Lucera, la fine della colonia saracena

Federico II e gli ambasciatori islamici
Lucera, la fine della colonia saracena
 
Quel 15 agosto 1300 fu un giorno di terrore e morte, a Lucera. E lo furono anche il 16 agosto, poi il 17, il 18… 
Per nove giorni, la città pugliese posta a guardia del Tavoliere, prediletta da Federico II, ricca di commerci e famosa per l’abilità dei suoi artigiani e tessitori, fu spogliata di tutto, i suoi abitanti furono massacrati o dispersi, i più fortunati venduti al mercato degli schiavi. La loro colpa: essere quello che erano da quasi ottant’anni. Saraceni.
Castello svevo-angioino di Lucera - Anno 1877 - Disegno di TH Weber Opera- Le tour du mond di Edouar Charto
 
Negli anni Venti del Duecento, Lucera era stata scelta da Federico II per risolvere un problema che lo assillava non poco: la ribellione dei saraceni in Sicilia. Per nulla inclini a tollerare la signoria dei Normanni e di chi era venuto dopo di loro, cioè gli Hohenstaufen dello stesso Federico, i saraceni avevano dato filo da torcere a molti territori soprattutto nella parte occidentale dell’isola, tra Palermo e Monreale.
Ad Agrigento avevano addirittura sequestrato il vescovo tenendolo in ostaggio per quattordici mesi e liberandolo solo dopo il pagamento di un ingente riscatto.
Federico, però, alla fine li aveva battuti e, posto di fronte al dilemma di dove tenere tutta quella massa di gente a dir poco infida, aveva avuto il colpo di genio: deportazione. Possibilmente in un territorio sicuro, facilmente controllabile e lontano dal mare. In due diversi momenti non meno di venti, trentamila saraceni erano così stati trasferiti a Lucera.
Perché proprio lì? Di sicuro, la cittadina pugliese non attraversava uno dei momenti più felici della sua antichissima storia: la vecchia cattedrale era crollata e della nuova non si aveva ancora notizia, la popolazione si era ridotta considerevolmente di numero e l’economia non andava come un tempo anche grazie alla concorrenza di centri dinamici come Foggia e Troia.
L’arrivo di forze fresche non aveva solo rivitalizzato l’economia e dato un significativo impulso ai commerci: dopo qualche tensione iniziale, aveva perfino creato le condizioni perché quegli antichi nemici diventassero fedelissimi sostenitori e addirittura guardia scelta di Federico II. Il quale, sfidando le ire di Onorio III e dei suoi successori, aveva consentito a Luceria saracenorum di dotarsi di moschee, minareti e harem popolati da bellezze esotiche e guardiani eunuchi, di conservare le antiche tradizioni musulmane, di scegliersi i governanti e di regolare la propria vita quotidiana secondo la legge coranica.
Le concessioni dell’imperatore ai saraceni erano state così ampie che, per comunicare coi suoi concittadini, il vescovo locale era stato costretto a imparare l’arabo.
Una stampa che raffigura la città di Lucera nel secolo XIII
 
Nel 1236, Gregorio IX aveva chiesto e ottenuto che un gruppo di francescani entrasse in città per predicare il Vangelo, ma la loro permanenza era durata poco e non aveva portato frutto. Nel frattempo, per decisione imperiale Lucera si era vista assegnare una delle grandi fiere del regno da tenere ogni anno nel periodo della mietitura, tra giugno e luglio: cos’altro occorreva per riportare traffici economici e benessere in una zona che fondava la sua ricchezza sulla quantità dei campi coltivati a grano?
Buoni lavoratori della terra, i saraceni si dimostrarono insuperabili anche nella produzione di tessuti e ceramiche oltre che nella produzione di armi come i loro tipici lunghi archi, ben presto messi a disposizione di chi in modo tanto singolare e imprevisto aveva restituito loro la libertà.
Due piatti in ceramica invetriata relizzati da maestranze saracene di Lucera
 Conservate presso il Museo Civico di Lucera - foto di Alberto Gentile
 
Dopo Federico II, i lucerini avevano servito in battaglia anche il figlio Manfredi, sopportando un lunghissimo assedio da parte del re di Napoli Carlo d’Angiò e cedendo definitivamente le armi solo dopo la morte del giovanissimo Corradino di Svevia, nipote di Federico, decapitato a Napoli nel 1268.
Il feeling fortissimo che Federico, Manfredi e Corradino avevano saputo costruire con i saraceni di Lucera non sarebbe mai scattato con Carlo I d’Angiò, nuovo padrone del campo dopo la fine degli Svevi, e nemmeno con suo figlio Carlo II, detto lo Zoppo.
Quell’enclave musulmana nel cuore dell’Europa cristiana dava inoltre un comprensibile e sempre crescente fastidio anche alla Chiesa di Roma, dal 1294 governata dalla mano ferma di Bonifacio VIII.
Le ragioni che portarono alla “soluzione finale”, tuttavia, non furono innanzitutto di natura politica o religiosa. Luceria saracenorum faceva gola soprattutto per i suoi floridi traffici con le città circonvicine, che l’avevano trasformata in un’isola di prosperità: fu così che, stremato per le spese militari derivate dalla guerra del Vespro scoppiata nel frattempo con gli aragonesi, Carlo II pensò bene di trasformare la città in terra di conquista, incamerando tutto quanto fosse possibile delle sue ricchezze cominciando dalle notevolissime riserve di grano, indispensabili a sfamare le truppe impegnate in Sicilia e ad alleviare Napoli dalla terribile carestia che l’affliggeva.
Nonostante le inevitabili truffe e malversazioni operate dagli stessi ufficiali incaricati dal re di gestire l’operazione, la distruzione della colonia saracena fruttò alle casse angioine una cifra vicina alle settantamila once d’oro, più o meno settanta milioni di oggi, pari al doppio delle entrate complessive (Sicilia esclusa) derivanti dalla maggiore imposta diretta del regno, la cosiddetta “sovvenzione generale”.
La cattedrale di Lucera, intitolata a Santa Maria - foto di Raffaele Battista
 
Rasa al suolo Lucera, Carlo d’Angiò ordinò che la città venisse ripopolata da coloni per lo più napoletani e provenzali, si dotasse di una grandiosa cattedrale gotica e cambiasse il nome in Città di Santa Maria.
La cattedrale è ancora lì. Il nome ha resistito pochi anni.
Fonte:
Il presente articolo è stato pubblicato sul portale http://www.festivaldelmedioevo.it