L'epistolario di Pier della Vigna

L'epistolario di Pier della Vigna
 
Il cosiddetto "epistolario di Pier della Vigna" contiene circa 550 tra manifesti, mandati, epistole e documenti di vario genere risalenti al periodo che va dal 1198 al 1264: molti di essi, dunque, sicuramente non possono essere usciti dalla penna del dictator capuano, che dovette entrare a far parte della cancelleria federiciana intorno al 1220 e morì all'inizio del 1249.
L'epistolario ci è tramandato da più di 150 codici: 125, circa, raccolgono il materiale in maniera sistematica e 30, circa, lo raccolgono in maniera non sistematica. A questi sono poi da aggiungere i circa 30 manoscritti, in forma di frammenti e florilegi che facevano parte di raccolte ordinate, i circa 80 che riportano lettere singole spesso non comprese nelle raccolte sistematiche, nonché i circa 50 che sono andati dispersi o distrutti in epoca moderna. Tutti questi testimoni possono dare un'idea piuttosto precisa di quanto ampia sia stata la diffusione che i testi attribuiti al protonotario e logoteta imperiale ebbero nel tardo Medio Evo.
La costituzione dell'"epistolario di Pier della Vigna" dovette essere determinata soprattutto dall'esigenza di raccogliere modelli di lettere e formulari da utilizzare ogni volta che se ne fosse presentata l'opportunità: anche per questo nelle raccolte sistematiche le epistole sono ordinate in libri in base all'argomento. Tale raccolta, comunque, non dovette necessariamente essere approntata nel Regno.
Il frontespizio dell'edizione dell'epistolario di Pier della Vigna curata da J.R. Iselius, Basilea 1740.
 
Anzi, l'ipotesi più probabile è proprio quella che il lavoro di redazione e codificazione sia stato compiuto negli ultimi decenni del Duecento presso la curia papale (cfr. H. M. SCHALLER, Zur Entstehung der sogenannten Briefsammlung des Petrus de Vinea, "Deutsches Archiv für Erforschung des Mittelalters", XII, 1956, pp. 114-59, e dello stesso L'epistolario di Pier della Vigna, in Politica e cultura nell'Italia di Federico II, a c. di S. GENSINI, Pisa, 1986, pp. 95-111), dove, però, non venne condotto in maniera univoca e definitiva, dal momento che l'epistolario ci è giunto secondo quattro tipologie di redazione ben distinte: la "grande in sei libri", tramandata da 12 codici, che contiene un numero massimo di 477 lettere; la "piccola in sei libri", che ha goduto della maggiore diffusione in quanto tramandata da circa 95 codici e che riporta in genere 366 lettere; la "grande in cinque libri", tramandata da 7 codici, che accoglie in genere 279 lettere; la "piccola in cinque libri", tramandata da 3 codici, che riunisce in genere 133 lettere. Tutti questi gruppi sono naturalmente legati tra loro, ma non è possibile dire quale di essi sia da considerare più antico. Notizie ancora meno certe si hanno, poi, riguardo alla compilazione delle raccolte non ordinate sistematicamente.
 
Secondo le raccolte in sei libri, le lettere sono divise in questo modo:
 
LIBRO I. Essenzialmente querimonia, ovvero lettere di protesta e di lamentazione riguardo alla deposizione di Federico II sancita da Gregorio IX;
 
LIBRO II. Lettere di narrazione di battaglie e di vittorie;
 
LIBRO III. Lettere di argomento vario: nascita dei figli dell'imperatore; commercio epistolare, di argomento privato, tra Pier della Vigna e l'arcivescovo di Capua; panegirici di Federico e di Pier della Vigna; lettere sull'Università; esortazioni alla fedeltà verso l'imperatore;
 
LIBRO IV. Lettere consolatorie;
 
LIBRI V - VI. Lettere di varia natura e di minore interesse retorico, dirette ad ufficiali, su problemi amministrativi; a sovrani, a città e universitates.
La firma autografa di Pier della Vigna: "Ego magister Petrus de Vinea magne imperialis curie iudex predictis consentio et confirmo" (da un documento conservato a Cava dei Tirreni).
 
L'epistolario di Pier della Vigna costituisce, dunque una fonte primaria per chi vuole approfondire la conoscenza della vita culturale della corte di Federico II. Infatti, Pier della Vigna, della vita culturale della corte dello svevo, si può dire che costituì il fulcro e le sue composizioni epistolari godettero di una diffusione amplissima e furono lette ed ammirate per secoli. Le sue lettere possedevano il pregio di miscelare portentosamente la ricchezza dell'espressione e la ricercatezza dell'eloquio con la virulenza e la precisione ideologica. In esse si raggiunge l'estrema sintesi delle formulazioni filosofiche dell'epoca sulla genesi e sulla natura del potere imperiale, che trovarono nella corte dello svevo il campo più fertile e fecondo. La titanica lotta di Federico contro la supremazia papale, sostenuta strenuamente da Innocenzo III, aveva consentito ed esaltato questa produzione letteraria dalle forti connotazioni politiche. Ma certo non si poteva contrastare la potenza papale senza avere a disposizione, come strumento di lotta, uno stile e una lingua efficaci da contrapporre a quello utilizzato dalla cancelleria papale, che allora deteneva la palma della perfezione. Questa fu la funzione che fu chiamato ad assolvere Pier della Vigna: per vincere le battaglie sul piano politico bisognava contrastare il nemico anche sul piano della cultura e dimostrare che la letteratura fiorita nel giardino dell'impero era di una bellezza e di una qualità superiore a quella dell'avversario. La retorica magniloquente e pomposa, la lingua ricca ed accurata adoperata da Pier della Vigna ben si attagliava al tono della politica di Federico II (cfr. H. NIESE, Zur Geschichte des geistigen Lebens am Hofe Kaiser Friedrichs II., "Historische Zeitschrift", 108, 1912, p. 517; H.M. SCHALLER, Die KanzleiKaiser Friedrichs II. Ihr personal und ihr Sprachstil, "Archiv für Diplomatik", 3, 1957, pp. 207-86 e 4 ,1958, pp. 264-327; F. DELLE DONNE, Lo stile della cancelleria di Federico II ed i presunti influssi arabi, "Atti dell'Accademia Pontaniana", n.s. 41, 1992, pp. 153-64).
 
Si comprende, allora, perché l'epistolario di Pier della Vigna abbia trovato così ampia diffusione nel medioevo.
La prima lettera del quinto libro dell'epistolario di Pier della Vigna (cod. Vat. lat. 4957, c. 38r).
 
E si comprende anche perché l'epistolario di Pier della Vigna venne preso a modello dalle cancellerie di sovrani e imperatori ogni volta che sopravvenivano contese con il pontefice. Per questo l'epistolario venne raccolto e ordinato non secondo la cronologia, ma secondo il contenuto delle lettere e particolare favore ricevette quella parte dell'epistolario in cui più forte e caratteristica era la polemica contro la curia romana corrotta.
Anche esaminando la storia delle edizioni a stampa dell'epistolario di Pier della Vigna ci si rende conto che esso venne spesso utilizzato soprattutto, o unicamente, per motivi di propaganda politico-religiosa. Specialmente nella Germania della Riforma gli editori non persero l'occasione di ripresentarle. Nel 1529, infatti, ad Hagenau, in Alsazia, ci fu la prima edizione a stampa delle epistole di Pier della Vigna che conteneva, però, soltanto il primo libro della raccolta con trentatré lettere: non a caso proprio quelle che riguardavano il conflitto tra papato e impero (Querimonia Friderici II Imperatoris qua se a Romano Pontifice, et Cardinalibus immerito persecutum, et imperio deiectum esse, ostendit). Evidentemente all'editore Johannes Setzer (Secerius), umanista e seguace di Lutero, soltanto il primo libro era sembrato importante. E non c'è da stupirsi se quest'edizione fu inserita nell'Indice dei libri proibiti di papa Paolo IV nel 1559. La prima edizione completa dell'epistolario di Pier della Vigna fu fatta nel 1566 a Basilea (Epistolarum Petri de Vineis, cancellarii quondam Friderici II Imperatoris, quibus res eius gestae, memoria dignissimae, historica fide describuntur, et alia quamplurima utilia continentur, libri VI). Lo stampatore era Paul Queck (Paulus Quecus) e l'editore Simon Schard (Schardius), il quale pubblicò anche altri testi medievali che propugnavano i diritti degli imperatori contro le rivendicazioni dei papi. Altra edizione fu poi fatta in Amberg, nell'Alto Palatinato, nel 1609 (Petri de Vineis, cancellarii quondam Friderici II Imperatoris Romanorum epistolarum libri VI) dallo stampatore Johannes Schönfeld; l'editore era probabilmente il protestante Melchior Goldast, pubblicista di idee imperiali che si celava sotto lo pseudonimo di Germanus Philaletes. In seguito, ai motivi di carattere politico e religioso si vengono a sovrapporre e a sostituire quelli di carattere puramente storico ed erudito, che si riscontano nell'edizione dell'illuminista Johann Rudolf Iselin (Iselius, Petri de Vineis judicis aulici et cancellarii Friderici II Imperatoris epistolarum, quibus res gestae ejusdem Imperatoris aliaque multa ad historiam ac jurisprudentiam spectantia continentur, libri VI, Basilea, 1740, ristampa anastatica con introduzione di H. M. SCHALLER, Hildesheim 1991).
 
Come si può facilmente immaginare tutte queste edizioni offrono scarsa affidabilità nelle lezioni e a questa situazione si proposero di ovviare i Monumenta Germaniae Historica. Georg H. Pertz ed altri collaboratori di Stein, il fondatore dei Monumenta, già nel secolo scorso posero mano a questo lavoro; si preferì, tuttavia, differirlo per dare la precedenza alla pubblicazione di altre fonti. Un altro tentativo fu fatto, intorno al 1930, da Gerhart Ladner. Attualmente sta lavorando a quest'arduo compito di edizione, per i Monumenta, Hans-Martin Schaller.
 
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