Lo stile della cancelleria di Federico II

Lo stile della cancelleria di Federico II ed i presunti influssi arabi
 
La produzione di una cancelleria viene di solito studiata in una prospettiva di natura prevalentemente politico-istituzionale e, anche quando vi siano di essa edizioni filologicamente ineccepibili, non stupisce che solo di rado venga presa in esame secondo una prospettiva che ne privilegi l'aspetto stilistico-formale. Spesso, tuttavia, è proprio dall'analisi dello stile e della lingua utilizzati nei documenti e, soprattutto, nelle lettere che si può determinare quali siano state le linee culturali dominanti e quale sia stato il ruolo attribuito alla stessa cultura nel quadro della visione politica di sovrani e imperatori.
 
Uno studio di questo tipo diviene tanto più urgente se la cancelleria presa in esame è quella di Federico II di Svevia, i cui prodotti erano destinati ad essere letti in tutto l'ecumene cristiano ed oltre, procurando che non solo i loro contenuti fossero considerati attentamente, ma anche che il loro aspetto esteriore venisse ammirato quale esempio di bello stile.
 
La cancelleria federiciana svolse un ruolo di primaria importanza nella determinazione dello stile da utilizzare nei rapporti tra gli stati, fornendo un modello a tutte le cancellerie dell'epoca coeva e successiva (1). Avvalendosi dell' esperienza di Pier della Vigna, la cancelleria imperiale divenne, infatti, // [p. 154] una fiorente scuola di formule stilistiche e di retorica epistolare (2). Addirittura l'epistolario di Pier della Vigna e tutta la produzione della cancelleria federiciana dovettero esercitare un influsso notevole su Dante (3) e sulla Firenze del suo tempo (4), per intrinseche qualità stilistiche, ma anche e soprattutto per motivi ideologici e politici. Infatti colà esisteva sia un attivo ghibellinismo sia anche un certo guelfismo anticuriale, laico: corrente, quest'ultima, a cui apparteneva Dante. Tali tendenze dovettero costituire il campo di ricezione del messaggio che proveniva dalla corte di Federico II e contribuire alla diffusione del suo ghibellinismo mistico (5). Dell'epistolario di Pier della Vigna, la parte politico-ideologica relativa alla polemica contro la curia romana corrotta dovette esercitare profonda influenza su Dante (6).
 
Certo la polemica tra Federico II e sede papale fu intensa, sfociando talvolta in aperto contrasto (7): Federico veniva considerato uomo di grande ingegno, ma cattivo cristiano (8). //
 
[p. 155] I rapporti col papato cominciarono a deteriorarsi sempre più in seguito alla riconquista, compiuta d Federico II dopo alcuni anni di guerra con Ottone IV, dei territori tedeschi. Ben presagì Innocenzo III quando affermò:
 
"Quod non expediat contra ipsum venire illa praesertim ratione videtur quod cum idem puer ad annos discretionis perveniens intellexerit per Romanam Ecclesiam imperii se honore privatum, non tantum non exhibebit ei reverentiam consuetam, sed ipsam potius modis quibus poterit impugnabit, et regnum Siciliae retrahet a devotione ipsius, et negabit ei obsequium consuetum" (9).
 
Se di fronte a Innocenzo III, tuttavia, Federico si designava "re per grazia di Dio e del papa" (10), già con Onorio III il tono usato nei rapporti con la curia era diverso: ancora perfettamente cortese, ma intriso di forte determinazione. Questo tono divenne, poi, assolutamente ostile nei confronti di Gregorio IX, che scomunicò Federico II due volte (11), e di Innocenzo IV (12).
 
Si venne, dunque, ad un vero e proprio conflitto tra la cancelleria papale e quella imperiale e nella produzione di quest'ultima, spumeggiante di idee e forme nuove, Federico veniva assunto a imperatore della giustizia, a principe della pace: un apportatore di salvezza in un mondo malato e confuso.
 
I rapporti tra papato e impero, tuttavia, dovevano essere ancora buoni nel 1220, quando Federico II tornò in Italia per farsi incoronare a Roma da Onorio III e poi riordinare la situazione siciliana (13). La cancelleria federiciana, nel periodo della sua formazione, ebbe rapporti strettissimi con quella // [p. 156] papale (14): molti suoi funzionari provenivano, infatti, dagli uffici pontifici (15). Anzi è molto probabile che, quando Federico si propose di organizzare la propria cancelleria, proprio Onorio III, per aiutare il giovane imperatore, gli fornisse parte del personale occorrente, selezionandolo dalla propria cancelleria (16).
 
Proprio la cancelleria romana, d'altronde, costituiva un modello di organizzazione e di raffinatezza stilistica: essa, infatti, aveva un tipo di stile del tutto peculiare che fu battezzato da Giovanni di Garlandia col nome di gregorianus, dal pontefice Gregorio VIII (17). Era dunque nell'interesse stesso di Federico II servirsi di funzionari già addestrati alla migliore scuola di stile epistolare che allora esisteva (18). Probabilmente, proprio in questa occasione Rinaldo, arcivescovo di Capua (19), passò dalla cancelleria papale a quella imperiale, dove intorno al 1220 esercitò un notevole influsso sui letterati campani e sui funzionari della corte (20).
 
Rinaldo di Capua risulta essere il più antico dictator della cancelleria federiciana e seguace in tutto dei modelli romani (21). Certo in Sicilia già esisteva una tradizione cancelleresca che affondava le sue radici nel periodo // [p. 157] normanno, ma lo stile era poco elaborato (22). Di conseguenza esso non poteva essere adottato sic et simpliciter dalla cancelleria dell'imperatore, che doveva difendere anche sul piano letterario quella preminenza già ottenuta e consacrata sul piano politico. Nella prospettiva di una trasposizione sul piano letterario e artistico della propria volontà di preminenza vanno probabilmente intese anche la nascita della scuola poetica siciliana (23), che segna l'origine della poesia italiana in volgare, ed il crescente interesse verso alcuni campi dell'arte (24). Non si tratta certo di fare propaganda, con questi mezzi, alla propria direzione politica, ma l'esistenza, ad esempio, di una scuola poetica capace di prodotti stilisticamente ed esteticamente elevati (25) è utile nel creare una determinata immagine di supremazia anche culturale (26).
 
Così come non è da intendersi in senso meramente politico la fondazione, avvenuta nel 1224, dell'Università di Napoli (27), la prima università statale. Indubbiamente tale fondazione ebbe come primo compito quello di contrapporsi all'Università di Bologna, per preservare i funzionari statali che ne sarebbero usciti "dallo spirito ribelle e libertario dei comuni dell'Italia settentrionale, coi quali Federico si scontrò ben presto" (28). Ma non è da // [p. 158] sottovalutare anche un intento di promozione culturale, di creazione di un circolo scientifico capace di dare lustro, ancora una volta, alla corte imperiale (29).
 
Neppure è da intendersi, dunque, in senso di stretta propaganda politica, come vorrebbe Rubinstein (30), la produzione della cancelleria imperiale. Certo alcuni prodotti usciti da essa hanno immediate finalità propagandistiche antipapali (31). Ma se si considera la grande importanza e la precipua cura riservata allo stile e alla lingua dagli autori della cancelleria e soprattutto da Pier della Vigna -- che fu la figura centrale del circolo dei letterati latini della corte, il rappresentante più illustre dello stile epistolare cancelleresco (32), l'ultimo creatore di un latino vivo (33) -- non si può fare a meno di pensare ad una motivazione più profonda. A mio parere, la ragione sottesa all'elaborazione di questo determinato stile, è da ricercare nella volontà di opporsi al papato anche sul piano letterario e stilistico: non bastava soltanto vincere le battaglie sul piano della politica; bisognava contrastare il nemico anche sul piano della cultura e dimostrare che la letteratura fiorita nel giardino dell'impero era di una bellezza e di una qualità superiore a quella dell'avversario. La retorica magniloquente e pomposa, la lingua ricca ed accurata -che ha fatto pensare, talvolta alla cultura umanistica (34)- adoperate dai funzionari della cancelleria di Federico, ben si attagliavano al tono della sua politica.
 
Complessa e faticosa, tuttavia, risulta la determinazione di questo stile. Per lo più uno stile appare riconoscibile solo nei suoi caratteri accidentali, quasi che la sua essenzialità voglia rimanere nascosta, inattingibile entità metafisica. Alla sua comprensione, talvolta, può collaborare la ricostruzione delle sue origini, del rapporto che gli autori che se ne servirono ebbero con altre tradizioni e dell'influenza che queste tradizioni ebbero nella sua formazione. A tal fine può risultare preliminarmente utile una ricerca sull'origine della concezione prosastica della cancelleria federiciana: argomento talvolta studiato, ma mai trattato esaurientemente (35). Certo uno studio del genere può // [p. 159] risultare oltremodo difficile, tale da far disperare della sua riuscita, soprattutto in considerazione del fatto che manca ancora un'edizione critica dell'epistolario di Pier della Vigna, che raccoglie il materiale più ampio per tale lavoro (36). Tuttavia tra le proposte interessanti che sono state avanzate, vogliamo qui puntualizzarne una e verificare fino a che punto possa essere accettata.
 
Ettore Paratore, seguito poi da altri studiosi (37), vuole che anche "la fiorentissima retorica araba... abbia potuto contribuire alla formazione, se non proprio dello stile, almeno del contenuto (che, sotto un certo aspetto, è lo stesso) della prosa cancelleresca federiciana" (38). E a prova di ciò adduce alcuni elementi. Innanzitutto, rifacendosi a F. Giunta (39), fa notare che i titoli di origine bizantina consacranti, al tempo della monarchia normanna, il carattere divino del sovrano, trovano esatto riscontro negli analoghi e coevi titoli arabi (40). Nel XII sec., egli prosegue, le cancellerie musulmane assunsero una prosa fiorita fino al barocchismo, barocchismo che contraddistingueva anche la cultura latina dei secc. XII e XIII in Francia, nell'Italia settentrionale, nella curia pontificia e poi nel regno di Sicilia: dunque, dati questi presupposti, sarebbe impossibile pensare che non fosse avvenuto un processo osmotico tra i due indirizzi affini di prosa aulica orientale ed occidentale (41). Ancora, alcuni stilemi ciclici, tipici della prosa colta dei paesi arabi, trovano riscontro in analoghe immagini fisse ricorrenti nella prosa curiale federiciana, come ad esempio quella riferita al 'motivo della vigna' (42).
 
Tuttavia, proprio l'allegoria della vigna si ritrova in una tradizione più vicina e di più sicura influenza sullo stile della cancelleria federiciana: la tradizione biblica (43). Essa può aver fatto sentire i propri influssi sia attraverso la tradizione stilistica capuana, sia per il tramite della cancelleria // [p. 160] papale (44). Tale motivo si trova, ad esempio, in una lettera del Capitolo di Capua a Pier della Vigna, in cui si afferma che Piero ha dato rinomanza alla città: Capua è la
 
"Felix radix quae fructiferum protulit palmitem, felix vinea quae vinum precipuum germinavit!" (45);
 
nell'elogio di Pier della Vigna scritto da Nicolò della Rocca, in cui si esclama:
 
"O felix vinea, quae felicem Capuam tam suavis fructus ubertate reficiens, Terram Laboris irradians, remotos orbis terminos instantia tuae foecunditatis irradiare non cessas, a cuius stipite palmites non discrepant!... Haec fuit itaque vinea, quam philosophiae manus multo sudore plantavit et coluit, ipsam suae irriguitatis amoenitate faecundans... Haec est vinea, cuius radices grandis aquila in terra negociationis de Libano asportatas secus discursus aquarum, cum diligenti prudentia transplantavit" (46);
 
e ancora nella lettera che Pier della Vigna scrive all'arcivescovo di Capua, rispondendo all'accusa di averlo trascurato:
 
"Vestra, pater, est vinea...; ad vineae vestrae palmites seu radices nulla corruptionis mixtura pervenit: nullum saporem alteravit insitio: nulla calorem alteritas variavit. Talem vindemiam habetis ex vinea qualem plantationis materiam contulistis. Causamini, pater, quod vinea vestra botros in debita quantitate non afferat, quod arefacta sit vinea... Vinea mea quid fecit vobis? vel vestra potius, quod irrigationem eius ad aliam, quae demum vobis lambruscas afferet, transtulistis ?" (47).
 
Le ascendenze di questi motivi ciclici vanno tanto più ricercate nella tradizione biblica se si riportano ad essi anche le molte immagini e metafore riferite al nome Pietro: Pier della Vigna è il 'Pietro terrestre' portinaio del regno della terra (48). Infatti nel già ricordato elogio di Pier della Vigna scritto da Nicolò della Rocca:
 
"Qui tanquam Imperii claviger claudit, et nemo aperit, aperit et nemo claudit" (49); //
 
[p. 161] e analogamente nella protezione richiesta dallo stesso Nicolò della Rocca sempre a Pier della Vigna:
 
"Reseret nemo quod clauditis et quod reseratis per consequens nemo claudat" (50);
 
in una lettera, poi, scritta con intento adulatorio da un prelato siciliano, Pier della Vigna è colui
 
"in cuius petra fundatur imperialis Ecclesia cum augustalis animus roboratur in Coena cum discipulis" (51).
 
Secondo Paratore, un altro punto di contatto tra l'epistolografia araba e quella federiciana si ritroverebbe nell'uso della mescolanza di prosa e versi -- caratteristica, questa, che Paratore già aveva dichiarato consueta nell'epistolografia della cancelleria federiciana (52) -- e riporta come esempio una 'lettera' (53) di Pier della Vigna scritta in parte in prosa e in parte in versi (54). Tuttavia, in realtà, questo non è altro che un componimento erotico; non ha, infatti, nessuna di quelle caratteristiche che nei trattati di ars dictaminis vengono considerate proprie di una lettera (55), e forse Paratore, qui, si fa trarre in inganno dal fatto che alcuni prima di lui la definiscono, ingiustificatamente, una lettera (56). Per dare, poi, più concretezza a questa sua teoria // [p. 162] della consonanza tra lo stile epistolare arabo e quello federiciano, Paratore riporta alcuni stilemi e frasi desunti da epistole arabe che a suo parere vengono ripresi dai dictatores federiciani (57), tra cui il frammento di una qasidah in onore di re Ruggiero scritta da 'ibn Hasan e due lettere trascritte nel compendio di 'ibn 'Abd àl 'Aziz (58). L'espressione, però:
 
"Consurgat ergo pater, quasi fulgor meridianus ad vesperam" (59)
 
che Paratore vorrebbe ripresa dalla qasidah, si ritrova identica nella Bibbia (60), ed il ricorso all'immagine delle virtù personificate è così comune che può essere ritrovato in qualsiasi tradizione (61).
 
Tuttavia anche Paratore sembra volersi mettere al riparo dalle sue stesse affermazioni, quando ammette "che l'attività della cancelleria federiciana si svolse prevalentemente fuori dalla Sicilia in territori più o meno chiusi all'influsso diretto della civiltà orientale e che soprattutto il suo maggior rappresentante, Pier della Vigna, nacque si formò e fiorì in zone estranee alla cultura araba" (62). Però, poi, continua affermando, a buon diritto, che sembrerebbe "antimetodico voler chiudere gli occhi agli influssi che pur sempre quella cultura poteva esercitare alla corte di Federico" (63). Certo la corte di Federico II fu un centro in cui la cultura araba ebbe notevole rilievo; non bisogna dimenticare, infatti, che in essa furono fatte traduzioni dall'arabo di testi filosofici e scientifici, che in essa furono presenti filosofi e scienziati arabi, e che alla cultura orientale Federico II guardò sempre con curiosità (64): quindi, non si può aprioristicamente escludere che, in quella temperie culturale, anche l'epistolografia araba abbia potuto contribuire alla formazione dello stile epistolare federiciano. Non si può, però, dare per certa l'esistenza di una 'sezione arabica' della cancelleria di Federico II (65). Per questa affermazione, che sembrerebbe perentoria, Paratore si basa su prove ed elementi troppo vagamente indiziari: egli menziona un passo di Amari sullo stile di due lettere arabe, in cui si dice che esse "furono dettate in arabico a corte di // [p. 163] Federico, non tradotte dal latino nè da altra lingua europea" (66). Questo dunque proverebbe con sicurezza l'esistenza di una sezione arabica della cancelleria federiciana ? (67)
 
Se i documenti in lingua araba prodotti nel periodo normanno ci sono pervenuti in numero piuttosto abbondante (68), per gli anni di Federico II non ci è pervenuto che un solo documento bilingue, in latino ed arabo, redatto nel 1242 per ordine di Oberto Fallamonaca, capo della Dohana de secretis et questorum magister per totam Siciliam (69). Ormai anche ai saraceni di Sicilia ci si rivolgeva esclusivamente in latino (70). D'altronde i funzionari arabi della pubblica amministrazione di Federico II sono decisamente pochi: oltre ad Oberto Fallamonaca, si conoscono solo Giovanni Moro (71), Abdullah, servus camerae (72), e Giovanni di Palermo (73). In funzione di redattore delle lettere arabe di Federico II al re di Tunisi, nel registro della cancelleria a noi pervenuto (74), viene, poi, ricordato Teodoro d'Antiochia (75), a cui fu affidato tale // [p. 164] incarico perché Giovanni di Palermo si era ammalato (76). D'altra parte, neppure Teodoro, filosofo, astrologo, matematico, medico, letterato, traduttore e manipolatore di droghe e sciroppi (77), fu un funzionario di cancelleria.
 
Non disponiamo, dunque, di sufficienti elementi per supporre l'esistenza di una sezione araba della cancelleria di Federico II, dal momento che non produsse documenti in arabo e che in essa non lavorarono conoscitori della lingua araba. Del resto, a partire dagli ultimi anni del XII secolo, gli arabi di Sicilia persero di importanza anche nella vita culturale e, dopo la loro deportazione a Lucera, non vi fu più neppure letteratura araba e la stessa lingua fu rapidamente dimenticata (78).
 
 
 
NOTE
 
(1) Prova evidente di ciò mi pare il numero elevatissimo di codici riportanti lettere e documenti scritti alla corte di Federico II che ci sono pervenuti. Infatti le epistole attribuite -- a torto o a ragione -- a Pier della Vigna, protonotario e logoteta di Federico II, sono giunte fino a noi comprese in circa 125 raccolte ordinate sistematicamente e in circa 30 messe insieme in maniera non sistematica; a queste sono da aggiungere 15 frammenti e 12 florilegi che facevano parte di raccolte ordinate. Cinquanta altri manoscritti, all'incirca, sono andati dispersi o distrutti in epoca moderna. Nel tardo medioevo ci dovettero essere, dunque, almeno 230 codici contenenti l'epistolario di Pier della Vigna. Cfr. H. M. SCHALLER, Zur Entstehung der sogenannten Briefsammlung des Petrus de Vinea, in "Deutsches Archiv für Erforschung des Mittelalters", 12 (1956), pp. 114-59, e dello stesso autore, L'epistolario di Pier della Vigna, in Politica e cultura nell'Italia di Federico II, a c. di S. GENSINI, Pisa, 1986, pp. 95-111.
 
(2) Anche Gregorio IX riconosceva la dictatoria facunditas di Pier della Vigna e secondo la testimonianza di SALIMBENE DE ADAM, Cronica, cit., p. 288: "Hic fuit litterarum imperatoris dictator, quem imperator logotetham appellavit, et fuit valde magnus in curia imperatoris".
 
(3) E. PARODI, Note per un commento alla Divina Commedia, in Lingua e letteratura, a c. di G. FOLENA, Venezia, 1957, II, pp. 350 ss., fa notare che espressioni del XIII canto dell'Inferno sono riprese dall'epistolario di Pier della Vigna. Si veda anche E. PARATORE, Pier della Vigna nel canto XIII dell' 'Inferno', in "Atti del convegno di studi su Dante e la Magna Curia", Palermo, 1967, pp. 250-63.
 
(4) BRUNETTO LATINI, così si esprime a proposito di Pier della Vigna nel suo volgarizzamento del De inventione, la Rettorica, a c. di F. MAGGINI, Firenze, 1915, 1, 5: "Oratore è colui che poi che elli àe bene appresa l' arte, sì ll' usa in dire et in dittare sopra le quistioni apposte, sì come sono li buoni parlatori e dittatori, sì come fue maestro Piero dalle Vigne, il quale perciò fu agozetto di Federigo secondo imperadore di Roma e tutto sire di lui e dello 'mperio". Brunetto Latini fu anche il volgarizzatore, ovvero l' ordinatore, di alcune lettere ritenute opera di Pier della Vigna: cfr. P. MAZZAMUTO, L' epistolario di Pier della Vigna e l' opera di Dante, in "Atti del convegno di studi su Dante e la Magna Curia", cit., pp. 202-3.
 
(5) Cfr. R. DAVIDSOHN, Storia di Firenze, Firenze, 1972, (ed. or. Geschichte von Florenz, Berlino, 1896-1908) V, 1, pp. 48 ss., in cui si fa notare che Federico II, personaggio già entrato nella leggenda quando era ancora in vita, subì, nella produzione letteraria fiorentina, una trasformazione fantastica dovuta al grande rispetto per la sua personalità. Cfr., inoltre, P. MAZZAMUTO, L' epistolario di Pier della Vigna... cit., p. 209. A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Étude sur la vie, la correspondance et le rôle politique de Pierre de la Vigne, Parigi, 1865, pp. 160-245, intravede anche, in alcuni atteggiamenti di Federico II un tentativo di scisma religioso.
 
(6) Si veda P. MAZZAMUTO, L' epistolario di Pier della Vigna... cit., pp. 210 ss., in cui si notano anche riscontri tra gli schemi sintattico-stilistici del linguaggio polemico di Pier della Vigna e quello di Dante. Ma lo stesso Mazzamuto, a p. 213, ricorda che "il testo vignano è soltanto uno dei tanti canali di trasmissione delle formule stilistiche e del patrimonio lessicale propri di questo linguaggio polemico".
 
(7) G. PEPE, Lo stato ghibellino di Federico II, Bari, 1938, p. 11, ci ricorda che le lotte contro il papato causarono a Federico alcuni dei più "tristi momenti della sua vita (ché non si lotta impunemente contro nessuna Chiesa), ma nello stesso tempo lasciarono un' eredità di ideologie, che, insieme ad altri movimenti del secolo, offrì materia allo spirito scettico del Rinascimento e alla formazione dello stato e della coscienza moderna".
 
(8) Si veda, ad es., ciò che dice SALIMBENE DE ADAM, Cronica, a c. di G. SCALIA, Bari, 1966, p. 508: "Et valens homo fuit interdum, quando voluit bonitates et curialitates suas ostendere, solatiosus, iocundus, delitiosus, industrius; legere, scribere et cantare sciebat et cantilenas et cantiones invenire... Item multis linguis et variis loqui sciebat. Et ut breviter me expediam, si bene fuisset catholicus et dilexisset Deum et Ecclesiam et animam suam, paucos habuisset in imperio pares in mundo". Salimbene è uno dei più abili denigratori di Federico.
 
(9) Questo passo, contenuto nella Deliberatio di Innocenzo III, è riportato da J. P. MIGNE, Patrologia Latina, CCXVI, Parigi, 1891, col. 1026.
 
(10) Federico adopera questa formula in alcune lettere indirizzate ad Innocenzo III: si veda A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Historia Diplomatica, cit., I, p. 208 e p. 469 (quest' ultima lettera è anche in MGH, Constitutiones, cit., II, n. 58, p. 72). Viene poi adoperata anche in una lettera indirizzata ad Onorio III riportata da A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Historia diplomatica, cit., I, p. 741. Federico in genere, adopera le formule Romanorum rex, oppure Dei gratia Romanorum rex o anche Divina favente clementia Romanorum rex. A partire dal novembre del 1220 imperator sostituisce rex.
 
(11) Per i documenti riguardanti la prima scomunica si veda J. F. BÖHMER, Regesta imperii V, edd. J. FICKER-E. WINKELMANN, Innsbruck, 1892-1901, nn. 6710a, 6711, 6712 ss. Per la seconda scomunica si veda ivi, n. 7226a, e poi gli scritti ai nn. 7227 ss.; e i documenti riportati da A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Historia Diplomatica, cit., V, pp. 286 ss., e da MGH, Epistulae seculi XIII e regestis pontificum Romanorum selectae, editi da RODENBERG, Berlino, 1883-87, I, nn. 741 ss., pp. 637 ss.
 
(12) Federico, in un primo momento, credeva di aver trovato in Innocenzo IV un alleato. Poi, quando si rese conto dell' effettivo stato delle cose, passò dall' atteggiamento di sopportazione a quello di attacco: non più incudine, ma martello. Questa immagine dell' incudine e del martello è frequente, ma si veda soprattutto MGH, Legum sectio IV. Constitutiones et acta publica imperatorum et regum, Hannover, II, ed. L. WEILAND, 1896, n. 263, p. 368, (lettera riportata anche da A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Historia Diplomatica, Parigi, 1852-61, VI, p. 713): "Qui pondus incudis hactenus pacienter et devote subivimus, mallei consequenter officium resumamus".
 
(13) Cfr. E. KANTOROWICZ, Federico II imperatore, Milano, 1976 (ed. or. Kaiser Friedrich II., Berlino, 1927-31), pp. 98 ss.
 
(14) H. M. SCHALLER, Die Kanzlei Kaiser Fridrichs II. Ihr Personal und ihr Sprachstil, in "Archiv für Diplomatik", 3 (1957), p. 209, dice: "Von etwa 1220 bis 1227 stand die Kanzlei im Zeichen der päpstlich-kaiserlichen Zusammenarbeit"; ma si vedano anche le pp. 249-57. Questo articolo è diviso in due parti: la prima è pubblicata nel n. 3 (1957), pp. 207-86, la seconda nel n. 4 (1958), pp. 264-327.
 
(15) Cfr. A. DE STEFANO, La cultura alla corte di Federico II imperatore, Bologna, 1950², p. 169.
 
(16) Cfr. P. F. KEHR, Das Briefbuch des Thomas von Gaeta, Justitiars Friedrichs II., in "Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken", 8 (1905), p. 9 n. 1 e p. 44 doc. 5, in cui Onorio III raccomanda al camerario Riccardo il maestro B., decano di Mazara. Inoltre A. DE STEFANO, La cultura alla corte... cit., p. 170 n. 6, afferma che qualcosa di simile era accaduto anche molto tempo prima, quando Innocenzo III aveva messo un notaio a disposizione di Simone di Monfort perché ne dirigesse la cancelleria.
 
(17) Cfr. A. SCHIAFFINI, Tradizione e poesia nella prosa d' arte italiana dalla latinità medievale a G. Boccaccio, Roma, 1943, pp. 11 ss.; e F. DI CAPUA, Il ritmo prosaico nelle lettere dei papi e nei documenti della cancelleria romana dal IV al XIV secolo, Roma, 1937-46, passim. Di Capua afferma anche, III, pp. 33-47, che lo stile romano costituisce una 'lingua speciale'.
 
(18) Cfr. A. DE STEFANO, La cultura alla corte... cit., p. 170. Ancora nel 1226 la cancelleria imperiale riconosceva la superiorità letteraria della cancelleria papale. Si veda, infatti, E. WINKELMANN, Acta imperii inedita, Innsbruck, 1880-85, I, n. 286 in cui si dice: "Cedimus in hac pugna, cum maior apud vos sit clericorum copia pariter et scribarum, et licet iusta se offerret materies non cedendi, maluimus tamen cedendo vinci, eciam vincere si possemus".
 
(19) Su questo personaggio vedi K. HAMPE, Beiträge zur Geschichte Friedrichs II., "Historische Vierteljahrschrift", 4 (1901), pp.161 ss., e dello stesso autore Mitteilungen aus der Capuaner Briefsammlung, "Heidelberger Sitzungsberichte", 1910, 10.
 
(20) Cfr. A. DE STEFANO, La cultura alla corte... cit., p. 170. Inoltre vedi E. WINKELMANN, Acta imperii inedita, cit., nn. 168, 226.
 
(21) Cfr. H. NIESE, Zur Geschichte des geistigen Lebens am Hofe Friedrichs II., in "Historische Zeitschrift", 108 (1912), p. 530. Alla stessa pagina, Niese afferma: "Es ist wohl kein Zufall, daß seine Briefsammlung mit der Summa dictaminis des magister Trasmundus, eines Kanzlisten Alexanders III, überliefert ist".
 
(22) Si veda T. KÖLZER, Cancelleria e cultura nel Regno di Sicilia, in Cancelleria e cultura nel medio evo, "Comunicazioni presentate nelle giornate di studio della Commission Internationale de Diplomatique", Città del Vaticano, 1990, pp. 97-113; qui, tra l' altro, si afferma, p. 112-13, che "dai diplomi spirano assai più abilità artigianali che facoltà artistiche". Sullo stile della cancelleria normanna si vedano, inoltre, K. A. KEHR, Die Urkunden der normannisch-sicilischen Könige. Eine diplomatische Untersuchung, Innsbruck, 1902, pp. 239-43; e H. M. SCHALLER, Die Kanzlei Kaiser Friedrichs II., cit., 4 (1958), pp. 292-94.
 
(23) A questo proposito si veda, però, F. BRUNI, Provocazioni sulla politica culturale di Federico II, in Nel segno di Federico II, "Atti del IV convegno internazionale di studi della Fondazione Napoli Novantanove", Napoli, 1989, pp. 93-109, il quale fa notare che Federico II non sembra abbia concesso molti onori ai poeti provenzali accorsi presso di lui per celebrare la sua incoronazione a imperatore (su questo si veda anche V. DE BARTHOLOMAEIS, Poesie provenzali storiche relative all' Italia, Roma, 1931, I, pp. 246-52 e II, pp. 3-11) e che anche i non molti autori latini appartengono ad ambienti lontani dalla corte. Inoltre, si legga A. VARVARO, Potere politico e progettualità culturale nel medioevo e in Federico II, in Nel segno di Federico II, cit., p. 87: "Evidentemente l' Imperatore distingueva bene tra sedi e momenti: la politica, e perfino la propaganda, era per lui cosa troppo seria per farla fare ai poeti".
 
(24) Emblema della politica artistica di Federico II è da considerare la porta di Capua. Cfr. C. A. WILLEMSEN, Kaiser Friedrichs II. Triunphtor zu Capua. Ein denkmal hohenstaufischer Kunst in Süditalien, Wiesbaden, 1953.
 
(25) Si veda, ad es., l' esaltazione che Dante, nel De vulgari eloquentia, fa dei poeti siciliani.
 
(26) Cfr. A. VARVARO, Potere politico e progettualità culturale... cit., p. 87: "La poesia rappresenta infatti, se non mi inganno, la sua volontà di creare un altissimo esempio di intellettualità riflessa, formalizzata, che realizzi ed esprima l' eccellenza della corte".
 
(27) Il diploma di fondazione è riportato da A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Historia Diplomatica, cit., II, p. 450. Alcuni vorrebbero che anche questo diploma fosse opera di Pier della Vigna, così come anche l' idea di creare la stessa università: esso, infatti, è uno dei documenti più antichi presenti nelle raccolte di lettere di Pier della Vigna. Ma nel 1224 Piero, da poco entrato nella curia, non poteva ancora godere del sufficiente prestigio. Cfr. F. TORRACA, Le origini-L' età sveva, in Storia dell' Università di Napoli, Napoli, 1924, pp. 1-13. Sulla storia dell' Università di Napoli in questo periodo si può vedere G. ARNALDI, Fondazione e rifondazioni dello Studio di Napoli in età sveva, in Università e società nei secoli XII-XIV, Pistoia, 1982, pp. 81-105.
 
(28) E. KANTOROWICZ, Federico II, cit., p. 118.
 
(29) Cfr. F. TORRACA, Le origini... cit., p. 1.
 
(30) Political rhetoric in the imperial chanchery during the twelfth and thirteenth centuries, in "Medium Aevum", 14 (1945), pp. 21-43.
 
(31) Si veda, per tutti, la satira contro l' ambizione e la cupidigia dei prelati scritta da Pier della Vigna, riportata da A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Pierre de la Vigne, cit., alle pp. 402-17.
 
(32) A. DE STEFANO, La cultura alla corte... cit., p. 171.
 
(33) E. KANTOROWICZ, Federico II, cit., p. 272.
 
(34) Si veda A. DE STEFANO, La cultura alla corte... cit., p. 167. Anche P. O. KRISTELLER, Humanism and scholasticism in the italian Renaissance, in "Byzantion", 17 (1944-45), pp. 346-74, ristampato poi nel volume dello stesso Renaissance thought and its sources, New York, 1979, pp. 85-105 e 272-87, afferma che l' Umanesimo affonda le sue radici nel medioevo e che gli umanisti svolsero le stesse funzioni professionali svolte dai dictatores nel medioevo. Cfr., tuttavia, anche R. WITT, Medieval 'Ars Dictaminis' and the beginning of Humanism: a new construction of the problem, in "Renaissance Quarterly", 35 (1982), pp. 1-35.
 
(35) E' possibile rifarsi solo a H. M. SCHALLER, Die Kanzlei Kaiser Friedrichs II., cit.; ed E. PARATORE, Alcuni caratteri dello stile della cancelleria federiciana, in Antico e nuovo, Caltanissetta-Roma, 1965, pp. 117-63 (pubblicato per la prima volta negli "Atti del convegno internazionale di studi federiciani. Palermo-Catania-Messina, 10-18 dicembre 1950", Palermo, 1952, pp. 283-314). Parziali riferimenti allo stile si possono trovare anche in K. PIVEC, Der Diktator Nicolaus von Rocca. Zur Geschichte der Sprachschule von Capua, in Amman-Festgabe, I (Innsbrucker Beiträge zur Kulturwissenschaft, 1), Innsbruck, 1953, pp. 135-52; e in G. LADNER, Formularbehelfe in der Kanzlei Kaiser Friedrichs II. und die Briefe des Petrus de Vinea, "Mitteilungen des Instituts für österreichische Geschichtsforschung", Ergbd., 12 (1933), pp. 92-198.
 
(36) A questo ingrato compito sta cercando di ottemperare Hans Martin Schaller.
 
(37) Si veda, ad esempio, la recentissima sintesi di P. MORPURGO, Pietro delle Vigne, in Letteratura italiana Einaudi. Gli autori, II, Torino, 1991, p. 1401.
 
(38) Alcuni caratteri... cit., p. 150.
 
(39) Bizantini e bizantinismo nella Sicilia normanna, Palermo, 1950. Giunta, tuttavia non fa alcuna affermazione del genere. Mi sembra che l' origine di ciò stia in un malinteso. Infatti Paratore in Alcuni caratteri... cit., p. 122 n. 9, compendiando le pp. 130-39 di Giunta, afferma che l' esaltazione del carattere divino del sovrano trova la sua origine in influssi orientali, intendendoli come arabi; ma Giunta, quando parla di influssi orientali (p. 137), si riferisce effettivamente a influssi bizantini. Del resto, anche M. AMARI, Storia dei musulmani di Sicilia, nuova ed. a c. di A. NALLINO, Catania, 1938, III, pp. 457 ss., aveva sostenuto la possibile derivazione bizantina di tali titoli caratterizzanti la divinità del sovrano.
 
(40) E. PARATORE, Alcuni caratteri... cit., p. 149.
 
(41) Ivi, p. 151.
 
(42) Ivi, pp. 152 ss.
 
(43) L' allegoria della vigna è usata per il popolo di Dio oppure per la Chiesa. Cfr., ad es., Jer., II, 21; Ps., LXXIX, 9; Joel, I, 7.
 
(44) Lunga e complessa sarebbe la discussione sul ruolo di questi due centri culturali nella diffusione dello stile epistolare. Su queste tematiche, che sono attualmente oggetto di un mio studio, cfr. H. M. SCHALLER, Die Kanzlei Kaiser Friedrichs II., cit., 4 (1958), pp. 264-327 e F. DI CAPUA, Lo stile della curia romana e il "cursus" nelle epistole di Pier della Vigna e nei documenti della cancelleria sveva, in "Giornale italiano di filologia", 2 (1949), pp. 97-116.
 
(45) In mancanza dell' edizione critica delle lettere di Pier della Vigna si è seguita ancora la raccolta delle epistole messa da A. HUILLARD-BRÉHOLLES in appendice al suo Pierre de la Vigne, cit. Questo passo è riportato a p. 289.
 
(46) Ivi, pp. 289-291. Qui il richiamo ai testi biblici è ancora più evidente, dato, soprattutto, che precedentemente Pier della Vigna viene paragonato a Mosè, a Giuseppe e a Pietro.
 
(47) Ivi, pp. 305-6. Il motivo della vigna viene dettato dallo stesso nome di Pier della Vigna (nomen/omen).
 
(48) Cfr. E.KANTOROWICZ, Federico II, cit., p. 361.
 
(49) A.HUILLARD-BRÉHOLLES, Pierre de la Vigne, cit., p. 290.
 
(50) Ivi, p. 371.
 
(51) Ivi, p. 433.
 
(52) E. PARATORE, Alcuni caratteri... cit., p. 129. Di lettere scritte in prosa e versi mi sembra che ce ne siano due di maestro Terrisio di Atina, una per la morte di Bene Fiorentino (in A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Pierre de la Vigne, cit., pp. 300-2) ed una per la morte di Arnaldo Catalano (in F. TORRACA, Maestro Terrisio di Atina, "Archivio storico per le province napoletane", 36 (1911), pp. 247-48); una di un prelato e due dell' Arcivescovo di Capua, tutte indirizzate a Pier della Vigna (in A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Pierre de la Vigne, cit., pp. 432-34, e 359-362); una di Pier della Vigna ai principi tedeschi ed una, scritta in nome di Federico II, ai nobili inglesi (in A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Historia Diplomatica, cit., V, pp. 147-49, e VI, pp. 332-37); due lettere, infine, di Tommaso di Gaeta a Federico II (in P. KEHR, Das Briefbuch des Thomas von Gaeta, Justitiars Friedrichs II., "Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken", 8 (1905), pp. 55-56 e 61-63). Paratore, a p. 129, afferma che sia scritto in prosa e versi anche il primo dei due biglietti composti da scolari dell' Università di Napoli, con l' intenzione di farli apparire come scambiati tra maestri di diritto e donnine allegre napoletane, studiati da F. DI CAPUA, Lo stile della curia romana... cit., pp. 112 ss.: in realtà questo bigliettino è scritto solo in prosa. Contiene invece dei versi una lettera giocosa di Terrisio di Atina che chiede doni agli studenti: cfr. F. TORRACA, Maestro Terrisio da Atina, cit., pp. 231 ss. E' da segnalare, tuttavia, che Paratore, precedentemente, p. 123, sembra rapportare l' 'abitudine' della cancelleria federiciana ad inframezzare la prosa con versi, ad una tradizione stilistica di derivazione francese: ma credo che tale prassi sia da far risalire, piuttosto, alla tradizione epistolografica della curia romana.
 
(53) A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Pierre de la Vigne, cit., pp. 417-21.
 
(54) E. PARATORE, Alcuni caratteri... cit., p. 156.
 
(55) Anche A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Pierre de la Vigne, cit., p. 417, la definisce déclaration d' amour.
 
(56) Infatti, cfr. E. MONACI, Per la storia della scuola poetica siciliana, in "Rendiconti della Regia Accademia dei Lincei", S. V, vol. V (1896), pp. 49 ss.; G. BERTONI, Una lettera amatoria di Pier della Vigna, in "Giornale storico della letteratura italiana", 57 (1911), pp. 33-46 e ripubblicato in Poesie, leggende, costumanze del Medioevo, Modena, 1917, pp. 63-77; e A. DE STEFANO, La cultura alla corte... cit., p. 185.
 
(57) E. PARATORE, Alcuni caratteri... cit., pp. 157-63.
 
(58) Questi testi sono riportati da M. AMARI, Biblioteca arabo-sicula, Torino-Roma, 1880, II, 444-46 e Appendice, 1889, pp. 57-63.
 
(59) In A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Pierre de la Vigne, cit., p. 313.
 
(60) Job., 11, 17.
 
(61) Si confronti a questo proposito in E. R. CURTIUS, Europäische Literatur und lateinisches Mittelalter, Berna-Monaco, 1948, pp. 141-44.
 
(62) E. PARATORE, Alcuni caratteri... cit., p. 154.
 
(63) Ibidem.
 
(64) M. AMARI, Storia dei musulmani di Sicilia, cit., III, cap. X; e A. DE STEFANO, La cultura alla corte... cit., passim.
 
(65) E. PARATORE, Alcuni caratteri... cit., p. 151. Questa affermazione, come anche altre, vengono riprese dallo stesso PARATORE, La cultura dell' età sveva, in "Archivio storico pugliese", 15 (1962), pp. 14-31.
 
(66) M. AMARI, Biblioteca arabo-sicula, Appendice, cit., p. XVII. Queste lettere sono scritte da Federico a Fahr àd din.
 
(67) K. A. KEHR, Die Urkunden der Normannisch-Sicilischen Könige, cit., pp. 66-67, nega addirittura l' esistenza di una sezione araba della cancelleria anche al tempo dei Normanni. Ma M. AMARI, Storia dei Musulmani... cit., p. 457 n. 1, ribatte che l' esistenza di una tale cancelleria, in epoca normanna, sarebbe fatto naturalissimo.
 
(68) S. CUSA, I diplomi greci ed arabi di Sicilia, pubblicati nel testo originale, tradotti ed illustrati, Palermo, 1868-82, ne raccoglie 17 interamente, e 29 parzialmente, in arabo e questo lo spinge a supporre, vol. I, parte I, p. XXI, l' esistenza, nel periodo normanno, di tre cancellerie: una latina, una greca ed una araba. M. AMARI, Storia dei Musulmani... cit., III, pp. 456-57, pensa, invece, che ce ne siano due, una greco-araba, l' altra latina; C. A. GARUFI, Censimento e catasto della popolazione servile. Nuovi studi e ricerche sull' ordinamento amministrativo dei normanni in Sicilia nei secoli XI e XII, "Archivio storico siciliano", 49 (1928), pp. 83-88, e Tre nuove pergamene del monastero di S. Michele di Mazara, "Archivio storico siciliano", 53 (1933), p. 222, tuttavia, è del parere che ci fosse una sola cancelleria con due distinte sezioni, una greco-araba e una latina. Anche K. A KEHR, Die Urkunden der Normannisch-Sicilischen Könige, cit., pp. 66-67, nega l' esistenza di una cancelleria araba.
 
(69) Questo documento è conservato nell' archivio capitolare di Agrigento. Cfr. P. COLLURA, La produzione arabo-greca della cancelleria di Federico II, Palermo, 1951, pp. 10 e 17, che dà anche, pp. 10 e 15 ss., ulteriori notizie su Oberto Fallamonaca. Su questo personaggio, di origine araba e che si firma in arabo, si veda pure H. NIESE, Zur Geschichte des geistigen Lebens... cit., p. 492 n. 4.
 
(70) Si veda in A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Historia diplomatica, cit., V, p. 456, l' unica lettera, del settembre 1246, inviata loro da Federico.
 
(71) Cfr. M. AMARI, Storia dei Musulmani... cit., III, p. 731; A. DE STEFANO, La cultura alla corte... cit., p. 18 n. 15; P. COLLURA, La produzione arabo-greca... cit., p. 15.
 
(72) Cfr. A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Historia diplomatica, cit., V, p. 603.
 
(73) Cfr. A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Historia diplomatica, cit., II, p. 185; e M. AMARI, Storia dei Musulmani... cit., III, pp. 711-12.
 
(74) Esso viene riportato dopo le Constitutiones regum Regni utriusque Siciliae mandante Friderico II Imperatore, ed. G. CARCANI, Napoli, 1786.
 
(75) Su questo personaggio vedi A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Historia Diplomatica, cit., Introduction, p. DXXX, e vol. V, p. 745, in cui è riportata la lettera con cui gli si affida il compito di redigere in arabo le istruzioni agli ambasciatori diretti a Tunisi; M. AMARI, Storia dei musulmani... cit., III, pp. 711-13; ma anche A. DE STEFANO, La cultura alla corte... cit., pp. 41-42; F. GABRIELI, Federico II e il mondo dell' Islam, in Nel segno di Federico II, "Atti del IV convegno internazionale di studi della Fondazione Napoli Novantanove", p. 135 e dello stesso autore, Federico II e la cultura musulmana, in Dal mondo dell' Islam, Milano-Napoli, 1954, p. 149.
 
(76) Si veda in A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Historia diplomatica, cit., V, p. 745, la lettera con cui viene incaricato di redigere il testo arabo su una pergamena inviatagli già bollata dalla cancelleria. Cfr. H. ENZENSBERGER, La struttura del potere nel Regno: corte, uffici, cancelleria, in Potere, società e popolo nell' età sveva, "Atti delle seste giornate normanno-sveve. Bari-Castel del Monte-Melfi, 17-20 ottobre 1983", Bari, 1985, p. 58.
 
(77) Cfr. la lettera di Teodoro a Pier della Vigna con cui gli invia una pozione a base di violette riportata da A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Pierre de la Vigne, cit., pp. 347-48.
 
(78) H. NIESE, Zur Geschichte des geistigen Lebens... cit., p.493. A. HUILLARD-BRÉHOLLES, Historia Diplomatica, cit., Introduction, p. CCCLXXXVIII, afferma che, dopo il 1246, anche l'uso della lingua araba declinò rapidamente. Sulla contraddizione tra il Federico II filoislamico, per quanto riguarda certi interessi culturali, e quello persecutore ed estirpatore dell' arabismo, per quanto riguarda la politica, cfr. F. GABRIELI, Federico II e il mondo dell' Islam, cit., pp. 130-31 e dello stesso autore Federico II e la cultura musulmana, cit., pp. 140-41.
 
[già Pubblicato in "Atti della Accademia Pontaniana", N.S., 41 (1992), pp. 153-164]
 
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