CENNI SULLO STEMMA DELLA CASA REALE DI SVEVIA (HOHENSTAUFEN) DI FEDERICO II E DELLA CASA REALE DI SICILIA di Gianantonio Tassinari e Guido Iamele Degna di attenzione è l'evoluzione storica delle insegne che la Casa reale di Svevia alzò nel corso della sua storia, anche in relazione al conseguimento della corona imperiale. Nell'ambito di una analisi araldica, che si proponga di seguire questa evoluzione, occupa uno spazio certamente di rilievo la ricerca avente ad oggetto lo stemma che portarono Federico II e la Casa reale sveva di Sicilia che ebbe origine dal matrimonio del padre Enrico VI con la madre, la principessa normanna Costanza di Altavilla. La Casa di Svevia (Hohenstaufen) portava uno scudo d'oro, a tre leoni passanti di nero, posti l'uno sull'altro (nota 1), alias d'argento, a tre leoni passanti di rosso, posti l'uno sull'altro (nota 2). Alcuni riportano un'ulteriore variante: "d'oro, a tre leoni di rosso, passanti l'uno sull'altro" (nota 3). L'arme con i tre leoni passanti viene ritenuta quella più antica.
È accertato che i sovrani della Casa di Svevia, successivamente, aggiunsero all'arme antica la figura dell'aquila nera (dapprima forse come cimiero) [nota 4], ovvero sostituirono la precedente con questa. Tradizionalmente si suole fare risalire a Federico I Barbarossa l'uso dell'aquila, mutuata dalla tradizione romana "a significare la fusione fra Roma e la Germania, già implicita nella dizione Sacro Romano Impero" (nota 5). Tuttavia sembra che, nella storia della Casa di Svevia, l'immagine dell'aquila avesse assunto per la prima volta carattere araldico ben definito con il figlio del Barbarossa, Enrico VI, che ne fissò il colore nero su fondo oro (nota 6). Si veda ad esempio la miniatura raffigurante le nozze di Enrico VI e Costanza di Altavilla, tratta dal Codice Chigi (nota 7), ove un cavaliere del seguito dell'imperatore mostra chiaramente lo scudo d'oro all'aquila spiegata di nero. Anche se a questa miniatura potrebbe forse non attribuirsi il valore di una prova decisiva, dato il tempo intercorso tra alcuni fatti documentati nella Cronica e la stesura della stessa, essa dovrebbe comunque costituire un indizio significativo a conferma dell'adozione da parte del padre di Federico II di quello che, da allora, diventerà lo stemma della Casa reale di Svevia e del Sacro Romano Impero.
Pare certo che, da quel momento in avanti, l'aquila nera su fondo oro venga usata dagli imperatori tedeschi della Casa di Hohenstaufen e, più in particolare, da Federico II. Al riguardo, molteplici sono le raffigurazioni miniate dell'imperatore, re di Sicilia e di Germania, che lo ritraggono con accanto lo scudo d'oro all'aquila spiegata di nero (nota 8).
Certe sono del pari le concessioni dello stemma dell'aquila che Federico attribuì all'ordine dei Cavalieri Teutonici (nota 9) e a varie famiglie ghibelline. L'imperatore, il giorno di Pasqua del 1226, concesse a Rimini, nel Palazzo dell'Arengo, il nuovo stendardo dell'Ordine al Gran Maestro Hermann von Salza. In origine questo ordine portava lo scudo d'argento alla croce piana di nero che, successivamente, divenne patente (nota 10). "Il gran maestro carica su tale croce una sottile croce d'argento - talvolta d'oro - avente in cuore lo scudetto dell'impero ..." (nota 11). Varie famiglie ghibelline ebbero da Federico II la concessione dello stemma d'oro all'aquila di nero, il più delle volte coronata dello stesso. L'esempio forse più eclatante è costituito dallo stemma della famiglia pisana Della Gherardesca (nota 12) che, come noto, è stato blasonato prevalentemente partito; nel 1° d'oro all'aquila dell'impero uscente dalla partizione, nel 2° troncato di rosso e d'argento (nota 13). Si possono poi citare, quali ulteriori esempi, le concessioni dell'aquila fatte dall'imperatore ad alcune famiglie riminesi (nota 14). Pare comunque accertato che Federico II portasse un altro stemma: d'argento, all'aquila spiegata e coronata di nero, che viene ritenuto segno distintivo della Casa Sveva di Sicilia (nota 15). Lo stemma si trova inciso, con i colori indicati nella blasonatura appena descritta (ma con l'aquila non coronata), sul pomo dell'impugnatura della spada usata da Federico per l'incoronazione a imperatore, avvenuta a Roma il 22 novembre 1220 (nota 16). Il fodero reca invece uno stemma di forma quadrata d'oro, all'aquila spiegata di nero.
L'insegna dell'aquila nera su campo bianco fu usata, in quanto stemma della Casa di Svevia in Sicilia, dal successore di Federico che regnò su questo Stato, il figlio Manfredi (nota 17).
L'aquila spiegata di nero su fondo bianco fu probabilmente usata anche dall'erede di Manfredi, la figlia Costanza, che andò in sposa, nel 1262, a Pietro III di Aragona. Il matrimonio tra l'allora principe e futuro re di Aragona e la principessa sveva di Sicilia portò alla fusione dei rispettivi stemmi in uno scudo inquartato in croce di S. Andrea, il 1° e il 4° d'oro, a quattro pali di rosso (che è di Aragona), il 2° e il 3° d'argento, all'aquila spiegata di nero, ovvero nella variante spiegata di nero, imbeccata e membrata di rosso (che è di Sicilia, recte: della Casa sveva di Sicilia) [nota 18] . L'arme così composta può definirsi, relativamente al 2° e al 3° quarto, arme di pretensione, a significare la pretesa che il re di Aragona vantava sulla corona di Sicilia. La pretesa fu esercitata da Pietro III, come noto, nel 1282 quando, a seguito della ribellione dei Siciliani agli Angioini, decise di tutelare i diritti dinastici della moglie muovendo alla conquista della Sicilia. Questo stemma passò in seguito ad indicare la Casa regnante di Sicilia e, come tale, verrà usato e raffigurato nella composizione di grandi armi di imperatori, sovrani o case reali che vantassero parentele con quella di Sicilia. Emblematico al riguardo è l'esempio della grand'arme di Carlo V, re di Spagna nel 1516 e imperatore nel 1519 (nota 19). Dovrebbe allora ritenersi che Federico II usasse contemporaneamente due scudi caricati dell'aquila spiegata di nero. Quello d'oro, adottato dai suoi avi quale arme della Casa di Svevia assurta alla dignità imperiale, e quindi simbolo del Sacro Romano Impero, avrebbe avuto il significato di operare una sorta di identificazione tra la Casa di Hohenstaufen e l'impero di derivazione romana. Quello d'argento, che potrebbe farsi risalire a Federico e rappresentare una variante del precedente, forse fu usato per distinguere la Casa reale sveva di Sicilia da quella di Germania, cioè per meglio qualificare il dominio esercitato dalla prima sullo Stato siciliano, prescindendo da ogni legame con la Germania e con l'Impero. Infine, merita approfondimento la questione relativa all'uso del simbolo dell'aquila bicipite da parte di Federico II. Si tratta di una questione dibattuta tra gli araldisti e forse tuttora irrisolta. Varie sono le fonti che attribuiscono all'imperatore svevo l'adozione di tale stemma, se non addirittura "l'iniziativa della prima assunzione" (nota 20). Il Gerola (nota 21) ritiene che l'adozione sia stata documentata, per primo, dal cronista inglese Matthew Paris che compose il codice contenente la Historia minor Anglorum (1250-1259). Lo stemma miniato visibile nel codice, attribuito all'imperatore di Roma Federico II ("Scutum Imperatoris Romae" [nota 22]), è d'oro e reca un'aquila bicipite spiegata di nero. Il Paris blasonò anche l'arme dell'impero in modo assai eloquente ai fini della presente ricerca: "Scutum aureum, aquila biceps nigra vel moniceps" (nota 23). La testimonianza del cronista medievale inglese, contemporaneo dell'imperatore siciliano, è assai sintomatica, anche se potrebbero forse sollevarsi dubbi sull'attendibilità dell'attribuzione dei vari stemmi ai personaggi storici che ne venivano ritenuti detentori. Infatti, non tutti gli stemmi miniati del manoscritto sarebbero autentici, data l'attitudine del Paris ad attribuire lo stemma a personaggi vissuti in periodi in cui "il blasone non era ancora in uso" (nota 24). Benché l'appartenenza a Federico II dello stemma con l'aquila bicipite sia stata sostenuta anche da altri, ad esempio il Reiske (nota 25), non è mancato chi, come il Gritzner (nota 26), ha ritenuto l'attribuzione del Paris frutto di un equivoco. Il Gerola (nota 27) considera la critica del Gritzner non convincente.
L'Autore italiano porta un ulteriore esempio che può ritenersi assai significativo ai fini dell'accertamento dell'uso dell'aquila bicipite da parte di Federico II (nota 28). Si tratta di monete d'oro, più precisamente tarì siciliani che si ritengono coniati nel 1202-1203 (anche se la data del conio potrebbe dirsi non assolutamente certa), sulle quali si trova inequivocabilmente incisa un'aquila bicipite (nota 29). Il Gerola è dell'avviso che, data la giovanissima età dell'imperatore al tempo del conio (nel 1202 Federico aveva otto anni), l'idea dell'aquila bicipite sia da fare risalire alla madre Costanza che, per esprimere l'immagine della regalità, potrebbe avere attinto ad un simbolo probabilmente assai diffuso in Sicilia già da tempo. Ma, se così fosse, non sarebbe da escludere che l'uso dell'aquila a due teste potesse addirittura risalire al padre di Federico, Enrico VI. Al riguardo si deve notare che l'aquila bicefala sembra essere un simbolo di derivazione bizantina, forse introdotto nell'isola causa il legame che la Sicilia ebbe con l'impero di Costantinopoli fin da prima delle dominazioni araba e normanna. Perciò non sarebbe nemmeno da escludere un richiamo ad un simbolo di estrazione orientale anziché germanica (nota 30). Non solo. Alcuni Autori, sempre citati dal Gerola (nota 31), portano l'ulteriore esempio della benda di seta che, avvolta al capo di Federico II, fu ritrovata nel sepolcro dell'imperatore nel duomo di Palermo. Infine, un Autore tedesco citato dal Gerola (nota 32), riferisce di una moneta fatta coniare dal figlio di Federico, Corrado IV, per la città imperiale di Francoforte, sulla quale compare l'aquila a due teste. A conclusione delle osservazioni che precedono, può affermarsi, pur con tutte le cautele che ricerche di questo genere impongono, che Federico II facesse parimenti uso di alcuni stemmi, tutti caratterizzati dall'immagine dell'aquila. Un'aquila nera su fondo oro, avente un'origine araldica svevo-germanica (ma che con tutta probabilità si richiamava alla tradizione romana), può farsi risalire all'imperatore Enrico VI. Essa dovrebbe essere stata elaborata come insegna familiare e dinastica, per poi essere usata come immagine della stessa regalità imperiale ("Scutum aureum, aquila ... nigra ... moniceps"). Un'aquila monocefala nera su fondo argento svevo-siciliana che, usata forse in origine come variante della precedente, sembra essere passata a designare la Casa reale sveva di Sicilia, e quindi i successori di Federico che regnarono su questo Stato. Infine, un'aquila bicipite nera su fondo oro ("Scutum aureum, aquila biceps nigra ...") che sarebbe da far risalire ai genitori di Federico, ma che, più verosimilmente, ebbe origine bizantina. Tale insegna venne innalzata dal monarca siciliano come simbolo della regalità imperiale, ovvero come stemma personale ("Scutum Imperatoris Romae") idoneo ad identificarne il rango di Sacro romano imperatore, quasi certamente in modo promiscuo con l'aquila monocefala (nota 33).
L'opinione del cronista inglese Matthew Paris che, in quanto contemporaneo dell'imperatore, dovrebbe considerarsi osservatore qualificato, può dirsi probabilmente attendibile, anche in presenza dei distinguo che vari autori hanno sollevato al riguardo. Le immagini miniate di contenuto araldico visibili nella sua Historia possono perciò costituire una fonte sufficientemente affidabile. E ciò, tanto più, se si considera che le evidenze ricavabili da tale opera sono confermate dal contenuto di altre fonti (ad esempio numismatiche) le quali possono essere ritenute un punto di arrivo nell'indagine filologico-araldica compiuta sull'arme di Federico II e della Casa reale di Svevia. Gianantonio Tassinari (autore del testo) Guido Iamele (rielaborazione, impaginazione, immagini e didascalie)
ANCORA SULLO STEMMA DI FEDERICO II E DELLA CASA DI SVEVIA Nel 1994 Giuseppe De Troia pubblicava, a pag. 23 del volume: " Foggia e la Capitanata nel quaternus excadenciarum di Federico II di Svevia" lo stemma sotto riportato, che presenta diversi elementi nuovi rispetto a quanto su esposto:
Interpellato in merito, l'amico Gianantonio Tassinari ha risposto quanto segue: "Il capo dentato d'oro e di rosso raffigurato nello stemma tratto dal libro del De Troia Foggia e la Capitanata nel quaternus excadenciarum di Federico II di Svevia potrebbe riferirsi - costituendone una variante - allo stemma della Casa di Franconia, alla quale successe quella di Svevia nei diritti ereditari oltre che nella pretesa alla corona germanica e imperiale. Come noto, infatti, il fondatore della Casa di Svevia, Federico il Guerriero, ricevette in feudo il Ducato di Svevia dall'ultimo imperatore della Casa di Franconia, Enrico V, a seguito del matrimonio con la sorella di questi, Agnese di Franconia (nota 34). La Casa di Franconia si estinse poiché Enrico V non lasciò eredi e la sorella, come detto, sposò il duca di Svevia. Federico I duca di Svevia fece costruire per sé e per la propria discendenza il castello di Staufen (o Hohenstaufen) che diede il nome alla dinastia dei signori di Svevia (nota 35). Il figlio di Federico il Guerriero, Corrado III, fu il primo re e imperatore (1138-1152) della Casa di Svevia (nota 36). I duchi di Franconia portavano "Spaccato inchiavato di rosso e d'argento di cinque pezzi" (nota 37). Pressoché analoga e corrispondente alla blasonatura testé citata è la raffigurazione dello stemma di Franken (Franconia) fornita da un autore tedesco (nota 38) che potrebbe essere blasonata "Spaccato cuneato di rosso e d'argento". Non si può nascondere che la conclusione in principio evidenziata costituisce una ipotesi che meriterebbe una compiuta verifica e più approfondite ricerche. Tuttavia, vale la pena di eseguire una comparazione tra lo stemma raffigurato nell'opera del De Troia ed una riproduzione dell'arme dello stato tedesco del Baden-Wüttemberg la quale reca sopra lo scudo d'oro, a tre leoni passanti (cosiddetti leoni leoparditi) posti l'uno sull'altro, che è l'insegna dell'antico Ducato di Svevia, una corona costituita da sei scudetti raffiguranti le armi degli antichi territori "che ora fanno parte del nuovo stato" (nota 39). Il primo scudetto a destra (nota 40) è quello di Franconia, troncato dentato (cuneato) di rosso e d'argento. Nell'araldica del Lander tedesco si nota l'accostamento dello scudo dentato di Franconia allo stemma antico della Casa di Svevia, sovrapposto in funzione di parte di una corona di stemmi, mentre nell'immagine che compare nell'opera del De Troia si assiste ad una più tradizionale sovrapposizione all'arme di Svevia di una pezza dentata analoga - fatta eccezione per lo scambio dei metalli - in funzione di vero e proprio capo entro il medesimo scudo". La croce di Gerusalemme si spiega facilmente, col matrimonio di Federico II con Isabella (alias Jolanda) di Brienne, figlia del Re di Gerusalemme. Nei sigilli di Federico adoperati dopo questo matrimonio (celebrato a Brindisi il 9 novembre 1225), compare la dicitura "ET REX IERUSALEM" (nota 41). Vedi a proposito la pagina sui sigilli.Nulla può dirsi, al momento, sulle tre pigne d'oro in campo d'azzurro. Conclusioni: lo stemma pubblicato dal De Troia sembra una ricostruzione fatta a posteriori, considerando i titoli di Federico II ereditati dagli avi (Casa di Franconia) od ottenuti col matrimonio (Regno di Gerusalemme), uniti ai veri simboli adoperati dagli Hohenstaufen (aquila coronata e tre leoni passanti di nero); resta un mistero la presenza delle tre pigne. Gianantonio Tassinari (autore del testo) Guido Iamele (rielaborazione, impaginazione, immagini e didascalie)
Bibliografia e note sugli stemmi della Casa Reale di Svevia
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