevo, si veda anche Maire Vigueur, op.cit., p.38, ove compare lo stemma federiciano "con l'aquila bicefala", timbrato dalla corona imperiale, che potrebbe essere blasonato d'oro, all'aquila bicipite spiegata al naturale, coronata, imbeccata e membrata del campo.
26-E. Gritzner, Symbole und Wappen des alten deutschen Reiches," Leipziger studien aus Gebiet d. Gesch.", VIII, 3, Leipzig 1902, p.58.
27-Gerola, op.cit., loc.ult.cit..
28-Ibidem, p.26.
29-Le fotografie dei tarì, che il Gerola mostra a pag.26 della rivista "Felix Ravenna" in cui appare l'articolo sopra citato si riferiscono a esemplari pubblicati da D. Spinelli, Monete cufiche battute nel regno delle due Sicilie, Napoli 1844, tav. XX, nn.4, 5, 7, 8; tav. XXI, n.8; tav. XXIII, n.1, nonché quelli custoditi al Museo Civico di Milano e allo Staatliches Münzkabinett di Berlino (la presenza delle monete nei due musei può dirsi certa nel 1934, anno di pubblicazione dell'articolo del Gerola). Ciò che rileva, comunque, è che in quasi tutti gli esemplari numismatici riportati è chiaramente visibile l'aquila bicipite.
30-Giova però sottolineare che il Gerola (op.cit., pp.14-15) cita quale esempio più antico di aquila bicipite presente alla corte di Bisanzio quello visibile in una miniatura dell'imperatore Teodoro Lascari (1254-1258) appartenente ad un codice custodito alla biblioteca di Monaco di Baviera. Lo stesso Autore riferisce pure (op.cit., pp.22-24) l'esempio di monete fatte coniare da Margherita di Fiandra (figlia di Baldovino, contessa di Fiandra dal 1244 al 1280) in cui compare l'emblema dell'aquila a due teste. Sarebbe allora ipotizzabile che Baldovino, monarca dell'impero latino di Bisanzio nel 1204-1205, avesse sostituito lo stemma di famiglia (probabilmente di rosso, seminato di crocette d'oro, come appare in una raffigurazione del fratello Enrico di Fiandra) con un simbolo espressivo di regalità mutuato dal regno di cui veniva investito sovrano. Il Gerola corrobora questa ipotesi con una constatazione ulteriore. L'altra figlia di Baldovino, Giovanna, sposò in seconde nozze (nel 1237) Tommaso II di Savoia, che fu detto conte di Fiandra. I discendenti di Tommaso e di Giovanna, Amedeo V di Savoia e Filippo principe di Acaia, oltre allo stesso Amedeo VI (il celeberrimo C o n t e V e r d e), portarono nei sigilli e negli stemmi un'aquila a due teste, che era estranea alla loro casata (l'arme di Savoia antica era un'aquila monocefala), e che, secondo alcuni (P. Guichenon, Histoire general de la maison de Savoie, Turin 1778, I, p.122), si troverebbe pure raffigurata su un sigillo di Amedeo IV del 1239.
31-F. Daniele, I regali sepolcri nel duomo di Palermo, Napoli 1784; E. Herrig, Das Kaiserbuch, Berlin 1889, pp.306-307.
32-H.Ph. Cappe, Die Münzen der deutschen Kaiser und Könige, Dresden 1848, III, p.143, n.688, tav. VI, n.81.
33-Per un più approfondito esame della problematica riguardante l'aquila imperiale germanica ed un confronto tra i simboli dell'aquila monocefala e bicipite si vedano, oltre al contributo del Grintzner, i due studi più recenti del Korn (J.E. Korn, Adler und Doppeladler, Vierteljaresschrift des Herold, 1964-1968) e dello Hye (F.E. Hye, Der Doppeladler des Symbol fur Kaiser und Reich, Mittelungen d. Inst. Fur Osterr. Geschichtsforsschung,81, 1973.
34-F. Cardini, Federico Barbarossa. Il sogno dell'Impero, "Medioevo Dossier", De Agostini-Rizzoli Periodici, anno III, 1 (2000), pp.11-12.
35-Tra gli altri, vedi J.C. Maire Vigueur, Federico II. Storia e leggenda di un grande imperatore, "Medioevo Dossier", De Agostini-Rizzoli Periodici, anno I, 1 (1998), p.9.
36-Ibidem
37-G. di Crollalanza, Enciclopedia araldico-cavalleresca. Prontuario nobiliare, Pisa 1878, ristampa anastatica, A. Forni, Bologna 1980, p.347.
38-C.A. von Volborth, Heraldik. Eine Einführung in die Welt der Wappen, Belser Verlag, Stuttgart Zürich 1992, p.21.
39-Idem, Araldica. Usi, regole e stili, Fratelli Melita Editori, 1992, p. 179,999.
40-La parte destra qui considerata è la destra araldica, cioè la sinistra per chi osserva.
41-Simondo Sismondi, Storia delle Repubbliche italiane, vol. I, cap. XV, pag. 407, Libreria Sanvito, Milano, 1863: "Dopo tali nozze, celebrate l'anno 1225 (con Jolanda di Brienne) Federico II inquartò nei suoi stemmi la croce, ed aggiunse ai suoi titoli quello di re di Gerusalemme".

Copyright  ©2002 Gianantonio Tassinari e Guido Iamele


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