L'ARCHITETTO DEL SUD

L'ARCHITETTO DEL SUD
 
Il Sovrano Svevo costruì, ristrutturò e rifece ex novo numerosi manieri. Il presidio capillare del territorio a sud dell’Impero era per Federico di enorme importanza. Ma non disdegnò l’aspetto ludico e ne utilizzò alcuni per soddisfare una delle sue grandi passioni, la falconeria, poi immortalata in un'opera (De Arte Venandi cum Avibus) che ancora oggi è un testo sacro per chi coltiva questo sport e per gli studiosi di rapaci.
De Arte Venandi Cun Avibus
Dal De Arte Venandi cum Avibus, falchi e castelli.
 
Il biondo sovrano fu un eccellente architetto e, pur non essendo in grado di progettare edifici, stabilì direttive estremamente precise, tanto da condizionare tecnici e consulenti. Lo riconosce, fra gli altri, Emile Bertaux, autore di un pregevole studio sull'arte del Mezzogiorno italiano. Il Francese, osservando il castello ponte di Capua, ebbe modo di scrivere: "C'est l'empereur qui a été le vrai sculpteur et l'architecte".
 
Il Sud del Regno italico conobbe sotto lo Staufen un'era di grande risveglio artistico e politico. Accompagnato da un vero e proprio boom edilizio. Una smania irrefrenabile di Federico nell'erigere fortilizi, castelli, casini di caccia, rocche, palazzi. Mai chiese o altri luoghi di culto religioso, anzi in palese contrapposizione ad essi, ad eccezione della cattedrale di Altamura, l’unica costruzione sacra voluta dall’Imperatore.
 
Nel Mezzogiorno vi è oggi un susseguirsi di manieri e ruderi federiciani. Lungo la fascia adriatica: cominciando da Vieste sul Gargano a Monte Sant'Angelo, per continuare con Barletta, Trani, Bisceglie; sulla penisola Salentina: Otranto e Brindisi, Oria al centro; sulle sponde dello Ionio: Gallipoli. Da Oriente a Occidente, partendo da Lucera, un'altra catena di manieri si spinge in Campania e Calabria: passa da Castel del Monte (Andria), punta decisa a Palazzo San Gervasio, Melfi e Lagopesole in Lucania, giunge infine a Benevento e Napoli. O un'altra ancora, da Bari a Gioia del Colle, a Gravina di Puglia; e Cosenza, Nicastro e Vibo Valentia e Reggio Calabria; oltre lo stretto: Messina e Taormina, Catania e Lentini, Augusta e Siracusa.
 
Molti castelli esistevano già. Federico II li modificò, rese a queste opere di difesa strategica del Regno meridionale la bellezza di decorazioni finissime, la gioia di innovazioni artistiche, la superbia di architetture semplici e geniali, a volte partendo dall'antico "castrum" romano.
 
Veduta del castello di Lagopesole (foto di Raffaele Battista).
 
Fece costruire i manieri secondo i dettami appresi dai Cistercensi, l'ordine nobile per eccellenza nell'era degli Staufen e della Chiesa aristocratica medievale. Ai feudatari sequestrò le rocche che dovevano servire non più a difendere il singolo, ma tutto lo stato. Incamerò così almeno duecento castelli. Un numero imponente che lo convinse a costituire un nuovo corpo di funzionari, un organismo per l’amministrazione e la difesa militare del Paese. Alcuni storici vedono in questa azione di Federico i presupposti che avrebbero portato, una volta scomparso l'Imperatore, alla dissoluzione del Regno meridionale: in altri termini l'indebolimento dei feudatari, dovuto alla politica fortemente accentratrice dello Staufen, sarebbe stata esiziale per lo sviluppo futuro delle regioni meridionali della Penisola. Ernst Hartwig Kantorowicz, il professore polacco fra i più accreditati biografi federiciani del Novecento, sostiene invece che il provvedimento contribuì a sottrarre il Regno alle influenze straniere, essendo i feudatari poco soggetti ai controlli del potere centrale. La fitta rete di fortezze che Federico aveva disseminato lungo le coste ebbe in Puglia e in Basilicata il momento di maggiore impegno creativo e difensivo. Già da parte dei predecessori Normanni, molto era stato fatto: sotto il loro dominio le città divennero importanti centri amministrativi e commerciali. Federico era felice di questo grande patrimonio ereditato; ed era altresì consapevole che doveva essere difeso e conservato saldamente.
 
E' un itinerario, quello dei castelli federiciani, non molto frequentato dalle grandi correnti turistiche, ma è un percorso che porta a conoscere, attraverso paesaggi mirabili spesso a due passi dal mare, tutta la realtà di un Mezzogiorno unificato oltre sette secoli addietro nel nome di Federico II Hohenstaufen.
 
Personalità carismatica e conturbante per molti aspetti, l'uomo, amato e ancor più temuto dai coevi, nutrì una predilezione straordinaria per questo suo Regno, preferendolo alla terra avita. E si adoperò per farne il centro propulsore dell'Impero. Fu un'intensa passione, non disgiunta certo da calcoli politici. Una passione provocata dalla verde valle fra Melfi e Lagopesole, dalla corrusca Puglia e da quel mare oltre il quale si estendeva l'Oriente, culla della civiltà. Federico II, "puer Apuliae", trasferì la sua corte a Foggia che, da cittadina anonima, divenne per un trentennio il cuore della politica mondiale. Nella vicina Melfi, già allora importante centro fra Irpinia, Daunia e Vulture, emanò nel 1231 le Costituzioni, la prima raccolta organica di leggi nel Medioevo, alla cui redazione lavorò Pier delle Vigne.
 
Governò con severità che trascendeva in violenza, con spregiudicatezza che occasionalmente trasaliva in un filo di pazzia. Ma governò sempre con lungimiranza. Ne è prova l'audace esperimento attuato nella piazzaforte di Lucera dove, dalla Sicilia, deportò i Saraceni che nonostante ripetute campagne d'armi, non era riuscito a pacificare. Apparve una misura crudele, a qualcuno addirittura un genocidio. Non lo fu. L'azione raggiunse un duplice scopo: da una parte sedò i torbidi e le rivolte; dall'altra diede un notevolissimo impulso all'economia della Capitanata. Il monarca lasciò che i Mori vivessero con un proprio capo, sottoposto soltanto alla Maestà Imperiale, con una propria amministrazione, e secondo la fede dell’Islam. Per riconoscenza i Saraceni di Lucera divennero la fedelissima guardia del corpo di Federico II e soldati valorosi del suo esercito
 
Fiero delle sue costruzioni, il monarca ordinò di mostrarle -dopo la sfolgorante vittoria sulla Lega Lombarda, a Cortenuova nel 1237- ai prigionieri nobili detenuti i Puglia, al fine di sedurre gli sconfitti con tali meraviglie. E ostentò loro la sua perla più preziosa, l'opera che più di ogni altra assurge a simbolo del suo genio creativo e della sua enigmatica personalità: Castel del Monte. Ha scritto Carl Arnold Willemsen: "In nessun altro luogo meglio che nell'aria densa di mistero di queste sale si può sentire il respiro del suo ingegno universale, maestro della sintesi, qualcosa della grandezza e della singolarità, ma anche qualcosa dell'imperscrutabile e dell'enigmatico della sua personalità, che un cronista a lui contemporaneo ha definito con le prole stranamente suggestive: Stupor mundi et immutator mirabilis".
 
Da qualunque parte si giunga, da nord a sud, da occidente a oriente, il maniero presenta sempre il suo ottagono compatto con otto torrioni ottagonali anch'essi, innestati agli spigoli. Bello e indecifrabile, il castello si ammanta ancor più di mistero quando le ombre prodotte dalla luce solare, nei giorni del solstizio e dell’equinozio, producono nel cortile fenomeni analoghi a quelli che si verificano nella cattedrale francese di Chartres, nella zona dei megaliti di Stonehenge o nei pressi della piramide di Cheope.
 
Forse lo si può immaginare il superbo monarca nelle sale dorate dalla luce mentre si accinge a dettare il "De Arte Venandi cum Avibus". Castel del Monte simboleggia l'apogeo della signoria sveva nell'Italia meridionale e l'ultimo atto della dinastia. Morto Federico II, gli odiati Angioini strapparono i quattro figlioletti alla vedova di Manfredi. Beatrice tornò libera dopo quindici anni di prigionia. I tre maschi furono invece relegati per tutta la vita a Castel del Monte.
 
Scomparso Federico II di Svevia, iniziò per tutto il Mezzogiorno un inarrestabile declino. Il Puer Apuliae, il Sol Iustitiae, lo Stupor Mundi, l’Imperatore dei Romani, il Re di Sicilia e di Gerusalemme non l'aveva previsto.
 
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