La seconda scomunica

1239: La seconda scomunica
 
La disputa fra Federico II e Gregorio IX si protrasse fino al 28 agosto 1230, quando fu firmato a San Germano un patto particolarmente favorevole alla Chiesa, penalizzante per la politica imperiale. Federico II nella circostanza si dimostrò di una pazienza e di una arrendevolezza inconsuete: in fin dei conti egli mirava soprattutto ad essere prosciolto dalla scomunica, consapevole che la buona armonia avrebbe fatto superare tutti i problemi.
Ritratto di Federico II
 
In realtà il patto di San Germano, nel desiderio di sancire per ogni singola clausola vincitori e vinti, lasciava molti punti irrisolti, quale ad esempio l’annoso problema dei comuni lombardi divisi fra loro e sempre più preda della propaganda romana che ostacolava ogni velleità unificatrice dell’Impero. Così il contenzioso, anziché diretto, si trasferì in ambito locale, portando l’esercito germanico ad intraprendere quattro campagne nel Nord (1226-1239): battaglie sanguinose, concluse con il risultato di aggravare i rapporti fra Papato ed Impero.
Anzi, proprio in conseguenza della politica adottata dalla Chiesa in appoggio ai comuni, Federico iniziò ad assumere un atteggiamento più aggressivo. Egli riteneva giunto il momento di isolare Gregorio IX dai più vicini collaboratori e dallo stesso Collegio cardinalizio, nel quale si stava creando una corrente sempre più nutrita di prelati favorevoli ad una linea morbida nei confronti del potere civile.
In questo contesto deve essere intesa la lettera indirizzata ai cardinali nel maggio del 1239 che fra l’altro affermava:
«…Poiché voi [eminenti cardinali] partecipate in egual misura e per intero alle decisioni della Chiesa, […] non può non sorprendere che il detentore del trono che fu di Pietro possa agire impunemente senza consigliarsi con voi e, mosso da risentimenti personali, abbia in animo di dichiarare decaduto il principe di Roma, il patrono della Chiesa incaricato di diffondere il Vangelo e di sguainare la spada spirituale in favore dei rivoltosi lombardi…».
Per Gregorio si era giunti al massimo dell’impudenza. Il Sacro Collegio non poteva essere considerato un interlocutore paritario con il Sommo Pontefice, anche se la missiva andava più oltre, allargando le minaccia agli stessi cardinali:
«Se il padre apostolico continuerà ad intralciare i nostri legittimi progetti, anche se volessimo sopportare con pazienza le offese, saremo costretti ad esercitare le vendette cui sono soliti ricorrere i Cesari.
«Per questi motivi preghiamo il reverendo Collegio […] di ricondurre l’animo del Pontefice entro i limiti della temperanza. Pur mirando al Vostro bene ed al Vostro onore, noi non potremo essere tanto indifferenti da non perseguire i malfattori; anzi, se non potessimo procedere contro l’istigatore, la legge ci consente di reagire a nostra volta con un torto».
Federico era riuscito a sollevare lo sdegno del papa; come poteva ora gestire la situazione? Evidentemente egli non immaginava che nel momento cruciale la maggioranza del Collegio non avrebbe voltato le spalle al Papa, come la storia aveva insegnato in situazioni ben più gravi.
In relazione a queste premesse, si può tranquillamente concludere che Federico II le studiò tutte per tirarsi addosso il secondo anatema, giunto puntuale la domenica delle Palme del 1239.
La bolla di scomunica non accennò neppure al problema lombardo, che pure aveva contribuito non poco ai disaccordi; per condannare un imperatore erano sufficienti le sue parole, le dichiarazioni sottoscritte, gli atteggiamenti sacrilegi assunti.
«…In virtù dei pieni poteri conferitici dal Padre, dal Figlio e dallo Spirito Santo, dagli apostoli Pietro e Paolo e da Noi stessi, scomunichiamo e malediciamo Federico, che chiamano “imperatore”, per aver fomentato nella città di Roma una rivolta contro la Chiesa con l’intenzione di detronizzare il Sommo Pontefice e per essersi sconsideratamente levato contro la Chiesa stessa in spregio alla sua libertà, a chi ha il privilegio delle dignità e dell’onore del soglio apostolico, così come ai giuramenti che lo vincolano».
Seguono le motivazioni specifiche della scomunica, che dimostrano la volontà di elencare tutte, ma proprio tutte le cause di contenzioso pendenti. Meraviglia solo che un essere considerato tanto spregevole sia stato sopportato così a lungo tenuto nel seno di Santa Madre Chiesa!
«Lo scomunichiamo […] inoltre per le seguenti ragioni:
perché nel suo regno impedisce ad alcuni vescovi e libere chiese di nominare i loro capi; perché in esso gli uomini di Chiesa vengono arrestati, incarcerati, espropriati ed uccisi senza adeguato processo…
perché si è impadronito di alcune proprietà della Chiesa, […] infrangendo il giuramento che in tale materia lo vincola alla Chiesa stessa…
perché, non rispettando il trattato di pace [di San Germano] nel suo regno si estorcono tasse e contributi straordinari alle chiese ed ai conventi…
perché, contrariamente a detto trattato, coloro che avevano parteggiato per la Chiesa vengono depredati di ogni bene e banditi come proscritti, mentre le mogli e i figli sono imprigionati…
Dichiariamo inoltre sciolti dal giuramento quanti sono vincolati a lui, e vietiamo severamente di restargli fedeli finché durerà la scomunica…
Poiché in base alle sue argomentazioni è universalmente accusato di non professare la fede cattolica, con l’aiuto di Dio Noi provvederemo secondo le norme che abbiamo a disposizione».
Il papa non poté esprimere compiutamente la sua ira con le parole protocollari di una bolla. Nel sinodo del mese successivo celebrato a Roma, ebbe il coraggio di definire Federico
«…la bestia che sorge dal mare carica di nomi blasfemi, e infuriando con la zampa dell’orso e le fauci del leone, le membra di leopardo spalanca la bocca ad offesa del Santo Nome senza cessare di scagliare la stessa lancia sul tabernacolo di Dio e sui Santi che abitano nei cieli…»
E proseguì con pari enfasi: «Non meravigliatevi se agita contro di noi la spada dell’ingiustizia e che si leva per cancellare dalla terra il nome del Signore; per confutare le sue menzogne, osservate ma piuttosto il corpo e le membra di questo mostro chiamato Federico II…».
Sono parole durissime, oltraggiose, che giustificano una reazione altrettanto accanita dell’imperatore.
«Ma chi siede sulla cattedra della dottrina pervertita, il fariseo, unto dell’olio della nequizia, il sacerdote romano dell’epoca nostra: colui che tradisce ciò che discende dall’ordine divino. […] Egli infatti che è papa solo di nome, ci ha definito un mostro di calunnia che sale del mare con le sembianze della pantera. 
Papa Gregorio IX 
«Noi riteniamo che il mostro sia lui del quale si legge nell’Apocalisse: “Allora uscì un altro cavallo rosso fuoco.  Al suo cavaliere fu dato il potere di togliere la pace dalla terra perché gli uomini si sgozzassero a vicenda” […] Questo dragone è l’Anticristo, di cui proprio lui ci ha accusato di essere il precursore. Egli è il principe delle tenebre, che ha abusato del suo dono profetico; è lui l’angelo che sale gli abissi, lui che porge calici pieni di fiele per recar danno alla terra e al mare…».
Dalla diplomazia si era passati all’ingiuria, la chiara premessa per giungere rapidamente alle armi.
In realtà Federico teneva particolarmente a salvaguardare la propria posizione morale più che politica. Ormai consapevole della frattura che si era creata fra lui e Gregorio, voleva almeno evitare di allontanarsi dalla base dei fedeli; tanto più che proprio in quei giorni correvano voci secondo le quali egli avrebbe proferito una frase blasfema, peraltro non nuova, secondo cui «il mondo è stato vittima di tre malfattori: Mosè, Gesù e Maometto». Il massimo, per renderlo nemico a tutte le comunità religiose germaniche e del Regno di Sicilia! 
Copyright © Carlo Fornari