La cancelleria federiciana e la retorica epistolare

La cancelleria federiciana e la retorica epistolare
 
La cancelleria è l'organo formalmente preposto alla stesura e alla trasmissione di atti ufficiali, per cui dalla sua produzione è possibile ricostruire il programma politico e le direttrici ideologiche di un monarca. Tale funzione è riscontrabile nella cancelleria di Federico II, in cui i programmi di dominio traspaiono chiaramente nelle apodittiche affermazioni del potere imperiale e in maniera meno evidente, ma non meno perentoria, nello stile con cui venivano formulate. Gran parte del lavoro della cancelleria federiciana, infatti, consiste nell'elaborazione di lettere, documenti e manifesti scritti, in nome dell'imperatore, da retori dotati anche di profonda cultura giuridica. E molte di quelle lettere sono, poi, entrate a far parte dell'epistolario di Pier della Vigna, che per i contemporanei costituì un prezioso modello di ars dictaminis, ovvero di retorica epistolare.
L'ars dictaminis, l'arte di comporre lettere, è un'invenzione tipicamente medievale. Essa venne esposta in trattati a partire dall'XI sec.: i primi teorici di quella particolare forma di retorica furono Alberico di Montecassino, in Italia centrale, e Adalberto Samaritano, a Bologna. Tuttavia se l'arte dello scrivere lettere trova teorici solo nel basso Medio Evo, le sue origini e le sue scaturigini vanno ricercate ben più lontano: essa è solo una parte di un ben più ampio interesse retorico. L'ars dictaminis costituisce il riemergere del filone retorico ciceroniano, ossia la continuazione e la trasformazione del genere retorico-oratorio di cui proprio in Cicerone il Medio Evo vide l'indiscusso maestro.
Alla corte di Federico II di Svevia le norme dettate dai trattati di ars dictaminis vengono applicate concorrendo a creare uno stile elegante e paludato, attinto soprattutto al modello offerto dalla curia papale.
Le tre sezioni della cancelleria normanna: greca, araba e latina (dal codice 120 II della Burgerbibliothek di Berna, contenente il "Liber ad honorem Augusti" di Pietro da Eboli, c. 101r).
 
Tale stile rappresenta probabilmente lo sgorgare di una vena sotterranea che aveva avuto la sua lontana fonte nella neosofistica e forse, ancor più indietro nel tempo, in quel modello asiano che, contrapposto a quello atticista, rappresenta una categoria perenne della produzione prosastica. Forse la produzione epistolare della corte federiciana finisce con l'essere l'ultimo esempio, in latino, di tale tipologia stilistica. L'epistola diventa, soprattutto nel basso Medio Evo, strumento politico. E la corte federiciana diventa l'ambiente in cui tale funzione viene portata a più sapiente operatività. L'epistola, con il suo stile elaborato e complesso, a volte fino all'oscurità, con la ricercata eufonia determinata dai cursus (ovvero le clausole metriche poste in conclusione di frase, le cui ascendenze si possono ritrovare già negli oratori classici), diventa lo strumento privilegiato di lotta contro le pressioni papali.
Probabilmente è proprio contro la lingua adoperata dagli epistolografi del tardo Medio Evo che insorsero gli umanisti: agli occhi di chi prendeva a modello la concinnitas ciceroniana la lingua dei dictatores, ovvero dei retori che scrivevano documenti ed epistole, doveva sembrare necessariamente "barbara". I primi umanisti, infatti, furono retori formatisi in ambienti in cui le applicazioni dell'ars dictaminis svolgevano ancora un ruolo preminente. Va ricordato, ad es., che Coluccio Salutati assolse, seppure in un ambiente diverso, le stesse mansioni amministrative che aveva adempiuto, circa centocinquanta anni prima, Pier della Vigna. Ma la reazione umanistica, secondo una visione più complessiva, si ebbe, probabilmente, soprattutto contro il tipo di ricezione della tradizione culturale più tipicamente basso-medievale, di cui la produzione prosastica della corte federiciana – sintetizzata in maniera quasi esclusiva nella sua produzione epistolare e cancelleresca – può rappresentare un significativo esempio. La tradizione dei classici, infatti, veniva lì messa in secondo piano in favore di quella che trovava nelle Sacre Scritture e nei testi giuridici i propri modelli culturali. Un'emblematica applicazione di tale procedimento può essere facilmente riscontrata nel panegirico in onore di Federico II, scritto da Pier della Vigna (Epistolario, libro III, lettera 44), in cui si celebra il ritorno, con l'imperatore svevo, ad un'età dell'oro in cui regnerà, finalmente, la pace: all'utilizzazione del modello classico (soprattutto quello virgiliano della quarta egloga) viene preferita quella della Bibbia (libro di Isaia).
 
Qual era, tuttavia, la funzione della lingua e dello stile utilizzati dai dictatores imperiali, e in particolare da Pier della Vigna? Se anche per il circolo di letterati costituitosi attorno a Federico II valeva l'antica regola oratoria che imponeva di tener conto del pubblico di fronte a cui si parla, vuol dire che quella produzione epistolare era destinata alla lettura da parte di persone di alta cultura. Insomma si tratterebbe di componimenti prosastici destinati al consumo interno di una élite gelosa dei propri mezzi espressivi: le lettere di Pier della Vigna costituirono un modello da imitare e seguire per gran parte delle cancellerie e degli uomini dotti del XIII secolo, ma anche dei secoli successivi. Da qui all'assunto (pure spesso formulato) che la maggior parte delle epistole scritte da Pier della Vigna siano pure esercitazioni retoriche, prive di ogni funzionalità pratica, il passo è breve. Ma è solo questa la ragione dell'elaborazione di tale complesso stile? Non si potrebbe, più plausibilmente, pensare che la prosa utilizzata dai maestri della corte sveva, ricca, in primo luogo, di citazioni tratte dalle Sacre Scritture e dai testi giuridici, avesse una funzione quasi sacrale, ieratica? I dictatores della corte erano, insomma, i sacerdoti dell'impero, di quella costruzione mistica che raggiunse, probabilmente, proprio con Federico II il suo completamento e la sua distruzione: con essa, forse, ebbe termine anche il Medio Evo, di cui era uno dei presupposti ineludibili. L'impero ormai avrà due avversari inconciliabili: la Chiesa e l'Europa dei Comuni e delle monarchie. Dopo di allora, nella coscienza europea, il suo universalismo potrà sopravvivere solo come aspirazione nostalgica.
 
Bibliografia essenziale
 
H.M. SCHALLER, Die KanzleiKaiser Friedrichs II. Ihr personal und ihr Sprachstil, "Archiv für Diplomatik", 3 (1957), pp. 207-86 e 4 (1958), pp. 264-327.
 
ID., Kanzlei und Kultur zur zeit Friedrichs II. und Manfreds, in Cancelleria e cultura nel Medioevo, Città del Vaticano 1990, pp. 119-27.
 
ID., Ars dictaminis, ars dictandi, in Lexicon des Mittelalters, I, Monaco-Zurigo 1980, coll. 1034-39.
 
J.J. MURPHY, La retorica nel Medioevo, Napoli 1983 (ed. or., Berkley-Los Angeles 1974).
 
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