Federico II informa il re d’Inghilterra

Federico II informa il re d’Inghilterra del trattato di pace su Gerusalemme

a cura di Giovanni Amatuccio

Con questa lettera Federico II informa Enrico III, re d’Inghilterrache il 18 febbraio del 1229 – a seguito della Crociata da lui condotta, che si era conclusa senza combattere e con un proficuo trattato di pace col sultano Al- Kamil – aveva ottenuto la restituzione di Gerusalemme e altri luoghi sacri della Terra Santa. La lettera ci è stata tramandata dal cronista inglese Roger of Wendover e in essa si riconosce la prosa ampollosa e al tempo stesso vigorosa del cancelliere di Federico, Pier delle Vigne. La riporto qui in una mia traduzione italiana.

“Federico, per grazia di Dio, imperatore sempre augusto, re di Gerusalemme e di Sicilia, al suo carissimo amico Enrico, re degli inglesi, salute e affetto sincero.

Tutti si rallegrino ed esultino nel Signore, e i retti di cuore glorifichino Colui che, per far conoscere la Sua potenza, non si vanta di cavalli e carri, ma ha ora guadagnato gloria per sé stesso, con la scarsità dei suoi soldati, affinché tutti sappiano e comprendano che Egli è glorioso nella Sua maestà, terribile nella Sua magnificenza e meraviglioso nei Suoi piani sui figli degli uomini, cambiando le stagioni a piacimento e riunendo i cuori di diverse nazioni; poiché in questi pochi giorni, più per miracolo che per forza, sono stati portati a termine quegli affari che per molto tempo molti capi e governanti del mondo tra la moltitudine di nazioni, non sono mai stati in grado fino ad ora di portare a termine  né con la forza, per quanto grande, né con la paura.

Per non tenervi, dunque, in sospeso con un lungo resoconto, desideriamo informare la santità vostra, che noi – riponendo fermamente la nostra fiducia in Dio e credendo che Gesù Cristo, suo figlio, al cui servizio abbiamo così devotamente esposto i nostri corpi e vite, non ci abbandonerebbe in questi paesi sconosciuti e lontani, ma ci darebbe almeno un sano consiglio e assistenza per il suo onore, lode e gloria – coraggiosamente nel Suo nome, il quindicesimo giorno del mese di novembre ultimo passato, partiti da Acri arrivammo sani e salvi a Giaffa, con l’intenzione di ricostruire il castello in quel luogo con le dovute forze, affinché in seguito l’avvicinamento alla città santa di Gerusalemme potesse essere non solo più facile, ma anche più breve e più sicuro per noi e per tutti i Cristiani .

Mentre, quindi, eravamo con la fiducia della nostra speranza in Dio impegnati a Giaffa, con l’intenzione di ricostruire il castello e la causa di Cristo – come necessità richiedeva, e come era nostro dovere – e mentre tutti i nostri pellegrini erano attivamente in ciò impegnati, spesso diversi messaggeri andavano avanti e indietro tra noi e il sultano di Babilonia; poiché lui e un altro sultano chiamato Xaphat, suo fratello, erano con un grande esercito nella città di Gaza, distante circa un giorno di viaggio da noi; e altrove, nella città di Sichen, che comunemente viene chiamata Neapolis, e situata nella pianura, si trovava il sultano di Damasco, suo nipote, con un immenso numero di cavalieri e soldati, anch’essi a circa una giornata di viaggio da noi e dai Cristiani.

E mentre le trattative erano in corso tra le due parti circa la restituzione della Terra Santa, alla fine Gesù Cristo, il Figlio di Dio, osservando dall’alto la nostra devota resistenza e paziente devozione alla Sua causa, nella Sua misericordiosa compassione, alla fine fece sì che il sultano di Babilonia ci restituisse la città santa, il luogo che fu calcato dai piedi di Cristo, e dove i veri adoratori adorano il Padre in spirito e verità.

Ma affinché possiamo informarvi dei particolari di queste restituzioni, sappiate che non solo ci è stato restituito l’intero corpo della suddetta città, ma anche tutto il paese che si estende da lì fino ai pressi del castello marittimo di Giaffa, affinché per il futuro i pellegrini abbiano libero passaggio e ritorno sicuro da e per il Sepolcro; a condizione però che i Saraceni di quella parte del paese, poiché tengono il tempio in grande venerazione, possano venire là quante volte vorranno come pellegrini, per adorare secondo il loro costume; a patto che ne vengano solo quanti ne accetteremo e senza armi, né che costoro dimorino in città, ma fuori, e non appena abbiano compiuto la loro devozione se ne vadano.

Inoltre ci è stata restituita la città di Betlemme e tutto il paese tra essa e Gerusalemme; come anche la città di Nazareth, e tutto il paese tra Acri e quella città; tutto il distretto di Turon, che è molto esteso e molto vantaggioso ai cristiani; ci è stata consegnata, inoltre, anche la città di Sidone con tutta la pianura e le sue pertinenze, la quale sarà tanto più gradita ai Cristiani quanto più è parsa vantaggiosa fino ad ora ai Saraceni, tanto più che vi è un buon porto lì, e da lì grandi quantità di armi e beni di prima necessità potevano essere trasportati alla città di Damasco, e spesso da Damasco a Babilonia. Secondo i patti c’è consentito anche di riportare la città di Gerusalemme al migliore stato, e anche i castelli di Giaffa, Cesarea, Sidone e quello di Santa Maria dell’Ordine Teutonico, che il fratelli di quell’ordine hanno cominciato a costruire nel distretto montuoso di Acri, cosa che non è mai stato permesso di fare ai Cristiani durante nessuna precedente tregua; tuttavia al sultano non è permesso, fino alla fine della tregua tra lui e noi, concordata per dieci anni, riparare o ricostruire fortezze o castelli.

E così domenica, diciotto febbraio scorso, che è il giorno in cui Cristo, il Figlio di Dio, è risorto dai morti e che, in memoria della sua risurrezione, è solennemente custodito e santificato da tutti i Cristiani in generale in tutto il mondo, questo trattato di pace è stato confermato da un giuramento tra noi. Davvero, dunque, su di noi e su tutti sembra aver brillato propizio quel giorno in cui gli angeli cantano in lode di Dio: «Gloria a Dio nell’alto dei cieli, e sulla terra pace agli uomini di buona volontà». E in riconoscimento di tanta bontà e di tanto onore, che, al di là dei nostri meriti e contrariamente al parere di molti, Dio ci ha misericordiosamente conferito, a perenne fama della sua compassione, e affinché nel suo santo luogo potessimo personalmente offrirgli l’olocausto delle nostre labbra, sia noto a voi che il diciassette del mese di marzo di questa seconda indizione, noi, insieme a tutti i pellegrini che avevano seguito fedelmente con noi Cristo, Figlio di Dio , entrammo nella città santa di Gerusalemme e, dopo aver adorato al Santo Sepolcro, noi, come imperatore cattolico, il giorno successivo, indossammo la corona, che Dio Onnipotente ci ha fornito dal trono di Sua Maestà, quando del Suo speciale grazia, ci ha esaltati tra i prìncipi del mondo; così che, mentre abbiamo sostenuto l’onore di questa alta dignità, che ci appartiene per diritto di sovranità, è sempre più evidente a tutti che la mano del Signore ha fatto tutto questo; e poiché le Sue misericordie sono su tutte le Sue opere, gli adoratori della fede ortodossa sappiano ormai e dicano in lungo e in largo in tutto il mondo, che Lui, il Benedetto nei secoli, ha visitato e redento il Suo popolo, e ha risuscitato il suo popolo, angolo di salvezza per noi nella casa di Davide suo servo.

E prima di lasciare la città di Gerusalemme, abbiamo deciso di ricostruirla magnificamente, con le sue torri e le sue mura, e intendiamo sistemare le cose in modo che, durante la nostra assenza, non ci sarà meno cura e diligenza necessaria nell’impresa, di quella se fossimo presenti di persona. Affinché questa nostra lettera sia piena di esultanza in ogni sua parte, e così una felice fine corrisponda al suo felice inizio, e rallegri la tua mente reale, desideriamo che tu sappia, nostro alleato, che il detto sultano è tenuto a restituire a noi tutti quei prigionieri che non consegnò, secondo il trattato stipulato tra lui e i Cristiani, quando perse Damietta qualche tempo fa, e anche gli altri che da allora sono stati presi.

Dato nella città santa di Gerusalemme, il diciassette del mese di marzo, nell’anno di Nostro Signore nostro Milleduecentoventinove.”

tratto da: Ruggero di Wendover, Flores historiarum, MGH SS, XXVIII, a cura di F. Liebermann-R. Pauli, 1888 (1975), pp. 21-73.